Intendo porre una grande questione che dovrebbe a mio avviso caratterizzare la nostra rifondazione
in maniera più forte, più radicale, più vigile.
Il nostro segretario ha a cuore questa questione, e questo segna una svolta.
Ma credo che debba divenire, a livello diffuso, una grande questione da porre per la costruzione
della SE come elemento costitutivo della nostra elaborazione e della nostra pratica. Sto parlando
della laicità. A partire, certo, dalla difesa delle istituzioni repubblicane, della scuola
pubblica, della facoltà e libertà del parlamento italiano di legiferare in autonomia
rispetto alle ingerenze delle gerarchie vaticane, in tema – ad esempio – di unioni civili
o di eutanasia. Dovremmo attestarci però su un livello più alto per contrastare l’attacco
alla laicità: quello della critica al potere del sacro.
Recentemente un convegno delle comunità cristiane di base a Frascati ha contribuito in maniera
forte alla critica delle posizioni vaticane; ne è testimonianza un intervento bellissimo sul “Manifesto” di
oggi di don Enzo Mazzi che invita i credenti a considerare la laicità come l’elemento
scardinante del potere del sacro.
La grande stagione politica e culturale che fu L’Atene del V secolo a.C. segnò la colonizzazione
materiale e simbolica del corpo femminile.
Il maschile si è attribuito il sacro, vivendolo e costituendolo come potere, dominio, facoltà di
normalizzare il corpo, la vita, la sessualità.
Non è un caso, infatti, che il pensiero e la pratica delle donne hanno agito il conflitto
proprio sul sacro, individuando e decostruendo il nesso potere/sacro/genere maschile e sviluppando
un percorso di liberazione dal familismo, dalla sacralità del matrimonio vero “ricatto
legislativo e sacramentale dell’amore” (don Mazzi).
Dunque, quello che propongo sul piano culturale e teorico sono percorsi di approfondimento e sul
piano politico nessun cedimento.
Mi pare positiva la gestione che il coordinamento delle nostre parlamentari ha praticato sulle nomine
del comitato nazionale di bioetica, sia per le proposte nominative sia nelle dichiarazioni pubbliche.
E’ rimasto ingiustamente un episodio sottovalutato nel partito, mentre invece dovremmo impegnarci
in una critica profonda, e non banale, anche delle infiltrazioni sacrali e/o confessionali che si
annidano in qualcuno di noi.
Un grande convegno sulla famiglia programmato dal coordinamento delle parlamenti sarà un’occasione
importante che non vorrei rimanesse una discussione tra donne.
Giacché laicità è costruzione di uno spazio dell’etica pubblica per sottrarre
il corpo allo spazio del sacro e consegnarlo alla politica, sconfiggendo teocon e teodem non con
spicciole rivendicazioni parziali, ma al livello alto della pratica etica della politica.
Cioè: non c’è l’etica da una parte (quella sacra o cristiano/cattolica)
e la politica come gestione amministrativa dell’esistente.
Noi poniamo i temi eticamente sensibili: la vita, la morte, il dolore, l’amore come legame
sociale e come relazioni tra individui/e liberi/e cioè autoliberati/e.
Se vogliamo e siamo capaci di cambiare, dobbiamo intendere la Conferenza di Organizzazione come
una inchiesta di massa capace di mettere a nudo tutta la realtà del partito, i suoi punti
di forza e le sue debolezze e ambiguità, gli opportunismi e le fragilità. Andare con
documenti delle minoranze può costituire un alibi per favorire il mantenimento e la giustificazione
dell’esistente.
Si tratta di capire come la crisi della politica e la crisi dei partiti riguarda anche noi, oggettivamente
e soggettivamente. Il fatto di avere visto prima degli altri che l’economia, nella fase del
capitalismo liberista globalizzato, avrebbe soppiantato la politica e, sostanzialmente, sostituito
la democrazia, non ci mette al riparo dalle conseguenze del processo di scomposizione e disarticolazione
della società. Nella forma attuale del corporativismo, la politica si manifesta come potere
legittimato e legittimante le lobbyes e si esercita attraverso i media.
La Conferenza di Organizzazione dovrebbe verificare fino in fondo se e quanto il nostro modo di stare
e di svolgere funzioni nelle istituzioni e nei governi interpreta quella “riforma della politica” che
pure predichiamo in ogni occasione.
Mi ha colpito che Veltroni abbia fatto una conferenza sulla politica, criticando la politica dell’immagine,
la politica spettacolo! dobbiamo indagare se anche noi pratichiamo i metodi che critichiamo.
Il problema del rapporto tra rappresentanti e rappresentati, anche nel Partito, si pone come problema
di democrazia e di verifica del mandato; quindi, i ruoli e le funzioni di direzione non possono derivare
da meccanismi di fedeltà e di cooptazione. Anche nella scelta delle candidature dovremo trovare
e sperimentare meccanismi di legittimazione democratica – forme di primarie? – che rendano
concreto il rapporto con la rappresentanza politica e sociale. E sarebbe ora di pensare ad una Centro
autonomo di studi, elaborazione e formazione dei dirigenti.
C’è domanda di politica trasparente contro la separatezza dei ceti politici; c’è domanda
di senso e di prospettiva contro un tecnicismo che nasconde le scelte di classe dietro i parametri
europei e l’ideologia della crescita. La Sinistra Europea, nella sua fase di costruzione, ormai
aperta e avanzata, deve avere l’ambizione di prefigurare una alternativa di società.
Solo così si può avere la legittima ambizione a diventare un partito di massa ed egemone
nel costruire la risposta alla crisi del neoliberismo.
