Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista
Roma, 19 - 20 Aprile 2008

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Roma, 19 - 20 Aprile 2008

Imma Barbarossa

Non mi sento in grado di proporre un'analisi compiuta dell'esito del voto che deve essere non uno strumento di resa dei conti, ma oggetto di lunga riflessione
collettiva: dalla rivoluzione passiva alla riduzione dei soggetti del conflitto a sudditi, a rivendicatori, a consumatori, perfino a razzisti, al passaggio dalla politica all'economico-corporativo.
Di fronte alla crisi e alla nostra insufficienza si è tentato il salto, la scorciatoia della sinistra unita come panacea di tutti i mali. Unità subito e per decreto. In questa scorciatoia il nostro partito è stato dichiaratamente considerato un inciampo, un ostacolo, una zavorra, il comunismo e il femminismo sono stati dichiarati tendenze culturali destinate a scomparire.
Durante la campagna elettorale mi sono sentita violentata, sapevo che il 15 aprile qualcuno a mia insaputa avrebbe proposto di fatto la mia mutazione, a cui potevo certo oppormi ma a patto di tornare nel privato. La tragedia ci fa rinsavire ed è doloroso che ritroviamo la necessità di Rifondazione comunista in questa catastrofe. Dalla catastrofe alla catarsi come nelle tragedie greche. Tuttavia questa comunità politica non va solo preservata come una specie di mummia in attesa del sol dell'avvenire, ma curata, trasformata, fatta vivere nelle pratiche. La proficua, indispensabile relazione con movimenti ed associazioni va continuata, approfondita, allargata, resa permanente in una forma che decideremo insieme con loro. A patto però di non sentirsi inferiori perché si sta in un partito e perché si è comunisti .Parlo un attimo dell'assemblea di Firenze: ho seguito tutti i Social Forum sentendomi perfettamente a mio agio. Cos'è invece che mi ha creato disagio nella affollata e partecipata assemblea di Firenze? La prevalenza di ex di partiti che si vestono da associazioni e sputano sui partiti, la presenza numerosa di donne che si fanno rappresentare da uomini i quali uomini si prendono il carico di parlare a nome delle donne senza porsi alcun problema, infine il bisogno ossessivo di un leader trascinatore di folle. Ritengo una grande sciagura culturale e politica viversi come bisognosi/e di un leader che fa sognare, magari con qualche iniezione di sacro. La politica è passione, etica, utopia, ma non sogno magari da registrare con applausometri.

Claudio Bellotti

Nell'amarezza di questi giorni voglio partire da un dato positivo, che è la reazione di tanti compagni che si fanno avanti per aiutare il partito a continuare ad esistere. Una militanza più generosa e coraggiosa di un gruppo dirigente che più volte è caduto in un cinismo sconcertante.
La sconfitta ricade su tutti noi, ma le responsabilità di una linea politica difesa con oltranzismo dal gruppo dirigente sono chiare.
Crisi economica, governo di destra, sindacato in ritirata, sinistra screditata: per la nostra gente si preparano tempi duri, dobbiamo saperlo. Si farà una selezione dura anche fra noi, e buon viaggio a chi nella sinistra già guarda verso il Pd.
Il Pd ha fatto campagna contro di noi perché è un partito nato per demolire la sinistra e ogni rappresentanza di classe sia politica che sociale. È la sua missione, e ne discende che una sinistra di massa si potrà costruire solo in un conflitto antagonistico col Pd, oltre che con il governo di destra che sarà ovviamente il primo avversario.
Contro una destra reazionaria e razzista non si fa campagna dai localini di Via Veneto, nessuno ci può credere!
Sul voto operaio: mi sono domandato quanti del milione di lavoratori che in ottobre votarono No nelle fabbriche all'accordo sul welfare siano stati tra i votanti dell'Arcobaleno; credo molto pochi, il fatto che non abbiamo abbracciato quella battaglia è stato la rottura decisiva che ha prodotto l'esito attuale.
Si riparte da una lunga marcia, da una svolta operaia per una nuova rifondazione. Temono che una volta cacciati dal parlamento, torni la sinistra di piazza. Il loro timore deve essere la nostra speranza, ed è anche l'unica strada.

Ugo Boghetta

Il tema da affrontare è lo sradicamento sociale e culturale, ancor prima che politico, che produce su noi il neoliberismo. Gli errori principali stanno in analisi troppo auliche e poco concrete: troppe idee e comportamenti da salotto, troppe svolte e controsvolte. C'è la gara a chi vola più alto (Bertinotti Niki) e poi si fatica a fare cose minime: basta con il leaderismo mediatico e l'americanizzazione. Non tutti abbiamo pensato che l'alternativa di sinistra passasse attraverso il governo Prodi. "Tenere il piede in mezzo alla porta" per aprire ai movimenti o la tesi dei "i paletti" ponevano un approccio più realistico al tema del governo. Approcci diversi portano a scelte diverse. La decisione (autistica) di Bertinotti di presiedere la Camera e il non aver chiesto ministri importanti hanno minato da subito la nostra credibilità. L'inefficacia è stata la conseguenza. I vuoti di gestione politica del partito poi hanno fatto il resto. Operando in altro modo sarebbe finita allo stesso modo ma forse avremmo salvato la faccia. Né i movimenti sono riusciti a supplire per fragilità, o forse perchè serviva altro tempo. La manifestazione del 20 ottobre e l'assemblea della sinistra arcobaleno di Roma ci hanno illuso. La costruzione burocratica della coalizione elettorale, del programma, delle liste, invece hanno fatto perdere ulteriore credibilità. La campagna elettorale di Bertinotti poi è stata scialba, sbagliata nel non attaccare Veltroni, insensata nel proporre più volte lo scioglimento del Prc. La sua assenza da due anni al Cpn è inqualificabile. Liberazione ha fatto il resto. Non è credibile oggi dire che dobbiamo aver cura del partito quando da anni si persegue il suo sfascio: confusione politica ed organizzativa. Carrara è stata una finta. Ed è insopportabile sentire che non è in campo lo scioglimento del Prc. Con chi mente che discussione può esserci? Rilanciare su basi più avanzate e concrete il Prc senza se, e senza ma è il primo strumento per ritornare fra i lavoratori e nella società ed anche per rifondare la sinistra.

Salvatore Bonadonna

Trovo la relazione del segretario onesta, leale e coraggiosa nell'indicare la strada della ricostruzione della sinistra; per questo non mi convince il tono liberatorio di chi celebra il rituale consolatorio del sacrifico. In quel rito si consuma l'autoassoluzione e la operazione tradizionale per il potere nel partito in nome della difesa dello stesso. Questo non serve a capire perché abbiamo subito una sconfitta drammatica. Ci accontentiamo di dire che ha perso la sinistra l'arcobaleno? A me non basta; penso che la sconfitta non sia solo figlia dell'improvvisazione con cui si è costruito l'arcobaleno e del politicismo con cui sono state fatte le liste. Questo c'è tutto, ma non spiega tutto. Avremmo, dunque, perso i voti nella campagna elettorale?
Penso che serva indagare lo sdradicamento di cui ha parlato Giordano. Perché l'elettore di Rifondazione ha votato Lega o si è fatto attrarre dal richiamo strumentale e falso del voto utile o non ha votato? E questo in presenza di un Nord e di un Sud che non basta definire come "questioni". Se non riusciremo a fare una analisi seria e approfondita di come si è trasformata la società e di cosa è composto il magma che si è consolidato a destra, non sapremo costruire la forza necessaria alla trasformazione e ci consoleremo con la conservazione di identità che rischiano di essere simulacri.
E bisogna avere il coraggio di dire che lo sradicamento, manifestatosi durante il governo Prodi, viene da lontano, dal politicismo che ha contagiato molte parti del nostro stesso partito. Si parla della Campania, conosco il Lazio e la Roma di Veltroni per non interrogarmi a fondo sul nostro modo di essere nei governi locali e sul distacco che si produce nel popolo della sinistra; e so della fatica di Nichi in Puglia per tenere un profilo diverso.
Il risultato positivo del 2006 è stato frutto di un investimento generoso e necessario sull'Unione per una svolta; la delusione ha segnato il risultato di oggi. Spirito di verità e principio di realtà non ammettono che la sconfitta sia addebitata alla prospettazione di una sinistra unitaria e plurale e non solo comunista!
Questo soggettivismo, al dunque, nasconde anche le responsabilità individuali e diverse e nasconde la realtà di un partito che rischia una sorta di balcanizzazione in cui operano clan che chiamano alla fedeltà e allo schieramento. Su questioni sociali rilevanti ci si incontra a lavorare al di la degli schieramenti interni e penso che la sinistra unitaria e plurale sarà quello che anche noi avremo contribuito a fare. Mi piacerebbe discutere del superamento della scissione di Livorno e delle sue implicazioni, come di cosa può significare il richiamo di Russo Spena al Marx del 18 Brumaio; ma anche ridiscutere delle riforme di struttura di Lombardi e del rapporto tra masse e potere di Ingrao. Ho avuto conferma facendo campagna elettorale dove i circoli mi hanno chiamato visto che i gruppi dirigenti non hanno ritenuto di impegnarmi. Promuoverò incontri con le compagne e i compagni che hanno voglia di essere protagonisti, di non delegare. La riforma della politica deve partire anche da noi, dal nostro modo di essere, dal non omologarci, dalla autonomia che non può non segnare una forza di sinistra che voglia prefigurare un'alternativa di società. Se non c'è questo, il richiamo identitario può solo salvare pezzi di ceto politico.

