
Luigi Vinci.
Abbiamo auspicato per anni (a sinistra) la fine dell’unilateralismo mondiale, emerso a seguito
della scomparsa dell’Unione Sovietica e del socialismo reale europeo.
Tuttavia nel frattempo venivano ricostituendosi gli ingredienti di un nuovo multilateralismo: e questi
anzi ormai appaiono prepotentemente all’opera.
E’ quindi in corso un passaggio sostanziale.
Non solo sta riemergendo la potenza militare (ed economica: data la ricchezza energetica) della Russia,
ma la Cina è ormai una grande potenza planetaria, l’India tende a diventarlo, e stanno
emergendo nuove potenze regionali di tutto rispetto (come per esempio il Brasile).
Alle forme storiche (occidentali) della società di mercato, ovvero al capitalismo del centro
e a quello della periferia, vengono così affiancandosi nuove forme di società di mercato
(Cina, Russia, India), coerenti sia con l’obiettivo dell’uscita dal sottosviluppo e dalla
dipendenza che con le condizioni socio-culturali e socio-antropologiche di questi paesi.
La Russia sfida militarmente l’accerchiamento militare degli Stati Uniti; la Cina ha sostituito
il FMI, ormai quindi ex grande prestatore di mezzi finanziari ai paesi della periferia africana e
anche latino- americana (ed ex grande strangolatore, a nome del centro capitalistico, di questi paesi);
sempre la Cina sta diventando la massima potenza industriale del pianeta; la grande finanza investitrice
è sempre più quella cinese e del Medio Oriente petrolifero, e persino della Russia.
Il Brasile sta riarmando, esplicitamente per contenere la presenza militare degli Stati Uniti nell’Atlantico
meridionale e in Colombia, e costruendo un’alleanza militare con Argentina e Venezuela.
In America latina
è in corso un tentativo su vasta scala di rilancio, e al tempo stesso di ridefinizione, del
socialismo, sia nella sua variante rivoluzionaria che in quella riformista.
Detto in una parola: stiamo assistendo all’estinzione di uno dei elementi costitutivi fondamentali del mezzo millennio capitalistico alle nostre spalle: quello del colonialismo, dell’imperialismo e del neocolonialismo; in altre parole, stiamo assistendo all’estinzione della centralizzazione in una parte del mondo dello sviluppo, della potenza e della ricchezza e in un’altra parte del sottosviluppo, della dipendenza e della miseria.
Dentro a questo i due grandi protagonisti del (quasi) ex imperialismo (Stati Uniti, Europa occidentale)
appaiono in crescenti difficoltà.
Naturalmente, disponendo di un grande potenziale economico, tecnologico, scientifico, finanziario,
ecc. e - gli Stati Uniti - anche di un’immensa potenza militare, sono in grado di reagire,
e di farlo in più modi.
Il declino delle capacità relative di intervento militare degli Stati Uniti (evidente nelle difficoltà dei pantani iracheno e afgano), la crisi e la tendenza recessiva innescata tanto dai crolli (in campo immobiliare) che dei rilanci (nel campo della produzione alimentare di base) della speculazione finanziaria, l’attacco in tutto l’Occidente alle conquiste materiali e politiche dei lavoratori, il peggioramento generalizzato delle condizioni di esistenza delle popolazioni occidentali, la crisi inoltrata della democrazia rappresentativa sempre in Occidente e le tendenze semiautoritarie che la attraversano, le difficoltà estreme della costruzione europea di darsi un profilo politico e una capacità di fare politica nel mondo in termini adeguati alla sua potenza economica, l’empasse in Europa delle politiche liberiste e monetariste, l’emergenza di pulsioni populiste e xenofobe nelle popolazioni europee, la pochezza drammatica dei ceti di governo europei, il declino delle socialdemocrazie liberali (e la crisi del PD italiano: ultimi baluardi ideologici del liberismo europeo), la crisi di tutte quelle sinistre che abbiano praticato esperienze di governo con le socialdemocrazie (o con il PD), le tendenze alla polarizzazione, in una parola, dei quadri politici europei, al loro prevalente spostamento verso destra e alla crisi dei loro sistemi politici tradizionali: tutto questo e probabilmente altro rimasto nella penna vanno dunque collocati dentro a un quadro unitario, dato appunto da un generale ribaltamento in corso del quadro mondiale degli ultimi cinquecento anni.
Non si tratterebbe perciò, fondamentalmente, del tipico movimento contraddittorio che è stato
proprio della storia capitalistica di questi cinquecento anni: quello dell’avvicendamento al
comando, nel centro capitalistico, di un nuovo paese in sostituzione di quelli precedenti, più o
meno in coincidenza con rivoluzionamenti dell’economia capitalistica (il passaggio quindi dall’egemonia
della Spagna a quello della Francia, con il mercantilismo e la manifattura, il passaggio poi all’egemonia
dell’Inghilterra, con la prima rivoluzione industriale, il passaggio poi a quella di Germania
e Stati Uniti, con la seconda rivoluzione industriale, ecc.), con il relativo corredo di guerre di
egemonia.
C’è anche questo nel quadro mondiale di oggi (il tendenziale passaggio dall’egemonia
degli Stati Uniti a quello della Cina), ma c’è anche di più: la tendenza, appunto,
al venir meno della contraddizione tra (iper)sviluppo e sottosviluppo; l’introiezione parimenti
in Occidente di pezzi crescenti di sottosviluppo, mentre la ex periferia, pur continuando a essere
prevalentemente sottosviluppata, tende a (iper)svilupparsi.