La conferenza d'organizzazione, già da tempo necessaria, si rivela quanto mai opportuna nel
contesto politico che i prossimi mesi ci consegnano.
Riflettere sul partito e dare risposte capaci di elevarne l'azione mentre si apre una sfida di programma
e di progetto nel campo dell'unione è un'occasione da non perdere, che può consentirci
una ripresa di iniziativa sociale indispensabile per poter guadagnare questa sfida.
Tre temi come contributo a questo dibattito: l'opportunità che il documento deve consentire
innanzitutto un bilancio critico del nostro agire ricercando i motivi ed i limiti di un'autoriforma
incompiuta e misurare con una grande inchiesta il nostro modo di funzionare mettendo a riflessione
lo strumento del circolo e il suo rapporto con la società.
Poi la riflessione, che deve essere severa e propositiva, sul rapporto tra rappresentanti istituzionali
e ruoli di partito ed anche tra funzionariato e ruoli dirigenti. Occorre quindi che la norma costruisca
la virtù e perciò vengano definite e disciplinate in maniera precisa tutte le forme
di incompatibilità per dare più ruolo e peso alla militanza volontaria ed ai territori
ed allargare così il gruppo dirigente diffuso che è tale solo quando decide ed opera.
Infine parlare d'organizzazione oggi vuol dire misurare e misurarsi con la comunicazione ed i suoi
strumenti. Registriamo un grande deficit. Abbiamo un numero di riviste tutte autoreferenziali che,
invece di alimentare il nostro dibattito ed offrire riflessioni interpretative sulla realtà,
confondono e annoiano. Manca invece uno strumento autorevole e collettivo che copra queste necessità.
C'è poi, non nascondiamocelo, il problema di
Liberazione: il giornale non narra e non fa propaganda, non conosce il partito, non è curioso.
Eppure non mancherebbero intelligenze e capacità.
La conferenza d'organizzazione, in questo ambito, deve stimolare il partito a parlare del giornale
perché esso possa diventare il suo giornale.
Nell'ambito della prossima conferenza d'organizzazione gli aspetti salienti possono così sintetizzarsi. Un primo argomento riguarda l'innovazione che deve investire l'organizzazione. Spesso chi si occupa di organizzazione deve curare ogni cosa che non rientri in altri ambiti di lavoro tematici oppure svolge un ruolo che di “manutenzione” del partito (tesseramento, difficoltà nei circoli o nelle federazioni, ecc.) Questi aspetti non vanno trascurati ma è importante rafforzare la Rifondazione occupandosi anche delle possibile forme aperte e altre della politica: la Sinistra Europea si costruisce con un partito in grado di promuovere associazionismo, liberazione e socializzazione di spazi, luoghi di azione, formazione e informazione, come si è detto nel corso del dibattito. L'esperienza delle/dei GC a tal proposito può essere molto utile. Il secondo aspetto riguarda i circoli che spesso servono solo alle riunioni dei direttivi o per le assemblee. Oppure in molti casi sono dei simulacri intoccabili ma assolutamente inservibili perchè non vivono, sono sempre chiusi e quando sono aperti sono respingenti. Credo che i circoli debbano avere una capacità essenziale di ospitare chiunque abbia volontà di militare o bisogno di capire. Non deve destare scandalo se in alcune realtà si apre una casa della Sinistra Europea che non ha l'insegna della Rifondazione ma ospita il nostro partito insieme ad associazioni, movimenti e comitati. Il terzo aspetto della conferenza d'organizzazione deve riguardare un'epistemologia positiva nella definizione della Sinistra Europea. Finora si è detto cosa non è: non è una sommatoria di partiti, non è lo scioglimento di Rifondazione, non è la cooptazione di pezzi di movimento. Una definizione della Sinistra Europea come luogo politico in cui le varie identità che guardano all'Europa sociale e sostengono una cambiamento radicale in direzione contraria al sistema neoliberista potrebbe sicuramente riassumere la strada percorsa fin qui e indicare quella che ancora ci precede.
Ho ascoltato l’illustrazione del regolamento e del documento per la Conferenza d’Organizzazione e la presentazione di documenti alternativi.
Evidente una “elaborazione” esterna al CPN (solo pochi minuti fa sono stati distribuiti i testi) e, così, il compito ad esso – CPN – assegnato è approvare o meno. Così non va.
Occorre ridare al CPN il suo compito, di unico organismo dirigente, quindi dall’elaborazione alla definizione di proposte, scelte.
Regolamento
Contraddittorio a dir poco (es. sono previste delegazioni ovvero rappresentanze delle conferenze – donne,
migranti, lavoratrici/ori – mai effettuate).
Aspetto più negativo: non saranno gli iscritti, con il loro voto (non previsto) a decidere.
Documento
Visto l’impostazione data, non mi resta che contribuire presentando eventuali emendamenti.
Da una veloce lettura data, prendo atto e condivido il giudizio di fallimento dell’autoriforma del V Congresso, che si dice, fra l’altro, ha portato al Partito “un offuscamento del suo carattere di massa, aperto e partecipato”.
Proprio su questo, non riscontrando una proposta alternativa, presenterò un emendamento sul senso attuale del Partito di massa.
Obiettivo: riprendere il processo originario, rifondativo di un Partito altro, un moderno Partito Comunista di massa, accresciuto e rinnovato di idealità socialista.
