A proposito della procreazione assistita

Primo: la disparità
fra le donne del mondo

... a me pare che non sia lecito a noi donne bianche, ricche per la nostra collocazione geopolitica, spostare tante risorse conoscitive tecnologiche ed economiche per far sì che ciascuna di noi possa avere un figlio a qualsiasi costo ...

Sono naturalmente d'accordo con le critiche mosse alla legge sulla procreazione medicalmente assistita e non da oggi, ma nel lungo percorso che ne ha preceduto l'approvazione e che ho seguito con altre nel "Tavolo di Donne sulla bioetica". Non sto a ripetere dunque le critiche sull'invasività poliziesca della legge, la sua inapplicabilità, sulla incostituzionalità e spero solo che riusciremo presto a trovare le forme giuridiche per ottenere dalla Corte costituzionale i riscontri necessari per poter agire e ottenere la cancellazione o le correzioni della stessa.

Ma mi interessa cominciare a dire che prima di tutto non trovo davvero piacevole sentire molti interventi di medici e scienziati, anche di quelli che sono contrari alla legge e quindi in qualche modo aggregabili in una comune lotta: non mi pare che si possa gabellare per grande scienza quella che si limita a interventi sintomatici. Costa molto, mette in moto tecniche molto sofisticate, ma non risolve nessun problema a monte.

La prima cosa che dovrebbe fare una scienza degna di questo nome è di indagare e possibilmente informare perché la fertilità è così in calo nei paesi detti "sviluppati" e perché nei nostri paesi si allarga anche presso popolazioni che portano una cultura favorevole alle famiglie numerose. Inoltre vorrei che ci occupassimo un po' delle questioni etiche poste dalla legge, non già la risibile querelle sulla personalità giuridica degli embrioni, bensì sulle relazioni di giustizia e di ingiustizia, di eguaglianza e disparità tra le donne del mondo.

Comincia a serpeggiare qualche voce critica sul fatto che (anche) le femministe sfruttano il lavoro delle donne più povere, e prima o poi anche sull'accesso a tecniche di riproduzione assistita credo verranno fuori giudizi aspri. Come è noto, femministe nere degli Usa hanno fatto sentire voci molto critiche sul fatto che con i movimenti migratori noi donne bianche sfruttiamo il lavoro delle immigrate e solo così possiamo attendere alle nostre carriere. Aver lasciato distruggere lo stato sociale e al suo posto costruire stati militaristi ci toglie i servizi e ci fa diventare sfruttatrici del lavoro di altre donne e coinvolte nella loro oppressione. Ho provato una volta a dire che bisognerebbe ottenere per legge che le donne immigrate possano portare con sé i figli, invece di abbandonarli lontani migliaia di chilometri alle nonne o a donne ancora più povere di loro, ma mi è stato risposto che allora "non è più conveniente".

Come si vede, accettiamo situazioni di palese ingiustizia, perché se andassimo a vedere le questioni fino in fondo scopriremmo che abbiamo molto da perdere e questo ci rende meno capaci di lottare e alquanto subalterne al mercato. Ci si deve e può tirar fuori da queste dipendenze culturali, riprendendo il cammino di una critica femminista sulla scienza, sulla sua non neutralità e allacciando relazioni con donne attive nella ricerca, per mettere a punto programmi e discussioni e fare anche un lavoro di informazione più ampia. Non ho competenze in proposito e perciò svolgo ora di seguito solo alcune considerazioni etico-politiche che non mi sembrano fuori luogo, anche perché mi preme mostrare che un'etica fondata sulla coscienza di noi stesse, che acquisiamo attraverso una cultura femminista e marxiana è molto più ricca e umana di quelle fondate su visioni particolari e specialistiche in uso.