Senza alcuna pretesa di far “dipendere” rigidamente gli svolgimenti della politica
mondiale dagli andamenti dell’economia mondiale (abbandonando quindi una tipica schematizzazione
infeconda del marxismo tradizionale), occorre tuttavia saper cogliere il grande passaggio in corso
nel quadro dell’economia mondiale in tutte quante le sue determinazioni e in tutte quante le
connessioni tra le sue determinazioni.
Qui sopra ho accennato alla ridistribuzione della produzione industriale, della potenza finanziaria,
ecc.: ma le società di mercato planetarie nel loro complesso (dunque il processo planetario
di accumulazione capitalistica) hanno in corso anche un grandioso passaggio tecnologico, quindi nella
composizione quantitativa e qualitativa del capitale costante.
Non voglio dilungarmi nell’elencazione di dati di analisi, solo sottolinearne uno: il grande
passaggio che la ricerca e ormai elementi avanzati di sperimentazione stanno praticando sul terreno
della produzione dell’energia, a fronte della tendenza all’esaurimento delle risorse
di tipo fossile.
E, di conseguenza, il carattere tutt’altro che casuale del passaggio dell’investimento
finanziario (non semplicemente cioè il passaggio delle attività speculative a breve)
dai beni immobiliari al grano, al mais o al riso per farne alcole combustibile: a un movimento obiettivo
di autorivoluzionamento degli apparati produttivi corrispondono, ovviamente, non solo una domanda
di grandi mezzi finanziari ma anche una relativamente più elevata remunerazione dell’impiego
di questi mezzi.
Vero è che c’era una bolla speculativa immobiliare alla lunga insostenibile, e che alla
fine è implosa, con conseguente distruzione e fuga di capitale monetario: ma è pure
vero che il passaggio di questo capitale all’investimento in campo energetico sta configurando
il nuovo pilone di periodo dello sviluppo capitalistico.
Direi che, sotto questo profilo, non c’è ontologicamente niente di nuovo: il capitalismo è sempre
evoluto attraverso grandi rivoluzionamenti tecnologici, grandi rivoluzionamenti degli apparati produttivi,
grandi spostamenti, speculativi e non, di capitali monetari.
Territorio, acqua, energia, mezzi alimentari di base: ecco l’elenco in via di affermazione
dei grandi campi di investimento e di speculazione finanziaria (tutti, inoltre, in stretta interconnessione)
del futuro nuovo ciclo espansivo dell’economia capitalistica mondiale.
Ciò su cui va ragionato sono le condizioni sociali nelle quali il nuovo passaggio sta avvenendo.
Come già si vede dagli effetti di rincaro estremo di una serie di beni alimentari, risulta
parimenti innescata una prepotente tendenza all’incentivazione di ogni asimmetria sociale e
nelle condizioni di esistenza delle popolazioni.
Il passaggio energetico tende cioè ad avere questo micidiale significato di fondo: rilancerà il
capitalismo, e rilancerà i suoi massacri.
C’è già più o meno storicamente una parte della popolazione mondiale che è completamente “fuori”,
che muore di fame e di sete, che cerca di emigrare nei paesi del centro capitalistico: la tendenza è quella
a un’enorme dilatazione di questa parte della popolazione.
Inoltre la tendenza è palesemente quella a un’ulteriore accentuazione delle asimmetrie
sociali, con tanto di allargamento delle aree di miseria, negli stessi paesi del centro capitalistico;
e un ragionamento a tinte ancora più fosche riguarda le società di mercato emergenti.
Mi pare che tutto quanto sta nei due punti qua sopra solleciti un nuovo ragionamento complessivo
anche su come operare politicamente in Italia (e in Europa).
Come vanno riarticolati obiettivi, lotte, ipotesi tattiche e di schieramento sulle questioni del
lavoro e del salario, dello stato sociale, della democrazia e dei diritti, della solidarietà sociale
e di quella internazionale, dell’ambiente, del territorio e delle risorse, del modello di sviluppo,
della pace, ecc.? E’ evidente che vanno più o meno riarticolati, uno per uno e nel loro
insieme. E’ evidente che c’è la necessità di momenti di discussione a fondo,
tra di noi e a sinistra.
Vedo qui un nostro [quello di Punto Rosso - NdR] compito specifico, attraverso principalmente le
strutture politico-culturali di cui disponiamo, e attraverso l’allargamento della loro presenza
territoriale.
I temi, a grandissime linee, mi paiono quattro: le trasformazioni; come l’universo politico
(quello di governo in primo luogo) sia attore e al tempo stesso oggetto delle trasformazioni; come
le sinistre (politiche, sociali e di movimento) italiane ed europee elaborino le trasformazioni;
infine come le trasformazioni vengano elaborate e quali risposte abbiano (nel quadro della complessità contraddittoria
dei problemi sul tappeto) nei rilanci latino-americani del socialismo.
La tipologia della nostra iniziativa potrebbe consistere in seminari, nel mettere a confronto pubblico
una pluralità di figure culturalmente rappresentative dell’universo della sinistra,
infine in pubblicazioni.
Le nostre strutture politico-culturali vanno perciò riconsolidate, e anche maggiormente autonomizzate rispetto al corso più propriamente politico di Socialismo XXI.