La finanziaria contiene segnali positivi ma, come ha detto Giordano, non è la nostra finanziaria
e non è all’altezza delle aspettative del popolo di centro-sinistra che, dopo 5 anni
di malgoverno, si aspettava di più in direzione dell’equità. Per noi, sinistra
radicale, è fondamentale la pratica dell’ascolto: ascoltare, capire, contestualizzare le
critiche, anche quando non ci piacciono o mettono in crisi nostre convinzioni, per evitare di consegnare
delusi e scontenti al populismo di destra. Per noi, che viviamo l’essere al governo come un
mezzo e non come un fine, è fondamentale restare in sintonia con il nostro popolo, senza
atteggiamenti aristocratici.
Dobbiamo innanzitutto richiamare al rispetto del programma su cui abbiamo ottenuto il consenso dei/lle
cittadini/e e costruire iniziative, campagne politiche su alcuni temi centrali. Condivido la posizione
espressa dal segretario sulle pensioni ma aggiungo un elemento di cui molto si parla sui giornali:
la possibilità di aumentare l’età pensionabile delle donne. Dobbiamo dire con
chiarezza che siamo assolutamente contrari. Tutte le statistiche dicono che le donne, soprattutto
le italiane, lavorano di più degli uomini; uniscono, infatti, al lavoro fuori casa, l’attività di
cura nei confronti dei bambini, degli anziani, dei disabili, dei malati ecc.., supplendo alla mancanza
o inefficienza dei servizi sociali. Attività di grande valore che mette al centro la relazione
e la qualità della vita. Potremmo affermare che il sistema Italia si fonda sul lavoro gratuito,
non conteggiato da nessuna parte e non riconosciuto delle donne. In queste condizioni è inaccettabile
aumentare l’età pensionabile anche di un solo anno, a meno che non sia facoltativo
e senza alcuna penalizzazione. Dobbiamo riaffermare con forza la laicità. In un contesto in
cui si rafforzano gli integralismi e la destra si adopera per fomentare “lo scontro di civiltà”,
difendere la laicità significa anche adoperarsi attivamente per la pace.
Penso anch’io, come la compagna Rosa Tavella, che la vicenda Welby sia emblematica di un processo di restrizione della sfera pubblica, sotto l’onda d’urto delle politiche neotemporaliste delle gerarchie vaticane. Per questo, sono due gli aspetti che mi convincono nel documento proposto per la Conferenza di organizzazione. Il primo è la contestualizzazione della critica alla forma partito – l’organizzazione, nel nostro caso, di un partito comunista – nel quadro più generale della cisi della politica. La discussione sulla fase politica ha evidenziato come anche i partiti di sinistra non intercettino più il conflitto e le pratiche politiche di donne e di uomini, la connessione tra politica e vita quotidiana. Non a caso, fa scandalo l’internità ai movimenti del Prc, partito al governo. Nell’era delle politiche monetatiste e dei teodem la democrazia si riduce a delega, a competizione mediatica tra leader, in cui i partiti di sinistra si distinguono più sui contenuti – pur importanti - che sulle pratiche. Vanno allora ricostruite le condizioni della partecipazione, ma è anche questione di ridefinire la sfera pubblica, rimettendola in connessione le pratiche di vita quotidiana e la loro politicità. Il secondo aspetto che mi convince è la connessione dell’ultima Rifondazione con la prima: ricostruire l’appartenenza su un progetto di trasformazione dell’esistente, andare oltre il partito paternalista e patriarcale che nel ‘900 i movimenti femministi hanno sottoposto a critica radicale. Nella consapevolezza che la crisi della politica attraversa anche i femminismi: l’affermazione che il privato, il personale, è politico, ci torna addosso invertita di segno e va rimessa al mondo per ciò che significa oggi, nella società come nella vita di partito.
Considero molto positiva la decisione del partito di avviare la sua Conferenza di Organizzazione
nei prossimi mesi perché risponde finalmente e con forza alla necessità di riflettere
su noi stessi sul nostro ruolo e sul nostro radicamento. L’obiettivo è di promuovere
un’ampia discussione tra gli iscritti per mettere al centro i grandi temi che abbiamo di fronte
nell’immediato futuro. Un’occasione che credo vada colta da tutti con l’impegno
di una vasta partecipazione, che metta al centro il territorio, i luoghi di lavoro insomma la periferia
del partito; la sfida che dobbiamo cogliere è quella del rilancio della democrazia interna
e del rafforzamento dell’autonomia del partito sia nella sua relazione con i propri gruppi
istituzionali sia nel percorso di costruzione della Sinistra Europea.
La scelta di produrre un documento sufficientemente aperto rafforza e valorizza il ruolo che assumeranno
i dibattiti dei circoli e delle federazioni che con i propri dibattiti determineranno la stesura
definitiva del documento finale. Si compie cioè un primo reale tentativo di rovesciare la
piramide strutturale delle nostre riflessioni in un percorso in cui il centro stimola i temi ma è il
partito diffuso - i militanti, gli iscritti e le iscritte, i lavoratori dei circoli aziendali,
i compagni negli enti locali e quelli delle molteplici esperienze tematiche, i pezzi di società che
incrociamo nella nostra iniziativa - che determinerà i contenuti del nostro lavoro di rafforzamento
del partito.
Altrettanto significativa è la determinazione con la quale si è scelto di presentare
un unico documento emendabile per evitare che la cristallizzazione correntizia che si è determinata
nel partito e derivata dal VI congresso, possa stravolgere la natura di dibattito vero che si chiede
alla Conferenza liberando invece tutte le potenzialità del partito. La Conferenza rappresenta
un importante occasione per rimettere in sintonia il partito con la società che vogliamo rappresentare
e trasformare: un partito comunista aperto alle mutazioni del quadro internazionale e del nostro
paese dentro i conflitti, le domande sociali e del mondo del lavoro costruttore dell’alternativa
al neoliberismo.
