La Conferenza di Organizzazione è chiamata a pronunciarsi su questioni dirimenti. Vogliamo una discussione coinvolgente tutto il partito, una discussione in cui tutte le iscritte e tutti gli iscritti siano messi in condizione di poter esercitare il loro diritto di parola e di voto sulla base di un documento asciutto, facilmente leggibile, senza reticenze. Questi i punti fondamentali della discussione:
La crisi della politica e la forma specifica che questa assume per quanto riguarda il sistema politico e la forma partito, investono anche le forze che si battono per il cambiamento. Rifondazione Comunista non è fuori da questa crisi. Occorre indagarne gli aspetti generali e di contesto e quelli specifici della nostra vita organizzata. Occorre farlo senza nascondere niente e senza tacere alcunché: referenzialità dei gruppi dirigenti, separatezza dei gruppi istituzionali, burocratismo, centralismo, correntismo, maschilismo, ingessamento del dibattito democratico, personalismi, elementi di inquinamento e dell'affacciarsi di comitati elettorali.
Questi guasti non mettono in secondo piano la grande vitalità del partito, la capacità dei suoi militanti di essere partecipi di pressoché tutte le lotte generali, locali, di posto di lavoro, la sua forza basata su un volontariato generoso, le capacità che ancora rimangono di mobilitazione e organizzazione, le competenze che centralmente e territorialmente si esprimono. Il punto è il contrario: come non mortificare quelle energie eccezionali che ancora sappiamo produrre, come moltiplicarle invece che soffocarle.Stare meglio di altri non ci consola.
Il movimento dei movimenti ha rappresentato in questi anni la possibilità di una uscita da sinistra alla crisi della politica. La scelta di Rifondazione Comunista di praticare l'internità ai movimenti come elemento strategico e non tattico della linea politica e di investire molte delle sue energie nella costruzione dei conflitti a partire da spazi pubblici aperti ci ha dato la possibilità di evitare i guasti maggiori dell'autoreferenzialità della politica. Ma la nostra trasformazione in questa direzione va approfondita. E' una necessità che si rende ancora più evidente con la nostra partecipazione al governo del Paese, se vogliamo rendere un elemento centrale della nostra elaborazione la critica del potere. Occorre ripartire dall'obiettivo della ricomposizione della frattura tra il sociale e il politico per essere in grado di immaginare mutamenti della nostra forma organizzativa in grado di incidere realmente sull'efficacia della nostra iniziativa. L'autoriforma è stato un tentativo generoso che ha dato risultati ma inadeguato alla scala dei problemi scatenati dalla crisi della politica che attraversiamo. Occorre una terapia d'urto, secondo una nuova ispirazione. Lanciamo una ipotesi: connettere l'ultima Rifondazione, dal punto di vista dell'innovazione politico e culturale, con un recupero della prima Rifondazione, a partire dalla fase di movimento, dal punto di vista di uno spirito partecipativo, di una idea antiverticistica e antiburocratica del partito. La Conferenza di Organizzazione non ha il potere di modificare organismi dirigenti, Statuto o regolamenti ma può affrontare seriamente questi problemi e individuare quanto può essere immediatamente introdotto come modifica sostanziale, quanto può cominciare a vivere come sperimentazione, quanto va consegnato alla ratifica del Congresso. Il nostro obiettivo è impedire una deriva che offuschi definitivamente i caratteri della partecipazione, della democrazia, dell'unitarietà del Partito.
La Sinistra Europea è una scelta già assunta dal nostro partito in impegnativi dibattiti congressuali. Non vogliamo tornare su questo punto ma discutere di come tradurre quell'ispirazione nella concreta situazione italiana. La Sinistra Europea è il progetto con il quale ci proponiamo di compiere un salto (nei consensi, nell'incidenza dentro la società, nella capacità di crescere). Abbiamo questa possibilità perché abbiamo resistito in questi anni e siamo una forza essenziale per il cambiamento. Abbiamo questa possibilità, inoltre, perché gli atri ci riconoscono come una forza non nostalgica, che si è messa in discussione e si è rinnovata.
La Sinistra Europea non è l'annacquamento di Rifondazione Comunista, il suo inserimento dentro il sistema delle compatibilità, la sua deriva in sinistra di governo. Al contrario, possiamo proporci il progetto della Sinistra Europea proprio grazie al percorso della Rifondazione Comunista.
Non solo non proponiamo di sciogliere il PRC, intendiamo rafforzare il partito, la sua autonomia, il suo essere comunità condivisa, la sua capacità organizzativa. Non solo non vogliamo abbandonare il nostro definirci comunisti, intendiamo approfondire il processo della rifondazione comunista secondo la linea di innovazione di cultura politica che abbiamo avviato e perseguito in questi anni. Rafforzare Rifondazione Comunista, nella sua autonomia politica e culturale, e costruire la Sinistra Europea, come alleanza plurale e molteplice, sono per noi due facce della stessa medaglia, due linee di impegno della medesima impresa politica. Abbiamo pieno il senso della drammaticità della fase che viviamo, una transizione ancora irrisolta, sospesa tra esiti tra loro differenti.
La strategia della guerra preventiva ha fallito gli obiettivi che ha dichiarato e l'unilateralismo USA è in crisi, elementi di discontinuità cominciano ad affacciarsi ma sono contraddetti dall'acuirsi degli scenari di guerra aperti e dalla recrudescenza del terrorismo, ancora il mondo è sospeso sopra il baratro del conflitto di civiltà.
In Italia, Berlusconi e le destre sono state superate di stretta misura ma non sconfitte definitivamente. Una fase si è chiusa ma una veramente nuova ancora non si è aperta. La sfida contro il “continuismo” e le tentazioni della “grande coalizione” è ancora in corso. Siamo dentro una lotta per l'alternanza contro la grande coalizione ma è l'alternativa di società il progetto per il quale già da oggi lavoriamo per il futuro. Dentro questa sfida tra elementi di discontinuità e tentazioni di continuiamo, tra alternanza e grande coalizione, tra progetto dell'alternativa e quello riformista, il nostro Paese resta sospeso tra ansia e aspettativa di cambiamento da un lato e rivincita di una cultura reazionaria di massa, populista e socialmente regressiva dall'altro.
La sfida tra la sinistra di trasformazione e la sinistra moderata, tra la cosiddetta sinistra radicale e quella riformista oggi conosce una nuova fase. La prima è stata quella del tentativo di impedire la nascita e lo sviluppo di una forza comunista capace di essere incidente sui movimenti e sul quadro politico. Questo tentativo è stato perseguito con determinazione anche attraverso la scorciatoia della modifica del sistema elettorale. La seconda fase è consistita nel tentativo di cancellarne l'autonomia politica e culturale per sussumerla dentro la logica del quadro politico assunto come vincolo interno. Questa fase è stata quella seguente alla rottura del 1998. Rifondazione Comunista è riuscita a superare tutte e due quelle sfide: esiste oggi come forza autonoma incidente sulle lotte e i movimenti e sul quadro politico.
Senza il campo di ricerca sull'innovazione di cultura politica e senza la scelta di internità ai movimenti, questo esito non sarebbe stato possibile.
Grazie a questi passaggi, è possibile oggi aprire una terza fase nel rapporto dentro il campo plurale delle sinistre, quella del riconoscimento della legittimità di progetti qualitativamente differenti tra loro: la sfida di lungo periodo sull'idea di società e di mondo che parta dalla ricerca di una risposta all'altezza della crisi prodotta dal neoliberismo e dalla guerra. Idee e progetti che guardano orizzonti diversi e ricercano soluzioni differenti alle grandi contraddizioni ma che non escludono di attraversare, dentro la crisi contemporanea e i rischi di precipizi, fasi di convergenze e momenti di alleanza. Idee e progetti che si riconoscono autonomi e legittimi e che, nella sfida di lungo periodo, non si combattono per eliminarsi ma che possono, in fasi alterne, ritrovarsi in un comune impegno per la difesa della democrazia, della coesione sociale, dei valori del dialogo e della civiltà.Sinistra Europea e Partito Democratico sono i due progetti in campo dentro questa competizione.
