Partito della Rifondazione Comunista - Conferenza di organizzazione 2007

L'attualità della rifondazione comunista

Documento alternativo respinto.

L'attualità della rifondazione comunista

Introduzione

1. La conferenza di organizzazione del Prc costituisce un'occasione di confronto e di approfondimento molto importante. Il partito si trova infatti in una condizione molto delicata: all'interno di un governo che non riesce a operare una reale discontinuità con le fasi precedenti; dentro a movimenti che oscillano tra la delega alla politica e l'attesa di una fase migliore; in un quadro internazionale in rapido mutamento dove alla fase dell'unilateralismo statunitense si sta per sostituire una gestione multilaterale della guerra con l'apporto dell'Europa e dei partiti della sinistra; alla vigilia di scomposizioni e ricomposizioni della sinistra che segnalano la chiusura di un ciclo.

2. La conferenza sarebbe quindi l'occasione per un confronto reale che, senza replicare il congresso, facesse il punto sullo stato del partito in relazione alla sua linea politica e al progetto di lavoro in corso. I primi otto mesi di vita del governo Prodi offrono infatti elementi di giudizio innegabili e su questa base si potrebbe capire quanto dello stato attuale del partito sia da collegare alla linea, quanto il partito riesca a gestire “la lotta e il governo”, dove operare miglioramenti o cambiamenti radicali.

3. Il fatto che questa conferenza si svolga in forme ingessate, prive di una reale consultazione degli iscritti sulla proposta nazionale e con una limitazione delle proposte alternative non ci allarma solo sul piano della democrazia interna ma ci fa pensare che un'opportunità rischia di essere persa. L'obiettivo di questo documento non è quello di dare vita a una conta interna tra aree alternative e nemmeno di fare una conferenza sulla collocazione al governo, quanto di offrire un progetto alternativo a quello della maggioranza - incentrato sul rapporto gerarchico Sinistra Europa-Prc - che abbia un legame solido tra il contenuto e il contenitore.

4. Pensiamo che la fase storica in cui viviamo esiga un approfondimento del tema del cambiamento possibile, dell'attualità della rifondazione e quindi del soggetto di questo cambiamento. E' in questo senso che pensiamo al ruolo del partito, a uno strumento necessario alla trasformazione della società e quindi ambito indispensabile di un impegno militante. Un partito strumento, un partito necessario. Questo partito è stato finora Rifondazione comunista e pensiamo che debba continuare ad esserlo. Il suo superamento può essere positivo se si dirige verso un rafforzamento di un progetto anticapitalista ma anche femminista, ecologista, internazionalista, che preservi le caratteristiche del partito militante. Superare il Prc per costruire contenitori privi di anima non ci interessa e meno che mai ci interessa partecipare a un'ipotetica “rifondazione socialista”.

5. Dopo la fase della resistenza, dopo quella dei movimenti, noi oggi viviamo la “Terza fase della rifondazione: questa può alludere al proprio dissolvimento oppure costruire un poderoso passo avanti verso una rifondazione comunista che continui a riflettere sulla rivoluzione sociale e sull'alternatività alla sinistra social-liberista. La strada del governo non aiuta in questa seconda direzione e per questo l'abbiamo avversata e continuiamo ad avversarla. Ma questa direzione di marcia resta la nostra bussola così come, pensiamo, quella di tanti e tante attivisti/e e iscritti/e di questo nostro partito.

Cambiare il mondo è possibile

Il proposito di cambiamenti radicali, che distingue le sinistre alternative della storia contemporanea, è riemerso con il movimento altermondialista e attraverso lo slogan semplice per cui “un altro mondo è possibile”. Cambiare il mondo è possibile, certo, ma anche terribilmente difficile. L'onda del movimento altermondialista si è sollevata nell'ultima briciola di un secolo che ha visto l'affermazione prima e il fallimento poi della più grande speranza di cambiamento della contemporaneità, quella del movimento operaio di cultura marxista, in modo particolare del comunismo. Non era ragionevole pensare che un fallimento dagli effetti così devastanti potesse essere superato da un solo movimento e per giunta con quelle specifiche caratteristiche. Lo stalinismo ha distrutto le speranze di cambiamento e questa constatazione che oggi è patrimonio generale e non più solo di alcuni “eretici”, è resa possibile dall'entità del disastro morale e ideale provocato da quel crollo. Che tuttavia sarebbe errato far risalire al presunto peccato originale della rivoluzione d'Ottobre, atto collettivo e “assalto al cielo” smantellato successivamente dal fenomeno politico e sociale che è lo stalinismo. Liquidare quest'ultimo per cancellare il significato di quell'evento significherebbe violare la memoria dei “vinti”, di coloro che nel Novecento si sono battuti per l'emancipazione degli oppressi, per la liberazione, per la rivoluzione.

Allo stesso appare evidente ancora oggi che le degenerazioni, le mutazioni, i crolli e le abiure che hanno decomposto il movimento operaio non hanno comportato di conseguenza la rassegnazione all'oppressione e all'ingiustizia. Il movimento antiglobalizzazione è stato soprattutto questo.