Alberto Burgio

Sulla disastrosa sconfitta elettorale hanno pesato le forzature compiute in campagna elettorale riguardo al simbolo senza falce e martello, al significato politico della lista unitaria, alla presunta irreversibilità del percorso unitario, ai simboli da «portare nel cuore» e al comunismo come «tendenza culturale». Ma è stato determinante soprattutto il nostro scarso radicamento sociale, alla cui base stanno le opzioni di cultura e di pratica politica prevalse in questi anni. Queste opzioni (a partire dall'idea che il lavoro non sia più il cuore della riproduzione) ci hanno condotto lontano dalla nostra gente e ad essere percepiti come distanti e separati. Lo spostamento del voto operaio verso la Lega ha questa ragione: l'eclisse della rappresentanza politica del lavoro da parte della sinistra di classe.
Ho trovato sorprendente nella relazione di Giordano l'assenza di qualsiasi considerazione critica su come siamo entrati nell'alleanza con Prodi e nel governo, la cui azione insoddisfacente interroga precisamente la linea prevalsa al Congresso di Venezia.
Infine, a proposito degli ultimi sviluppi: Giordano assicura di non avere mai detto di volere sciogliere il partito. Forse non lui e non in questi termini. Ma certo altri sì. Non è affatto sorprendente che l'enfasi su unità, accelerazioni e irreversibilità abbia alimentato sospetti non incomprensibili. Del resto, che cosa è il «processo costituente» di cui ha parlato Giordano ancora nella relazione? Che cosa si vuole «costituire», se al contempo si definisce «impraticabile» l'ipotesi federativa?
Il segretario ci ha detto anche che «siamo stati sconfitti tutti». E' inaccettabile che a sostenere questa teoria della «responsabilità collettiva» siano i dirigenti del partito. Si tratta della pretesa di non essere considerati responsabili delle scelte compiute e dei loro esiti. Ma l'assunzione di responsabilità è un fondamento di legittimità, tanto più quando un gruppo dirigente decide in modo verticistico, autoritario ed escludente, in base a logiche maggioritarie. È una storia di anni, che oggi, per fortuna e finalmente, sembra approssimarsi a una svolta.

Carlo Cartocci

Dobbiamo riconoscere che il processo di costruzione del soggetto unitario e plurale è stato condotto in modo verticistico e affrettato: con pochissima condivisione, politica e sentimentale, della base del partito. Il partito, da troppo tempo preso da autoreferenzialità, non ha saputo valutare i cambiamenti culturali, prima ancora che politici, che nel frattempo sono avvenuti nella società, nel mondo del lavoro, nella produzione di valori, nella costruzione del simbolico. La maggior parte dei dirigenti e quadri del partito negli ultimi anni si sono riversati nelle istituzioni e hanno trascurato il radicamento territoriale e rotto collegamento con i movimenti.
Non possiamo considerare irreversibili le scelte fatte. Non serve cambiare i vertici se non si elimina il verticismo. Il nostro è un problema culturale: dobbiamo cambiare il metodo di analisi della società, ma anche il linguaggio e il tipo di comunicazione a cui ricorrere. Imparare ad ascoltare. Io credo che la dirigenza del partito si sia isolata ed abbia elaborato strategie come farebbe un consiglio di amministrazione: con metodo oligarchico, elitario e di separazione dalla base militante. E' amaro constatare che la presenza di molti giovani nella direzione del partito non abbia portato quell'aria nuova che speravamo: sono invecchiati molto presto.
In conclusione va respinta ogni idea di scioglimento, partiamo dalla ricostruzione dell'unità del partito, poi si riaprirà il processo della costruzione della sinistra plurale e della sua organizzazione federativa aperta a singoli, movimenti e partiti. Immaginiamo una dirigenza al servizio del partito e non viceversa: facciamo un congresso di rifondazione di Rifondazione.

Giusto Catania

Vorrei attestarmi sulle cose che sono state dette negli organismi ufficiali di partito, mi sembrerebbe dispiacevole discutere di documenti che il Cpn e il corpo militante del partito non conosce. Mi sembra assurdo che si contesti a Franco Giordano, così come ha fatto Paolo Ferrero, di non aver impedito che circolasse un appello in cui si chiedeva di scogliere Rifondazione comunista. Personalmente non sono di cosa si stia parlando e mi sembra folle una discussione così, rinchiusa in noi stessi, dopo questo disastroso risultato elettorale e mentre il popolo della sinistra sta guardando con ansia a questa nostra discussione.
Dobbiamo far ripartire il processo della Sinistra a partire dal rafforzamento di Rifondazione comunista.
C'è un nodo su cui dobbiamo discutere: quale Rifondazione comunista? C'è una differenza strategica tra noi e Oliviero Diliberto che propone di rifare Rifondazione prima della scissione. Per me il processo costituente della rifondazione è cominciato con la caduta del governo Prodi e con la scissione di Cossutta. Da lì è cominciata la connessione con i movimenti, la rottura di vecchie incrostazioni idelogiche e la ripresa di un nuovo protagonismo sociale. Poi è arrivata Genova, Firenze, il grande dibattito sulla non-violenza. Da questa Rifondazione bisogna ripartire, dall'accumulo d'innovazione, ricerca, elaborazione che abbiamo sedimentato in questi anni. Sarebbe devastante un ritorno ad una identità cristallizzata. Il nostro deve continuare ad essere un partito meticcio che abbia l'ambizione di costruire l'ibridazione delle culture nella società.
Bisogna ripartire da questa Rifondazione per ricostruire la sinistra, a partire da quelli che abbiamo incrociato in queste settimane di campagna elettorale, a partire da Rita Borsellino che alle elezioni regionali siciliane è stata un valore supplementare che non possiamo disperdere.
È necessario ricostruire la sinistra nei luoghi della sofferenza, a partire dai bisogni dei cittadini, ma serve un progetto di lunga durata perché quando davanti la Fiat Mirafiori ci dicono che ci occupiamo solo di "zingari e froci" è un problema democratico e culturale e questo ci impone di ragionare su un processo culturale che abbia una lunga lena. Bisogna ripartire e come diceva Kerouac "forse no sapremo dove andare ma è urgente metersi in marcia."

Luigi Cogodi

Il colpo elettorale è stato durissimo. Ciò impone una reazione forte e composta e non la deprecabile ricerca di capri espiatori. E' davvero curiosa la disputa, tutta mediatica, tutta "americana", pur essa, prodotta in questi giorni, secondo cui il congresso dovrebbe servire non ad individuare una più valida ed efficiente prospettiva politica, quanto piuttosto a contare chi vorrebbe salvare il partito e chi vorrebbe scioglierlo. C'è evidentemente chi pensa ad un congresso giocato sulla suggestione e non sulla politica, sullo scarico e non sulla assunzione di responsabilità. Va bene la riscoperta a sinistra della dimensione "territoriale" della politica. Ma territorio non vuol dire solo cose, vuol dire innanzitutto persone, comunità e popolo. Territorio vuol dire economia, cultura, attualità e concretezza del conflitto sociale e politico. Il territorio non è un "deserto da attraversare". Il territorio è una dimensione di vita sociale, di relazioni umane e politiche. Vita sociale da saper ben comprendere, cui saper rispondere, da saper rappresentare. Quanto al "radicamento", non si dimentichi il valore vitale della biodiversità. Perché c'è radice e radice. Tradotto in politica, pensato da sinistra, tuttociò significa riconoscimento e ruolo sociale, di classe, di comunità e di popolo. Significa nuovo protagonismo sociale, autonomia ed autogoverno, dimensione aperta e cooperativa del potere diffuso.
Questa è la Rifondazione comunista da salvare, questa la nuova Sinistra da far vivere. Dalla Sardegna ci abbiamo provato, anche proponendo qualche tempo fa un "piano organico di rinascita economica e sociale", come prevede la Costituzione della Repubblica. Sin'ora siamo rimasti troppo soli ed inascoltati dal "centro", da tutti i "centro" politici ed istituzionali. A maggior ragione, perciò, riteniamo utile ripartire da li, dal valore comunitario e liberatorio di un territorio e di un popolo che sa di essere "nazione", nella configurazione costituzionale dello Stato unitario.

Aurelio Crippa

Peccato che gli elogi nel Cpn al Partito siano il portato di un disastroso esito elettorale. La cui causa penso stia nel venir meno della speranza, riposta con la vittoria del governo Prodi, nel malessere suscitato dalle sue scelte e dall'agire del nostro Partito, nella non chiara proposta politica de "La Sinistra, l'Arcobaleno". Ma soprattutto dal sopravvento che ha avuto, perché così si è scelto, a partire dal candidato premier, Bertinotti, la richiesta di un voto a "La Sinistra l'arcobaleno", come progetto fondativo di un nuovo soggetto unico della sinistra (Partito unico). Nella discussione sento dire che nessuno ha mai affermato questo. Si rispetti l'intelligenza altrui.
Dico al compagno Gianni che ha disquisito sulla differenza fra "scioglimento" e "superamento", che a fronte di un "fine intellettuale" come lui, io ex operaio, orgoglioso di esserlo, sono andato a consultare il vocabolario. Vi ho trovato che ambedue dicono "non c'è più" il soggetto parte in causa. Ho sentito chiedere dal compagno Antonaz se è vero o no che c'è un documento pronto, firmato anche da molti qui presenti, da distribuire dopo il voto, a sostegno del Partito unico.Chiedo una risposta, perché se questa non c'è, significa la conferma.C'è poi Liberazione che si è spesa in questi mesi a sostegno di questa tesi.Chiedo una discussione specifica sul quotidiano, compresa l'ipotesi di cambio del Direttore, visto che ha dichiarato di sentirsi "disturbato" dall'essere chiamato comunista. Togliamolo dall'impaccio. Il voto del nostro popolo ha sconfitto la tesi del Partito unico della sinistra, compresa la deleteria dichiarazione di Fausto Bertinotti verso la fase finale della campagna elettorale di ritenere una presenza comunista una tendenza culturale. Giuste le dimissioni della Segreteria, meglio se fossero state date subito. Si elegga il Comitato di gestione e si avviino le procedure congressuali. Nel congresso sia la politica a vincere, pur se avverà, a fonte di tesi politiche diverse (non mi piace il tintinnar di spade che sento).