La conferenza di organizzazione rappresenta un evento centrale nel processo di rinnovamento politico e culturale del PRC.
Noi la viviamo come una sfida per una uscita da sinistra, quindi nella direzione del conflitto e della partecipazione, dalla crisi della politica, sia nel suo aspetto di passivizzazione che in quello di regressione in una cultura reazionaria di massa.
Vogliamo una conferenza di organizzazione vera e partecipata, non come una anticipazione o peggio parodia del congresso, una semplice conta tra documenti elaborati dentro i gruppi dirigenti nazionali che si contrappongono e nella quale l'unica possibilità data alle compagne e ai compagni è quella di schierarsi.
Chiediamo un dibattito che permetta di uscire dalla gabbia di un correntismo esasperato che ingessa il dibattito e che invece di aprire un confronto lo chiude dentro una sterile coazione a ripetere.
Vogliamo una discussione non blindata, aperta al contributo che viene dalla discussione dei circoli e dalle federazioni e si avvale a tal fine dei documenti, delle modifiche, dei contributi che quelle assise liberamente approveranno.
Per questo presentiamo un documento sintetico, asciutto nelle parti che richiamano contenuti di carattere congressuale, che sono acquisiti e non in discussione nella sede della conferenza, tale da presentarsi come una apertura della discussione e da considerarsi una base di partenza che si arricchisce lungo il percorso che dai circoli arriva all'appuntamento nazionale.
Il congresso nazionale del partito si svolgerà regolarmente alla sua scadenza naturale, ovvero entro la primavera del 2008.
La crisi della politica è il carattere di fondo che ci interroga sull'esito possibile dell'eclissi della democrazia, almeno così come l'abbiamo conosciuta nei suoi caratteri essenziali a partire dal secondo dopoguerra e dalla sconfitta del nazifascismo.
La crisi della politica va investigata innanzitutto dentro il ciclo lungo della globalizzazione capitalistica: la sua riduzione a tecnica; lo spostamento dei veri centri decisionali fuori dai Parlamenti o da organismi attraversati o influenzati dai movimenti, dai popoli; nel carattere intrinsecamente ademocratico dei vari istituti di regolazione dei mercati che intendono imporre le loro ricette come fossero verità inconfutabili.
Questo carattere di fondo ha determinato la rottura della grande invenzione del 900: la politica come strumento di emancipazione e di liberazione. L'afasia dei Parlamenti, rendere le decisioni dei poteri, economico, politico, militare, impermeabili alle istanze sociali e ai popoli è funzionale al neolibersimo, che è la forma nella quale il capitalismo contemporaneo esprime il ciclo lungo del proprio dominio.
L'eclissi della democrazia è funzionale alla strategia e alla pratica della guerra preventiva.
Guerra e terrorismo realizzano il contrario di quanto promettono: non risolvono i conflitti, anche se con mezzi inaccettabili, vivono sul loro moltiplicarsi e acuirsi.
Senza la cultura del nemico, l'odio culturale, la xenofobia, il mito della propria superiorità, non sopravviverebbero ai loro fallimenti.
L'ombra dei fondamentalismi (economici, militari, religiosi, culturali) si allunga minacciosa per portare l'umanità intera dentro l'oscurità del conflitto di civiltà.
Occorre rinnovare la vocazione laica della nostra politica, sia sul piano dell'iniziativa pratica, sia su quello della ricerca e della riflessione teorica e culturale.
L'ingerenza delle gerarchie vaticane diventa, infatti, ogni giorno più aggressiva, mette in discussione l'autodeterminazione delle donne, la libertà di orientamento sessuale, le libere relazioni di uomini e donne, favorendo un familismo conservatore e integralistico.
Ma va ormai oltre, mettendo direttamente in discussione l'autonoma attività legislativa del Parlamento e la sovranità delle istituzioni pubbliche, minacciando alla radice quella separazione tra il potere civile e quello religioso che è alla base della moderna statualità.
Nel nostro Paese, la crisi della politica ha assunto forme originali ed estremizzate: Berlusconi e la Lega interpretano pienamente questa crisi e ne vorrebbero essere gli epigoni nella direzione dell'antipolitica.
Il ciclo breve del governo delle destre si è concluso ma il ciclo lungo del berlusconismo non è finito per sempre e il suo riproporsi non è impossibile.
Le destre hanno subito una secca sconfitta popolare con il referendum sulla controriforma della Costituzione. A tal proposito, va respinto ogni tentativo di “grande riforma” e di accordi con le destre per presidenzialismi e federalismi corporativi.
Dal pericolo del riproporsi delle destre non se ne esce rimanendo a guardare o peggio inseguendole sul loro terreno, bensì con un progetto di lungo respiro, costruendo una alternativa al modello sociale e culturale che propongono, rompendo il loro blocco sociale, portando fino in fondo l'offensiva per il rispetto del programma dell'Unione, soprattutto praticando l'autonomia e l'indipendenza dei movimenti dal governo.
Il continuismo nelle politiche economiche, in quelle sociali, nelle relazioni internazionali, al contrario, favorirebbe la rivincita delle destre.
Dall'antipolitica non si esce con il ritorno alla vecchia politica ma nella direzione di un'altra politica che collochi la centralità del suo agire nella società, che abbia come fine e come mezzo la costruzione di partecipazione, di una nuova densità delle relazioni sociali, di nuovo spazio pubblico, che pratichi l'autonomia dei movimenti.
La crisi della politica investe direttamente anche noi. Un “noi” largo, un “noi” Rifondazione Comunista, un “noi” associazioni, movimenti, forze che guardano a un orizzonte qualitativamente differente da quello attuale.
Un “noi” che va investigato anche nella dimensione di noi come partito, le sue regole, il suo funzionamento, la sua internità a un sistema di partiti, alla rappresentazione attuale della politica, ai costi della politica.
Un “noi” che non risparmia anche le pratiche di movimento, le sue forme di relazione, anche quelle generali dei Forum sociali. Dobbiamo investigare i caratteri di questa crisi nei suoi elementi di fondo e nei caratteri specifici che assume la crisi della forma partito nel contesto della crisi del sistema politico italiano.
Un sistema malato alla radice dalla sussunzione della politica dentro le grandi lobbies del potere economico e finanziario, un intreccio perverso, corrotto e corruttivo tra politica, affari, incrostazioni corporative.
Un sistema malato alla radice nel suo proporsi onnivoro, pervasivo di una trama che avviluppa tutti i gangli della società, la sfera delle competenze e dei saperi.
Un sistema malato alla radice incapace di guardare alle generazioni future, alle risposte da dare alla crisi dell'ambiente e dei grandi cicli che consentono la vita sul pianeta.
Un sistema malato alla radice nella sua autoreferenzialità, nel proporre un apparato politico istituzionale separato, un sistema che utilizza la politica come un approdo, un salto di appartenenza sociale, l'ingresso in un club esclusivo e privilegiato, dal quale non si esce.
Un sistema malato alla radice, specialmente nel sud, nelle aree più emarginate e difficili del Paese, dove la separatezza della politica si fa notabilato e la crisi della politica assume il carattere di emergenza democratica, legalità, affermazione del diritto.
Le politiche fino ad oggi praticate dai governi nazionali hanno prodotto seri guasti nel Mezzogiorno contribuendo ad acuire la fragilità del tessuto sociale, economico e culturale. Da qui l'urgente esigenza di una rinnovata riflessione sulla questione meridionale, nella quale confluiscano tanto il tema del ritardo di una parte del Paese, quanto le nuove problematiche prodotte dai processi di trasformazione neoliberista.