Prima di tutto enuncio in forma estrema ciò che penso: a me pare che non sia lecito - almeno senza rendersi conto di quel che si fa e senza prendere impegno di rimediare - a noi donne bianche, ricche per la nostra collocazione geopolitica, spostare tante risorse conoscitive tecnologiche ed economiche per far sì che ciascuna di noi possa avere un figlio a qualsiasi costo, mentre e finché i figli e le figlie delle donne dei paesi impoveriti muoiono come mosche di fame malattie acqua inquinata orfanezza da Aids ecc.. Penso che dovremmo porre come condizione che, per ogni euro dedicato alla ricerca a nostro favore, almeno il doppio debba essere impiegato per fare ricerca sulle ragioni della sterilità nei paesi capitalistici e per programmi di salvezza dei bambini e bambine e loro madri e padri dei paesi impoveriti. In questo modo potremmo anche acquisire una vera contrattualità di donne nei programmi di aiuto internazionale e convertire una quantità di vendite di armi in cose non nocive. Sia chiaro: ho a cuore il pensiero tematico e non amo le forme generaliste di pensare e agire, che sono quasi sempre generiche. Ma il pensiero tematico, quando è politico, dal punto di vista scelto (quello della classe, delle donne, della pace, dell'ambiente, dell'informazione) legge il mondo, ha un orizzonte aperto e non è - appunto - generalista, ma politico e corresponsabile.

Svolgo dunque alcuni cenni: non so e non voglio affrontare il tema del rapporto donna-specie, donna-riproduzione dal solo punto di vista del mondo ricco capitalistico bianco: finirei in una visione egoista e imperialistica. Vedo un rischio di questo genere persino nella giusta richiesta e suggerimento di adottare bambini e bambine del sud del mondo invece di fabbricarne con fatiche e costi proibitivi qui: è un buon suggerimento, ma non finiremo per considerare le donne del sud del mondo come fornitrici di bambini e bambine da comprare legalmente adottandole? E non cominceremo a percorrere la strada di un prometeismo che non ci appartiene, se non accettiamo mai il limite anche di non avere figli direttamente dalla nostra pancia o portafoglio? So di usare parole pesanti e forse offensive, ma sento che stiamo troppo abituandoci a protestare per le enormi difficoltà delle adozioni internazionali (il che è giusto fare) e a considerarci molto virtuose e generose perché vogliamo adottare qualche bambino o bambina di laggiù. Farlo va bene, farlo a distanza ancora meglio, credere che sia una soluzione dei problemi è falso e un po' ipocrita.

A me sembrerebbe più giusto appunto dire che tutte le donne che vogliono venire a lavorare da noi e hanno bambini e bambine sono da noi in "adozione o affidamento congiunto" e noi chiediamo alle nostre leggi di dare un contributo a chi si assume il compito di averle a casa, in modo che non solo i ricchi possano permettersi governanti con bambini al seguito, o moderne balie. Devo dire che in generale a me sembra che per mettere insieme desiderio di maternità e felicità dei bambini e delle bambine (sarà sempre bello nascere da uno sforzo come quello richiesto per avere figli tecnologici?) sarebbe meglio espandere una cultura della genitorialità tra tutti gli adulti: come dico sempre, non voglio davvero poter essere madre in tarda età, sono sempre contenta che le donne giovani facciano figli e mi consentano di spupazzarli, accarezzarli e parlargli. Invece, ormai, vista la diffusione di una concezione ferocemente proprietaria e custodiale della famiglia, se accarezzi la testa di un piccolo ti guardano subito come una pedofila in agguato, non è vita.

Ho cominciato da questo semplice esempio perché vorrei che ci rendessimo conto di quanto è complessa la faccenda e quanto poco perciò possa essere equamente regolata da leggi, fino a che non si siano in qualche modo consolidate pratiche e diffusa una mentalità in proposito. Sono questioni del tutto nuove: la generazione umana è stata per millenni affidata alla "natura" e solo da poco dobbiamo confrontarci con una artificialità della riproduzione che ci scuote e interroga.

La mia proposta in merito è che non serve una legge, basta per ora un regolamento col quale lo stato vieti le pratiche pericolose, informi dei risultati e delle percentuali di successo di quelle note e approvate e vieti le speculazioni economiche e di ricerca (le cavie umane e non) e di farmaci in proposito. Intanto si mettono in atto monitoraggi sulle varie esperienze e dopo qualche tempo (cinque anni, dieci) si fa un bilancio e si comincia a discutere sulle opinioni condivise in materia e forse su quelle si possono fare leggi "facoltative", cioè che diano facoltà di agire, piuttosto che leggi punitive e piene di divieti. Che sarebbe anche un modo di legiferare che a me piace in generale.

Lidia Menapace
Roma, 6 maggio 2004
da "Liberazione"