Stefano Cristiano

La sconfitta elettorale è stata netta ed inequivocabile. Abbiamo perso voti da destra, da sinistra e per l'astensione. Nonostante ciò qualcuno persevera nell'errore credendo che il mondo ruoti intorno alle brillanti intuizioni che dopo 10 anni di innovazioni e mosse del cavallo ci hanno portato quasi all'estinzione! Da questi risultati discende il giudizio severo sul gruppo dirigente, ed il rifiuto del tentativo di "privatizzare" i successi, attribuendone il merito ai nostri leaders, e "socializzare" le sconfitte! Molti di noi infatti avevano per tempo affermato che di fronte ad una poderosa pressione sul voto utile esercitata sull'elettorato d'opinione, avremmo dovuto, anche con un richiamo simbolico, consolidare il consenso militante del Prc per ridurre il danno di un risultato comunque negativo. Il motivo per cui non si è voluto usare il buon senso, risiede nel fatto che una parte della ex maggioranza ha usato questa tornata elettorale per consolidare il progetto politico di superamento del Prc, e costruzione di un soggetto unico della sinistra all'interno del quale il Comunismo fosse, come affermato dal candidato Bertinotti, solo una "tendenza culturale". Oggi qualsiasi ipotesi di rinascita passa dalla Rifondazione di un prospettiva comunista non residuale e dal rilancio del Prc come soggetto politico autonomo, e lievito per la costruzione di una sinistra non subalterna al Pd. Chiudo il mio contributo con un ringraziamento. Sono sinceramente ferito dal fatto che il compagno Bertinotti, da quando è stato eletto presidente della Camera, non si sia più fatto vedere al nostro Cpn, e che anche oggi, dopo aver esposto le sue analisi sul voto in numerosi appuntamenti televisivi, non abbia sentito il bisogno di ascoltare questa comunità così divisa, disorientata e ferita. Il mio ringraziamento quindi va a tutti quei compagni che fanno vivere questo partito nei territori e grazie ai quali, sono certo, rinascerà.

Alberto Deambrogio

Tra le varie motivazioni che hanno portato alla netta sconfitta elettorale, alla percezione di vera e propria inutilità della nostra proposta, c'è sicuramente la difficoltà sul terreno del suo insediamento sociale e territoriale. Una crisi su cui anche il Prc aveva provato a riflettere nella conferenza d'organizzazione a Carrara, senza però arrivare a reali cambiamenti nelle pratiche. D'altro canto anche le segnalazioni pervenute nel tempo dai segretari delle regioni del nord, tese a richiedere una maggiore attenzione ai cambiamenti economici, sociali e culturali di quelle aree, sono state ampiamente inascoltate. Se non vogliamo cadere nella velenosa tentazione di inseguire le tendenze dominanti, peraltro già indicate da un Pd disponibile a inseguire le politiche della destra, dobbiamo dotarci di nuovi strumenti di analisi e azione. Naturalmente non basta fare appello a un ritorno tra le persone, ma occorre tentare un insediamento sociale in cui chi è disponibile alla ricostruzione di forme di conflitto sia protagonista dell'impresa. Abbiamo finito per parlare a nome e per conto di qualcuno e non abbiamo seguito l'insegnamento, caro alla teologia della liberazione, che da sempre, ci dice che l'opzione da fare è per gli oppressi come soggetto. Anche da qui occorre ripartire, cercando di connettere tutte le esperienze in una rete dotata di un senso politico comune.
Non sono d'accordo, infine, con chi sostiene che alle scorse elezioni è stata sconfitta la federazione della Sinistra Arcobaleno. E' stato sconfitto, semmai, un cartello elettorale, realizzato in tutta fretta nella speranza che potesse vicariare nel cielo della politica la mancata costruzione sociale. Oggi dobbiamo ricominciare con realismo politico, bandendo ogni settarismo dalle nostre azioni. Ripartiamo dal rilancio consapevole della Rifondazione comunista, per aprire immediatamente la discussione unitaria con tutti i soggetti sociali e politici che non si rassegnano.

Elettra Deiana

Siamo oggi a un punto drammatico della nostra storia, rischiamo che quel che resta di Rifondazione sia soltanto la memoria di ciò che è stato. Proprio per questo una sconfitta come quella che abbiamo subito, così imprevista fino a ieri e oggi così spiazzante anche per le conseguenze che potrà avere a sinistra, dovrebbe indurci a non cadere nella trappola dei riti falsamente liberatori di ogni dopo-sconfitta. La ricerca del colpevole, la resa dei conti, la contrapposizione degli schieramenti da una parte, dall'altra la pretesa di avere parole di verità definitive, formule taumaturgiche, svolte epocali. Abbiamo bisogno di un congresso che restituisca piena sovranità al corpo del partito; un congresso non di conta degli schieramenti ma di ricerca politica, di "approssimazione" - io così lo voglio chiamare; a scelte costruite a più voci, per così dire "sperimentali"; approssimazione a scelte che rilancino la nostra presenza e che nascano in una tensione virtuosa tra la valorizzazione di Rifondazione là dove siamo e la capacità di essere protagonisti di condivisione a sinistra e soprattutto col nostro mondo di riferimento nella società. Lasciamo da parte i trasformismi. La tesi del superamento del Prc è stata in campo, perché negarlo? Ed è stata in campo senza che le iscritte e gli iscritti ne avessero discusso con piena consapevolezza e soprattutto con piena possibilità di decidere. Un oggetto misterioso, che ha irritato profondamente molti e fatto riemergere spinte all'arroccamento. Un congresso che si svolga in modo aperto e trasparente, con la piena partecipazione di tutti e tutte è tanto più necessario e urgente. Le responsabilità politiche sono di tutti? Non c'è dubbio, anche se a livelli molto diversi. Ma vanno indagate le ragioni della sconfitta stando strettamente sul piano politico e soprattutto cercando di capire da dove venga una sconfitta così devastante.

Daniela Dioguardi

Siamo reduci da una disfatta con gravi conseguenze politiche ed umane. Pensiamo all'ansia sul futuro dei giovani e meno giovani, che in questi anni hanno lavorato nel partito e nei gruppi Parlamentari. Sarebbe ingeneroso cancellarli dalla discussione. Le dimissioni del segretario nazionale e della segreteria sono un minimo etico per favorire una discussione senza conformismi e trasformismi. Il confronto interno non deve trascurare la necessaria e contemporanea interlocuzione con la sinistra diffusa. La campagna del voto utile è stata devastante perché avevamo già perso per il nostro elettorato credibilità, autorevolezza, capacità di incidere. L'astrattezza-arroganza ideologica ci impedisce di accorgerci che la realtà è più complessa e contraddittoria di quanto immaginiamo. Ho insistito sulla necessità della pratica dell'ascolto: ascoltare anche ciò che non è in linea con le nostre convinzioni e cercarne le ragioni. Se l'avessimo fatto avremmo capito che il no all'indulto non era incasellabile dentro i vecchi schemi della contrapposizione giustizialismo contro garantismo, ma parlava di un desiderio di giustizia uguale per tutti, di sdegno nei confronti dell'impunità dei potenti che le modalità dell'indulto favorivano. Altri esempi si potrebbero fare su come è stato affrontato il problema sicurezza. E' apparsa evidente l'incoerenza tra il dire, l'essere e il fare. Che fine ha fatto la conferenza d'organizzazione? E la riforma della politica? Abbiamo lasciato che altri agitassero demagogicamente la critica alla politica, agli sprechi, ai privilegi degli istituzionali, e questo ha favorito l'antipolitica, penalizzando noi che dovremmo incarnare il progetto di alternativa di società. "Siete tutti eguali" mi dicevano nei mercatini. Noi che insistiamo sulla partecipazione, sulla necessità del legame col territorio, sulle relazioni come abbiamo costruito le liste elettorali? Non abbiamo agito una pratica conflittuale adeguata ad un governo fragile, che ci poneva più problemi di quanti previsti. Siamo apparsi o troppo consenzienti o troppo inutilmente conflittuali.

Erminia Emprin

Sono grata alla rete femminista per l'incontro con le candidate a Milano: un confronto libero con donne che ci hanno votato, e altre incerte, astensioniste, orientate al voto al Pd. Come sono grata ai compagni operai del territorio dove vivo che ci hanno votato e a quelli che si sono presi la pena di manifestarci il disincanto con cui guardavano all'esperienza di governo e al confronto elettorale nella stretta bipolare. Sono pratiche di relazione che non parlano solo di ieri, ma del futuro: siamo interlocutori di cui si mette in discussione l'efficacia dell'azione politica e sociale. Dobbiamo ripartire da qui, nella consapevolezza che non siamo un corpo separato dalla società. Non è cosi nelle vite e nelle lotte di tante e tanti di noi, precarie e precari, pensionati, lavoratrici e lavoratori che non arrivano alla fine del mese: consapevoli della nostra insufficienza, ma non rassegnati alla politica come delega, impegnati in esperienze di organizzazione di una sinistra diffusa, vertenziale, orizzontale e a rete. Un patrimonio da valorizzare per rilanciare un progetto politico di ricomposizione sociale e di aggregazione della sinistra come pluralità delle pratiche antagoniste. Trovo deprimente, nel dibattito tra noi, la mistificazione che si opera sulla Sinistra Arcobaleno, che non è stata una federazione ma un accordo elettorale tra partiti. Ho condiviso la responsabilità di questo percorso. Ma sul suo sbocco politico, sulla forma partito e sulla sinistra che vogliamo costruire, ho subito una forzatura in campagna elettorale, in assenza di un confronto che doveva - dovrà - essere esplicito e partecipato, dentro e fuori dal partito.