È forse proprio sul tema del Mezzogiorno che oggi il partito incontra le maggiori difficoltà di intervento. Ciò a causa di due elementi principali: da un lato, le condizioni oggettive in cui il partito si trova ad operare, considerato che le trasformazioni intervenute a livello globale (in primo luogo sul terreno occupazionale) hanno esasperato, nel Mezzogiorno, pratiche paternalistiche e clientelari mai del tutto scomparse e rafforzato la presa delle organizzazioni mafiose sul mondo del credito e dell'impresa; dall'altro, la forte egemonia culturale delle classi dominanti, congiunta alla strutturale debolezza delle organizzazioni di massa, anche nelle stagioni di grande mobilitazione.
Oggi s'impone pertanto da parte del partito un intervento teso a promuovere, attraverso il protagonismo delle istanze territoriali e l'impegno di tutte le figure istituzionali, una nuova politica meridionalista, che guardi all'emergenza del Mezzogiorno come a una chiave per la risoluzione dei più gravi problemi occupazionali e di legalità, democrazia e giustizia di tutto il Paese.
Il partito dispone oggi dei mezzi materiali, intellettuali e morali per muovere un primo decisivo passo in questa direzione, attraverso lo svolgimento di una Conferenza nazionale per il Mezzogiorno, in occasione della quale definire adeguate strategie di intervento. Ma un siffatto impegno richiede una nuova capacità organizzativa e specificamente la volontà di restituire centralità alle istanze territoriali e di base quale garanzia di partecipazione e quale argine alle derive maggioritarie talvolta riprodotte nelle istanze superiori.
L'apparato politico istituzionale ha costi insostenibili che i processi degli ultimi anni, nella direzione della sottrazione di competenze e risorse allo Stato e al sistema pubblico in genere, ha enormemente amplificato.
Il medesimo sistema elettorale, la sua distorsione maggioritaria, il sistema delle preferenze, specialmente in alcune aree del Paese, non sono estranei al processo di degenerazione della politica, anzi ne sono concausa.
I processi di accentramento delle competenze e dei poteri essenziali negli esecutivi, il conseguente svuotamento di funzioni delle assemblee elettive, le modifiche intervenute con le modifiche al Titolo V della Costituzione, il processo avviato in alcune realtà del Paese nella direzione di una rottura dell'unitarietà delle prestazioni sociali e dell'esigibilità dei diritti sono elementi che aggravano la crisi della politica.
Le privatizzazioni gigantesche effettuate negli ultimi non hanno affatto determinato una separazione dei ruoli tra politica, economia, affari. Al contrario, hanno determinato una commistione ancora più forte e malata.
Un capitalismo cannibale che, data per persa la competizione internazionale sulla qualità del prodotto e sull'innovazione, ha finito per sbranarsi in una competizione tutta ripiegata all'interno per dividersi le spoglie di quello che già c'è .
Dentro questo sistema di complicità tra vecchia politica e vecchie imprese, il morto mangia il vivo, e anche la politica del cambiamento e le sue forme organizzate vengono coinvolte dentro questa crisi.
Affermiamo che deve esserci una coerenza tra le forme dell'organizzazione della politica e il fine della politica. Una politica dell'alternativa non può non avere forma e modalità di organizzazione della politica coerente alla propria idea di società.
Senza la pratica di una moderna diversità non vive una forza comunista all'altezza dell'alternativa.
L'autoriforma è stato un tentativo generoso, che ha anche portato alcuni risultati importanti, ma si è dimostrato sostanzialmente inadeguato ad affrontare i veri nodi delle nostre difficoltà, inadeguato rispetto alla dimensione generale del problema posto dalla crisi della politica e di quello specifico del sistema politico italiano, incapace di invertire le tendenze a un irrigidimento e una involuzione della vita interna del Partito e a un offuscamento del suo carattere di massa, aperto e partecipato.
Questo non vuol dire che non vi sia stato un rinnovamento nei gruppi dirigenti, al centro e soprattutto nei territori, un ricambio generazionale, inteso non soltanto dal punto di vista anagrafico ma da quello della cultura politica.
La contaminazione del movimento del movimenti ha profondamente segnato, anche dal punto di vista dell'agire politico e del formarsi di un nuovo gruppo dirigente largo, la vita del Partito.
L'esperienza concreta dei giovani comunisti, il formarsi di sedi di elaborazione e di pratica politica, come il Forum delle donne, la capacità di svolgere conferenze aperte delle lavoratrici e dei lavoratori, dei migranti, la capacità di promuovere centri di ricerca e di studio aperti, il lavoro attivo dei Dipartimenti. Specialmente in alcune realtà territoriali si sono fatti esperimenti positivi, si sono praticate innovazioni coraggiose: una ricchezza che ha accresciuto la nostra capacità di relazione esterna e di incidenza nella società.
Tutto questo rappresenta una ricchezza, un patrimonio che non va disperso ma accresciuto.
Una discussione vera e senza reticenze sulle nostre difficoltà e le nostre inefficienze non deve mettere in secondo piano quanto di positivo e di innovativo è stato sperimentato in questi anni. Lo studio e la valorizzazione delle “buone pratiche” deve essere uno dei punti di approfondimento della Conferenza di Organizzazione, sia territorialmente che a livello centrale.
Il problema è che, però, tutto questo non incide sostanzialmente sul funzionamento generale del Partito, nelle sue pratiche complessive.
Dobbiamo avere la consapevolezza di questo limite: l'innovazione di cultura politica che ha attraversato il Partito, dal punto di vista dell'elaborazione e della sua applicazione, ha vissuto quasi indipendentemente dalla vita del partito, alle sue forme di relazioni, non ha significativamente inciso su di esse. Anzi, spesso, quell'innovazione si è imposta “malgrado” la vita del Partito.
Occorre nominare i guasti che si sono prodotti.
Irrigidimento correntizio che si è trasformato in una gabbia, un ingessamento del dibattito, una strozzatura della democrazia.
Maschilismo nelle modalità generali d selezione dei quadri e dei gruppi dirigenti, incapacità di praticare il tema decisivo della differenza di genere che pure, astratta- mente, si è assunto.
Autoreferenzialità dei gruppi dirigenti, incapacità di mettersi in relazione con il Partito diffuso.
Separatezza dei gruppi istituzionali, anche nelle modalità di selezione e soprattutto in quelle delle forme di relazione con il partito largo e i movimenti.
Fenomeni, anche inquietanti, dell'affacciarsi dentro il Partito di comitati elettorali.
Verticismo, rapporto centro e territori impostato su criteri sostanzialmente accentrati.
Affrontare con determinazione e spirito di verità la nostra crisi dentro la crisi più generale della politica e la sua ulteriore degenerazione dentro il sistema politico italiano, non vuol dire affatto sottovalutare o mettere tra parentesi l'enorme valore del corpo militante volontario rappresentato dalla comunità di Rifondazione Comunista.
Questa forza rappresenta un valore enorme: oltre 90 mila iscritti, una rete di circoli che si estende in tutto il Paese e nei posti di lavoro, una organizzazione complessa di gruppi dirigenti locali e centrali, gruppi istituzionali in tutte le istituzioni rappresentative, dal Parlamento Europeo ai Municipi, presenza attiva in tutte le organizzazioni di massa democratiche, un quotidiano, numerose riviste. Possiamo dire che non esiste una lotta di lavoro, una vertenza territoriale, lotta per i diritti dei migranti, su quelli sociali e delle persone, da quelle generali a quelle più locali o particolari, che non veda il coinvolgimento o la presenza del nostro Partito e/o dei nostri militanti.