E non è un caso se in altre parti del mondo, il proposito del cambiamento, l'attualità stessa della rivoluzione vengono non solo gridati ma resi possibili da vittorie importanti e da tentativi di trasformazione radicale dell'esistente. Pensiamo al Venezuela di Chavez, alla Bolivia di Morales, alla nuova ondata di lotte e successi politici che attraversano l'America latina e che sono frutto di quella stagione che proprio in quel continente, a Porto Alegre ma anche a Quito, Caracas, Buenos Aires, Chiapas, ha visto risorgere speranze di rivoluzione.

Necessità della rivoluzione

Il capitalismo del nuovo secolo è in costante mutamento: allarga i suoi campi di intervento alle forme viventi, estende il suo controllo a tutti i campi del sapere, modifica i soggetti che ne subiscono le conseguenze distanziandoli fra loro e rendendoli allo stesso tempo sempre più ugualmente soggiacenti al suo dominio gerarchico. E'un capitalismo sempre più globale, in cui le grandi concentrazioni del potere economico e finanziario ramificano la propria azione internazionale con l'obiettivo di guadagnare il massimo del mercato mondiale per accrescere i propri profitti. In questo cambiamento costante, restano però sostanzialmente immutate le leggi fondamentali che ne regolano l'azione e soprattutto la contraddizione di fondo: candidatosi ad ampliare la ricchezza materiale e immateriale del mondo intero, il capitalismo continua a essere caratterizzato dall'appropriazione privata della ricchezza prodotta e dal crescente immiserimento di un numero sempre più ampio di uomini e donne. Il suo funzionamento intrinseco, l'accumulazione di merci e denaro a scapito dell'interesse collettivo, lo rende perciò stesso immodificabile e non emendabile. L'ipotesi di un compromesso, per quanto dinamico, con le sue leggi è stata smentita storicamente più volte. Ci ha provato la socialdemocrazia del novecento e gli stessi partiti comunisti, come il Pci italiano, a trovare le vie di un compromesso sociale fondato sulle forze produttive. Questi progetti hanno fallito miseramente, provocando la perdita di conquiste acquisite, l'arretramento dei rapporti di forza sociali, la perdita di senso e di speranza. La parabola negativa del Pci italiano, l'omologazione definitiva della socialdemocrazia internazionale, del tutto interna allo schema social-liberale, la corruzione morale e materiale di tanta parte della sinistra internazionale, dipendono da questa illusione di fondo.

Ma la necessità di una rottura non significa automaticamente che la rivoluzione sia dietro l'angolo.

L'orizzonte sembra chiuso e le conquiste parziali sono assai più difficili, perché la rivoluzione è scomparsa dall'orizzonte delle cose possibili. Per ricominciare a sperare, un'intelligenza collettiva ha bisogno di riafferrare il bandolo della rivoluzione nel senso della sua attualità perché non esistono riforme possibili senza una prospettiva rivoluzionaria. Ripensare la rivoluzione oggi significa innanzitutto porsi il problema di ricostruire le condizioni di una soggettività costituente, quel nuovo movimento operaio cui abbiamo felicemente alluso senza individuare ancora i nodi nevralgici della sua rinascita.

Un partito comunista, un partito che si pensa per la rivoluzione sociale oggi ha come compito centrale questa ricostruzione.

I soggetti della trasformazione

“Elogio dell'opposizione”

Proporsi come compito politico la costruzione di un nuovo movimento operaio significa dire che la ricostruzione di soggettività è l'autentico orizzonte strategico.

Per questo motivo oggi non ha senso alcuna prospettiva di governo in collaborazione con forze socialiberali che puntano all'abbellimento dell'esistente. Oggi le sinistre radicali, anticapitaliste e/o rivoluzionarie dovrebbero far proprio “l'elogio dell'opposizione” non per preservare un'astratta purezza quanto per mantenere intatta la propria credibilità e l'effettiva possibilità di contribuire alla ricostruzione di una soggettività della trasformazione. Il soggetto di cui c'è bisogno è quindi un soggetto plurale, animato da percorsi differenti, da culture che s'intrecciano ma che a un certo punto è capace di dotarsi di una strategia di superamento dell'esistente. Alcune esperienze dell'America latina mostrano oggi come questo percorso non sia astratto ma possibile e concreto. L'integrazione, in un programma, in una lotta, in una prospettiva comuni, del sindacalismo operaio, delle culture indigene, delle istanze del movimento antiglobalizzazione è la miscela che spiega, ad esempio, parte dei successi di Morales in Bolivia o di Chavez in Venezuela.

Movimenti e autorganizzazione

Il movimento no-global o altermondialista ha costituito una grande opportunità per realizzare un percorso fecondo di ricomposizione sociale. Nell'alveo del suo progetto radicale - “un altro mondo è possibile” - differenti soggetti, differenti modi di relazionarsi all'esistente e all'oppressione, hanno trovato forme e contenuti condivisi per costruire una lettura del mondo e una grammatica possibile della trasformazione. Questo percorso è solo all'inizio e sconta un limite feroce: l'eredità di una sconfitta storica che rende estenuante la fatica di ricominciare. Nondimeno, il “movimento dei movimenti” ha rappresentato una speranza e una direzione da seguire: lo sviluppo delle sue potenzialità rappresenta un obiettivo prezioso.