Mi pare che il quadro politico nazionale segnali passaggi importanti sul terreno delle varie crisi
più
o meno gravi a sinistra e di quella della democrazia.
La destra, che si era mossa, nel corso del governo Prodi, riuscendo a trasformarsi da accozzaglia
a posizione convergente sul piano del populismo, intuendo la crisi dell’egemonia del liberismo
sulle popolazioni europee, per il fallimento non solo sociale ma economico dei suoi indirizzi, è oggi
confrontata alle difficoltà di una crisi da stagflazione, in più al disastro strutturale
dell’economia italiana, in più, ancora, alle proprie non limitate pochezze in sede di
capacità sostanziali di governo: però ha il vantaggio di non avere antagonisti politici
significativi, in primo luogo per una crisi del PD che appare sempre più come espressione
di un fallimento culturale e strategico e di una tendenza alla disgregazione.
Il passaggio probabilmente più importante nel quadro italiano è dunque in questa crisi
del PD.
Questa crisi del PD per essere affrontata in termini adeguati dai suoi "competitori",
quando esistano, a sinistra rinvia ovviamente alla necessità di comprendere cosa sia il PD:
esercizio al quale non si sono cimentati in tanti a sinistra in Italia, altrimenti non avrebbero
combinato il casino che hanno combinato.
Troppe, ormai, erano le inerzie a sinistra, connesse al degrado avanzato di ceti politici autoreferenziali
e costituiti in razza padrona e alla conseguente loro attitudine alla chiacchiera vuota e altisonante
come copertura di alleanze opportuniste, utili alla produzione di postazioni di governo locale, postazioni
istituzionali più o meno di prestigio, volumi di stipendi a funzionari utilizzati nel controllo
delle organizzazioni.
Richiamo gli elementi fondamentali della nostra analisi, perché ritengo che li dobbiamo non
solo aggiornare ma anche riproporre, e non solo con scritti ma con iniziative pubbliche.
Il PD non può essere analizzato e valutato (non solo il PD: gli ex DS, che del PD sono l’elemento
dominante e l’anima) partendo da ciò che dice di se stesso (ciò vale in realtà per
ogni attore politico).
Certo ciò che il PD dice di se stesso è importante per capire quello che pensa, il
senso che assegna a ciò che fa (solo in parte: perché le cose peggiori per poterle
realmente fare debbono essere pensate e praticate ma non dichiarate), perché le cose che fa
le fa in un certo modo, e quel che ragionevolmente farà: però non basta.
E la cosa grottesca è che a sinistra l’“analisi” di ciò che
è il PD (e prima i DS) è sempre stata fatta a partire da ciò che il PD ecc.
(i suoi esponenti principali) dichiarava di sé; e le critiche venivano quindi fatte ai contenuti
di questi dichiarati.
Campa cavallo! Così ci si è inventati il passaggio dall’alternanza all’alternativa,
la sinistra-centro, l’affidabilità di Veltroni, e via suicidando la sinistra.
Il PD (non solo il PD) è una realtà complicata e stratificata: quindi la sua analisi
e la critica eventualmente rivoltagli debbono tenere conto della sua complicatezza e stratificazione.
Venendo al sodo, nelle analisi e nelle critiche da sinistra non si è mai trovato che cosa
sia il PD (prima di lui, i DS) sul terreno della gestione dell’economia (operata dai vari livelli
del potere politico nelle mani del PD medesimo o dei DS).
Si è parlato di “subalternità” ai “poteri forti”, mai di rapporti
sempre più
organici, costruiti appunto attraverso il potere politico, al versante economico dei “poteri
forti”, ancor meno della costituzione dei ceti politici di governo, quello PD in prima fila,
in “poteri economici forti” essi pure.
Analogamente si è parlato di subalternità “ideologica” del PD al liberismo
e, più in generale, al liberalismo politico, senza mai andare a vedere che cosa sia il liberalismo
politico contemporaneo.
Quindi mai cogliendo come esso, fumisterie ideologiche a parte, sia non già la teoria di Adam
Smith del laissez-faire al mercato bensì quella di Dahrendorf dell’autonomizzazione
neohegeliana del governo dello stato dalla “società civile” (in senso hegeliano),
essendo quest’ultima intesa, perché sempre più complessa, come il luogo meramente
di interessi corporativi o lobbistici o localistici, e dovendosi perciò porre il governo dello
stato come l’unico possibile fattore riordinativo sociale ovvero capace di ridare forma e prospettiva
alla “società civile” medesima, a partire da un disegno illuministicamente (razionalmente)
elaborato dalla “classe generale” (ora non più la burocrazia bensì i ceti
politici di governo).
Poiché, tuttavia, i grandi poteri economici esistono, e su una scala che impedisce agli stati
di media tacca così come a quelli capitalistici di storico impianto liberale anche grandi
o grandissimi (quelli cioè dell’Occidente) di poterli soggiogare; poiché, al
tempo stesso, tutto quel resto del mondo che corre economicamente è sempre più fatto
di società di mercato nelle quali è il potere politico a essere quello ordinativo rispetto
agli altri poteri (quello perciò che decide, e non in ultima analisi ma immediatamente, le
linee e le condizioni dello sviluppo, in luogo del mercato): ecco dunque la soluzione italiana della
realizzazione della base materiale dell’autocostituirsi dei ceti politici di governo in classe
generale: l’offerta a un capitalismo italiano finanziario o industriale o meglio tutt’e
due le cose della possibilità di interventi ad alta remunerazione del capitale e fondamentalmente
senza rischio nei processi di liberalizzazione-privatizzazione-cartolarizzazione-costruzione di grandi
opere purchessia, malpense 2000, tunnel sotto le Alpi, ponti sullo Stretto, expò, ecc. ecc..