Una trama di relazioni con realtà sociali, movimenti, associazioni estesa, una capacità di coinvolgimento che va oltre il nucleo più militante e gli iscritti e riesce a coinvolgere interi pezzi della società.
Le Feste di Liberazione, che basano la propria possibilità di riuscita sulla militanza e sulla capacità di coinvolgimento di energie anche fuori dal Partito, rappresentano bene la realtà della nostra forza basata sul volontariato e la gratuità.
Una forza non nostalgica, non chiusa, non testimoniale che, al contrario, sa contaminarsi con altre culture, è capace di rinnovarsi.
La forza di Rifondazione Comunista sta nell'innovazione di cultura politica che ha prodotto nel campo plurale delle sinistre.
Rifondazione Comunista ha scelto di essere partecipe del movimento dei movimenti e di contaminarsi con le culture politiche che lo attraversano.
La straordinarietà di questa forza è riconosciuta fuori di noi, in primo luogo dai movimenti e dalle realtà sociali più avanzate del Paese, ha prodotto una trama di relazioni in Europa e nel mondo.
Abbiamo colto tra i primi la straordinaria novità del movimento dei movimenti, allorché molti, anche a sinistra, lo guardavano con sospetto e aristocratica superiorità.
Abbiamo svolto una riflessione per una contaminazione con le culture critiche della globalizzazione capitalistica, assunte come costituenti un nuovo pensiero di critica e di trasformazione: il femminismo, l'ambientalismo, il pacifismo, una cultura dei diritti della persona.
Abbiamo svolto una critica radicale allo stalinismo, non dal punto di vista, scontato, delle degenerazioni di un sistema, ma della individuazione della radice di una contraddizione, di un metodo e una pratica del potere separato.
Abbiamo sviluppato una idea dell'autonomia del Partito dal quadro politico, autonomia che abbiamo praticato anche con uno scontro frontale con chi ne voleva contestare alla radice la legittimità.
Vogliamo continuare il percorso della rifondazione comunista: una nuova cultura di rifondazione della politica e della politica della trasformazione in particolare, unire ciò che il 900 ha diviso, uguaglianza e libertà.
L'esigenza politica è la rimessa all'ordine del giorno del problema della trasformazione della società. La nostra prospettiva è il superamento del capitalismo e la costruzione di un nuovo socialismo.
Una idea di liberazione che bandisce ogni doppiezza e/o divaricazione tra la pratica del conflitto qui e ora e un futuro, relegato a un domani che non viene mai.
Il nostro obiettivo è valorizzare la grande forza rappresentata dalla vitalità del corpo attivo del Partito.
Il problema che poniamo è come intervenire per impedire che si frapponga un tappo che impedisce il fluire di questa risorsa, come togliere gli ostacoli che impediscono o limitano la partecipazione democratica, mortificano competenze, saperi, energie che pure a noi si rivolgono, spesso si avvicinano ma, poi, non trovano le condizioni per potersi esprimere. Vogliamo cambiare nella direzione della democrazia e della partecipazione.
Nessuna discussione sulla forma partito e sulla necessità di innovare fortemente in quella direzione, può essere svolta senza una ammissione di realtà: l'assunzione di una responsabilità del gruppo dirigente.
Questo non esaurisce la discussione, la apre, coinvolgendo tutte e tutti.
Il tentativo dell'autoriforma ha esaurito la sua fase, occorre una terapia d'urto, una discussione aperta, senza reticenza, senza nascondere nulla dei mali che affliggono la nostra comunità politica.
Modalità di funzionamento e organizzazione del Partito devono essere coerenti con le finalità di liberazione che perseguiamo.
Pensiamo a una ipotesi: connettere l'ultima Rifondazione Comunista, dal punto di vista dell'innovazione di cultura politica, con la prima Rifondazione, dal punto di vista della partecipazione, la critica al verticismo, al burocratismo, allo spirito del definirsi “liberamente comunisti”.
La conferenza di organizzazione non ha il potere di modificare organismi dirigenti e statuto ma può affrontare seriamente questi problemi e individuare quanto può essere introdotto immediatamente, cosa può essere da subito assunto come sperimentazione, quanto deve essere consegnato alla ratifica del prossimo Congresso.
I punti fondamentali della ricerca che proponiamo sono i seguenti:
Il richiamo necessario all'unitarietà del partito come vincolo anche della sua capacità di espansione non è minimamente da confondere con l'unanimismo né con una pratica di riduzione delle sue forme di discussione, di articolazione delle sue differenti articolazioni politico culturali e di pratica del dissenso. Al contrario, noi riteniamo che il vero nodo sia rappresentato dall'estensione degli spazi di discussione e di pratica delle differenze.
E' per noi l'altra faccia necessaria alla critica del governo e del potere. Gruppi istituzionali o parti di essi che si separano su questioni o decisioni politiche di fondo, a qualsiasi livello, territoriale e nazionale, dalla discussione nei gruppi dirigenti e nel partito diffuso e praticano un'autonomia che si fa autorappresentazione della linea politica, stanno dentro l'idea di uno spostamento delle sedi di decisione nelle stanze separate della politica come istituzione. E' l'utilizzo di una postazione privilegiata in spregio al rispetto della democrazia del dibattito in cui tutte le compagne e i compagni si pongono alla pari. In questo senso, si propone come una pratica che aggrava la crisi della politica.
Ferma restando la legittima libertà di dissenso, da assumere e valorizzare come posizione politica, noi riaffermiamo come elemento di fondo della nostra diversità la prevalenza delle decisioni democratiche dentro al partito rispetto alla pratica della separatezza istituzionale.
Va affermata la democrazia di genere come costitutiva e, quindi, senza possibilità di deroghe nella formazione dei gruppi dirigenti e nelle modalità di svolgimento della vita democratica del partito. Va eliminata ogni doppiezza. Già lo Statuto attuale riconosce la democrazia di genere attraverso la norma che prevede nella costituzione degli organismi dirigenti la presenza paritaria di ciascun sesso e che, comunque, non si può scendere al di sotto del 40% . Il problema è che gli organismi dirigenti, compresi quelli nazionali, non rispettano questa elementare regola. Un punto di avvio, quindi, è che il mancato rispetto di quel vincolo (a partire dal livello del Comitato federale) divenga, se entro un tempo definito non viene corretto, motivo di decadenza dell'organismo medesimo.
Noi concepiamo un contrasto di fondo all'esasperazione correntizia come una occasione decisiva per rompere l'ingessamento del partito dentro logiche che impediscono un vero coinvolgimento e una vera valorizzazione delle competenze e delle energie diffuse.
Ciò riguarda le modalità di selezione dei quadri dirigenti, le forme di funzionamento degli organismi, le modalità di assunzione delle decisioni, le forme di finanziamento della vita democratica interna. Forme democratiche, come anche quelle previste attualmente dallo statuto, di coinvolgimento generale delle iscritte e degli iscritti debbono essere praticate effettivamente.
Vanno valorizzate al massimo discussioni di merito e privilegiato il lavoro collettivo anche su aspetti specifici.
Proponiamo anche di ripristinare il meccanismo per il quale i gruppi dirigenti vengono decisi, almeno parzialmente, durante lo svolgimento dei congressi delle istanze inferiori (il Comitato Politico Federale, nei congressi di circolo e il Comitato Politico nazionale, nei congressi di federazione).
Intendiamo riaffermare l'obbligatorietà di una alternanza, anche temporale, tra impegno nelle istituzioni, lavoro nel partito, impegno nelle organizzazioni di massa, per impedire la separatezza di percorsi istituzionali, di partito e di movimento. Anche questo è un elemento fondamentale per rompere la separatezza dei gruppi istituzionali che incentiva la crisi della politica. Questa necessità di alternanza deve valere a tutti i livelli della vita istituzionale, da quello della Circoscrizione o del Municipio fino al Parlamento nazionale ed europeo, anche se, evidentemente, con modalità e tempi differenti.