Ma le sue potenzialità se discendono dalla forza dell'evento prodottosi negli ultimi anni, allo stesso tempo devono riuscire a trasformarsi in movimenti reali attorno a vertenze, rivendicazioni, obiettivi di fase che diano senso a percorsi concreti di autorganizzazione e partecipazione. I movimenti non possono essere confusi con i loro gruppi dirigenti né con le forze organizzate che li animano ma sono reali e duraturi quando chiamano a raccolta una soggettività “costituente”. Si pensi al popolo No Tav, si pensi agli studenti francesi contro il Cpe, ai movimenti indigeni in America latina. Il merito del “movimento” antiglobalizzazione è di aver dato voce a tutti costori e di aver costruito lo “spazio politico” utile al loro agire. La loro ricomposizione in un progetto unitario resta però un obiettivo tutto da percorrere.

Ricomporre il sociale per traguardare l'esistente

Il nuovo movimento operaio è oggi molto più articolato, frammentato, disperso di quanto lo sia stato nel corso della sua storia. Differenziazioni di genere, nazionali, generazionali, collocazione produttiva disgregata rendono molto più difficile la ricomposizione di uno schieramento unitario, determinato nelle lotte, in grado di guadagnare il percorso sintetico per un cambiamento di sistema. Eppure, questa resta l'unica strada possibile per rendere attuale un progetto rivoluzionario. La ricomposizione di un soggetto, di soggetti dispersi dalla logica del capitale, resta la funzione preminente per una sinistra anticapitalista.

Nonostante la sua dispersione e la sua, relativa, invisibilità, il lavoro dipendente continua a crescere mentre la sua quota nella redistribuzione generale del reddito decresce. E a decrescere sono anche i diritti, le protezioni sociali, le conquiste ottenute in oltre un secolo di lotte. Il lavoro dipendente - nella sua più ampia accezione: non solo figure legate alla produzione di beni materiali ma anche a quella di beni immateriali e/o del lavoro intellettuale (formazione, informazione, etc.) - si trova quindi in una condizione latente di frammentazione che discende dalla fase attuale dell'accumulazione capitalistica, dalla sua proiezione globale, dal ruolo perverso del processo di delocalizzazione non solo verso paesi terzi ma anche all'interno dello stesso paese. Questo mutamento nella propria collocazione all'interno del sistema produttivo non ha solo effetti materiali sulla forza oggettiva delle rivendicazioni dei lavoratori e lavoratrici ma incide sulla percezione soggettiva della propria funzione sociale, aumentando il grado di sfiducia, la difficoltà a una compiuta attività sindacale, la sensazione che la forza del padrone sia immodificabile, la distanza da un'esperienza collettiva di lotta e di rivendicazione dei diritti. L'atomizzazione del soggetto, dei soggetti proletari determina un arretramento del livello di lotta di classe che viene, non a caso, mantenuto elevato da settori tradizionali che ancora occupano un posto centrale nell'apparato produttivo e che mantengono una compattezza che deriva loro dal loro peso specifico: metalmeccanici, trasporti, energia, comunicazione.

La frammentazione che agisce velocemente nel cuore del sistema della produzione contemporanea, segmentandolo, si ripercuote a velocità doppia fuori da questo con la crescita di un soggetto precarizzato che entra ed esce dalla produzione, materiale e immateriale, e che costituisce una sorta di zona grigia senza diritti, o con diritti ridotti al minimo vitale, senza prospettive, senza futuro. Un esercito industriale di riserva in termini moderni che riconferma un'intuizione centrale del pensiero marxiano e che spiega gran parte della debolezza attuale del movimento operaio.

Le campagne sociali

Un progetto di ricomposizione passa evidentemente per la capacità di attivare vertenze e campagne sociali che escano dalla logica del “movimento-evento” per provare a sperimentare sul serio l'autorganizzazione e la partecipazione democratica attorno a obiettivi perseguibili e verificabili.

La campagna fondamentale è senz'altro quella contro la guerra perché è anche contro la guerra che la soggettività in formazione individua un punto di vista alternativo, la pace, combinato non casuale di etica e politica. La guerra sta diventando endemica al tempo della globalizzazione capitalistica e della sua crisi. Essa assume il volto violento e arrogante dell'unilateralismo statunitense ma anche quello più mediato, ma non per questo meno aggressivo, del multilateralismo euroatlantico targato Nato. L'Afghanistan è la sperimentazione più evidente di un progetto imperialista “concertato” tra Europa e Stati Uniti in cui la “lotta al terrorismo” diviene il pretesto per un'operazione di controllo e di dominio delle risorse energetiche e delle vie strategiche all'egemonia geopolitica. La lotta per la pace passa anche per la lotta a questa strategia: il ritiro delle truppe dall'Afghanistan, la pace in Medioriente per uno stato palestinese, la riduzione delle spese e delle servitù militari, la chiusura delle basi sono punti essenziali di questo progetto. E un movimento che non sapesse trovare l'unità a simili rivendicazioni comuni sarebbe evidentemente oggetto di operazioni strumentali.