L’offerta era ghiotta, chiaramente, e non poteva non essere accettata con entusiasmo.
Parimenti, dipendendo tutto quanto dalle decisioni dei vari poteri politici, questi ultimi erano
in condizione di rivendicare la partnership gestionale, anzi addirittura di selezionare gli interlocutori
economici e di assumere ruoli di comando.
Già i DS si erano progressivamente trasformati (nella parte alta del loro ceto politico) in
una federazione di comitati d’affari; il passaggio al PD ha reso ancor più organica
questa trasformazione, in specie con il trionfo plebiscitario (appoggiato a quella solida base strutturale,
e a un sistema massmediatico al suo servizio) della componente più affaristica e politicamente
più insulsa, quella cioè facente capo a Veltroni.
Si può così più facilmente capire, mi pare, la trasformazione della dialettica
politica italiana in rissa senza contenuti (ridotta com’è a lotta orientata a definire,
tramite i vari momenti elettorali, chi farà
gli affari migliori o, nella loro spartizione, chi farà la parte del leone) e l’attitudine
violenta da parte della gestione veltroniana del PD all’annullamento della dialettica democratica
attraverso leggi elettorali ricalcanti quelle della Francia seguite al colpo di stato di destra gollista
(si tratta, la baracca del PD, di stabilizzarla).
Gli affari, più in generale, funzionano se, primo, si dà la parvenza dell’esistenza
di un quadro democratico e se parimenti, secondo, si cancella la democrazia, cioè
ogni rischio di essere sostituti sul terreno del controllo di un pezzo di società da parte
di forze politiche non orientate in senso affaristico o cieche dinanzi all’affarismo e subalterne.
La cosa fino a oggi ha funzionato alla grande: dietro alle urla di una polemica senza contenuti politici
si cela il contenuto sostanziale della grande quantità di accordi di spartizione dei vari
affari.
L’expò milanese
è stato un recente chiarissimo esempio: scambi forsennati di improperi tra Formigoni, Moratti
e Penati, arrivo infine di Berlusconi, giustamente scocciato, a fargli presente che se continuavano
a perdere tempo l’affare sfumava e a imporgli un consiglio di amministrazione unitario cioè dove
ciascuno ha equanimemente il suo.
Forse così si capisce meglio quella chicca rappresentata dall’estrema difficoltà sul versante prima DS, poi PD, al governo come all’opposizione, a legiferare contro il “conflitto d’interessi” o a battersi contro le operazioni berlusconiane tese all’impunità delle azioni illegali di parte capitalistica o politico- affaristica, nel quadro di governo o della pubblica amministrazione.
Siamo poi, con ciò e con altro, a un ulteriore sviluppo dell’inciucio di stato: è quasi
scomparsa l’opposizione parlamentare (c’è più solo Di Pietro).
Il riparto degli affari ha come unità di misura i quozienti elettorali; la presa populista
e la manipolazione mediatica da parte della destra sono molto forti; gli affari si combinano a livello
soprattutto locale (pur nel quadro di orientamenti e normative nazionali): il combinato disposto
di tutto ciò sta portando ormai all’evaporazione di ogni distinzione politico-culturale
tra governanti locali del PD e destra di governo.
Se i voti che servono alla destra a fare affari vengono dall’agitazione xenofoba, razzista
e contro la parte più povera della società, dai mendicanti ai lavavetri, ebbene si
vada a caccia di rom, mendicanti e lavavetri a Bologna, a Firenze, ecc. ancor più che a Milano
o a Roma.
Probabilmente non funzionerà granché elettoralmente: però anche quest’improbabilità ci
dice qualcosa a proposito della parametratura politico- culturale degli amministratori PD in questione,
più in generale della gestione nazionale attuale del PD.
Questi ragionamenti rinviano a una questione più ampia.
Siamo in una situazione italiana tutta anomala, o c’è qualcosa di fondo, di generale,
in quanto sta avvenendo in Italia? Io penso questo: che, primo, l’Italia ha un suo momento
peculiare nella qualità del suo capitalismo e in quella dei suoi ceti politici di governo,
semplicemente vorace, semplicemente pessima, inoltre ha un suo elemento peculiare nell’avvenuto
smantellamento di gran parte degli elementi forti o potenzialmente forti della sua economia, imposto,
alla pari, dall’ideologia arcaico-liberale dei Prodi e dei massmedia e dal liberismo-monetarismo
di Maastricht cioè dell’Unione Europea; imposto, in altre parole, dalle politiche restrittive
di bilancio e dai riaggiustamenti strutturali con le quali il liberismo planetario ha tentato, fallendo
infine in maniera ridicola, di risolvere condizioni di forti passivi dei bilanci pubblici: e però penso
pure, secondo, che la crisi in Europa del liberismo non stia avendo solo una risposta di tipo ideologico-politico,
nel populismo, da parte crescente dei ceti di governo oltre che delle popolazioni, ma che stia pure
forzando questi ceti verso politiche economiche di ricambio recuperanti una presenza più forte
della politica nell’economia.
Sono infatti, ripeto, le politiche che oggi sul terreno dello sviluppo funzionano meglio.