Roberta Fantozzi

Va rimossa la rappresentazione deformata che viene evocata nel nostro dibattito, fra "conservatori" e "innovatori" come quella inesistente, tra chi vorrebbe rinchiudere la discussione sulla sconfitta drammatica che abbiamo subito esclusivamente dentro al partito e chi invece la vorrebbe fare nel coinvolgimento largo della società. La sconfitta è fatta di cause profonde e di motivi immediati che vanno indagati. L'esito negativo della vicenda del governo Prodi, che è senz'altro causa immediata principale si è sommata allo schiacciamento bipolare della campagna elettorale. La proposta politica che abbiamo avanzato non ha fatto argine a questi processi, è stata vissuta come residuale, perché politicista. L'insieme di questi processi ha esaltato il nodo di fondo con cui ci dobbiamo confrontare: lo sradicamento sociale della sinistra, i processi di frammentazione e smarrimento del legame fra collocazione sociale e appartenenza politica. La fase che abbiamo di fronte è quella della ricostruzione del senso di questa utilità sociale: nel riradicamento nei luoghi di lavoro, nelle periferie, nel conflitto sociale, a partire da un interrogativo radicale sulle modalità del nostro agire. Lo dobbiamo fare a partire da una proposta che avanziamo e dalla ricostruzione di un'etica delle nostre relazioni.
Va messo un punto fermo al dibattito che ci attraversa da tempo in modo ambiguo sul superamento di Rifondazione comunista, alle ipotesi di scioglimento che si sono esplicitate nella campagna elettorale. Va data certezza alle donne e agli uomini che hanno scelto di appartenere a questa comunità politica. Rifondazione comunista va rafforzata insieme a un percorso unitario a sinistra che si deve rovesciare, ripartendo dalla società, piuttosto che dal cielo della rappresentanza. Va costruita una comunità politica laica ed adulta, capace di assumersi collettivamente la responsabilità delle tenuta unitaria del partito, emendando le nostre pratiche nel rifiutare sia l'unanimismo, sia qualsiasi negazione dell'altro.

Paolo Ferrero

La sconfitta elettorale è stata pesantissima: larga parte della nostra gente non ha riconosciuto alla sinistra un ruolo di utilità sociale e la destra populista dilaga. Di questo risultato tutto il gruppo dirigente di maggioranza è responsabile e io tra i primi, visto che facevo il ministro. L'idea che qui stiamo cercando capri espiatori è una menzogna giornalistica, che sarebbe bene smettere di alimentare. Su questo piano occorre costruire da subito l'opposizione al governo Berlusconi. Il punto che invece ha determinato la rottura della maggioranza nel gruppo dirigente è dato dal fatto che nelle ultime settimane di campagna elettorale è stata lanciata con forza l'idea del superamento di Rifondazione, di ridurre il comunismo ad una tendenza culturale dentro una nuova formazione politica. Questa proposta politica è stata assecondata o non contrastata dal gruppo dirigente centrale. Che oggi poi si neghi il fatto che a cavallo delle elezioni sono circolati appelli per la Costituente del "nuovo soggetto", mi pare un fatto grave perché mina la correttezza delle relazioni tra tutti noi. Questi tentativi di scioglimento dall'alto del partito per me sono inaccettabili e tendono a dissolvere la nostra comunità politica. Per questo bisogna ridare la parola ai compagni e alle compagne nel congresso. Per l'oggi propongo di ripartire da 2 punti fermi: 1) Il Prc deve vivere per l'oggi e per il domani e non è disponibile a sciogliersi. 2) Il processo di unità a sinistra non va accelerato così com'era, perché è fallito; deve essere rilanciato da subito rovesciandone modalità e forme: deve partire dal basso, dalla costruzione in ogni territorio delle case della sinistra; in modo democratico, al contrario di quanto fatto nella formazione delle liste; deve avere come priorità la costruzione dell'opposizione sociale al governo Berlusconi a partire dalla riforma della contrattazione, dal no alle grandi opere, dalla difesa dei diritti delle donne. Ripartire da Rifondazione e unire la sinistra dal basso è la condizione per non dividere la sinistra tra costituenti comuniste e di sinistra; per evitare che alla sconfitta elettorale si sommi la spaccatura per linee ideologiche prive di fondamento politico, portandoci alla subalternità al Pd o all'impotenza. (Data la delicatezza dei temi e le dicerie più varie che circolano, chi vuole può sentire il mio intervento integrale in Cpn cliccando http://www.paoloferrero.it).

Loredana Fraleone

Spero di non essere accusata di mettere in discussione la tenuta unitaria del partito, se esprimerò dissenso nei confronti di alcuni punti della relazione del segretario, che invece per alcuni aspetti riguardanti l'analisi condivido. Sono d'accordo con Franco quando dice che l'oggetto principale della riflessione deve riguardare le nostre difficoltà soggettive. Penso che anche il disorientamento e l'incertezza che hanno investito il partito, almeno da un anno a questa parte, non siano stati irrilevanti per come è stata vissuta la campagna elettorale. Abbiamo dovuto convincere nostri iscritti non solo a farla, ma persino a votare per la Sinistra l'Arcobaleno. Credo che anche ciò, insieme alla perdita d'insediamento andata avanti in questi anni, abbia pesato sulla nostra esposizione al voto utile. So che questo non si può dimostrare e che è solo una mia opinione. Quello che invece si può dimostrare è che le dichiarazioni di autorevoli esponenti del partito, anche durante la campagna elettorale, per lo scioglimento, la fusione, il superamento, da ultima l'accelerazione della Costituente della Sinistra, hanno demotivato ed angosciato il corpo del partito a tutti i livelli. Persino la segreteria nazionale, da più di un anno a questa parte, non ha potuto discutere e tanto meno prendere decisioni sempre più esternalizzate, figuriamoci i circoli, che si sono sentiti emarginati persino dall'informazione! Nell'ultima segreteria, alla quale mi sono presentata dimissionaria e sentita dare dell'irresponsabile per questo, non è stata detta una parola sul partito, nell'introduzione e nelle conclusioni, mentre l'indicazione data per superare il disastro in cui ci troviamo è stata l'accelerazione del processo unitario. Come si sa non sono contraria al processo unitario, che pratico da tempo e continuerò a praticare, a differenza di chi l'ha soltanto evocato, sono contraria al fatto che il rilancio del Prc debba avvenire unicamente al suo interno, perché questo metterebbe in discussione l'autonomia del nostro partito, indispensabile anche al processo medesimo. Nonostante la conferenza di Carrara, sono continuate pratiche in cui si diceva una cosa e se ne faceva un'altra, pratiche tese allo svuotamento di Rifondazione. Non basta dire che non si è per lo scioglimento del partito se non lo si cura, se non lo si sostiene, se si punta unicamente sul processo unitario, per dissolverlo di fatto. Quando mi sono iscritta a Rifondazione l'ho fatto ad un partito comunista non ad una tendenza culturale.

Alfonso Gianni

Vorrei dire a Burgio che non abbiamo mai sostenuto la tesi della fine del lavoro. Anzi nella globalizzazione il lavoro salariato cresce su scala mondiale. La sua perdita di centralità non avviene per un deficit di essenza ma di rappresentanza politica. Proprio per questo il risultato elettorale è inquietante. I primi studi sui flussi dimostrano che abbiamo perso soprattutto a destra (oltre il 46% del nostro voto a Veltroni), mentre molto inferiore è il travaso verso le varie "falce e martello". Complessivamente il Prc si è comportato meglio degli altri portando alla Sinistra Arcobaleno il 38% dei nostri voti. Pensare che la colpa sia solo del voto utile o della presenza al governo è un errore. Certo questi due elementi hanno pesato moltissimo ma non sono i soli. Temi della destra, come indulto, immigrazione, sicurezza hanno sfondato anche tra noi. La crisi della globalizzazione non si traduce solo nell'altromondialismo ma anche e tanto nel ritorno al villaggio d'origine. Per questo la Lega si afferma. I nostri voti di tradizione ideologica, meno legati alle lotte concrete, sono i più fragili. Pensavamo di raccogliere consensi invece si trattava di produrre senso in un quadro devastato dalla penetrazione del pensiero dominante. La ricostruzione della sinistra è dunque costruzione di senso. Per farlo non possiamo rinchiuderci in una nicchia; non possiamo limitarci al sociale, perché la collocazione sociale è scissa dalla coscienza politica più che nel passato (come dimostra il voto operaio); non possiamo fuggire dalla politica secondo il modello dei vari Casarini (cui piace tanto la Lega); non possiamo riproporre federazioni, né l'Arcobaleno come se nulla fosse successo. Si tratta di aprire un processo costituente che raccolga la sinistra diffusa sul territorio (come nell'assemblea di Firenze) e le varie soggettività politiche che si pongono sul terreno dell'alternativa. Cioè del soggetto unitario e plurale. Questo è il tema del prossimo congresso.