Gianni Favaro
Interverrò solo su pochi punti perché considero positivo il lavoro di discussione
preventiva svolto che ha portato al documento oggi in discussione.
- L'Inchiesta:la scelta di organizzare una inchiesta sul partito e di farla diventare parte integrante
della Conferenza di organizzazione, mi pare già una proposta di contenuto che condivido! Sottolineo
l'importanza di avviare da subito il lavoro perché potrebbe rappresentare un buon modo di
ampliare la partecipazione dei ns. compagni alla stessa conferenza
- il Lavoro:si indicano nelle platee di riferimento per le Conferenze ai vari livelli, i lavoratori
organizzati nel ns. partito. Credo ci si debba porre l'obiettivo, portandolo come una tappa di lavoro
alla stessa Conferenza di organizzazione, di svolgere entro la prossima estate la Conferenza nazionale
delle/dei lavoratrici/ori. Mi pare anche un buon modo per rilanciare il coordinamento tra circoli
e di settore definendo il ruolo dei dipartimenti nazionali
- il ns. giornale: mi pare vada affrontata la discussione relativa al rapporto tra l'iniziativa del
partito e Liberazione. Una esperienza positiva, da ripetere se possibile, mi pare quella delle pagine
locali (ad es. quella di Roma), oltre alla definizione generale del ruolo di Liberazione.
Indubbiamente la finanziaria è migliorata in diversi punti nel passaggio al Senato, ma ciò non
toglie che il suo impatto sul nostro elettorato è stato disastroso, come dimostra il calo
dei consensi verso il governo. Ciò significa che, al di là della nostra buona volontà,
la scelta, a un certo punto obbligata, della “riduzione del danno” non è riuscita
a invertire la tendenza. Non voglio ora riproporre la questione della stabilizzazione del debito
che avrebbe comportato una finanziaria ben più leggera, ma una riflessione sulla natura stessa
della legge finanziaria. Essa è diventata un treno al quale ognuno attacca un vagone. Si è quindi
gonfiata a dismisura ed è praticamente impossibile vararla senza porre la questione di fiducia.
Ma ciò che è più grave è che è illeggibile per i cittadini. Dobbiamo
perciò chiedere una riforma della legislazione di bilancio, porre fine alla legge finanziaria,
arrivare a una sessione snella nella quale siano leggibili e discutibili le cifre su cui si determina
l’effettiva politica economica del governo.
Sulle pensioni ci richiamiamo giustamente al programma dell’Unione. Ma temo che non basti.
Nel protocollo governo sindacati si parla chiaramente di innalzamento dell’età pensionabile
e di revisione dei tassi di trasformazione, ovvero di riduzione del valore delle pensioni.
Dobbiamo perciò aprire una battaglia anche culturale nel paese. Dobbiamo sottoporre a critica
l’idea che l’innalzamento della durata della vita avvenga per tutti. Non è vero,
le stesse statistiche dimostrano che chi ha cominciato a lavorare presto, fa un lavoro alienato e
poco gratificante vive di meno. Il nostro obiettivo deve quindi essere quello di tenere l’attuale
età per tutto il lavoro operaio e quello ad esso assimilabile. Il concetto di lavoro usurante
va quindi esteso. Agli altri si può riconoscere la possibilità di continuare a lavorare
in età più avanzate ma il tasso di sostituzione, cioè il rapporto fra retribuzione
e salario deve essere inferiore. Insomma il tipo di lavoro che si fa modifica la vita e la sua stessa
durata. Quindi le regole devono essere diverse. Inoltre in Italia la media delle pensioni è troppo
bassa. Quindi si tratta di innalzare e non di ridurre.
Contemporaneamente va aperta la lotta sulla precarietà. Abbiamo pronto un ottimo testo di
legge, elaborato da Alleva e altri giuristi. Dobbiamo sbrigarci a presentarlo, possibilmente con
un largo corredo di firme. Dobbiamo cioè “aiutare” il ministro Damiano a fare
bene e fare in fretta. E’ su questi grandi temi sociali che possiamo recuperare il consenso.
C’è tra di noi un giudizio diverso sulla Finanziaria fin dai suoi esordi. Il testo
finale conferma quanto avevamo sostenuto: si tratta di una manovra che non attua quel risarcimento
sociale che l’Unione aveva promesso in campagna elettorale. I fischi di Mirafiori testimoniano
quanto sia stato infelice il manifesto del nostro Partito: “anche i ricchi piangano”.
Invece una critica andava espressa fin dall’inizio e cioè quando il Governo ha rifiutato
qualsiasi proposta di ridurre l’entità della manovra e non si è dato retta all’appello
degli economisti che proponevano una stabilizzazione del debito. In quel momento si dovevano puntare
i piedi, cosa il nostro Partito non ha fatto adeguatamente. Abbiamo assunto una logica di riduzione
del danno, fatto in sé non disprezzabile, ma con un atteggiamento troppo difensivo, ottenendo
un risultato in sostanziale continuità con le politiche del centrosinistra degli anni Novanta.
D’altra parte non è un caso se oggi, a Finanziaria approvata, non c’è nessun
movimento o sindacato che ne dia un giudizio positivo. Il malessere operaio della Fiat Mirafiori è una
spia significativa di questa situazione. Non dobbiamo sottovalutarlo, anzi dobbiamo assumerlo alzando
il livello di critica e, quando necessario, di contrasto con la parte moderata dell’Unione.
Questo non significa non valorizzare tutto quanto di buono abbiamo fatto, ma non dobbiamo aver timore
nel definire deludente la Finanziaria.