I richiami liberisti rimangono, è vero, sia per inerzia ideologica, sia perché a essi
sono legate le fortune politiche di pezzi della politica o delle burocrazie-tecnocrazie europee,
sia e soprattutto come strumento di spostamento di reddito dal basso sociale verso l’alto (ciò che
continua a essere fondamentale, oltre che per i capitalisti, anche per la totalità dei ceti
politici di governo): tuttavia questi richiami sono sempre più, salvo che su quest’ultimo
terreno dello spostamento di reddito, qualcosa che poi viene immediatamente contraddetto.
Sarkozy è colui che in Europa si muove con maggiore autochiarezza e determinazione su questo
terreno (e non a caso ha presa su pezzi di establishment socialista già liberista).
Una di queste politiche è il “colbertismo” (intelligente) di Tremonti, cioè
un’intenzione politica in parte protezionista-europea e in parte di interventi statali con
obiettivi strategici nell’economia.
Un’altra risposta è quella di Veltroni: la generalizzazione sistemica dell’affarismo,
e, nella gestione sociale, della chiacchiera vuota.
Anche in questo senso, purtroppo, la destra italiana appare più avanti del centro-sinistra
(e potenzialmente stravincente).
Altre risposte, ovviamente migliori sia culturalmente che socialmente, sono quelle nel quadro del
rilancio della democrazia e del socialismo: ma di esse non si vede oggi traccia, se non in posizioni
di ridotta minoranza, oggi in Italia.
Concludendo l’Italia ha, in ultima analisi, questa caratteristica: di essere in Europa occidentale il paese nel quale si è fatto ormai organico il nesso polica-affari, a partire dalla particolare natura del blocco berlusconiano e dalla deriva DS e sulla base di una preponderanza ormai dell’investimento capitalistico in operazioni di derivazione politica, in altre parole sul terreno delle liberalizzazionipriatizzazioni, dell’appropriazione privata e della devastazione del territorio (in tutta la sua complessa configurazione), ecc. Coerentemente con ciò, l’Italia si configura in Europa occidentale come il punto massimo di crisi della democrazia.
Questi ragionamenti rinviano, in ultimo, a un’altra questione ampia.
Quali sono oggi le condizioni reali di quella forma storica della democrazia che si affermò in
Italia nel 1945 e cioè con la sconfitta del fascismo? Marco Revelli anche recentemente ha
insistito nel sottolineare la condizione di tipo semifascista, “fascista temperata”, “morbida”,
nella quale il nostro paese è precipitato.
Io credo che abbia ragione.
Forse c’è da evitare l’uso del termine “fascismo”, per non rendere
impossibile la comunicazione con la grande quantità di brava gente democratica e di sinistra,
laica o cattolica, che ha guardato ai DS e alla Margherita, poi al PD, con simpatia e speranza, che è diffidente
verso la sinistra, ecc., inoltre per evitare di guardare ai vari episodi fascistoidi del governo
di destra o alle sparate fasciste e razziste dei Gasparri o dei Borghezio come agli atti puramente
e semplicemente di una parte politica anziché alle forme con le quali una parte politica gestisce
ideologicamente condizioni sistemiche delle quali non è però la sola produttrice in
sede politica e istituzionale, bensì
lo sono anche il PD e, non dimentichiamolo mai, il complesso massmediatico nella sua totalità.
Sono d’altronde ben consapevole che non è questa limitativa e superficiale l’analisi
di Revelli, che invece vede benissimo le cose come sono. Inoltre mai fare delle questioni lessicali
questioni fondamentali.
In breve, in Italia è dunque vero che la democrazia è alla canna del gas.
Occorre chiarirsi sul perché dell’affermazione in corso in Italia del fascismo temperato
o come lo si voglia definire.
E’ appunto, assieme, un risultato sistemico e un risultato della gestione politica di governo,
di destra o di centro-sinistra che sia, delle questioni attuali del capitalismo in Occidente.
Hannah Arendt ravvisò le origini del processo negli Stati Uniti già ai tempi del maccartismo,
individuando nell’alleanza tra potere politico e nuovo (allora) potere massmediatico televisivo
una forza d’urto manipolatoria soverchiante rispetto alle capacità di autonomia critica
della società.
Luhmann ne ravvisò la base nella crescente complessità stessa dei tessuti sociali occidentali,
quindi nella crescente difficoltà sociale a controllare grandi poteri e politiche di governo.
Le sinistre antisistemiche, a loro volta, anziché affinare i loro strumenti critico-teorici
e critico-pratici sono state crescentemente coinvolte, nei loro ceti dirigenti sempre più autoreferenziali,
da processi di cooptazione di fatto, ciò che le ha spinte a vedere sempre meno chiaro in quel
che succedeva, e con ciò a inventarsi capacità di condizionamento rispetto a sinistre
moderate non più solo subalterne ma corrive.
La battaglia politica dei prossimi tempi contro il razzismo e la xenofobia in tutte le loro espressioni e da qualsiasi parte vengano attivati, quella contro le modificazioni antidemocratiche di leggi elettorali e assetti dello stato (vedi il federalismo, cioè l’organizzazione dello stato più coerente alla grande abbuffata affaristica dei vari ceti politici di governo), le modificazioni dell’assetto dell’ordine giudiziario e quelle delle normative, orientate all’impunità nel campo dei reati economici, nella pubblica amministrazione e nell’esercizio delle funzioni di governo, ecc. configura quindi un’articolata battaglia di resistenza tanto necessaria quanto di assoluta importanza.