Accanto il no alla guerra c'è il no alla precarietà, spia della crisi capitalistica ed emblema della moderna condizione di classe. Il 4 novembre ha mostrato le potenzialità che esistono su questo versante: per coglierle e svilupparle occorre proseguire la mobilitazione senza farsi trascinare dalla tendenza a utilizzarla in funzione di sostegno al governo ma con l'obiettivo di un movimento autonomo, diffuso e combattivo. Servono Comitati “stop precarietà”, serve unificare le lotte e le esperienze, anche attraverso momenti di confronto nazionali svincolati dal quadro politico. E serve una nuova politica sindaca- le che faccia piazza pulita della nuova concertazione di Cgil, Cisl e Uil. La costruzione di una sinistra sindacale nella Cgil, le esperienze più avanzate del sindacalismo confederale, come la Fiom, e le organizzazioni sindacali di base rappresentano oggi i luoghi della costruzione della sinistra sindacale.

La lotta alla precarietà, la ricomposizione sociale vive se vive la lotta con e dei migranti. Lotta per diritti uguali, per unificare le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici a prescindere dal colore e dall'appartenenza culturale; per eliminare il nuovo schiavismo prodotto dalla chiusura delle frontiere e dalle politiche dei flussi controllati; per costruire una cittadinanza davvero universale.

La ricomposizione di una soggettività della trasformazione passa poi anche per la riqualificazione dei servizi pubblici a partire dalla difesa del loro carattere universale e quindi dalla contrarietà ai progetti di privatizzazione. Difesa dei “beni comuni” e dei servizi a carattere generale - trasporti, energia, comunicazioni - sotto attacco del capitale privato, come è il caso dell'Alitalia, costituiscono i passaggi per accrescere una cultura della gestione pubblica contro l'interesse privato.

Un soggetto femminista.

La soggettività che desideriamo costruire deve essere di donne e di uomini. Le donne non fuggono le responsabilità della politica: sono state tantissime nei movimenti, sono spesso alla testa delle iniziative di protesta, sono accorse per prime nei luoghi di guerra, affollano ogni tipo di volontariato possibile. Le donne fuggono le strutture in cui la politica si riduce a lotta di potere. E' aperta da tempo una “questione” femminista, cioè la sfida della contaminazione più urgente e motivata. Si tratta di ascoltare le voci diverse di un'altra storia con cui il movimento operaio del Novecento non è mai riuscito a fare i conti fino in fondo. Queste voci a loro modo raccontano la vicenda di un soggetto di liberazione non sconfitto, malgrado l'ascesa degli integralismi e la reazione neoconservatrice.

Il Partito necessario

Il partito come strumento

Il partito non è il soggetto deputato a prendere il potere, non è nemmeno il luogo dell'alternativa sociale. E' uno strumento, che a noi sembra indispensabile, per costruire una mobilitazione collettiva e di massa, supportare la formazione di istituti democratici nuovi e alternativi a quelli esistenti, rendere possibile l'autorganizzazione dei soggetti del cambiamento. Un filo conduttore delle lotte, portatore di memoria e di coscienza che non inietta dall'esterno ma che mette a disposizione dell'unico soggetto titolare della trasformazione sociale: il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti.

Se “l'emancipazione dei lavoratori è opera dei lavoratori stessi” è ovvio che non ci può essere un partito che sta davanti o sopra le masse. Il partito è uno strumento, non un feticcio. E' lo strumento che le classi subalterne hanno costruito in prima persona a prezzo di sacrifici enormi. E' il luogo di resistenza quando la lotta comincia a rifluire e in cui, spesso, non sempre, la lotta riprende. E' il filo comune che lega un'epoca a un'altra, il luogo in cui si passano il testimone generazioni di comunisti e comuniste, il depositato del patrimonio intellettuale del movimento operaio, delle sue elaborazioni, così come l'ambito con il quale reagire all'intossicazione ideologica dominante. E' lo strumento in cui costruire una visione altra della realtà, superiore all'elaborazione individuale o episodica. Per questo il partito è memoria e coscienza: memoria di quello che è avvenuto, delle sconfitte subite e delle vittorie possibili. Ed è coscienza di sé, del ruolo che una classe ha in seno alla società, delle sue ambizioni e delle sue possibilità. La borghesia ha potuto più facilmente dotarsi di partiti o anche altri strumenti sostitutivi utili alla difesa dei proprii interessi proprio perché classe dominante, detentrice di strumenti materiali ed ideologici, oltre che del potere economico e politico che la rendono consapevole immediatamente dei suoi interessi collettivi e degli strumenti utili per preservarlo nelle varia fasi dello scontro di classe.

La coscienza che si forma nel partito non è materia che può essere inalata artificialmente nel movimento di massa o nei settori più ampi della classe, siano essi il sindacato o le associazioni. Questa ipotesi ha fatto il suo tempo e ha dato vita soltanto a contesti in cui il grottesco è stato sopraffatto dalla tragedia. La coscienza serve per agire socialmente, per stare nei movimenti, costruire radicamenti e rapporti simbiotici con i soggetti che assumono un protagonismo reale, per verificare le proprie ipotesi, modificarle e correggere di fronte alle concrete esperienze. Il partito che noi vogliamo ha questa vocazione, non è il partito degli apparati e delle istituzioni.

E' il partito in cui costruire democraticamente e collettivamente una visione comune della politica, non tanto per una pretesa organicista, ma perché la politica rappresenta il coagulo di fattori diversi, imprevedibili spesso non visibili da una postazione decentrata o settoriale.Il partito che vogliamo non è il depositario della teoria marxista ma il luogo in cui far confluire e confrontare ambiti teorici anche diversi dal marxismo come il femminismo e l'ambientalismo.