D’altra parte quando si reintroducono i tickets, si aumentano le spese militari e la riduzione
del costo del lavoro viene data quasi tutta alle imprese, è difficile, per dei comunisti,
essere soddisfatti.
Ora dobbiamo attrezzarci poiché nei prossimi mesi si addensano scelte per noi essenziali. Ne
vedo principalmente tre: pensioni, privatizzazioni dei servizi pubblici locali, Afghanistan. Per
le pensioni dobbiamo contrastare l’offensiva dei poteri forti e anche di una parte dell’Unione,
che vuole aumentare l’età pensionabile, rimettendo in campo le nostre proposte: separare
l’assistenza dalla previdenza, recupero dell’evasione contributiva, regolarizzazione
dei migranti. Assieme a ciò dobbiamo dare grande capillarità alla campagna già programmata
dal Dipartimento lavoro in difesa del TFR. Sulle privatizzazioni contenute nel disegno di legge Lanzillotta,
che al Senato siamo riusciti a bloccare, dobbiamo costruire una forte iniziativa assieme ai Comuni
e ai movimenti, per ottenerne una modifica radicale. E sull’Afghanistan evitiamo di arrivare
all’ultimo momento. E’ chiaro che sarebbe impossibile, non solo per chi in luglio sul
rifinanziamento dissentì come il sottoscritto, ma per tutto il Partito della Rifondazione
Comunista, votare la permanenza dei militari italiani in quel teatro di guerra. E’ urgente
quindi discuterne, costruire proposte e alleanze, per non trovarci impreparati.
Claudio Grassi
Il giudizio sulla Finanziaria resta complessivamente negativo, non solo perché restano gli
attacchi alla sanità, alla ricerca, alla scuola e 1,7 miliardi di spese militari ma perché essa
non risponde alle aspettative delle masse. Anche questo è il significato importante che viene
da Mirafiori, un segnale forte per il nostro partito. Del resto, lo stesso Segretario nella sua relazione
chiedeva l’inizio di una vera stagione di riforme, a riprova che finora non c’è stata
alcuna riforma.
Oggi più che di riforme si parla di “fase due”. La classe dominante spinge per
politiche sempre più a destra come dimostrano gli attacchi ai diritti civili e le liberalizzazioni.
Su diversi temi il partito ha posizioni poco chiare. Sulla privatizzazione dell’Alitalia ci
vuole un “no” chiaro e netto, sembra che il caso Telecom non abbia insegnato nulla. La
litania della difesa della compagnia di bandiera nasconde un duro colpo ai lavoratori. Sulle pensioni
la nostra posizione è ancora più ambigua. Si afferma che accetteremo l’aumento
dell’età pensionabile solo se su base volontaria, ma quale volontarietà? Tra
20 anni quando si dovrà scegliere tra salari modesti e pensioni da fame tutti saranno costretti
a lavorare. La prospettiva è una controriforma delle pensioni addolcita dall’annullamento
dello scalone. Il compagno Giordano afferma che vogliamo la consultazione democratica dei lavoratori.
Va bene, ma per cosa? Per rilanciare la mobilitazione contro l’ennesimo attacco alle pensioni
o per giustificare la controriforma dicendo che è stata accettata dai lavoratori?
Questa discussione è legata a quella sulla conferenza d’organizzazione. La maggioranza
ammette che c’è difficoltà d’iniziativa politica e di militanza e una tendenza
all’istituzionalizzazione. La linea politica del partito ne è la causa. Dobbiamo avviare
una svolta verso il movimento operaio e partire dal 4 novembre per rilanciare una mobilitazione generale,
solo così sono possibili delle conquiste e il Prc può diventare davvero un partito
di massa.
Governo e forze maggiori – ha ragione Giordano – tendono a rispondere alle difficoltà aprendo
a istanze più forti anziché rivolgersi alle aspettative diffuse del popolo dell’Unione.
Questa tendenza va contrastata.
Questa dialettica politica e sociale però non si svolge dentro un quadro di stabilizzazione
dell’assetto democratico del Paese. C’è – invece – una crisi, drammatica
a me sembra, che investe la società italiana in forme più vischiose e trasversali.
Riemergono nodi rimossi in questi anni: la debolezza di densità democratica del Paese, il
suo dualismo economico, la frattura di coesione sociale, l’aridità culturale e di radicamento
della politica. Anche per questo è faticoso capitalizzare una legge finanziaria che pure segna
in parte una direzione di marcia positiva. Ci serve allora una interpretazione dei processi che investono
la società in queste ore un poco più complessa. Alla separatezza e alla crisi della
politica non va contrapposta una idea della società da cui provengono solo lotte, istanze,
valori progressivi. Si deve aiutare il Paese, a partire dalla sua parte più debole, a
ritrovare identità e speranza perché solo così può crescere un progetto
come il nostro diversamente a rischio di essere travolto insieme agli altri. Tra i più deboli
c’è il Sud. È ridiventato un tema ormai marginale nell’agenda della politica
italiana proprio mentre si celebrano i 60 anni della Svimez. Siamo alla riedizione della politica
dei due tempi. È un vuoto che concorre ad allargare il fossato tra società e politica
e impatta ormai con le piattaforme programmatiche del governo e anche nostre. Serve la riscrittura
di un nuovo patto di come stanno insieme soggettività di parti tanto diverse del Paese. Per
far fronte a questi processi che attraversano il paese serve forse una proposta politica più audace,
che scompagini di più l’equilibrio delle attuali forze in campo, che riorganizzi
la politica per offrire alla società indirizzi, corpi intermedi, occasioni di partecipazione
e di espressione su istanze più generali e non solo di specifiche vertenze.