Il solo fatto che, anche a sinistra, si parli polemicamente nei confronti delle iniziative in materia
di difesa della giustizia da parte di Di Pietro, girotondi, Grillo, Travaglio, Flores d’Arcais,
ecc. come di
“giustizialismo” la dice lunga sulla subalternità e sulla tendenza a integrarsi
ai comportamenti politici dominanti da parte di pezzi di ceto politico di sinistra (ricordo che il
termine “giustizialismo” fu coniato da Berlusconi, e che attualmente è usato polemicamente
dentro a Rifondazione Comunista contro la sua nuova maggioranza).
Ciò non toglie che da sinistra il sistema delle garanzie vada tutelato, e questo anche contro
pulsioni, per così chiamarle, populiste di sinistra.
Tuttavia si tratta non di tutelare le garanzie in astratto, fingendo di non vedere che oggi sono
soprattutto garanzie ai potenti di impunità, bensì le garanzie al popolo di una giustizia
civile, equilibrata e davvero eguale per tutti.
Un’attenzione particolare (non sviluppo questo ragionamento perché ce lo siamo già fatto
molte volte) va prestata, nella parte nord dell’Italia, alla costituzione in corso di una sorta
di blocco lavorista di destra e che ha nella Lega il suo referente politico (blocco lavorista nel
senso che accorpa lavoro dipendente, lavoro indipendente, piccola imprenditoria).
Tra i fattori indiretti di questo blocco ci sono l’abbandono del lavoro dipendente da parte
della sinistra moderata, la subalternità della CGIL alla sinistra moderata, la politica fiscale
balorda (punitiva del piccolo risparmio) del governo Prodi, insomma la sensazione nel lavoro dipendente
di non potercela fare con la lotta di classe, se non altro perché non la organizza più nessuno,
e di doversi difendere seguendo l’onda, cioè escludendo da un riparto sociale verso
il basso sempre più risicato le componenti più deboli, a partire dagli immigrati, della
società.
Questo blocco inoltre è alimentato dalle campagne della destra e massmediatiche sulla sicurezza
ecc. Il recupero a sinistra del lavoro dipendente (e di quello stesso indipendente) non è così arduo
come si afferma da parte delle corbellatori sulle “crisi di civiltà”: dipende
invece dalle intenzioni o meno e dalle capacità o meno di attori politici e sindacali di sinistra.
Un’attenzione particolare: iniziative politiche-culturali di contrasto, lavoro di inchiesta,
supporto all’iniziativa di movimento e sindacale (sinistre CGIL, sindacati di base) perché si
rafforzi e faccia sempre più risultati, sono anche queste cose sulle quali dobbiamo trovare
le forme di un nostro impegno.
C’è infine la crisi della sinistra politica, esplosa (o implosa) con grande dirompenza a seguito del disastro elettorale del 13 e 14 di aprile ovvero della sballata operazione la Sinistra-l’Arcobaleno nonché a seguito del tentativo di imporre a Rifondazione Comunista, con un colpo di mano, lo scioglimento.
Delle ragioni della crisi specifica di Rifondazione Comunista, quasi tutte in realtà di lunga lena e di grande portata, e del decorso di questa crisi siamo tutti quanti edotti. Alcuni di noi hanno partecipato ai suoi svolgimenti e ai suoi scontri, chi non l’ha fatto se li è fatti raccontare. Quindi solo alcune osservazioni particolari.
In Rifondazione Comunista è avvenuto un passaggio che, facendo un’analogia non del
tutto peregrina con i processi delle formazioni sociali, ha i caratteri di una rivoluzione.
Un grande malcontento serpeggiava da tempo in Rifondazione contro una gestione centrale sempre più bizzarra,
svoltista e controsvoltista, monarchica, clientelare e burocratica: senza tuttavia riuscire a esprimersi
se non in richieste di democratizzazione e di recupero di condizioni egualitarie.
La sconfitta elettorale e soprattutto il tentativo, con un golpe di palazzo, di scioglimento, facendo
saltare definitivamente per aria l’unità, già estremamente precaria, della maggioranza
e del suo gruppo dirigente largo, hanno aperto il varco a una sorta di processo rivoluzionario che
ha sbaraccato in una botta sola clienti e burocrati dal livello centrale.
Ho dunque insistito in passato, nella difesa di questo processo, nell’affermarne il carattere,
prima ancora che politico, antropologico, non a caso.
Questo carattere antropologico di questa “rivoluzione” da un lato rafforza le potenzialità politiche
di un ritorno di Rifondazione Comunista a posizioni di radicale sinistra antisistemica, dall’altro
tende a renderne troppo approssimativi gli orientamenti.
Lo scontro è stato infatti soprattutto tra difensori e distruttori di una collettività,
più che sulla grande quantità di questioni politiche rispetto alle quali la discussione
in Rifondazione si era progressivamente smarrita, sostituita dagli annunci massmediatici, dalla chiacchiera
altisonante o dalle discussioni di bottega tattica o sulla svolta di turno.
C’è perciò una grande potenzialità oggi, grazie agli eventi di Rifondazione
Comunista, di ritorno a una sinistra davvero di sinistra e davvero sulle questioni del Duemila, e
c’è parimenti la necessità, questa potenzialità, di difenderla e di svilupparla,
anche dinanzi a inerzie o ambiguità, politiche ma anche antropologiche, per restare in tema,
dentro alla stessa nuova maggioranza di Rifondazione (a questo proposito, perché non ci siano
equivoci di sorta, tengo a precisare che non ritengo che gli elementi di ambiguità siano granché dentro
a quei pezzi di ex minoranze di Rifondazione confluite nella sua attuale maggioranza.