Fosco Giannini

Siamo allibiti: di fronte alla disfatta Giordano non fa autocritiche e ripropone la minestra acida della costituente di sinistra, una Izquierda Unida italiana votata al fallimento e alla liquidazione del partito comunista. E pensare - che contraddizione! - che lo stesso Giordano definisce (a ragione fallite le esperienze federative, dall' Izquierda all'Arcobaleno.
Ma se Giordano è sconcertante non lo è di meno la strana alleanza Ferrero-Mantovani-Grassi. Essa si presenta come alternativa a Bertinotti e poi propone il fior fiore del bertinottismo: una sinistra che rinasca dalla Sinistra europea e da nuovi legami con l'Arcobaleno. Tutto ciò condito con spruzzate di neomovimentismo e neolaburismo. Chi scrive ha fatto una lunga battaglia assieme ai compagni di Essere Comunisti e oggi è difficile capire come essi potranno condividere le diversissime culture di Ferrero e Mantovani, entrambi alla testa di quel bertinottismo al quale ci si opponeva.
Resta il fatto che entrambe le posizioni (Giordano e Ferrero) rinunciano alla sola strada rimasta per uscire dalle rovine : il rilancio del Prc come partito comunista autonomo, alla testa della lotta contro Berlusconi e il Pd confindustriale e filoimperialista e volto all'aggregazione della vasta diaspora comunista italiana.
Alla base della catastrofe vi sono la complicità con Prodi e il cambio violento del Prc in Arcobaleno e cioè di un soggetto rifiutato dall'elettorato comunista e di sinistra. Lascia stupiti la miopia di chi (sia Giordano che Ferrero) ripropone la strada del cimitero: sinistre europee, federazioni, arcobaleni e disorientamenti simili. Chi sente lo stato d'animo delle compagne/i di base sa che vi è una sola possibilità, la stessa che ci chiede l'attacco padronale: ricostruire un partito comunista di massa, attraverso il rilancio del Prc e l'unità dei comunisti. Lo scontro congressuale sarà solo tra costituente di sinistra e costituente comunista: le terze vie, come si sa, sono il regno della non scelta.

Claudio Grassi

Il voto ci consegna la larga vittoria di una destra in cui hanno un peso decisivo Lega e An. Ci allerti ciò che potrà accadere in tema di riforme istituzionali e costituzionali. Contro quest'ipotesi autoritaria, attiviamo da subito una mobilitazione delle coscienze.
Anche l'Udc era esposta alla pressione del voto utile ma ha retto, mentre noi abbiamo subìto un tracollo. Questo perché, al contrario di noi, oltre ad avere un progetto politico ha rivendicato una precisa identità. La Sinistra l'Arcobaleno ha perso oltre 3 milioni di voti sui 4.400.000 raccolti due anni fa e li ha persi in tutte le direzioni, a dimostrazione che la proposta non è risultata attrattiva per nessuno.
Di fronte a questo disastro mi sarei atteso un atto di umiltà da parte del gruppo dirigente. Invece le dimissioni sono arrivate solo dopo diversi giorni. La segreteria non si deve dimettere perché si dà avvio al congresso, ma perché il progetto politico proposto è fallito!
Ho sentito dire da Fratoianni che la Sinistra l'Arcobaleno è un accrocchio e, in quanto tale, non poteva funzionare. Facile dirlo dopo. Chi lo diceva mesi fa veniva accusato di «rifugiarsi nella Comunità montana». Non mi pare che l'Arcobaleno abbia occupato le grandi pianure. Anche sul governo Prodi ho sentito dire parole durissime. Ma chi ha deciso di entrarvi a quelle condizioni? Chi ne ha difeso l'operato fino al protocollo sul welfare?
Si riconosca l'errore e si metta da parte la supponenza. È giunto il momento di investire sul Prc, sul suo impegno unitario, ma anche sulla sua autonomia.
Qui si dice che nessuno ha mai proposto lo scioglimento di Rifondazione comunista. Ma sono stati compiuti atti che indicano chiaramente che il processo che si vuole avviare ha come esito conclusivo la creazione di un altro partito.
Quando si dice che si sta lavorando per il soggetto unico della sinistra e che questa scelta è irreversibile, che cosa si intende dire? E quando si dice che i comunisti restano come «tendenza culturale» nel nuovo soggetto della sinistra? Si percepisce che nel processo unitario nei fatti si scioglie Rifondazione comunista.
Lo si è confermato anche oggi: se si propone di superare Rifondazione comunista nel processo costituente di una nuova sinistra - come ha precisato Alfonso Gianni -, si considera il partito una formazione politica transitoria la cui utilità risiederebbe nel dar vita a qualcosa di altro.
Il voto ha dimostrato che questo progetto è sbagliato, che ci fa perdere il nostro elettorato, che non ne conquista di nuovo e che mette a rischio l'esistenza stessa di Rifondazione comunista. Il congresso che si apre dovrà investire chiaramente sul rilancio e sulla ricostruzione del Prc.

Giulio Lauri

La dimensione della sconfitta è storica: siamo stati percepiti dagli elettori come inutili per battere Berlusconi e poco utili per migliorare la loro condizione. Penso che la priorità ora sia il reinsediamento ripartendo dall'analisi della società e dalla pratica del conflitto. Ma l'errore più grave è stato quello di non avere capito il peso del giudizio negativo sulla presenza al governo e, soprattutto, la dimensione dello smottamento: su questo nessuno può tirarsi fuori, neanche chi da anni propone una linea alternativa. Questo Cpn avrebbe dovuto avviare un'analisi e una libera discussione sulla sconfitta, da fare da qui al congresso in luglio: è stata scelta una strada diversa, quella di una resa dei conti immediata in cui di fatto una parte di chi ha diretto fino a ora il partito, invece, si tira fuori, e della prefigurazione da subito, a soli 5 giorni dal voto e prima di ascoltare iscritti e non, di una nuova linea politica per i prossimi cinque anni, provando a prefigurare l'esito del congresso: non è oggi, prima di questa fase di ascolto, il momento di decidere fra la Costituente della Sinistra - che se si avvia lo fa partendo fuori di qui, e in tempi lunghi, non in due mesi - quella comunista o un partito che dopo il disastro resta tale e quale o torna indietro sull'innovazione. Al posto della conta avrei voluto cominciare a discutere delle ragioni del gigantesco spostamento a destra che c'è stato, a cominciare dal voto a Nord-Est e in Friuli Venezia Giulia dove alle regionali, pur perdendo, la Sinistra Arcobaleno prende quasi il doppio delle politiche superando il risultato del Prc, e di come anche qui si deve ripartire (il lavoro, ma come è cambiato? il territorio?) e di come ci si rafforza (ora è la Sinistra Europea il modello? e perché, però, con Alpe Adria la Sinistra Europea è stata utile sul piano internazionale ma non su quello locale, non andando molto oltre l'adesione di soli esponenti del Prc?), e di quale partito (l'utilità dell'inchiesta, ma dopo Carrara su personalizzazione e carriere istituzionali che bilancio facciamo?). Per ora la discussione è rimandata, per servire deve essere libera.

Alessandro Leoni

Non mi diffonderò nella descrizione del risultato elettorale, molti compagni lo hanno già fatto; voglio, invece, sottolineare come questo disastro sia il prodotto finito di un lungo procedere che ha puntualmente evitato il decollo del reale processo della "rifondazione-rigenerazione-ricomposizione comunista" sostituendola, con moto pendolare, con suggestioni velleitarie, pseudo sinistresi, finalizzate, essenzialmente, a coprire un volgare pragmatismo opportunistico! Elemento non secondario all'origine dello stato comatoso della nostra organizzazione si deve individuare nella gestione della vita interna del "partito", cioè nella sistematica ricerca di consenso attraverso sponsorizzazioni di carriere e allo strumento delle "candidature"! Del resto la scarsa "onestà intellettuale" si è espressa in molti interventi che ho seguito in questo Cpn. Come si può, infatti, sostenere che non ci sia stata la volontà, surrettiziamente attivata, di liquidare il Prc? Basterebbe seguire le dichiarazioni rilasciate alla stampa, mai smentite né contrastate dal segretario dimissionario, per misurare l'ipocrisia dilagante, oggi, qui propinataci. Vedi, fra i tanti, l'articolo, con relative "dichiarazioni", di A. De Angelis del 3 aprile u.s. pag. 3 del quotidiano "il Riformista"! Vorrei soffermarmi su questo aspetto etico-morale per constatare e denunciare come i fenomeni negativi dominanti nella società siano tanto presenti anche nel partito, rovesciando, emblematicamente, il concetto gramsciano d' egemonia. Il voto di questo Cpn deve diventare la prima pietra della ricostruzione del Prc, condizione, quest'ultima, necessaria anche per la ripresa della stessa sinistra.

Graziella Mascia

Le maggioranze e le minoranze in qualsiasi organismo politico si fanno sulla politica, e questa dovrebbe restare buona regola, se si vuole aiutare i compagni e le compagne del partito in una discussione drammaticamente difficile, non solo perché la sinistra per la prima volta nella storia della repubblica non siede in parlamento, ma per le rotture che si sono consumate nella società e da cui dobbiamo ricominciare. Ci sono ragioni in questa sconfitta che certo risiedono nella nostra esperienza di governo, nel come ci siamo stati e anche in come siamo noi. Ma processi così profondi non si spiegano solo con responsabilità oggettive, sarebbe questa una presunzione pericolosa.
Il patrimonio di Rifondazone comunista è prezioso per ricominciare, ma non appartiene solo a noi. Dobbiamo dare da subito un segnale di grande apertura per una ricerca impegnativa, che riguarda la nostra presenza nei luoghi delle ingiustizie e della sofferenza sociale e la capacità di organizzare conflitto e politica. E per questo occorre utilizzare tutti i saperi, organizzando gli studi e gli approfondimenti. Ci sono questioni che mi incuriosiscono particolarmente, per la mia storia politica nata nel mondo del lavoro, e in particolare nella Fiom. Riguardano il senso di appartenenza, il vissuto di migliaia di precari, a volte molto diverso da come noi lo raccontiamo, riguardano richieste di riconoscimenti sociali basate sui consumi, anzichè sul lavoro. Le destre vincono le elezioni e vincono nella società, perché di fronte alla frammentazione sociale prodotta dai processi della globalizzazione capitalista danno risposte immediate, per quanto fondate sull'egoismo, la competizione, a volte il razzismo. Il nodo della critica alla globalizzazione rimane un punto di partenza fondamentale, su questo dobbiamo costruire un progetto credibile. Sono i temi del grande movimento mondiale e del congresso di Sinistra europea dello scorso novembre. Se lavoriamo dentro il contesto europeo, con uno sguardo sul mondo e senza la presunzione della fretta, possiamo imboccare la strada giusta per ricominciare. Per individuare il percorso giusto per ricostruire una sinistra grande in Italia e in Europa.