Avrei voluto che questa conferenza di organizzazione offrisse la possibilità di un confronto
vero.
Mi aspettavo uno sforzo di apertura, ma questo non vi è stato. Il documento della maggioranza
appare sostanzialmente autoassolutorio, non sviluppa una vera analisi dello stato del partito
e attribuisce le evidenti carenze a ragioni di natura metapolitica. Ma al di là di quest’impostazione
generale, vi sono alcuni nodi che rendono questo documento non condivisibile. Il primo - e per molti
verso il più paradossale - è che in questo documento la riorganizzazione del partito
viene totalmente decontestualizzata dalla realtà sociale e politica del paese. Il fatto, per
esempio, che siamo impegnati in un ruolo di governo passa sostanzialmente in secondo piano. Accanto
a questa decontestualizzazione, vi è nella proposta una reticenza sostanziale ad affrontare
le questioni fondamentali, a partire dalla scarsa democrazia che vige al suo interno. Si pensi che
su 60 e più parlamentari le minoranze ( che rappresentavano all’ultimo congresso il
40 % dei voti) hanno ottenuto solo 6 rappresentanti. Vi è infine un terzo elemento, politicamente
decisivo, che riguarda la Sinistra europea. I segnali che provengono dallo stesso gruppo dirigente
non sono per nulla tranquillizzanti e resta intatto il sospetto che si voglia ripercorrere la strada
di Izquierda Unida, e cioè il mantenimento formale del partito e il suo svuotamento sostanziale
in un soggetto di ispirazione socialdemocratica. Per questo non aderirò al documento della
maggioranza, neppure per presentare degli emendamenti, come invece ha deciso di fare la maggioranza
dei compagni che aderiscono alla mia stessa area. Nell‘ambito di questa conferenza cercherò di
fornire anch’io un contributo e mi auguro che sia possibile coinvolgere i compagni in uno sforzo
unitario, ma il passaggio che stiamo per compiere richiede posizioni chiare e comportamenti lineari.
La ricerca dell’unità va perseguita, ma nella chiarezza.
Condividendo le proposte presentate dalla segreteria mi limito a illustrare un punto sul quale ho presentato un emendamento integrativo.Il nostro partito deve definire nella conferenza di organizzazione quale valore attribuire alla formazione all’agire politico dei propri militanti e dei propri rappresentanti nelle istituzioni.Sappiamo tutti che la formazione di un comunista avviene primariamente nel luogo di lavoro o di studio, con la partecipazione al conflitto sociale. Ma è necessario che si possa disporre anche di momenti formativi strutturati , seminari e convegni, per approfondire conoscenze, dare organizzazione scientifica ad esperienze e intuizioni parziali, per imparare ed insegnare, al contempo, attraverso il confronto e la ricerca di gruppo Una formazione continua che, facendo perno sull’inchiesta , abitui a confrontarsi su ciò che si conosce, su come si è giunti a conoscerlo , su come agire per modificare lo stato delle cose esistente.Troppo spesso, inoltre , noi abbandoniamo a se stessi coloro che eleggiamo nelle istituzioni senza momenti formativi su come, ad esempio, praticare ( problemi politici e tecnici) la scelta del bilancio partecipato. Noi stiamo trascurando anche la formazione di coloro che eleggiamo Tesorieri e componenti i Collegi di Garanzia a tutti i livelli, con il risultato che è di fronte agli occhi di tutti e che, per quel che riguarda la mia regione, è ormai drammatico: questioni che, se affrontate con competenza e nei tempi dovuti, possono essere risolte senza gravi danni e lacerazioni, trascurate diventano un tumore che infetta lo stesso dibattito politico.Mi risulta che anche in altre regioni, in molte federazioni vi siano problemi analoghi Occorre, dunque, che la conferenza decida un forte impegno politico e finanziario del Partito nella formazione all’agire politico, in tutte le direzioni indicate.
La conferenza d’organizzazione è un’occasione di ri-partenza. Non so se la categoria
più adeguata sia quella dell’istituzionalizzazione ma non credo sia questo il punto:
diciamo piuttosto che la funzione di governo crea nuove complicazioni ed anche contraddizioni, che
esistono criticità che non possiamo trascurare, che è sentito il bisogno di un momento
di riflessione.
Anche perché tante/i di noi hanno avuto, in questi mesi, l’impressione che così non
va, di un partito scoperto. Non credo si possa dire che questo partito non abbia più capacità di
iniziativa politica, penso invece a un crescente bisogno di partecipazione, a una più efficace
circolazione delle informazioni e presenza del gruppo dirigente nei territori. Si tratta di cogliere
le potenzialità del partito. In Sardegna abbiamo pensato di dare un contributo, diciamo propedeutico,
alla conferenza, attraverso un congresso straordinario che rompesse la paralisi dell’organizzazione
e attivasse un processo di ri-generazione del partito. La partecipazione ai congressi (intorno al
60%) indica un risultato positivo, come la capacità di confrontarsi, pure nelle differenze,
con maggiore rispetto. Una ampia discussione politica, sul rapporto con la Giunta Soru ma anche su
come si traduce in sardo la SE, su come si declina la precarietà nel territorio, sull’Autonomia
come possibilità di avanzamento della democrazia, su come si possa costruire la Rinascita
e l’Alternativa a partire da una idea dello sviluppo di qualità del lavoro e dell’ambiente.