E' un partito sessuato Per questo è un partito “duale” in grado di rappresentare uomini e donne. Fino a quando non ci sarà questo rapporto non ci sarà un partito realmente di genere. Questo punto deve essere vincolante alla permanenza degli organismi dirigenti.

E' un partito in cui i giovani non siano relegati in una sorta di riserva indiana ma protagonisti diretti del proprio destino.

E' un partito di lotta e non di governo che però si batte per il potere di cambiare il mondo. Un partito che sta nei movimenti, che dialoga alla pari senza presunzione di primato ma conquistando con gli atti e le parole la propria egemonia. Il partito che dà valore a quella fatica quotidiana che è il lavoro militante e senza il quale non ci sarebbe continuità delle lotte, trasmissione di esperienza, consapevolezza collettiva, resistenza e azione. Un partito libertario, antiburocratico, democratico e partecipato. Un partito che raramente si è visto nella storia, se non a sprazzi, e che proprio per questo vale la pena costruire.

I circoli dell'intevento sociale

Un partito strutturato sui movimenti e le lotte è un partito che dedica un'attenzione particolare alla composizione di classe e alla strutturazione dei vari soggetti del conflitto. Per questo, ai fini di sviluppare le campagne sociali, pensiamo sia utile conferire una particolare centralità ai “Circoli dell'intervento sociale”.

Storicamente il circolo fondamentale dell'intervento sociale è stato il circolo operaio e dei luoghi di lavoro accanto a circoli territoriali che in particolari momenti storici sono stati attraversati da intense lotte sociali ma che spesso si sono tramutati in pseudo comitati elettorali. Infatti la territorialità dei circoli dovrebbe essere riferita più ai luoghi dell'intervento politico e sociale degli/delle iscritti/e che non alla sola residenza. Ad esempio alle iniziative contro il degrado ambientale, per la difesa e ripubblicizzazione dei beni comuni ecc. Così come sono necessarie forme condivise di coordinamento dei circoli sui temi e i conflitti che attraversano i territori. Aver disegnato un partito quasi esclusivamente sui confini amministrativi dei comuni e all'interno dei comuni ha favorito un processo di progressiva istituzionalizzazione. Anche in questi circoli occorre operare per superare i limiti di una azione basata sul solo binomio propaganda elettorale, azione del consiglio nella istituzione per individuare i terreni sociali su cui è possibile costruire il radicamento sociale.

Oggi occorre certamente ripartire dal circolo di luogo di lavoro sapendo però che spesso i luoghi di lavoro sono frantumati, distanti tra loro e quindi è necessario costruire circoli che connettano figure sociali omogenee: circoli dei lavoratori dei trasporti, della comunicazione, della produzione industriale, etc. Accanto a questi va rafforzata un'esperienza finora parziale costi tuita dai circoli del lavoro precario per cercare di ricondurre a unità quello che l'organizzazione del lavoro scompone e divide. I circoli del lavoro migrante possano essere luoghi di organizzazione e partecipazione dei lavoratori, lavoratrici migranti. Così come importanti sono i circoli studenteschi, universitari o delle scuole superiori.

Deve essere chiaro che tutti i circoli sono poi momenti di discussione complessiva e collettiva della politica, senza la quale si produrrebbe la frattura già in parte esistente tra chi “corre e lotta” e chi “ fa politica” (soprattutto istituzionale) cioè i gruppi dirigenti.

Innovazione vo' cercando

Rifondazione ha sperimentato in questi anni la cosiddetta Innovazione. Termine vago e mai veramente definito, l'innovazione è stata utilizzata per regolare conti interni e smantellare una certa idea dell'organizzazione del partito teorizzando, e praticando, per tutta una fase l'abolizione del responsabile organizzazione. Questa scelta si è rivelata senza uscita tanto che all'ultimo congresso si è ritornati all'antico, rispolverando metodi consolidati senza nessuna autocritica. Eppure di innovazione ci sarebbe stato bisogno in particolare in relazione ai nuovi movimenti verso i quali si è oscillato tra la teorizzazione della disorganizzazione, la gestione di pratiche diverse, la generosità spontanea di centinaia di militanti del partito, l'indifferenza di molti altri.

Ma per essere orientato all'intervento sociale il partito deve superare le rigidità e i burocratismi interni: quelli del rapporto tra base e vertice, quelli dei dipartimenti e delle commissioni, spesso luoghi di dibattito e di iniziativa ristrettissimi, limitati ai soli funzionari o ai militanti più volenterosi e con più tempo a disposizione; o quelli generati da un dibattito che non verte mai su proposte chiare, verificabili nel tempo su cui fare bilanci e rettifiche, correzioni, vere e proprie inversioni se serve. Il nodo rimanda sempre al dibattito collettivo, soprattutto a livello di circolo troppo spesso privato della possibilità di discutere e di intervenire e quindi di praticare l'iniziativa; rimanda alla reale condivisione dei progetti, al metodo di lavoro. Servono strumenti di lavoro settoriale partecipati, autonomi nell'iniziativa, militanti, collegati a livello cittadino e nazionale, aperti a contributi esterni e ad apporti parziali.