Leonardo Masella

La catastrofe è talmente grande che non è più il tempo dei diplomatismi e dei piccoli trucchi con le parole a cui è abituato il ceto politico autoreferenziale che ha gestito il Prc. E' finito il tempo dei bla, bla, delle belle parole vuote di contenuto che hanno prodotto il crollo elettorale perché non hanno ingannato più nessuno. I lavoratori, gli operai, i precari, i giovani, i movimenti pacifisti (i No Dal Molin), ambientalisti (i No Tav), antirazzisti, femministi, si sono sentiti traditi dal governo, dalla sinistra e in modo particolare dal Prc. E non si sono fatti ingannare più dalle belle parole, così come non si faranno più ingannare i nostri iscritti. Deve essere chiaro che chi vuole ancora giocare con le parole e con le ambiguità vuole sciogliere il Prc e chiudere con l'esperienza comunista anche senza dirlo. Prima del 13 aprile sembrava che tutti volessero superare il Prc, ora sembra che nessuno lo voglia superare.Basta, non se ne può più di questa farsa. E' giunto il momento della verità e della. L'oggetto del congresso non può che essere: si vuole fare un partito comunista, o si vuole fare altro? Chi non risponde a questa domanda vuole prendere in giro ancora gli iscritti.Un partito comunista, rifondato, di quadri, di massa, di classe, discuteremo collettivamente come, quale partito comunista e per farne cosa, tuttavia ormai nessuno può sfuggire a questa domanda. Vedo, invece, che entrambi i documenti della maggioranza di Venezia, sia quello di Giordano che quello di Ferrero, dicono più o meno le stesse cose.Faccio notare che in entrambi non si mette in discussione il Congresso di Venezia che ci ha portato al governo della catastrofe. In entrambi si continua a parlare di sinistra come se fossimo a prima del 13 aprile. In entrambi si giunge addirittura a rilanciare la cosiddetta Sinistra Europea che ha spaccato i comunisti e la sinistra in Europa.Entrambi i documenti si pongono, incredibilmente, in modo equidistante fra chi vuole costruire un partito della sinistra arcobaleno e chi vuole costruire un partito comunista.

Citto Maselli

Con i miei sessantaquattro anni di militanza comunista ne ho naturalmente viste tante. Ci ho fatto anche due film ma sinceramente non mi era ancora successo di dover provare l'amarezza che, in questi ultimi mesi, mi ha dato il sostanziale adeguamento del nostro segretario alle linee di ostentato distacco da tutta una parte della nostra storia che hanno finito per prevalere nella maggioranza dei nostri vertici. E parlo sul piano umano più ancora che politico, perché dal 1991 fino alla sera del 20 ottobre sotto il palco di piazza San Giovanni, in tanti avevamo sentito Giordano come una straordinaria, difficile e particolarissima figura di garanzia e sintesi dell'apertura al nuovo dentro una storia comunista forte e non confondibile: proprio questo senso profondo, del resto e secondo me, Franco Giordano era riuscito a imprimere a tutta la fondamentale iniziativa di Carrara. E non credo, per quello che riguarda gli ultimissimi tempi, che il problema sia letterale: l'aver detto o non detto che il nostro partito avrebbe dovuto sciogliersi. Così come vorrei ricordare a Vendola che fin dalla costituzione di questo partito e in tutte le riunioni di direzione sotto la guida di Sergio Garavini, la parola "rifondazione" era stata da noi imposta e poi giorno per giorno difesa caricandola fin da allora del suo significato preciso di apertura a tutto il nuovo che andava tessendosi nella società. Non scherziamo, Nichi, almeno fra noi fondatori. Oppure parliamone ma seriamente perché di novità, negli ultimi anni, ce ne sono state e anche importanti. Da vecchio ingraiano le ho condivise quasi tutte, ma come non vedere che in questi ultimi mesi - e anche a prescindere dalle interviste a La Stampa di Bertinotti e dalle imbarazzanti priorità di Liberazione - ci sono state metodologie e arroganze verticistiche insieme a tutta una serie di ostentazioni simboliche sbagliate forse ancora prima che inaccettabili?

Vladimiro Merlin

Molto si è detto del fallimento elettorale dell'Arcobaleno, che certamente è il prodotto del cumulo di una serie di errori, tutti,però,riconducibili al comune denominatore di una linea politica sbagliata. Meno si è approfondita la ragione politica della sconfitta, e questo perché entrambi gli schieramenti in cui si è divisa la vecchia maggioranza continuano a riproporre,con alcuni distinguo, lo stesso orizzonte politico. La ragione politica della sconfitta dell'Arcobaleno risiede nel fatto che è una proposta contraddittoria e politicamente moderata.Contraddittoria perché le forze che lo componevano hanno posizioni politiche e prospettive differenti, in contrasto tra di loro, sia a livello nazionale che locale, in tale contesto il segno prevalente è stato quello più moderato,come si è visto nella manifestazione contro Bush o nella mancata campagna del Prc al referendum sul welfare. Tutto ciò rendeva e rende tale soggetto,comunque sia organizzato (partito, federazione) non credibile ne convincente.Per ciò è sbagliato riproporlo in qualunque forma, la strada è un'altra, ripartire dal progetto originario del Prc che consiste nel rilancio e ricostruzione di un partito comunista forte,radicato nella società e nel conflitto, autonomo nella prospettiva politica, non settario o chiuso ma capace di costruire alleanze ampie con la sinistra anticapitalista. Questo richiede anche la capacità di recuperare e raccogliere quell'insieme vasto di forze e militanti che si sono disperse in questi anni. Ma in entrambe le componenti della maggioranza è emerso un rifiuto netto e aprioristico anche solo ad esaminare questa ipotesi, anzi,da entrambi i lati è emerso il rifiuto a recuperare l'impostazione originale del Prc contrapponendo il Prc del 2003 a quello del '91, ciò significa che il progetto del Prc del '91 è già considerato superato e liquidato, è una cosa che molti militanti non avevano ancora capito, è bene che finalmente si faccia chiarezza su questo punto.

Roberto Musacchio

Poche ore dopo la disfatta ero alla riunione del gruppo europeo della Sinistra. Ho trovato lì tanta solidarietà e l'occasione di una discussione allargata. Altri, prima di noi, hanno vissuto situazioni simili. La Pds, prima di divenire Linke, non passò la soglia dello sbarramento. Molto più vicine le presidenziali francesi, con il Pcf ridotto sotto il 2%; e le politiche spagnole con Izquierda Unita che elegge solo due parlamentari, superando di poco il 3%. Vittime del voto utile, in contesti peraltro molto diversi.
In Francia, come in Italia, vince la destra. In Spagna, Zapatero riesce a mettere a frutto la sua radicalità con i diritti civili. Ma, al di là del voto utile, c'è la difficoltà per le sinistre di alternativa. Sia quando si presentano con falce e martello e all'opposizione (Francia), sia quando si federano e sono più vicine ai governi socialisti (Spagna).
Naturalmente, il quadro è più variegato. La Linke ora si è affermata costruendo un soggetto più originale. A Cipro, Akel conquista la presidenza. Synaspsimos, in Grecia, e Bloque de Izquierda in Portogallo volano nei sondaggi. Ma le difficoltà a coniugare identità ed efficacia nell'Europa liberista resta tutta. E molte forze si ritraggono in ambiti identitari e nazionali.
Per questo è fondamentale l'esperienza del partito della Sinistra Europea che abbiamo fortemente voluto. Esso è lo strumento per portare il livello dell'azione politica laddove si determina il conflitto. È stato fortemente contrastato da una parte del partito e voluto dalla maggioranza del congresso di Venezia. Per questo è grave che la parte minoritaria di quella maggioranza si allei con chi ha contrastato questa come altre scelte fondamentali di Venezia. Per questo mi ritrovo pienamente nella relazione di Giordano, cui va il mio abbraccio.

Marco Nesci

Incredibile: ogni volta che si parla di unità a sinistra si produce una o più rotture - le ultime Ferrando e Sinistra Critica - oggi, il Prc rischia una implosione proprio in nome dell'unità a sinistra. Propongo un patto: chiunque vinca nessuno lasci il Prc.
Dico a Giordano che aver cambiato posizione da parte sua negli ultimi giorni è certamente positivo, oggi tutti parliamo di ripartire dal Prc. Però negare l'evidenza e la verità storica non giova a nessuno: in tutta la campagna elettorale si è dato, anche da parte tua, il senso che il Prc fosse finito, hai ripetuto più volte «processo irreversibile», «noi andiamo avanti - chi ci sta ci sta qualunque sia l'esito delle elezioni», sino al delirio di Bertinotti secondo cui il comunismo veniva ridotto a tendenza culturale dentro il soggetto unico della sinistra.
Il messaggio che avete dato al corpo militante del partito è quello dello scioglimento. Ma non c'è stato solo il messaggio ma anche la pratica dello scioglimento. Basta guardare il comportamento di alcuni come il Commissario di Genova che ha impedito il tesseramento al partito ad alcuni circoli, impedito la formazione di nuovi circoli di lavoro, evitato ogni coinvolgimento nelle decisioni sulla campagna elettorale dei segretari dei circoli.
Catarsi. Questo è quello che ci vuole a ogni livello: quindi Comitato di Gestione e Garanzia Nazionale e accoglimento, per quanto riguarda Genova, della risoluzione dei direttivi dei circoli di Genova che hanno già formato un analogo Comitato.

