E’ ancora necessario tornare a riflettere e ad informare sull’indulto. Girando per le feste di Liberazione, incrociando i tanti popoli della sinistra, tante sono le domande, i dubbi, le ostilità. Un’orchestrata campagna di disinformazione sul merito della legge e forse anche un’incauta presentazione politica del provvedimento - “scambio di prigionieri” - ha contribuito a far vivere in larghe fasce di opinione pubblica democratica e di sinistra una nostra conquista, frutto di anni di battaglia politica, come un volgare inciucio con la destra, se non, addirittura, come una capitolazione a corrotti e corruttori, furbetti, padroni omicidi e persino a politici mafiosi. Tutte falsità orchestrate da chi, comunque, era ostile a qualunque atto di clemenza che intaccasse la condizione drammatica delle carceri: a destra, da chi ha lavorato in questi anni alla diffusione di una cultura “dell’ordine” intrisa di razzismo, paure, leggi del taglione, difesa del tabù della proprietà fino alla legittimazione del diritto d’uccidere; a sinistra, da quanti non hanno mai visto, negli anni di Berlusconi, un paese reale che non soffriva solo per i conflitti d’interesse irrisolti, per le leggi ad personam, per l’indignazione etica verso la degenerazione privatistica della politica, ma anche per gli effetti devastanti delle scelte liberiste, per l’impoverimento generale che ha spinto fino all’illegalità intere fasce di popolazione. Quando criticavamo un antiberlusconismo relegato nella sfera etica, incapace di incontrare domande e bisogni sociali in grado di prospettare un’alternativa di società, parlavamo esattamente di questo.
Il carcere è ormai lo specchio della condizione sociale più degradata del paese: non solo per i drammatici numeri della sua popolazione, oltre 60mila detenuti a fronte di una capienza di poco più di 40mila, ma per la sua composizione umana, sociale, etnica, anagrafica, aggravata, in questi anni, dalle leggi della destra - Bossi-Fini, droghe, ex Cirielli - che ne hanno fatto esplodere tutti gli argini di sopportabilità. Da questa condizione è partita la nostra iniziativa, e non da ora. Negli ultimi anni abbiamo lavorato con tutte le associazioni di volontariato dentro e fuori le carceri, abbiamo raccolto senza pregiudizi l’appello del Papa, abbiamo marciato il giorno di Natale con donne e uomini di tutti gli schieramenti politici, tra i quali l’attuale presidente della repubblica, Giorgio Napolitano. Ad inizio legislatura, abbiamo presentato un nostro disegno di legge di indulto ed amnistia, per molti versi simile a quelli di altri gruppi parlamentari. Avremmo voluto di più, tenere assieme indulto ed amnistia, anche in vista della riforma del codice penale e dell’intero sistema delle pene, che dovrà essere proposta al parlamento dalla Commissione guidata da Giuliano Pisapia. E avremmo voluto anche un provvedimento che chiudesse dal punto di vista penale la vicenda politica e sociale degli anni ’70 e ’80 e dei cosiddetti “anni di piombo”. Abbiamo verificato che l’unico obiettivo raggiungibile, anche per la maggioranza parlamentare richiesta, era l’indulto e per questo abbiamo lavorato spronati anche dagli appelli del presidente della Camera Fausto Bertinotti.
Quindi è un risultato anche nostro e un partito come Rifondazione comunista, come spesso ha fatto nella sua storia, credo debba avere il coraggio di valorizzare una scelta che può non interpretare il senso comune immediato e confliggere con le spinte e le culture regressive che lo determinano, ma che determina una chiave di lettura della società, del rapporto tra cambiamenti sociali e costruzioni istituzionali, tra libertà individuali, diritti collettivi e sicurezza sociale. Dobbiamo riappropriarci, politicamente e culturalmente, di una parola, garantismo, che, come altre - penso a riforme o riformismo - è stata snaturata e ha visto cambiare il segno della sua funzione che nella storia della sinistra e del movimento operaio è stata quella di tutela da ogni forma di sopruso e sovversivismo del potere.
Raccontiamo dunque questo indulto. Intanto, in quanto atto di clemenza che agisce sulla pena, la nostra Costituzione impone il carattere di generalità e nel corso degli anni (nella storia repubblicana gli indulti sono stati oltre trenta) la Corte costituzionale ha indicato come possibili solo esclusioni per reati che provocano grande allarme sociale. Rimangono quindi esclusi i reati di strage, terrorismo, violenza sessuale, pedofilia, sequestri di persona, tratta di persone e schiavitù, produzione e traffico di stupefacenti con relativo riciclaggio dei proventi, usura, mafia e tutti i reati aggravati dal favoreggiamento alla mafia. Mai un provvedimento di indulto ha avuto tante esclusioni, oltre al fatto che i suoi benefici decadono se chi ne usufruisce, nei cinque anni successivi, commette un reato che comporta una pena detentiva superiore a due anni di reclusione.
Guardiamo alcuni effetti reali, tra quei casi simbolo, volutamente amplificati e falsati.
Come si vede, proprio analizzando le quattro tipologie sulle quali si è concentrata la campagna di disinformazione e lo scontro politico dentro e fuori il parlamento, la realtà è diversa.
Non ci interessa fare polemiche al passato. Dalla “banda bassotti”, alla legge salva mafiosi, dal colpo di spugna all’indulto per i furbetti, ognuno, forza politica o commentatore, pronunciando queste affermazioni ha qualificato se stesso, il suo stile e il suo rigore morale anche nel dispiegare una legittima battaglia politica. Per quanto ci riguarda abbiamo lavorato solo per riportare il carcere, luogo di espiazione della pena ma anche di dolore sociale, allo spirito del dettato costituzionale, per misurare anche attraverso i suoi livelli di civiltà e la sua capacità di recupero sociale, la qualità più generale della civiltà giuridica e della democrazia del nostro paese.
Ma se ciò indica un discrimine e un orizzonte per ridefinire le culture e le identità politiche della sinistra nel suo rapporto con le libertà e con la società, facciamone anche un elemento centrale non solo della nostra iniziativa esterna, ma anche della nostra rifondazione politica e culturale.