Di una Sardegna libera dall’occupazione militare e di un nuovo Statuto dei diritti. Su questi
temi come sulla costruzione della SE abbiamo trovato convergenze che vanno ben oltre la maggioranza
del 63% della mozione 1 L’Alternativa di Società in Sardegna. Credo che anche questo
sia un positivo contributo che vogliamo portare alla conferenza. Non un semplice fatto burocratico
ma la risultanza di una indagine interna su un Partito che ha bisogno di dibattito più di
quanto non ci siamo abituati a praticare negli ultimi tempi. Non un superamento dell’autoriforma
e dell’innovazione ma la necessità che essa resti la barra orientatrice della Rifondazione.
Sul contenuto della legge finanziaria condivido il giudizio politico espresso dal segretario nella
relazione. Pur nell’ambito di una manovra che noi avremmo voluto quantitativamente meno pesante,
sono presenti e visibili chiari elementi di discontinuità con la politica economica dei precedenti
governi, nel senso di una maggiore attenzione agli aspetti di equità sociale. Questa vicenda
ci consegna tuttavia un altro tema che deve entrare tra le priorità politiche dell’immediato
futuro: la riforma delle procedure di bilancio. Lo strumento della legge finanziaria si dimostra
ormai del tutto inadeguato e di anno in anno assume dimensioni sempre maggiori, fino ad assorbire
buona parte dell’attività legislativa annuale. In questo modo il ricorso al voto di
fiducia sul maxiemendamento del Governo è un fatto obbligato e inevitabile. In tal modo però vengono
ridotte le prerogative parlamentari, la leggibilità e la trasparenza sociale dei provvedimenti
e la possibilità di programmare una politica economica coerente. Il risultato è quello
di esaltare il potere di pressione delle lobbies e della tecnocrazia e di limitare la permeabilità sociale
del processo di formazione del bilancio. È questo un tema politico e democratico di primaria
importanza che dobbiamo porre con forza sin da subito.
Sull’agenda delle prossime settimane credo che dobbiamo evitare di agire in una logica solo
difensiva, ponendo tra gli obiettivi immediati dell’azione di governo quelli dell’attuazione
delle istanze riformatrici del programma dell’Unione, a partire dal superamento della legge
30 e della Bossi-Fini. Sulle pensioni occorre imporre l’allargamento del dibattito anche al
tema dell’aumento delle pensioni sociali e minime, in un’ottica di progressiva estensione
del diritto universale al reddito. Sulle liberalizzazioni, che non vanno confuse con le privatizzazioni,
occorre difendere l’autonomia di scelta degli EELL sulle forme di gestione e garantire la pari
dignità tra imprese pubbliche e soggetti privati sul mercato dei servizi pubblici.
Il tema della forma partito in Europa risulta di estrema attualità se il noto politologo Marc Lazar incentrava su questo una riflessione non di una pubblicazione scientifica, dedicata a specialisti della materia, ma di un editoriale comparso nella prima pagina di “La Repubblica”. Una qualsiasi definizione di partito non prescinde dal fatto che esso è un prodotto storico non un’organizzazione politica data una volta per sempre. Il partito è, a cominciare dalla fine del XIX secolo, lo strumento di cui la classe si è dotata per offrire una risposta sistematica alle proprie istanze e per contrapporsi ad istituzioni statali a-democratiche. Il primo modello di partito, la socialdemocrazia tedesca, ha quindi legato la sua forma organizzata a quella delle articolazioni centrali e periferiche dello Stato. Su questa esperienza storica si è innestata la rappresentanza strutturata del lavoro salariato. Il partito più innovatore del XX secolo, quello bolscevico, ha infatti costituito le cellule volendo rendere omogenea la sua organizzazione a quella che si stava creando grazie al nascente sviluppo industriale serializzato. Volendo utilizzare una sintesi si può sostenere che la storia del movimento operaio ha visto sorgere partiti rivolti a due finalità: la presa del potere e la creazione di un contropotere. Oggi l’autoriforma del partito è un’esigenza conseguente alla profonda modifica del modello di sviluppo capitalistico, alla cessione di sovranità degli Stati-nazione nonché al processo di disarticolazione dei corpi sociali intermedi. È pensabile che il partito possa fare a meno dei nuovi soggetti del lavoro subordinato e delle nuove aggregazione sociali? Dobbiamo lasciare soli le-i Giovani Comuniste-i ad interrogarsi su come far ‘contare’ nel partito le pratiche di auto organizzazione? Dobbiamo tralasciare l’esistenza dello “spazio comune europeo”? Dovremmo indagare, restando nel solco della tradizione sintetizzata, l’autoriforma del movimento socialista francese. La vecchia SFIO (section française de l’international ouvrière) nel biennio 1969-1971 riuscì a rivoluzionare la propria struttura a differenza del PCF attraendo importanti settori del movimento, svecchiando corpo militante e pratiche, dando qualche pur parziale risposta alle domande maggio francese. Non riuscirono ugualmente il PSI, impegnato nel Governo al Centro-sinistra, né il PCI ancora privo di un’analisi della composizione di classe. Potremo riuscire noi valorizzando e innovando la militanza.
Ritengo che la proposta di Conferenza di Organizzazione nelle modalità proposte dal compagno
Ferrara sia condivisibile e vada sostenuta.
Si tratta in questa fase di prendere atto che una fase politica si è conclusa e che l’ingresso
di Rifondazione Comunista al Governo pone nuove questioni organizzative e politiche.
Il fatto che ormai Rifondazione sia impegnata in numerose giunte regionali, provinciali e comunali
ed abbia una ampia rappresentanza parlamentare ed istituzionale, pur essendo una risorsa, anche economica
per il partito rischia di essere fonte di inquinamento istituzionalista delle nostre pratiche politiche.