La corruzione del suo quadro medio-alto di partito era, infatti, pressoché tutta quanta dentro
alle passate maggioranze).
Tutto questo tuttavia non significa affatto che i nodi politici, di natura generale o interna, siano
rimasti completamente assenti nella discussione precongressuale e congressuale: significa invece
che essi non sono stati i nodi più sentiti, inoltre che non hanno potuto essere sviscerati.
La nuova maggioranza ha manifestato, dunque, il proposito di uno spostamento di Rifondazione Comunista
verso il basso e a sinistra, quello della sua ridemocratizzazione e deburocratizzazione, quello infine
dell’abolizione di quel privilegio di maggioranza (e, dentro alla maggioranza, di quel privilegio
dei clienti) che faceva sì che si appropriassero della virtuale totalità delle postazioni
esecutive, di quelle d’apparato e di quelle istituzionali: si tratta però di posizioni
tutte ancora da sviluppare. Potrà
accadere in modo adeguato, potrà non accadere.
E questo dipende anche da ciò che si farà da
“fuori” nel rapporto a Rifondazione.
Lo spostamento (il ritorno) comunque a sinistra di Rifondazione Comunista è avvenuto ed è evidentemente
quanto più da vicino ci interessa e ci riguarda, in quanto Socialismo XXI: la cooperazione
con Rifondazione può infatti essere ripresa, anzi va ripresa a va rilanciata.
Al tempo stesso le condizioni complicate interne a Rifondazione, inoltre l’esperienza stessa
negativa di Sinistra Europea e poi de la Sinistra-l’Arcobaleno dicono chiarissimamente che
le precondizioni di ogni cooperazione dentro alla sinistra, quindi con Rifondazione, da parte di
sinistre sociali e di movimenti stanno nel legame strutturato tra queste sinistre e nella loro totale
indipendenza politica e organizzativa. Questo dev’essere chiarissimo a tutti noi.
E’ già oggi facile intuire come da Rifondazione Comunista verranno a Socialismo XXI
e alle nostre strutture politico-culturali richieste di iniziative, orientate sia alla ricerca che
all’iniziativa politica che alla rottura dell’isolamento tentato da parte massmediatica
e PD.
E’ evidente che dobbiamo accettare queste richieste di iniziativa; è anche evidente
che dobbiamo però averne la gestione o la cogestione reale (dipende da cosa si tratterà).
Parimenti è evidente che questo comporta una riarticolazione delle nostre cose.
Penso cioè (l’ho già accennato) che le nostre strutture politico-culturali [quelle
di Punto Rosso - NdR] vadano largamente autonomizzate da Socialismo XXI, in modo che le prime possano
svolgere la loro iniziativa secondo la loro natura di istituzioni precipuamente culturali, e Socialismo
XXI possa più liberamente muoversi sul piano della politica.
Non che questo significhi una separazione: ma la diversità funzionale non può non riflettersi,
nella nuova situazione, in diversi possibili modi di relazione al resto delle sinistre.
Socialismo XXI è partecipe di un progetto ambizioso, quello del Movimento Politico della
Sinistra.
Occorrerà in questo Movimento, cioè tra i suoi vari attori, una discussione che ne
ricalibri intendimenti e iniziative tenendo conto della nuova situazione, della sua delicatezza e
delle opportunità
che essa propone.
Com’è chiaro, non solo Socialismo XXI e le nostre strutture politico-culturali hanno
risentito del travaglio di un intero anno politico e dei reiterati tentativi da parte di clienti
e burocrati al comando di Rifondazione Comunista di "assassinarli", ma anche, pur in modalità differenziate,
ne hanno risentito il Movimento e le altre sue componenti.
Occorre ora evidentemente ripartire, non solo con la discussione ma con l’iniziativa.
Non posso fare a meno di osservare come le capacità o le incapacità dei soggetti emergano
in modo chiaro nei momenti di difficoltà: quando le cose funzionano sono tutti bravissimi.
Io credo quindi che dobbiamo fare anche un bilancio di ciò che hanno mostrato di essere, lungo
quest’anno, e soprattutto negli ultimi mesi, i nostri partner dentro al Movimento.
Non possiamo nasconderci che ve ne sono stati alcuni che hanno mostrato debolezze soggettive preoccupanti,
altri che addirittura hanno mostrato di essere operazioni di comodo attivate dal lato di Rifondazione
Comunista con finalità di controllo.
Queste ultime mi paiono scomparse, quindi è inutile parlarne.
Le debolezze soggettive di altri partner vanno invece valutate, perché questi partner continuano
a esserci, ed è bene che sia così.
La quantità di figure è stata notevole, che si sono messe in coda a clienti e burocrati
di Rifondazione nel corso della sua vicenda congressuale, per ragioni, chiamiamole così, di
opportunità, dandoli cioè per vincenti, e questo pur sapendo di che si trattava per
quanto attiene sia ai vari attori di questo congresso che alle questioni in ballo.
Docenti sofisticatissimi nella critica delle moderne forme autoritarie e manipolatorie della politica
e dell’informazione massmediatica si sono messi in coda alle operazioni manipolatorie massemediatiche
e hanno moraleggiato e pavoneggiato sui contendenti che litigavano per ragioni di potere personale,
pur sapendo benissimo quali fossero le questioni in ballo.