La complessità della struttura di governo, a livello nazionale come quella territoriale, deve farci comprendere come esistano funzioni che, anche non strettamente istituzionali, sono connesse ad esse e spesso assumono, per le competenze, i poteri, le retribuzioni, rilievo non inferiore agli incarichi propriamente istituzionali. Abbiamo bisogno di definire una regolamentazione che impedisca le concentrazioni di potere e la chiarezza e la trasparenza delle nomine per la nostra presenza in consigli di amministrazione, enti, rapporti di consulenza, ecc.
La questione concernente l'alternanza negli incarichi deve riguardare anche queste specifiche forme di impegno.
Tanto più deve valere la regola generale che impedisce di cumulare incarichi istituzionali, tale da riguardare anche gli incarichi ricoperti dentro Consigli di amministrazione e altri istituti di nomina nelle Assemblee e nelle Giunte.
Eventuali eccezioni (per esempio il segretario del partito) devono essere nominate esplicitamente come va affermato che eventuali deroghe debbano essere decise in modo tale che non possano essere prese senza una maggioranza qualificata.
L'inchiesta deve diventare il centro di una nuova capacità di ascolto, di radicamento del partito e della definizione partecipata delle priorità dell'agenda politica e delle iniziative, superando una pratica che, al centro come nei territori, spesso privilegia l'autoreferenzialità. Anche in questo caso, la verifica del lavoro svolto e la capacità di valorizzare ed estendere le “buone pratiche” diviene un elemento decisivo.
La costruzione del radicamento nei territori e la costruzione di relazioni con i movimenti e le vertenze sono elementi decisivi della rifondazione di una nuova idea della politica e del rapporto tra di essa, la società e i movimenti. E' necessaria una nuova trama di relazioni tra centro e territori e di decentramento di funzioni e decisioni.
Pensiamo anche a una nuova relazione tra la funzione dei dipartimenti nazionali, coordinamenti e reti nazionali, il lavoro concreto delle federazioni e dei circoli, alla messa in rete e alla circolazione di esperienze territoriali, alla costruzione, attraverso questa nuova trama di relazioni, di campagne, mobilitazioni, vertenze.
La formazione all'agire politico organizzata dal partito può fornire strumenti critici per meglio conoscere, analizzare e interpretare la realtà presente, i processi sociali e quelli storici, rendendo la militanza politica più consapevole, finalizzata ed efficace. Essa contribuisce alla costruzione nel partito di una comunità politica consapevole, critica, solidale ed includente se è permanente, diffusa e attiva.
Una riflessione, infine, pensiamo vada fatta rispetto al funzionamento degli organismi dirigenti nazionali: la direzione e l'esecutivo. Noi affermiamo che il fare è almeno altrettanto importante del discutere e che le sedi di decisione, programmazione, verifica delle campagne nazionali e locali e delle mobilitazioni è altrettanto importante della fase di discussione e verifica della linea politica. Questo non significa che non si debba prendere atto che una divisione netta di ruoli e funzioni, un mancato coinvolgimento di esperienze e responsabilità hanno determinato disfunzioni che vanno affrontate.
L'autofinanziamento è elemento fondamentale della vita del partito e garanzia della sua autonomia e indipendenza.
Il tema delle risorse economiche deve, quindi, tornare ad essere centrale nella discussione del partito a tutti i livelli. Per questo la discussione e l'approvazione dei bilanci non possono essere più considerati come l'ultimo dei punti all'ordine del giorno. Dalla discussione partecipata sui bilanci (come sulla lotta ad ogni forma di spreco ed eccesso di spese) può scaturire una maggiore cura e coscienza della necessità delle risorse economiche per la realizzazione dell'attività politica. E proprio per questa ragione occorre dare centralità alle attività di autofinaziamento, invertendo la tendenza che registra la contribuzione da parte dei nostri compagni impegnati nelle istituzioni sempre più prevalente rispetto a tutte le altre. L'idea e la pratica della partecipazione si realizzano anche come capacità di autofinanziamento. Dobbiamo cogliere l'opportunità di questa fase politica in cui maggiori sono le risorse trasferite dalla direzione ai territori per impegnarci in maniera più attenta nel radicamento, nel rafforzamento e nella ricerca di nuovi consensi che possono tradursi a loro volta anche in maggiore capacità di autofinanziamento.
Dentro questo percorso sta anche il tema dei nuovi strumenti di comunicazione, quelli messi in campo dai dipartimenti nazionali, quelli dei territori, il ruolo e le possibilità di rilancio di Liberazione e degli altri strumenti esistenti nelle diverse articolazioni delle nostre strutture.
Su questi temi, riteniamo utile svolgere entro il 2007 uno specifico momento di discussione, elaborazione e proposta.
Va data piena centralità alle strutture di base. Esse vanno potenziate, ampliate, fornite di poteri e mezzi di funzionamento superiori agli attuali, sono i punti essenziali della sperimentazione e dell'innovazione.
Allo stesso tempo, vogliamo ampliare il concetto di struttura di base. Rompere la sacralità della struttura piramidale del partito vuol dire innanzitutto spezzare il meccanismo per il quale si riproduce a tutti i livelli, da quello nazionale, a quello regionale, a quello di federazione, a quello di circolo di territorio e di lavoro, una struttura e un meccanismo di funzionamento che sono pressoché identici e riprodotti meccanicamente finanche nella loro struttura interna.
Ancora più in fondo, pensiamo che va superata una idea e una pratica della politica totalizzante e che si impone sostanzialmente per una modalità di funzionamento generalista.
Noi vogliamo affermare, anche secondo una pratica sperimentata nei movimenti, che è possibile una adesione e una pratica che partendo da una parzialità si riconnette a una idea generale di trasformazione.
Pensiamo che si possa pensare di poter dare vita, accanto ai circoli territoriali e di lavoro, a circoli tematici, di movimento, di pratica della differenza. Circoli che abbiano gli stessi diritti e doveri dei circoli territoriali e di lavoro, costituiti con decisione del comitato politico di federazione come avviene per i nuovi circoli territoriali e di posto di lavoro.
Naturalmente vanno affrontate tutte le problematiche che questa innovazione può comportare, prima fra tutte, su scala cittadina e metropolitana, la capacità di ricomporre ad unità una rappresentazione del partito che si fa più articolata e frastagliata, evitare degenerazioni che possano portare a una evidente frammentazione.
Va approfondita la possibilità di connettere queste esperienze dentro coordinamenti e reti di scala più vasta, territoriale e nazionale, anche per permettere la circolazione di esperienze e di non disperdere energie diffuse.
L'obiettivo è un salto nel radicamento e nell'espansione del partito, anche nelle sue forme di adesione e partecipazione.
In questo contesto, vanno affrontate le differenze che si presentano tra una pluralità di circoli che insistono nelle aree metropolitane e nei centri più grandi (più circoli nel medesimo spazio urbano, città, municipio, circoscrizione, quartiere o piccolo comune, in cui la pluralità di esperienze e di pratiche richiede la capacità di razionalizzare le forze e ricondurre all'unitarietà dell'azione del partito, prevedendo statutariamente il coordinamento di ambito territoriale, necessario anche per le federazioni che insistono nella medesima provincia) e le realtà più piccole e sparse in cui l'accento è da porre su come favorire un radicamento e un coordinamento che non faccia smarrire energie che separate possono disperdersi ma, al contrario, determini la possibilità di un accumulo.