Con le elezioni politiche si è reso evidente uno spostamento dell’asse organizzativo
del partito anche nazionale dentro il parlamento. Ciò oltre a creare il rischio di illuderci
che le pratiche politiche si possano spostare nelle istituzioni ci espone a vere derive politicistiche
e addirittura corruttive delle nostre pratiche politiche.
Insomma, vi è una concreta possibilità a fronte dell’evidente crisi dello strumento
Partito della omologazione anche dei dirigenti di Rifondazione al resto del panorama politico italiano.
Quello che va evitato è una professionalizzazione degli incarichi istituzionali.
Questa è una tendenza da combattere, bisogna stabilire una netta distinzione tra incarichi
di partito e istituzionali, con precisa attuazione di un meccanismo di incompatibilità predisporre
un fondamentale sostegno alla strutture del partito assumendone il carico anche economico di questa
scelta da parte del nazionale. In questo ambito va data precisa attuazione ad un principio di rotazione
degli incarichi e di precisa attuazione al divieto di andare oltre al doppio mandato in sede istituzionale,
in modo da assicurare un costante ricambio degli eletti.
Certo quello che ho evidenziato non deve essere il tratto centrale od esclusivo della nostra conferenza
ma è un aspetto che va affrontato e non rimosso nel nostro dibattito.
Su alcuni passaggi della relazione di apertura. Si tratta di un impianto condivisibile. Appaiono chiare una pars destruens e una pars costruens di alto profilo. La scelta del documento unico per la Conf. di Org. è necessaria e condivisibile; è lo specchio di un gruppo dirigente e che ha voglia di uscire dall’ossificazione. La scelta è figlia di un modus operandi di un segretario che si ostina a non dare per perso nessuno chiamandolo alla dialettica. Pensate al conflitto su documenti contrapposti con scontri già visti, pensate ai circoli già grigi. Il partito deve ricominciare a camminare-domandando compatto se vogliamo rafforzare i movimenti e il conflitto condizionando dal basso il Governo. I gruppi parlamentari senza i movimenti non possono spostare Prodi nemmeno di un millimetro. Ricreare il clima dell’ultimo congresso sarebbe esiziale per noi e per il movimento, rafforzerebbe i progetti neocentristi, sarebbe l’unica eutanasia che la Binetti approverebbe. Apprezzo nel documento la denuncia degli elementi di inquinamento presenti in noi. Proseguiamo senza indugi sulla strada dell’autoriforma e dell’innovazione. Allora che gli statuti siano davvero tali, che i limiti siano limiti e che le cariche non siano figurine da collezione. Nelle nostre federazioni ci sono giovani donne e giovani uomini che vivono i conflitti e i movimenti. Vanno valorizzati subito prima che scappino via nel consueto mordi e fuggi. Finalmente si delinea con chiarezza cosa sarà Sinistra europea. Una confederazione molteplice dell’anticapitalismo, utile per stare dentro ai conflitti e alle lotte territoriali, ma anche europee e mondiali, utile perché i nostri parlamentari possano tenere la barra sul programma dell’unione. La proposta dei circoli tematici è praticabile, non mi sconvolge la possibilità dell’adesione parziale e non complessiva al partito. Per averlo praticato con i coord. Pace, con i social forum so che l’adesione parziale a volte può diventare complessiva. A volte le strade percorse per brevi tratti con la multiformità di altri anticapitalismi sono diventate fiumi in piena vivifici e fertili. E allora proviamoci.
I fischi di Mirafiori e dei precari del Cnr testimoniano un clima pesante nei confronti del sindacato ma anche del Governo e della sinistra. Lo scorso fine settimana ho partecipato alla tre giorni organizzata dai NoTav a Venaus e ho percepito un clima analogo. La nostra gente ci chiede coerenza e comprensibilità. Sulla Finanziaria non si nega che abbiamo strappato alcune migliorie. Ma il dato politico è che, sommati benefici e svantaggi, se il segno è negativo i lavoratori fischiano! Oggi la cosiddetta Fase 2 inizia sotto i peggiori auspici, con Prodi che si rammarica di aver dato troppa corda ai sindacati (!). Che fare? Concordo con Ferrero su una forte campagna sul Tfr. Non concordo invece con quanto ho ascoltato sulle pensioni. E dico: no all’aumento dell’età pensionabile, con o senza disincentivi e senza distinzioni tra i lavoratori! Per dare lavoro ai giovani. Ma soprattutto perché, con quando si permette a un manager pubblico di guadagnare 750 mila euro l’anno e si aumenta la spesa militare, non si può chiedere a un lavoratore di andare in pensione più tardi, perchè non fa “un lavoro usurante”. Non riapro la discussione congressuale. A Venezia decidemmo di andare al governo per ottenere risultati. Ci stiamo provando, anche noi che eravamo contrari. Ma risultati non ne vedo e come me i lavoratori che fischiano. Qui si colloca la nostra Conferenza di organizzazione. Quando la Segreteria ci propone di “connettere la prima e l’ultima Rifondazione” penso che la prima Rifondazione si definiva “cuore dell’opposizione” e scendeva in piazza contro la Controriforma Dini, mentre l’ultima sta al governo e rivendica il programma dell’Unione, cioè l’applicazione di quella legge. E quindi: la scelta di governo e di innovazione politico- culturale hanno prodotto dei risultati? La Segreteria ci dice di sì. Faremmo un servizio alla nostra discussione interna se stavolta chi pensa di no trovasse forme comuni per articolare le sue critiche. Infine. Sinistra Europea: quando Mussi parla di “rifondazione socialista” e altri guardano al Pse, ci sarà un problema? Un tempo si diceva “Non vogliamo morire democristiani”. Non vorrei che per non morire democristiani ci toccasse morire socialisti!