Un partito plurale

A quindici anni dal crollo del muro, dallo scioglimento del Pci, dalla fine dello stalinismo, è ancora difficile vivere serenamente la condizione di un partito in grado di comprendere al suo interno impostazioni, percorsi, identità diverse. La catalogazione di “corrente” viene attribuita con intento spregiativo e quindi per delegittimare la diversità che si contrappone, anche radicalmente, al progetto maggioritario. Eppure è la realtà a imporre questa situazione: anche il partito più omogeneo ha al suo interno differenze, venature e coloriture che lo scompongono in sfaccettature diverse e/o alternative. Il problema non è negare questa realtà ma regolarla e renderla proficua. Il suo disconoscimento, infatti, spesso dà vita alle peggiori forme correntizie, quelle svincolate da un'effettiva piattaforma alternativa e legate a logiche personalistiche e/o di potere in cui l'unica “corrente” che vince è quella istituzionale o dell'apparato. In Rifondazione è già successo.

La maggioranza ha il pieno diritto a perseguire la sua linea ma una minoranza ha l'altrettanto diritto di far conoscere la sua posizione e di verificare le sue impostazioni se non contraddicono le grandi finalità ed idealità su cui si basa l'esistenza del partito.

La maggioranza ha tutti gli strumenti di agibilità politica ma non può limitare un'adeguata agibilità anche alle minoranze. Questo si traduce in possibilità di rappresentanza negli organismi esecutivi, negli incarichi dirigenti, nelle rappresentanze istituzionali, all'interno delle quali non può essere negato il diritto al dissenso. In un partito non vige un'astratta disciplina ma un principio basilare di responsabilità.

Per queste ragioni serve una riforma della struttura del partito. Oltre al Cpn e alla Direzione nazionale - gli organismi di direzione effettiva, plurali e rappresentativi - serve l'inserimento reale anche delle minoranze negli incarichi esecutivi e la formazione di un Ufficio politico pluralistico che costituisca il luogo del confronto e del dialogo tra le opzioni diverse, fermo restando il diritto della maggioranza a dotarsi di una segreteria di lavoro omogenea. E' chiaro che la sperimentazione formulata allo scorso congresso di Venezia dell'Esecutivo accanto alla Direzione può dichiararsi fallita per una ragione di fondo: essa rappresentava un tentativo maldestro di svuotare le istanze di direzione elettive dal loro ruolo per costituire un equilibrio del partito centrato quasi esclusivamente sulla maggioranza. Non è un caso che tutte le minoranze si siano dichiarate contrarie all'epoca del congresso vedendo pienamente confermate le proprie ragioni.

La democrazia non è un optional

Se il progetto di fondo è ricomporre l'esistente, lavorare alla riaffermazione del soggetto, dei soggetti della trasformazione allora il partito deve essere costruito su questa linea e con il ritmo necessario. E la prima caratteristica non può essere che quella della democrazia.

La democrazia di un partito non è solo la possibilità di votare documenti, di tenere congressi regolari, di ascoltare le istanze della base, ma è un'organizzazione in cui l'orientamento generale si forma collettivamente, in forma partecipata, con un reale rapporto tra organismi dirigenti e militanti. E' questo l'ingrediente principale per costruire un partito innervato sulle lotte, reale protagonista dei movimenti e dei conflitti e, soprattutto, in grado di riflettere collettivamente sulle esperienze, sulle probabili sconfitte subite, sui rapporti con la società attuale. Un partito che è in grado sul serio di fare inchiesta e non perché esiste un dipartimento ad hoc; che analizza la composizione di classe e prova a rispondere ai bisogni impellenti; un partito che si struttura innanzitutto per l'intervento sociale.

E quindi un partito con pochi funzionari, possibilmente eletti e non nominati dall'alto, che sappia effettuare la rotazione garantendo per tempo e seriamente un reinserimento nel mondo lavorativo, che commisuri stipendi e “benefit” alla condizione media di lavoro, che batta la propensione all'istituzionalizzazione gratificando il lavoro di partito e relegando a “delegazione nelle istituzioni” quella elettiva. Da qui dovrebbe derivare la regola, certa e non modificabile, della non eleggibilità dopo due mandati elettivi; dell'assenza di cumulo di cariche; del rispetto assoluto del versamento di una quota congrua al partito da parte degli eletti.

Infine, una proposta provocatoria ma che se accolta rappresenterebbe una discontinuità radicale con la spettacolarizzazione della politica e delle leadership. Occorre superare la figura del Segretario generale e dotarsi di un organismo esecutivo dirigente davvero collettivo dotato di tre portavoce, tra cui almeno una donna, che offra il volto plurale e collettivo di un partito moderno.

Un giornale vivo

Un partito come Rifondazione non può fare a meno di un giornale quotidiano. L'apporto di Liberazione è importante e ha consentito al Prc di far ascoltare la propria voce quando l'isolamento è stato totale e la comunicabilità a sinistra inesistente. Allo stesso tempo un giornale deve essere uno strumento vivo, aperto, plurale, non un mero organo di partito, replicante di una linea che spesso è solo l'opinione di uno o più dirigenti. Serve un giornale che sia sostanzialmente espressione di “un punto di vista”, un giornale che delinei un campo, quello della sinistra anti- capitalista, dei movimenti, ambientalista, femminista con una spiccata vocazione internazionale in grado di leggere la realtà, di offrire analisi e strumenti per orientarsi e costruire un rafforzamento della nostra influenza complessiva. Serve un giornale autonomo dal governo, in grado di dare voce a tutto il variegato mondo della sinistra anticapitalista e antiliberista, un giornale che allo stesso tempo parli del partito non per quello che dice ma per quello che fa, per le iniziative, il lavoro collettivo prodotto, l'impegno dei suoi e delle sue militanti.