La separatezza della sfera politica è uno dei problemi fondamentali per il movimento operaio e per tutte le istanze di trasformazione sociale. Oggi più di ieri è aperta questa domanda: se la partecipazione democratica non deve essere vanificata e ridotta ad una rappresentanza meramente formale, come può essa divenire protagonismo politico di massa, interruzione della separatezza istituzionale, intervento diretto sulle scelte di governo? Si tratta di interrogare la composizione politica delle lotte per collocarvi l'organizzazione del partito e concepire questa organizzazione come inseparabile dalla più generale organizzazione politica delle nostre classi di riferimento. Quando un partito comunista, che si concepisce di massa, è impegnato in una coalizione democratica di governo a prevalenza moderata, questa esigenza si fa ancora più stringente. È evidente che un partito che pratichi alleanze politiche e collaborazioni di governo si muove anche in ambiti che sono interni, nella situazione data, alla sfera della mediazione istituzionale. Il problema decisivo riguarda, però, l'esistenza o meno, nell'azione e nella cultura del partito, della capacità di esporre costantemente questo suo ruolo all'autonomia dei movimenti di massa per trarre da questa gli impulsi strategici essenziali. La verifica fondamentale resta dunque quella dell'interlocuzione diretta con il mondo del lavoro produttivo in tutta la sua centralità e pervasività sociale.
Nel vivo della discussione sulla legge finanziaria, la protesta politica degli operai e della Fiom a Mirafiori, la loro serrata critica della propensione concertativa nel sindacato e dell'ipoteca moderata sul governo dell'Unione, costituiscono per noi una probante indicazione che ha una straordinaria valenza generale: gli uomini e le donne costretti al lavoro salariato o da esso espulsi, i giovani in cerca di lavoro o catturati nella trappola della precarietà, le lavoratrici e i lavoratori ripropongono un loro protagonismo e ci indicano un terreno di lotta politico e generale. A partire da qui la costruzione della nostra organizzazione deve trovare la base materiale di massa per scomporre il blocco sociale neo- liberista e i suoi dispositivi istituzionali di controllo e comando.
In questo percorso, riveste particolare rilievo il radicamento ed il coordinamento della nostra iniziativa nei luoghi di lavoro. A tale proposito, ci proponiamo di dare vita entro il 2007 alla conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici.
Se pensiamo ad una nuova forma dell'adesione e della partecipazione dobbiamo saper utilizzare anche nuovi strumenti. L'obiettivo della costruzione dell'alternativa dal basso, materializzato nell'esperienza dei movimenti, deve contaminare anche il partito nella ricerca costante di farsi società, di articolarsi anche in strutture e spazi sociali.
Dare vita ad una associazione, costruire un progetto di cooperazione internazionale, saper trasformare lo spazio vuoto di un circolo in uno vivo, occupare un centro sociale, organizzare un comitato su una vertenza territoriale o una rete di mediattivisti: sono solo alcune delle esperienze di sperimentazione e autorganizzazione che il partito tutto deve assumere come centrali e non semplicemente come accessorie.
Il punto di partenza di questo ragionamento non può non essere la valorizzazione delle esperienze di questo tipo che nel partito esistono già, con l'obiettivo di favorirne la moltiplicazione e la capacità di contribuire alle scelte politiche del partito.
Vanno assunte concrete misure di carattere statutario e regolamentare concrete per impedire il riprodursi e l'estendersi di comitati elettorali, di spese personali e/o personalistiche durante le competizioni elettorali che possono rappresentare elementi di smarrimento della nostra diversità e di sussunzione dentro la logica della politica che si fa penetrabile da lobbies e poteri economici esterni.
Ciò riguarda scelte bene precise: votazioni democratiche per la scelta dei gruppi dirigenti e delle candidature, sulle scelte di merito nazionali e locali, pratica costante del coinvolgimento dei gruppi dirigenti larghi, centrali e territoriali e degli iscritti alle scelte, utilizzo degli strumenti previsti dallo Statuto, compreso il ricorso al referendum, nuova trama di relazioni tra centro e territori, decentramento di funzioni e decisioni. Occorre estendere la pratica del voto individuale e segreto nelle elezioni degli organismi dirigenti.
Maggiore pubblicità del dibattito degli organismi dirigenti a tutti i livelli con l'obiettivo di favorire la circolazione orizzontale delle informazioni che contribuiscono ai processi decisionali, anche attraverso un utilizzo costante degli strumenti tecnologici della democrazia telematica, oltre che degli strumenti classici su carta stampata: giornale, fogli di informazione, lettere.
La democrazia riguarda anche le modalità e i tempi di svolgimento della vita democratica dentro il partito, che devono essere tali da non essere oggettivamente impedenti la partecipazione. Dare tempi certi alle riunioni, evitare il loro appesantimento, evitare interventi ripetitivi o sviare dall'ordine del giorno previsto può contribuire a dare un “senso” anche rispetto al tempo che ognuno può o vuole dedicare alla politica.
Interventi, in presenza di situazione di difficoltà interna o di crisi, da parte dei livelli centrali del partito sui livelli territoriali, devono essere operati dagli organismi politici e dagli organismi esecutivi nella loro interezza e, se del caso, affidati agli organismi di garanzia.
Il rafforzamento della capacità di iniziativa esterna del partito, su scala ampia e coordinata, richiede che i dipartimenti di organizzazione assumano a questo proposito un ruolo fondamentale.
Abbiamo costruito Rifondazione Comunista quando sembrava impossibile, allorché si affermava come la storia fosse finita, che l'unico orizzonte possibile fosse quello della globalizzazione capitalistica, che l'unico obiettivo praticabile fosse quello di un temperamento degli effetti prodotti dalla sua forza arrembante.
Non intendiamo rinunciare a Rifondazione Comunista oggi che neoliberismo e guerra hanno prodotto una crisi lacerante e che il tema della trasformazione ha trovato una nuova attualità dentro l'onda lunga dei movimenti.
L'autonomia politica, culturale e organizzativa di Rifondazione Comunista è un valore per l'oggi e per il domani.
Questa autonomia non si tramanda attraverso una statica continuità.
Senza una innovazione profonda e radicale, anche delle modalità dell'agire politico e delle sue forme di relazione, l'autonomia diviene autoreferenzialità e afasia.
Non è stato agevole il nostro cammino.
Abbiamo attraversato fasi drammatiche che hanno messo a rischio l'esistenza stessa del Partito.
Questa lotta ha attraversato due fasi principali.
Il tentativo di impedire la nascita e la crescita di una forza comunista radicata nella società e influente nel quadro politico. Questo obiettivo è stato sostenuto anche con i tentativi di modifica del sistema elettorale in modo da rendere impraticabile il tentativo di scalare la rappresentanza istituzionale.
Il tentativo di cancellare l'autonomia politica e culturale del Partito, forzandola dentro la gabbia del quadro politico assunto come vincolo esterno.
Questa è stata la fase della rottura del 1998 e quella immediatamente successiva.
Questi pericoli non sono fuori dalla possibilità di riproporsi.
Si riaffaccia la tentazione della scorciatoia della modifica del sistema elettorale in senso radicalmente maggioritario.
Il pericolo di una sussunzione del partito, a livello dei governi territoriali e in quello nazionale, dentro una logica che privilegia le compatibilità del quadro delle alleanze rispetto ai contenuti di cambiamento, così come il prevalere del potere di condizionamento delle posizioni di governo e di ruoli connessi a questa funzione, sono sempre incombenti senza la pratica dell'autonomia, dell'indipendenza del partito e dei movimenti dal governo, l'affermazione della prevalenza delle decisioni dentro al partito e la critica radicale a chi pretende di praticare la separatezza dei gruppi istituzionali. Noi ci battiamo con grande forza contro il possibile riproporsi di questi pericoli. Al tempo stesso, pensiamo che, dentro il campo plurale delle sinistre, oggi si possa aprire una nuova fase: quella del riconoscimento di una sfida di lungo periodo sull'idea di società e sulle soluzioni alle grandi contraddizioni prodotte dal neoliberismo e dalla guerra.
