Di farmaci generici si parla da molti anni.
E' bene che il termine “generico” non induca al sospetto che siano
medicinali di seconda categoria, meno efficaci o meno sicuri di quelli che
portano il nome commerciale. Questo lo dà la ditta che produce il farmaco e
lo immette sul mercato, dopo aver brevettato formula e nome.
Il brevetto, per gli anni della sua validità, vieta ad altri di produrre la
stessa sostanza e commercializzarla con lo stesso o altro nome.
E' eccezionale quel che è avvenuto in Sud Africa e Brasile, dove i governi
hanno deciso di violare le norme sui brevetti e i relativi trattati
internazionali per produrre a costo minore farmaci attivi contro l'Aids.
La loro sfida ha vinto perché la grande multinazionale farmaceutica ha temuto
la pessima pubblicità derivante da un processo internazionale che l'avrebbe
vista perseguitare paesi poveri decisi a combattere una delle loro peggiori
piaghe.
Ma usiamo un esempio classico per chiarezza.
L'acido acetilsalicilico (nome generico che descrive la formula chimica)
è stato battezzato vari decenni fa dalla Bayer Aspirina.
Più tardi, a brevetto scaduto, quella che era allora la Farmitalia del gruppo
Montedison, produsse la stessa sostanza col nome di Rodina.
Mi rammento un episodio che ha ancora un senso: una volta portai a mia madre
dell'Aspirina invece della Rodina che mi aveva chiesto, ma non ci fu verso
di convincerla, benché donna istruita e intelligente, che erano la stessa
identica cosa.
Lei giurava che non le faceva lo stesso effetto; dovetti cedere e tornare in
farmacia.
Anche oggi chi usa un farmaco talvolta, spesso, si affeziona al suo nome, e
ciò può costituire un ostacolo alla giusta iniziativa di lanciare i farmaci
generici.
Questo effetto è già noto, perché da tempo la Commissione unica per il
farmaco (Cuf) dopo non brevi scontri con la Farmindustria, ha stabilito di
iscrivere nella lista gratuita del prontuario solo il preparato meno costoso
quando ne esistono varianti di pari formula ed efficacia a costi diversi.
La decisione attuale, assunta durante il passato governo, ma attivata solo ora
dal primo settembre, è di riconoscere la differenza tra il prezzo del farmaco
“firmato” e quello del suo analogo generico.
I casi sono due: se il preparato generico è iscritto nella lista gratuita del
prontuario, non si paga, ma chi volesse acquistare invece la sua variante con
nome commerciale dovrà pagare la differenza di prezzo.
Se invece il farmaco generico non fosse nella lista gratuita costerà comunque
almeno un 20, forse 40% di meno del suo simile con nome di fabbrica.
Ciò perché sul suo prezzo non pesa più il rimborso delle spese di ricerca,
riconosciuto al medicinale nuovo e brevettato, e poi, diciamola tutta, pesano
assai meno le spese di marketing, in pratica gli stampati e i cosiddetti
informatori scientifici, quota piuttosto alta del prezzo.
Il ministro Sirchia correttamente ha difeso la validità del farmaco generico.
Avrebbe potuto aggiungere che il generico è anzi più sicuro di un farmaco
simile ma di più recente produzione, perché ha avuto molti anni di collaudo
e se avesse avuto effetti collaterali evidenti solo a lunga distanza, questi
sarebbero saltati fuori.
Tra i motivi di tensione fra la grande industria farmaceutica e i decisori
pubblici seri (per intenderci, non i Poggiolini) c'è la questione della
durata dei protocolli di sperimentazione da completare in varie fasi prima che
il preparato possa essere registrato, cioè ammesso alla vendita.
Il tiro alla fune è proseguito a lungo e forse non è mai finito: da un lato
l'industria sostiene che allungare i tempi di sperimentazione comporta una
forte crescita del costo, e aumenta il prezzo del prodotto. Ciò significa o
riduzione del profitto dell'impresa, o aggravio per il cittadino e/o il
sistema sanitario pubblico.