Gianluigi Pegolo

Di fronte ad un risultato così negativo occorrerebbe un'analisi impietosa e una volontà di discontinuità che, però, non ho trovato nelle relazione del segretario.
Quello che non si vuole ammettere è che il progetto della Sinistra l'Arcobaleno è fallito, e che lì risiede l'origine del disastro elettorale. Perché quel progetto non ha identità e si basa su un aggregato disomogeneo e contraddittorio. Nonostante questo si vorrebbe continuare sulla stessa strada con la nuova proposta dello "spazio pubblico", senza prendere atto che la Sinistra l'Arcobaleno si sta già squagliando. In realtà, fin da momento in cui fu avanzata la proposta del soggetto "unitario e plurale" era chiaro che si voleva superare Rifondazione per giungere ad una formazione non più comunista. Alcuni compagni, criticando l'impostazione del segretario, avanzano una proposta che declina il soggetto unitario e plurale in chiave federativa o confederativa. Ma anche questa impostazione non tiene di fronte alla drammaticità del risultato elettorale e allo sfarinamento delle forze coinvolte. Con chi si dovrebbe fare a questo punto la federazione? Con Sinistra Democratica? L'unica alternativa è quella che si fonda sul rilancio del progetto originario della Rifondazione comunista e che implica la costruzione di un soggetto comunista rinnovato raccogliendo nuove forze, ricollocando l'iniziativa nel conflitto sociale, abbandonando tentazioni piattamente governiste. Questa scelta è l'unica perché poggia su una cultura politica radicata nel paese, perché si fonda su un'opzione dichiaratamente anticapitalista che la Sinistra l'Arcobaleno non ha, perché assume il rapporto col mondo del lavoro come centrale.
La manifestazione del 20 ottobre ci ha detto che c'è spazio nel paese per un partito comunista rifondato e per una sinistra anticapitalista, anche se nel nostro partito non lo si è voluto capire. A questo dobbiamo lavorare. Siamo ancora in tempo per salvare Rifondazione comunista, ma è l'ultima possibilità e non possiamo perderla.

Vincenzo Pillai

Meglio partire da un'autocritica: al congresso di Venezia avrei dovuto proporre alla delegazione sarda di fare un gesto eclatante di rifiuto delle conclusioni del congresso per la sottovalutazione dimostrata alle questioni da noi poste .Non l'ho fatto perdendo l'occasione per rendere un servizio a tutto il Partito .Sono infatti convinto che una riflessione, avviata allora, su come si andava evolvendo la questione sarda e sulle conseguenti domande di nuova organizzazione del partito, avrebbe costretto tutti a fare più attenta ricerca sulle forme di organizzazione, modalità di comunicazione, nel merito di quel rapporto Partito-territorio, in tutte le regioni, su cui oggi tutti si interrogano partendo dalla domanda: come mai neppure il più pessimista di noi ha intuito la catastrofe cui andavamo incontro?. La conferenza di organizzazione , poi, è passata come rito inutile ad invertire la tendenza al centralismo, a modellare il partito, piuttosto che sulla nostra presenza nelle istituzioni, sul ruolo quotidiano del militante comunista come soggetto di riferimento nel luogo di lavoro e nel territorio in cui vive. Non propongo , ad esempio per la sardegna, un partito di sardi, in quanto nativi, ma in quanto lavoratori che devono tornare a riconoscersi non solo come classe in sé e per sé ma anche come soggetti di una cultura e, insieme ad artigiani,pastori,agricoltori, sentirsi responsabili di un territorio da trasmettere ai figli, indisponibile ai progetti della globalizzazione capitalistica.; da qui si ricostruisce l'internazionalismo moderno.

Giovanni Russo Spena

Ci attende una lunga traversata nel deserto. Dovremo saper cogliere la "pluralità del nascente". Siamo portatori di una identità smarrita.
Viviamo un contesto di compiuta rivoluzione passiva; una sorta di 18 Brumaio, per dirla con Marx. Nel massiccio voto operaio alla Lega vi è, non a caso, la metafora di un conflitto di classe che, dentro le paure indotte dalla globalizzazione del capitale, viene deviato, con un processo di americanizzazione, verso securitarismo e giustizialismo. È una sconnessione tra bisogno e progetto. L'altro grande elemento strutturale è la crisi della rappresentanza. È il prezzo che la Arendt chiama "totalitarismo soft", la "democrazia dispotica". Perciò occorre definire attraverso quali strumenti si riorganizza il campo politico della sinistra, per evitare la disgregazione del tessuto militante. Sgombro il campo della ipotesi di dissolvenza verso il nulla, di scioglimento o superamento del Prc. Abbiamo bisogno di identità forti e di riorganizzazione dei corpi collettivi. Il Prc è strumento indispensabile ma non sufficiente per la ricostruzione di un'ampia sinistra anticapitalista. Dobbiamo riorganizzare l'intero campo della sinistra. Perché la sinistra politica è più ampia dei soli comunisti, ma anche perché le forme concrete di impegno a sinistra vanno ben oltre rispetto all'appartenenza ai partiti (reti territoriali, sindacati, paradigmi fondativi dei beni comuni, del pacifismo). Al centro vi è la lotta al patriarcato, la visione sessuata della società, il rovesciamento dell'ordine delle cose borghese.

Linda Santilli

Ho sperato fino all'ultimo che in questa sede oggi si arrivasse, con uno sforzo estremo di responsabilità, a una opzione unitaria per portare il partito al congresso in modo da dare agli iscritti e alle iscritte finalmente la possibilità di partecipare a una discussione vera, non predeterminata da questo Cpn, sulle scelte sul progetto di alternativa di società di Rifondazione comunista in rapporto alla sinistra plurale che vogliamo costruire. Se la polarizzazione resta così come è, cioè due fronti contrapposti che vanno alla conta, e se i documenti presentati non verranno ritirati, io mi asterrò. Vorrei ricordare che tra le ragioni della sconfitta soggettiva c'è la pratica correntizia, la logica di clan in guerra tra loro per il potere che ha in questi anni avvelenato il partito ed eroso il progetto dell'innovazione. Non tenerne conto dopo una simile sconfitta è avvilente e addirittura grottesco.- Abbiamo condotto una campagna elettorale difficilissima. Ma non possiamo negare che è stata resa assai più difficile sotto la spada di Damocle di uno scioglimento del Prc annunciato in modo martellante come imminente e irreversibile senza alcuna discussione interna. La base si è trovata a fare da spettatrice passiva di un processo calato dall'alto. Chi ha provato a dire qualche cosa è stato bollato come identitario e fuori dal futuro. Anche alcune di noi femministe, che abbiamo sempre denunciato gli identitarismi, criticato la forma partito novecentesca, sperimentato la pratica di frontiera del dentro-fuori il partito (non da ieri, non da Venezia ma da 16 anni) quando abbiamo scritto in un documento che il Prc e la sua ricerca sul terreno dell'innovazione è necessaria alla costruzione della sinistra ampia che vogliamo rifondare, che in questo senso dovevamo avere cura di Rifondazione, siamo state etichettate come identitarie e minoritarie.
A me interessa che venga rilanciato il meglio dell'innovazione che abbiamo prodotto in questi anni. E' tutto ciò che di positivo abbiamo nelle nostre mani per fare la sinistra ed evitare arroccamenti e chiusure. Ma va dato uno stop definitivo alle pratiche violente e di potere dei gruppi dirigenti. Su questo punto la discontinuità deve essere nettissima.

Nadia Schavecher

Una sola la condizione per poterci rialzare da questa grande caduta: si ammetta di aver sbagliato tutto e si cambi decisamente linea politica, si torni al progetto per cui nacque il Prc, la rifondazione di un partito comunista con basi di massa. Non era vero che la Gad fosse diversa dall'Ulivo! Nacque l'Unione ed avete teorizzato che andando nella stanza dei bottoni i movimenti ci avrebbero reso il compito più facile. Avete contrattato sugli incarichi istituzionali ed avete omesso di trattare su quelle cose che avrebbero dovuto essere la ragione per cui volerli. Un anno fa i nostri elettori ci hanno messo sull'avviso, abbiamo perso una caterva di voti: al Cpn successivo il Segretario Giordano non fece neanche cenno a questo fatto, peraltro né lui né altri della maggioranza si affaticarono a ragionare seriamente in merito. Quella piazza vuota il 9 giugno non vi ha scomposti. In seguito, sulla consultazione per il protocollo del welfare, non si è voluto nemmeno tentare di costituire i comitati per il no. Avete balbettato, troppo distratti dalla costruzione di una "cosa" con Mussi e Pecoraro Scanio. Ma ora è lecito domandarsi: dove erano quelli che oggi si ergono a giudici e vendicatori, cosa pensavano e cosa facevano? Basterebbe rileggere i loro interventi, per capire che hanno condiviso, le medesime scelte sbagliate, gli stessi errori uno dopo l'altro. E che ricetta ci offrono ora? La zuppa al posto del pan bagnato. Le abbiamo già sentite a Carrara le sirene del "torniamo al partito, rafforziamolo, organizziamolo" e subito dopo gli stessi con più veemenza li abbiamo visti costruire "altro", gestire e mediare per arrivare sempre più speditamente ad "altro". Del resto a nessuno di loro ho sentito dire che la sinistra raccogliticcia e senza anima non è più all'ordine del giorno. Invece quello che è, e resta assolutamente necessario, è il ritorno al progetto iniziale della Rifondazione di un partito comunista, qui ed ora, subito: ne ha bisogno il nostro popolo, la nostra società e tutta la sinistra, perché senza un partito comunista il nostro popolo è in balia delle forze reazionarie e la sinistra, come si è visto chiaramente, sparisce.