Una sfida che parte dal riconoscimento della reciproca legittimità dei progetti messi in campo e che, proprio per questa ragione, può consentire di attraversare fasi di collaborazione e di alleanza dentro la lotta mortale contro le destre e il precipitare dentro il conflitto di civiltà.
Sinistra Europea e Partito democratico sono le due ipotesi in campo dentro questa competizione.
Senza la linea che ha segnato la stagione politica di Rifondazione Comunista: l'innovazione di cultura politica, la centralità del rapporto con i movimenti, la pratica dell'autonomia che permette di non considerare dentro il campo delle sinistre e in quello democratico, l'altro come un alleato o un nemico pregiudiziale, quelle sfide non sarebbero state vinte.
E' l'innovazione prodotta in questi anni da Rifondazione Comunista e l'originalità della sua linea politica che ci permettono oggi di proporci un'ipotesi più ambiziosa: un'alleanza plurale, dentro una comune ispirazione di cultura politica e di pratica di movimento.
La storia non è finita. La pretesa della globalizzazione capitalistica di poter essere considerata l'approdo della storia umana, l'assetto definitivo della società, l'illusione delle magnifiche sorti dello sviluppo senza contraddizioni, sono in crisi. Tutto il mondo delle idee, dei valori, delle conseguenti politiche economiche e sociali, il sistema delle relazioni internazionali hanno perso la loro spinta propulsiva, la loro capacità di attrazione e convincimento, il loro essere egemoni.
Travolto dal fallimento delle sue ricette presentate come verità dogmatiche, il neoliberismo smarrisce la sua capacità di ammaliare governi e popoli.
Il neoliberismo in crisi, però, non è meno pericoloso.
Nella sua fase di ascesa cercava di travolgerci come un ostacolo frapposto alla sua avanzata. Nella sua crisi, rischia di seppellirci con le macerie prodotte dal suo fallimento.
Analogamente, con la teoria e la pratica della guerra preventiva. Il suo fallimento è evidente: il terrorismo è più forte ed esteso di prima, laddove si è esportata la guerra, non solo si è prodotta morte e distruzione, ma neppure si è determinata alcuna pacificazione, anche se imposta con le armi. Anzi, è avvenuto il contrario: i conflitti si ampliano, l'instabilità cresce. L'espressione “hanno fatto un deserto e l'hanno chiamata pace” non si applica alla guerra preventiva degli USA. Il deserto provocato crea nuovi e più estesi fuochi.
Un mondo è in crisi per i fallimenti provocati ma la sua crisi è anche prodotta e amplificata perché un mondo nuovo è in cammino, un mondo annunciato dall'irrompere dei nuovi movimenti contro la globalizzazione capitalistica in questo nuovo secolo.
Questi movimenti hanno colto il cuore della contraddizione: lo spostamento delle decisioni in organismi ademocratici, sopranazionali, apparentemente tecnici. Hanno fatto leva sulle forze possibili del cambiamento, determinando un terreno fecondo per una nuova unificazione: le medesime politiche sono responsabili sia dell'ampliarsi delle disuguaglianze, dell'aumento della povertà e dello sfruttamento del Sud del mondo che dello smantellamento del sistema delle garanzie sociali e delle tutele del lavoro nel Nord del mondo.
Questi movimenti hanno posto il tema della sottrazione al dominio del mercato di beni indisponibili alla logica della mercificazione e del profitto, hanno posto, cioè, il tema di un nuovo spazio pubblico e collettivo, il grande tema dei beni comuni.
Rifondazione Comunista ha deciso di essere interna a questo processo e di essere quindi partecipe di questo movimento mondiale.
Privatizzazioni, liberalizzazioni dei servizi pubblici, abbassamento dei livelli di protezione sociale sono connessi dalla stessa logica alla distruzione delle colture tradizionali, ai tentativi di rottura delle resistenze comunitarie, alla proprietà di brevetti che impongono monocolture e favoriscono l'arbitrio di una riduzione in una condizione servile che altro non è che una moderna forma di schiavitù.
Un vecchio mondo è in crisi perché un nuovo mondo è in cammino, un mondo possibile e necessario ma non necessitato.
Il rischio della precipitazione nell'oscurità di un sistema di dominio sociale e nel baratro della guerra non è fuori dalle possibilità di questo mondo.
La novità annunciata dall'onda lunga dei nuovi movimenti è che la contesa è aperta.
L'Europa è la dimensione minima da scalare per rendere credibile ed efficace il progetto di fondo della costruzione di una alternativa di società. E' l'idea di un percorso per una fuoriuscita dalla gabbia del neoliberismo e dal precipizio della guerra non nell'empireo di una aspirazione intellettuale ma nel concreto di un processo reale, capace cioè di parlare alla storia, alla cultura, al sistema complesso delle relazioni sociali che in Europa si sono sedimentate in questi decenni dentro un processo complesso e contraddittorio.
Il Partito della Sinistra Europea è nato come un tentativo concreto in questa direzione e l'esperienza avviata in questi due anni di vita, parla di una sua affermazione come novità politica che parla all'Europa intera.
La sua medesima composizione parla di una innovazione: una costruzione fondata non sulla fissità di una presunta ortodossia ma, invece, sull'apertura di cultura politica e sulla discriminante dell'internità ai movimenti.
Il Partito della Sinistra Europea è l'unica forza in Europa che ha assunto posizioni unitarie su temi discriminanti come la guerra e il Trattato Costituzionale liberista.
E' proprio grazie a questa operazione politica che il no al Trattato ha assunto un carattere fortemente di sinistra, specialmente laddove, come in Francia, esso è stato sottoposto al voto popolare.
Sulla spinta dell'esperienza politica del Partito della Sinistra Europea si sono determinate le condizioni che hanno permesso la nascita di nuovi soggetti politici della sinistra di alternativa, la cui forza e la cui credibilità sono cresciuti moltissimo, come è il caso della Linke in Germania.
E' questa originale esperienza sovranazionale che ha aiutato in maniera decisiva la possibilità di determinare una interlocuzione positiva tra movimenti, organizzazioni del mondo del lavoro, associazioni e comitati che si battono per la tutela dei beni comuni con la politica a livello europeo, come è stato nella vicenda, per molti versi emblematica, della Direttiva Bolkestein.
Questa connessione si comincia a costruirla anche su altre vicende cruciali, come quelle che riguardano i diritti dei migranti, l'antiproibizionismo, lo stato sociale, un nuovo spazio pubblico europeo.
Uscire dalla strettoia della sola resistenza contro l'aggressione delle politiche neoliberiste per affrontare il tema dell'efficacia delle lotte e della loro capacità di incidenza anche nelle scelte delle istituzioni europee e dei governi, pone il tema di una nuova politica che sappia interloquire con la crescita dei movimenti e connettersi con essi.
Una Sinistra Europea che sappia dialogare con le altre esperienze nel mondo, in primo luogo la Sinistra Latino Americana, che stanno sperimentando forme autonome ed originali di fuoriuscita dal modello neoliberale.
Il Partito della Sinistra Europea è la soggettività politica che in Europa esprime l'ispirazione della costruzione di un nuovo mondo possibile, di un'altra Europa.
La decisione di costruire ed essere parte costitutiva del Partito della Sinistra Europea è stata già assunta dal nostro partito durante impegnativi dibattiti congressuali che hanno visto una discussone ampia e serrata, anche con il confronto tra posizioni tra loro differenti.
Non si tratta di mettere alle spalle la discussione avuta o cancellare le differenze.
Il passo in avanti che proponiamo consiste nel passare dal “se” fare la Sinistra Europea, al “come” tradurre quella ispirazione nella concreta esperienza politica e sociale dell'Italia.
Pensiamo che questa discussione debba coinvolgere tutto il partito in un confronto e una ricerca unitari.