Ma oltre al giornale, il Prc deve saper frequentare le diverse modalità della moderna comunicazione: radio, sito internet, tv digitale, sono strumenti cui prestare un'attenzione costante, organizzata, verificabile e quantificabile economicamente.

Il progetto della Sinistra Europea

La chiusura di un ciclo

Nel momento in cui Rifondazione “prende il potere”, entrando in una dimensione di governo, compie un salto di qualità rispetto alla propria storia. Al di là delle opinioni diverse è un ciclo che si chiude: Rifondazione non è già e non sarà più come prima.

A motivare l'eccezionalità del passaggio politico concorrono tre fattori.

Il governo: Rifondazione sceglie per la prima volta di collocarsi nel governo del paese alleandosi, e teorizzandone la necessità, con la borghesia più o meno progressista in un rinnovato patto sociale. Si tratta di una svolta profonda nella storia del partito e nella cultura stessa del progetto di trasformazione che crea disorientamento e sconcerto anche per le scelte negative che il governo Prodi ha compiuto nei suoi primi mesi di vita. Questa collocazione si inserisce inoltre in un quadro strategico che fa dell'alleanza con le forze del centrosinistra un punto irreversibile rendendo molto più astratta e ideale l'autonomia del partito.

L'innovazione culturale: la “nuova cultura politica” è stata essenzialmente il frutto della volontà della maggioranza e non un processo condiviso. Nata nella giusta, anche se tardiva, presa di distanza dallo stalinismo, l'innovazione ha via via assunto un carattere di “ripudio” del novecento, delle sue linee direttrici principali a partire dalla rivoluzione d'ottobre. Del resto la denuncia dello stalinismo è sempre stata presentata o come fattore etico o come denuncia di un presunto peccato originale che vedeva nel '17 e nella “presa del potere” l'origine del percorso involutivo. Da qui la scelta ideologica della non violenza. Mantenere una riserva su questo punto non significa sposare una causa violenta - anzi la lotta alla violenza nelle sue forme più insidiose, a partire dalle relazioni patriarcali e maschiliste anche interne al partito è una priorità - ma mantenere una preoccupazione per la logica politica di cui è l'espressione, per questo tentativo di rilettura del Novecento, che esaurisce in una formula la ricerca prima ancora di averla cominciata e che nella formula costringe giudizi complessi e valutazioni contraddittorie sullo stesso secolo trascorso. Anche la soppressione “ex cathedra” della categoria dell'imperialismo - proprio nel momento in cui un imperialismo così forte e spietato non si era ancora visto - dice dell'approssimazione con cui si procede nell'innovazione culturale. Il rischio è di scivolare, come già sta avvenendo in formule molto astratte , quasi idealistiche, che rendono più difficile la lettura dello scontro di classe e delle classi stesse, quindi la piena comprensione degli scontri oggi in atto sullo scacchiere internazionale.

La Sinistra Europea: questo progetto, che in assenza della scelta governativa avrebbe avuto tutt'altro segno, oggi contiene due rischi: l'adattamento a una collaborazione con le forze della sinistra riformista; il rischio di un allentamento dei vincoli di partito e quindi della sua esistenza come soggettività politica specifica.

Un progetto che non funziona

L'ipotesi di costruire un nuovo partito detto della Sinistra Europea non solo continua a non convincerci ma ha perso gran parte della sua spinta iniziale e si trova oggi in una secca evidente.

A renderlo poco attraente e piuttosto nebuloso concorrono quattro elementi.

a) Il primo è che l'ipotesi era fondata sull'onda di crescita dei movimenti sociali, nella felice stagione nata a Genova e aveva allora una potenzialità rilevante. Si trattava, infatti, di costruire una sinistra realmente “alternativa”, alternativa cioè non solo al liberismo e al capitalismo ma anche alla sinistra moderata e social-liberista. A Genova, a Firenze un anno dopo, questa identità era fortemente marcata e non a caso il Prc era parte attiva della Sinistra anticapitalista europea costituitasi proprio in alternativa alla socialdemocrazia, alternativa espressa anche sul piano parlamentare e di governo.