D'altra parte gli effetti cancerogeni o teratogeni (generatore di
malformazioni come la talidomide) richiedono anni per manifestarsi. C'è poi
da considerare eventuali effetti di interazione con alimenti o altri farmaci,
che non possono essere previsti in tutti i casi.
Riflettendo a tutte le possibilità di inconvenienti, conviene ribadire che
ogni medicinale è una sostanza estranea al corpo e può essere utile o
inefficace, ben tollerato o dannoso.
La sua prescrizione e il suo utilizzo dovrebbero essere sempre meditati
attentamente, pesando rischio e beneficio.
La produzione di farmaci nuovi rimette spesso tutto in discussione, e se è
vero che alcuni medicinali sono stati di grande utilità - pensiamo solo agli
antiulcera che hanno fatto crollare il numero di interventi chirurgici sullo
stomaco, agli anti-ipertensivi che hanno allungato di anni la vita di buona
qualità, ai principali antibiotici - è anche vero che un buon numero di
prodotti è stato oggetto di lanci pubblicitari con lauti guadagni delle
imprese senza che sia stata dimostrata con certezza la loro efficacia.
E qui nasce il problema dei rapporti leciti o illeciti tra imprese e medici
prescrittori, tra imprese e governi.
E' un problema solo in parte attenuato da più precisi controlli delle Usl e
dei Nas e dalle norme più severe sulle istruzioni per l'uso annesse ai
prodotti.
Si può suggerire al ministero non solo di aumentare l' informazione di
fonte pubblica non interessata al profitto - ripetendo il meritorio lavoro
compiuto per molti anni dalle Farmacie comunali riunite di Reggio Emilia, ma
anche raccomandando l'introduzione nelle Ausl di programmi per far conoscere
ai medici stessi di un distretto i tabulati delle loro prescrizioni.
Ciò potrebbe facilitare il monitoraggio del successo dei farmaci generici, e,
nel caso di evidenti insuccessi, la convocazione di conferenze tra
amministratori, medici e cittadini per informare sui temi critici.
Il governo dovrebbe inoltre dare incentivi all'impresa che avviasse la
produzione come generici di farmaci con brevetto scaduto e anni di
sperimentata efficacia alle spalle.
I farmaci generici disponibili oggi sono poco più di cento. Certo tutto ciò
può far soffrire le grandi multinazionali, riducendo i loro profitti
spropositati.
Non è un caso che molte di esse finiscano per investire in fondazioni che
organizzano convegni e congressi sia su temi medici, sia su temi di politica
sanitaria.
Possono permetterselo proprio perché i loro margini di profitto sono così
elevati, e d'altronde convegni e congressi rappresentano una delle forme di
marketing, diciamo così, più eleganti; ad essi si aggiunge il supporto a
borse di studio e dottorati di ricerca - non di rado da far fruire presso i
laboratori di ricerca della ditta stessa (come in una recente convenzione tra
sette imprese biotecnologiche e l'Università di Milano).
A questo punto è lecito chiedersi se le scelte degli obiettivi di ricerca e
pubblicità scientifica sono oggettive oppure orientate ad interessi privati.
Per carità, il privato ha i suoi diritti, ma non quello di controllore della
salute in tutta le società.
Come va a finire quando sono i privati a gestire i nuovi sviluppi, vari eventi
passati e recenti lo hanno messo in evidenza (dalla talidomide al Lipobay);
perciò benvenuti i vecchi noti farmaci generici.
Appare dunque urgente un esame approfondito delle norme sulla brevettabilità
dei prodotti e delle loro materie base quando si tratta di preparati di
pubblica utilità, magari stabilendo a livello internazionale di abbreviare la
durata dei brevetti o di introdurre deroghe in casi di interesse generale.