Vogliamo tradurre nella realtà del nostro Paese, la necessità di una soggettività politica che esprima il nuovo europeismo popolare di sinistra.
La Sinistra Europea è il progetto con il quale ci proponiamo di compiere un salto (nei consensi, nell'incidenza dentro la società, nella capacità di crescere). Abbiamo questa possibilità perché abbiamo resistito in questi anni e siamo una forza essenziale per il cambiamento.
Abbiamo questa possibilità perché gli altri ci riconoscono come una forza non nostalgica, che si è messa in discussione e si è rinnovata.
Ha innovato la sua cultura politica in un rapporto di internità con i nuovi movimenti, come con l'assunzione della nonviolenza come scelta del proprio agire politico.
Per questo abbiamo lanciato il progetto della costruzione di un nuovo soggetto. Nuovo, innanzitutto, rispetto alla forma partito.
Noi proponiamo un esperimento concreto nella direzione di una innovazione delle forme dell'agire politico.
Non proponiamo un assemblaggio di gruppi dirigenti di partito e /o grandi associazioni, non chiediamo ad altri di essere cooptati dentro Rifondazione Comunista, non vogliamo sciogliere il PRC.
Parliamo di un doppio superamento: il superamento dell'idea che una soggettività politica si costruisce o per scioglimento, scissione e ricomposizione, oppure attraverso la semplice cooptazione di pezzi dentro la forza più grande; il superamento della divisione dei ruoli tradizionale per la quale ai movimenti spetterebbe la radicalità di un interesse particolare per consegnare poi il testimone al partito cui spetterebbe la mediazione dentro un ipotetico interesse generale.
Pensiamo a una proposta che faccia esprimere la molteplicità dei soggetti interessati alla prospettiva della sinistra europea senza ridurli a uno e, al tempo stesso, garantisca l'unitarietà del profilo culturale e politico, una proposta che permetta una relazione paritetica tra organizzazioni complesse e strutturate su tutto il territorio nazionale e organismi semplici, presenti in un solo territorio (comitati, associazioni, realtà di base), una proposta, infine, che rifugga il metodo della semplice sommatoria o la federazione di ceti politici.
Noi pensiamo alla Sinistra Europea come una struttura di carattere confederale, a rete e policentrica, secondo una maglia di nodi: una maglia verticale (sono le organizzazioni strutturate sul territorio) e una maglia orizzontale, la costruzione di “case della Sinistra Europea” che si costituiscono nelle città.
Ogni organizzazione verticale e strutturata, dentro questa ispirazione confederale, mantiene la propria autonomia e la propria identità e le strutture orizzontali, cui tutti partecipano, possono rappresentare, assieme, il livello di coordinamento e di unificazione dentro esperienze partecipative vere che partono dalle esperienze reali.
Abbiamo proposto, quindi, un patto tra differenti che si riconoscono pari dignità dentro una ispirazione comune di carattere confederale e in cui il consenso rappresenti il metodo di confronto e di decisione.
Pensiamo a un percorso aperto e partecipato.
Un percorso aperto, in cui non esistono soci fondatori che hanno una primazia o un diritto acquisito e nel quale tutti coloro che vorranno aderire lo faranno con uguale dignità e uguale rappresentanza.
Un percorso aperto anche nel senso di intrecciare momenti di riflessione comuni e di vere e proprie relazioni continuative con chi si pone le nostre medesime domande anche se non intende intervenire come aderente alla costruzione del nuovo soggetto.
Un percorso partecipato perché sollecita partecipazione, idee e contenuti dal basso.
Un percorso partecipato perché ha aperto un processo costituente che mette assieme organizzazioni e reti nazionali con le esperienze originali del territorio.
La Sinistra Europea non è la risposta a come far pesare la sinistra dentro l'esperienza di governo perché la sua costruzione guarda ai tempi lunghi della costruzione dell'alternativa non quelli brevi del passaggio di fase.
La Sinistra Europea non è la risposta al Partito Democratico perché è un progetto che si fonda sulla propria autonomia, la sua ispirazione è nel movimento dei movimenti non nella sfera autoreferenziale delle relazioni politiche.
La Sinistra Europea è la modalità con la quale ci proponiamo la costruzione della sinistra di alternativa in Italia, rifuggendo il metodo della sommatoria dei partiti, costruendo un altro modo di organizzazione della politica e della rappresentanza.
La Sinistra Europea è un laboratorio ma non si costruisce in laboratorio.
Siamo dentro un conflitto aperto per l'affermazione di una discontinuità nelle politiche economiche e sociali e in quelle internazionali. Stiamo conducendo questo confronto con piena autonomia, assumendo una centralità indiscutibile, realizzando risultati evidenti nella direzione della discontinuità necessaria.
Ma, questo conflitto non è concluso e non si esaurirà ma accompagnerà tutta la stagione politica del governo dell'Unione.
Nuove e più impegnative sfide ci attendono. Affermare una discontinuità con le politiche delle destre e prospettare una alternativa al modello sociale regressivo che esse propongono è la sfida decisiva.
In questo passaggio di fase, siamo per alternanza contro la tentazione della grande coalizione; la nostra prospettiva, che già oggi prepariamo dentro un conflitto aperto, è l'alternativa di società.
Oggi il vero rischio è una curvatura moderata dell'asse politico e culturale del governo dell'Unione, una sua sussunzione dentro le logiche dettate da una sorta di “grande coalizione materiale”, un asse tra poteri economici e finanziari, grandi organi dell'informazione, forze moderate.
Ma il punto che vogliamo affermare, dentro un confronto e un conflitto aperti, è che questa curvatura moderata, questo prevalere di una logica continuista, dentro l'orizzonte dettato dalle vecchie logiche fallite del neoliberismo, rappresentano il “cavallo ruffiano” che permette la rivincita delle destre e preparano la regressione sociale e democratica che questa consentirebbe.
Noi, al contrario, ci battiamo per un'altra prospettiva.
Ci battiamo per una discontinuità forte, la discontinuità che chiede quella che definiamo “Unione materiale”, ovvero il tessuto sociale e democratico, le forze del lavoro e dei movimenti che hanno innervato negli anni scorsi l'opposizione sociale al governo delle destre e consentito la sua sconfitta, la discontinuità che chiede con forza il popolo dell'Unione.
La fuoriuscita dalla condizione della precarietà è la linea di fondo che deve permeare la stagione riformatrice che proponiamo.
Pensiamo che sia decisiva la forza di una pressione sociale e di un conflitto che incida direttamente sulle priorità delle scelte politiche e sull'agenda dell'azione di governo L'autonomia e l'indipendenza dei movimenti dal governo sono essenziali per vincere questa sfida che sarebbe già persa se si smarrisse la forza dell'autonomie delle lotte, sostituendola magari con una delega al partito amico dentro il governo.
Siamo in una competizione di lungo periodo con la sinistra moderata sul modello di società e sulle grandi contraddizioni dell'epoca moderna.
La costruzione della Sinistra Europea in Italia non sta fuori questi crocevia che decidono il futuro prossimo e lontano del Paese e delle sinistre.
Testo coordinato con gli emendamenti approvati e che sono stati presentati dai compagni:
Imma Barbarossa, Bianca Bracci Torsi, Alberto Burgio, Maria Campese, Mimmo Caporusso, Guido Cappelloni, Bruno Casati, Pino Ciano, Francesco Cirigliano, Aurelio Crippa, Elettra Deiana, Daniela Dioguardi, Alessandro Fucito, Rina Gagliardi, Claudio Grassi, Enzo Jorfida, Donatella Linguiti, Elisabetta Piccolotti, Vincenzo Pillai, Patrizia Poselli, Rosa Rinaldi, Franco Russo, Mimmo Serrao, Bruno Steri, Walter Tanzi, Rosa Tavella, Luigi Vinci.