Patrizia Sentinelli

C'è una confusione di livelli in alcuni interventi in questo Cpn.
Dovremmo partire dall'analisi della pesante sconfitta mentre mi è sembrata prevalere un discussione del tutto strumentale su un ipotetico scioglimento del partito che tende ad inquinare il dibattito.
Emerge anche dalla stampa che ci stiamo disponendo su posizioni diverse.
Mi pare utile ripartire dalla relazione di Giordano, che ho trovato particolarmente convincente nel punto in cui ci parla di una costituente di sinistra come spazio pubblico, laboratorio collettivo in cui devono nascere un pensiero critico e una forma dell'agire politico adeguati ai tempi attraverso al partecipazione di diverse esperienze, pratiche, culture, partiti, singoli e associazioni.
Per questo ho apprezzato l'Assemblea di Firenze e per lo stesso motivo non condivido il carattere di alcuni interventi che compromettono la cultura dell'innovazione, dell'apertura ai movimenti, della nonviolenza insomma il patrimonio di Rifondazione. Da questa Rifondazione bisogna ripartire e proseguire il processo unitario. Dobbiamo discutere tra noi ma anche fuori da noi, lanciando su ogni territorio assemblee aperte che vedano insieme iscritti, coloro che ci hanno votato e i tanti che non lo hanno fatto.
Sul voto negativo pesano insieme diversi elementi: l'esperienza di governo, il voto utile ma soprattutto la frantumazione sociale, che abbiamo analizzato troppo superficialmente e che quindi non abbiamo saputo rappresentare.
Ci siamo schiantati sul tema dell'efficacia perdendo verso il voto utile ma anche in altre direzioni. Ci hanno percepito come cartello elettorale e non come progetto unitario costituente, non risultando perciò attrattivi. Un rischio su cui avevo messo in guardia già alcuni mesi fa. Ma questo è un elemento tra tanti e nessuno di noi, anche se alcuni lo hanno fatto intendere, può avere la soluzione.
È un arretramento, per questo, la rottura della maggioranza uscita dal Congresso di Venezia che aveva determinato le condizioni per rilanciare nuove pratiche, apertura e internità ai movimenti.

Gino Sperandio

Da tempo dal Veneto insistevamo a dire che stavamo rischiando uno sfondamento delle destre e della Lega in particolare.
Avevamo denunciato come già alle elezioni dell'anno scorso a Verona il Prc avesse preso solo il 20% dei voti avuti nel 2006 e come di questi più del 40% fossero transitati direttamente al sindaco Leghista, ormai assunto alle cronache nazionali per le sue posizioni xenofobe e razziste. Mi pare che sostanzialmente nel Veneto questo processo si sia riprodotto in queste elezioni.
Debbo dire che parlare del problema settentrionale era sentito con fastidio da più di un compagno e oggi mi fa piacere che si inizi a parlare dello spostamento tra identità di classe ad identità di luogo
Ma il problema è dell'efficacia, se in Veneto avevamo fatto una analisi corretta però non abbiamo dato concretezza alla nostra azione e nulla è cambiato in questo anno.
Allora al di là anche delle mie responsabilità che mi spingono a presentarmi dimissionario al prossimo comitato regionale del Veneto credo che il tema sia anche quello di come darci uno strumento in grado di affrontare una sfida, che dopo la debacle, sembra impossibile.
Uno spostamento significativo di analisi deve implicare la riorganizzazione del nostro partito, sono convinto che la costruzione di un soggetto unitario e plurale debba partire da questo: la centralità dei luoghi e la partecipazione. Un partito che federi esperienze diverse, che non abbia una impostazione verticistica o leaderistica, ma che punti alla rotazione degli incarichi (anche attraverso l'assunzione della differenza di genere) e che declini la sua struttura con la scelta di costruzione di un soggetto più ampio.
Per questo credo che occorra impostare il nostro lavoro di elaborazione congressuale strettamente connesso con il lavoro che è iniziato con l'assemblea di Firenze di ieri e per questo partecipare e dare il nostro contributo al convegno sulle forme organizzative che lì è stato proposto dalla Associazione per la Sinistra Arcobaleno del Veneto.

Sandro Valentini

Molte sono le cause che hanno contribuito alla disfatta politica ed elettorale nostra e della lista di Sinistra l'Arcobaleno; alcune hanno origine con la nascita stessa del Prc, cioè col processo di bipolarizzazione all'americana della politica italiana che in questi anni non abbiamo saputo adeguatamente contrastare; altre sono più recenti, come l'ondivaga collocazione parlamentare di questi ultimi anni o la sottovalutazione sulla nascita del Pd che ci ha colto impreparati; altre infine sulla impostazione elettorale, di come si è arrivati, senza un processo dal basso alla formazione della lista di Sinistra l'Arcobaleno e alla stessa impostazione elettorale. Sarebbe bastato non commettere questi errori più recenti perché la disfatta si trasformasse in pesante sconfitta: noi non saremmo un partito extraparlamentare, perché il 4% era alla nostra portata.
Solo per questo semplice motivo tutto il gruppo dirigente, ma proprio tutto, si deve dimettere. Credo che sia un errore grave, di ulteriore appesantimento della già drammatica crisi, quella della conta interna oggi. La proposta che la Segreteria allargata resti in carica fino al Congresso di luglio per poi essere in quella sede totalmente rinnovata,sulla base dell'esito del dibattito politico, mi pare giusta, di buonsenso. Si vuole invece, già da ora, determinare una rottura ancora prima di avviare un confronto congressuale e aprioristicamente si vuole costruire una nuova maggioranza non partendo dai contenuti ma su questione di inquadramento attraverso la nascita di un vero e proprio correntone. Gli artefici di questa operazione si accollano sulle loro spalle una grande responsabilità, compresa la scelta di arrivare al congresso nazionale con quattro o sei mozioni!
Voto quindi a sostegno della proposta avanzata da Giordano anche perché mi riconosco pienamente nella posizione politica che esprime: rilancio del partito per portare tutto il Prc nella costituente della sinistra. No alla residualità dell'unità dei comunisti, no alla Federazione o a un rigurgito di processo rifondativo che ci porta a una nuova Dp. e non al un soggetto unitario e plurale della sinistra.

Marco Veruggio

Non servono uomini della provvidenza né discussioni organizzative che mascherano un sostanziale continuismo politico. Tutti oggi vogliono difendere il Prc, e sento ancora una volta parlare di partito unico, federazione e oggi anche di costituente della sinistra. Ma - lo ha detto Pegolo e lo ripeto perché non ho sentito risposte - con chi? Col Pdci tutti dicono di no, i Verdi veleggiano verso il Pd, Sd è una realtà virtuale. E allora? Con lo Sdi o tiriamo fuori dal cappello a cilindro la "società civile"? Ma soprattutto: con quale progetto? La gente non ci ha votato non perché si arrovellasse sulla forma organizzativa, ma perché per due anni ci siamo rivelati inutili. Io penso che oggi serva un soggetto comunista organizzato (non darei per scontata l'autosufficienza del Prc) in grado di promuovere un vasto schieramento anticapitalista di opposizione, non guardando a Boselli, ma a tutti quei compagni di strada che abbiamo perso stando al governo. Sono d'accordo con Ferrero: serve una linea politica, ideologica e culturale, ma in questo dibattito non l'ho neanche intravista. Ci sono tanti compagni disponibili a sostenere un cambiamento di linea, non a farsi trascinare in un regolamento di conti. Sulla democrazia il problema è politico e cioè se intendete creare un vero organismo di garanzia che dia rappresentanza in modo articolato alle diverse posizioni presenti nel partito o semplicemente descrivere la nuova geografia formatasi nella maggioranza allargata che ha diretto il Prc in questi mesi. Sulla politica il no alla liquidazione del Prc non può essere slegato da un no alla sua deriva governista e moderata.

Pasquale Voza

La relazione del segretario ha indicato nel nostro «sradicamento» la causa soggettiva del disastro politico-elettorale inaudito. Fotografia giusta, ma il perché?
Forse potremmo partire col chiederci perché si è rivelata errata l'ipotesi della permeabilità del governo alla realtà dei movimenti: ipotesi un po' semplicistica, nel tempo della governamentalità (Agamben), delle democrazie oligarchiche, della governance, cioè in un tempo che segna un esito peculiare della scissione tra il sociale e il politico, in atto da almeno due decenni, vera forma di un nuovo americanismo, che si diffonde pervasivamente e che può inchiodare ad un antagonismo difensivo e/o ribellistico. Abbiamo avuto l'idea in-fondata di un rapporto troppo lineare tra movimento e istituzioni. Invece i movimenti erano anch'essi, in certo modo, interni alla rivoluzione passiva in corso, rischiavano di rimanere interni ad un sociale atomizzato e separato rispetto al terreno politico-istituzionale.
Così siamo passati dall'enfasi sul sociale all'enfasi sul politico-istituzionale e abbiamo brandito il tema della efficacia della politica come un assoluto, come una cosa a sé. Così, fra le importanti innovazioni della nostra cultura politica (a cui Bertinotti ha dato un impulso formidabile: nonviolenza, critica dello stalinismo ecc.), non abbiamo sospettato l'esistenza di una decisiva innovazione, legata al problema della soggettivazione politica nel tempo delle democrazie oligarchiche. La nostra volontà di tornare, per così dire, alla società, al territorio non va intesa come rifugio o esodo nel sociale (come teme Alfonso Gianni), ma come lavoro politico, come una internità volta a costruire, insieme ad altri, nuclei consistenti di soggettività politica.
Diliberto dice di voler ripartire da "falce e martello", noi vogliamo piuttosto arrivare a "falce e martello": a una nuova falce, a un nuovo martello e, magari, ad un nuovo computer, se pensiamo a tutta la realtà del lavoro cognitivo e immateriale.

Redazione di Liberazione
Roma, 20 Aprile 2008
da “Liberazione” (del 22 aprile 2008)