Oggi la SE è sostanzialmente un progetto mosso dalla collocazione al governo e questo seleziona gli interlocutori ma limita anche lo spazio di azione. Perché oggi la Sinistra alternativa non è più alternativa a quella moderata ma, nel governo, è complementare a questa. Si tratta di una novità rilevante e sostanziale.

b) Questa condizione sconta il secondo elemento emerso sulla scena, l'articolazione interna all'Ulivo e la possibilità di una scissione dei DS. Si tratta di una discussione che ruota attorno all'identità socialista e che offre lo spazio di una “rifondazione socialista” con l'obiettivo di costruire una nuova sinistra a fianco del costituendo partito democratico. Una “seconda sinistra” distinta da quello ma a quello legata dalla prospettiva governativa e comunque una sinistra che si muove dentro l'alveo del socialismo più o meno radicale. In questo progetto, che sembra trovare ascolto nel dibattito interno alla SE e allo stesso PRC, non solo viene meno “l'anomalia” comunista ma la rifondazione della sinistra avverrebbe sulla base di un'ipotesi, il “riformismo radicale”, che ha già dato ampia prova di sé e che, per quanto positivo nella sua demarcazione dal progetto liberista che anima il Partito democratico, costituirebbe un salto all'indietro.

c) In terzo luogo la sinistra “europea” è sempre più italiana e meno europea. La costituzione del partito europeo, infatti, non si accompagna a un'iniziativa adeguata su scala continentale né in direzione del movimento né con un protagonismo autonomo. E la stessa ricerca di un'alternativa anticapitalistica segna il passo di un progetto che sembra sempre più profilarsi come completare alla sinistra moderata e social-liberale. Si pensi alle difficoltà enormi della sinistra radicale spagnola, alla dinamica conflittuale, e non sempre limpida, in Francia, alle compromissioni della Linke tedesca con la socialdemocrazia a Berlino, che hanno causato una pesante sconfitta elettorale. La sinistra europea era nata come progetto in grado di unificare le diverse sinistre anticapitalistiche europee mentre invece, al momento della sua nascita, ha visto il nostro partito abbandonare l'alveo della Sinistra anticapitalista provocando nuove rotture e diffidenze.

d) Quarto elemento di contraddizione è che il progetto della SE si pone obiettivamente in contrasto con il rafforzamento del PRC. Non è possibile, in un partito militante, costruire due contenitori, avere due identità, mettersi in testa due berretti contemporaneamente. O costruiamo il PRC o lo superiamo per costruire un nuovo partito. E invece siamo nella situazione in cui il contenitore (SE) si sviluppa in contrapposizione al suo contenuto (PRC) con pezzi di partito, spesso dirigenti, che costruiscono pezzi di SE e non si capisce più a quale realtà corrispondano o si riferiscano. E' bene che la conferenza di organizzazione si pronunci chiaramente.

Un progetto anticapitalista, no alla “rifondazione socialista”

La nostra tesi è che la costruzione del “partito necessario” sia il nostro compito centrale. Un partito di lotta e non di governo, radicato socialmente, interno ai movimenti, con una dimensione internazionalista, femminista, ecologista, anticapitalista. Un partito europeo, certamente, in grado di costruire una dimensione europea della politica adeguata al livello di confronto, e scontro, che l'unificazione liberista europea, pone ai lavoratori e alle lavoratrici. Questo è il partito che noi vogliamo costruire e per questo intendiamo costruire Rifondazione comunista.

Rifondazione può felicemente andare oltre se stessa a patto di conservare e ampliare queste caratteristiche coinvolgendo nuovi militanti e nuove soggettività.

Per questo non condividiamo e non costruiremo nessuna ipotesi di “rifondazione socialista”. Rifondazione è nata nel '91 e ha compiuto fino al '98 la fase della resistenza. E' poi partita con i movimenti di Seattle e Genova la vera rifondazione, il primo tentativo cosciente di saldare la resistenza con i nuovi movimenti in una prospettiva anticapitalistica. Oggi è in ballo la terza tappa: che non può essere quella governativa ma quella del rafforzamento della prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria. Se manca questa possibilità, Rifondazione muore.

Un partito di lotta in un Fronte unitario antiliberista

La costruzione di un partito anticapitalista non vuol dire che non si possa costruire un Fronte antiliberista il più ampio possibile. Anzi, questa prospettiva è la diretta conseguenza del lavoro compiuto nei movimenti negli ultimi anni. Un Fronte antiliberista è innanzitutto sociale: la manifestazione del 4 novembre contro la precarietà ne costituisce un esempio evidente. Rifondazione deve continuare a svolgere il suo ruolo di perno e di cerniera dei movimenti a partire da quello pacifista e contro la guerra “senza se e senza ma” . Le opportunità e l'esigenza di questo ruolo sono evidenti in tutti i fronti in cui i movimenti sono oggi impegnati.

Ma il Fronte unitario si può tradurre anche in un adeguato fronte politico e/o istituzionale. E' al di sotto delle aspettative, delle necessità e delle possibilità che non si riesca a produrre un coordinamento tra le forze politiche antiliberiste, dai Verdi al Pdci fino alla sinistra Ds, in un lavoro unitario che rispetti le differenze e l'autonomia delle singole forze politiche ma che sia capace di ottenere risultati comuni e più avanzati per i lavoratori e le lavoratrici.

Lavoriamo quindi per il rafforzamento del “partito necessario”, Rifondazione comunista, per la verifica del suo allargamento e rinnovamento in un'ottica anticapitalista, per la costruzione di un ampio fronte politico-sociale, sia di movimento che istituzionale, per esaltare il ruolo del Prc e per costruire le condizioni più favorevoli all'affermazione dei diritti e dei bisogni dei nuovo movimento operaio che vogliamo costruire.

Documento respinto dal CPN del 16 e 17 dicembre 2006 con 14 voti a favore

Salvatore Cannavò, Franco Turigliatto
Roma, 17 dicembre 2006
da "Liberazione" (del 30 dicembre 2006)