Parliamoci chiaro: che le forze della nuova maggioranza di Rifondazione siano state oggetto di una
campagna massmediatica, gestita dall’interno stesso di Rifondazione e concordata con il PD
(in specie con d’Alema), orientata a raffigurarla come l’adunata dei settari e dei refrattari
(benché in realtà sia stata essa a realizzare quasi tutta la sperimentazione unitaria
passata di Rifondazione, e siano stati clienti e burocrati a sfasciarla; basti rammentare la vicenda
di Sinistra Europea), era chiarissimo: tuttavia in molti hanno fatto finta di non vedere, ancor meno
sono riusciti a pronunciare una sillaba solidale contro la violenza esercitata nei riguardi di un
corpo militante di sinistra di ottantamila persone, sia con il tentativo di dissolverlo con un golpe
che sottoponendone il percorso congressuale a una sistematica pressione massmediatica orientata a
privilegiare il candidato alla segreteria vicino al PD.
Diciamolo, tutto questo è stata una vergogna.
Non, preciso, il fatto che si siano espresse riserve sulle posizioni della nuova maggioranza, fondate
o infondate che fossero, o riserve sulle caratteristiche di fondo, culturali, organizzative, quello
che si vuole, di Rifondazione: questo lo considero ovviamente legittimo.
Considero ovviamente legittimo, benché di un’ingenuità assoluta, il revival a
proposito di “esodi” dalla politica; questa posizione, anzi, ha quanto meno il merito
di cogliere e di criticare il carattere altamente sporco di quasi tutta la politica, ormai, in Italia.
Ciò che invece considero francamente inaccettabile e squalificante è stata la subalternità al
potere massmediatico e ai suoi ispiratori politici, è stata una pratica che ha mostrato di
considerarli come poteri che, quando il gioco si fa duro, è bene non contraddire, e di converso
il disprezzo di fatto mostrato verso decine di migliaia di persone, in quanto non partecipi di nessun
potere, in quanto ridotte dai poteri in questione massa anonima e insignificante.
Ripeto, una vergogna.
La questione la pongo, giova precisarlo, non tanto per un’indignazione personale, che comunque
c’è e che non mi sarà né facilissimo né brevissimo superare, ma,
soprattutto, perché peserà oggettivamente come un macigno nei rapporti tra la militanza
attiva di Rifondazione Comunista e pezzi di sinistra sociale e di movimento, loro esponenti significativi,
ecc. La questione la pongo, quindi, avendo la preoccupazione della ricerca di una soluzione positiva.
In breve, non la dobbiamo rimuovere; parimenti dobbiamo trovare forme acconce di elaborazione pratica.
Non penso affatto, quindi, che si debbano fare discussioni polemiche nelle sedi del Movimento, o
nei rapporti con alcune sue componenti, ma che vada svolta un’iniziativa pubblica assidua e
su base analitica da parte nostra sul complesso degli elementi del degrado attuale della politica
e della crisi della democrazia, sulle loro basi non solo culturali ma materiali, ancora, su come
debbano essere riqualificate la funzione intellettuale e quella dirigente così come i modi
di fare e di organizzare la politica; e penso che quest’iniziativa debba essere anche di confronto
con quanti sulla vicenda di Rifondazione abbiano pesantemente cannato.
In ultimo qualcosa sui rapporti tra le varie forze della sinistra politica, quelli tra noi e quelle
minori (SD, Verdi, PdCI) e quelli con le forze sociali e di movimento partecipi dell’operazione
la Sinistral’Arcobaleno.
Gli eventi successivi alle elezioni hanno contribuito a iosa a dimostrare la vacuità
politica e culturale dell’operazione la Sinistra-l’Arcobaleno: tuttavia essa ha trascinato
gente.
Il PdCI sta tentando l’avvicinamento-condizionamento a Rifondazione Comunista, SD parla assurdamente
di rifacimento del centro-sinistra, glissando cioè sulla necessità logicamente e temporalmente
prioritaria della sconfitta della linea Veltroni e più in generale della dominante propensione
affaristica del PD e di un recupero di riformismo popolare da parte di questo partito, i Verdi danno
l’impressione di essere alla vigilia di processi disgregativi, la destra interna a Rifondazione
e SD stanno cercando varchi per il rilancio di una Sinistra-l’Arcobaleno formato ridotto e
ancor più subalterna al PD.
Anche a questo riguardo, dunque, io penso che occorra da un lato evitare ogni subalternità e
ogni avventurismo, inoltre ogni razionalismo astratto, dalla riedizione di Sinistre-Arcobaleni alle
unificazioni (delle attuali formazioni) comuniste, dall’altro che occorra una politica del
confronto, dei luoghi di incontro strutturati e permanenti, soprattutto delle pratiche unitarie comuni
e del dibattito politico e politico-culturale comune.
E vedo un nostro ruolo importante nel quadro di quest’indirizzo, sia per affermarlo che per
praticarlo.
Inoltre vedo anche qui un nostro modo di prosecuzione utile del rapporto a Rifondazione Comunista.
Infine vedo anche qui lo sviluppo di un nostro rapporto anche alle altre formazioni politiche della
sinistra, non escluse, anzi al contrario, quelle locali, che anzi bisogna operare perché entrino
nel Movimento o quanto meno collaborino con il Movimento.