Ivan non aveva famiglia. I genitori erano morti quando lui aveva appena sedici anni.

Il pugile desaparecido, un sinistro per la libertà

La tragica fine del boxer Diego Gonzales che sconfisse 5 avversari con un braccio solo. Un salto nel passato, nell'Argentina della dittatura militare e delle donne di «Plaza de Mayo»

Avevo appena finito di cenare, lì in quel ristorante dalle poche luci e dal molto tango del quartiere Palermo. Mi attardavo senza un motivo, il quotidiano "El Clarin" aperto sulla pagina della cultura. Fumavo il secondo sigaro consecutivo e pensavo. Pensavo a Borges, a Soriano, a Che Guevara, a Maradona, ai grandi argentini insomma. E immaginavo quella partitella, su un campo della Patagonia: il Che in porta, Soriano centravanti, Maradona ovviamente con la maglia numero 10 e Borges a fantasticare e borbottare. Ero arrivato al gol in rovesciata di Osvaldo, quando vidi entrare, con la sua inconfondbile andatura ciondolante, Carlito "El flaco" Gutierrez, scrittore prestato alla cronaca sportiva. Aveva cominciato per caso, raccontando un Boca-River alla «Bombonera»: da quel momento in avanti decise di affidare il suo estro creativo alle cose del pallone, divertendosi moltissimo. Lo chiamo, ci abbracciamo, lo invito al tavolo per un giro di gin e per recuperare qualcosa del passato. Ormai, è solo la memoria a tenerci vivi. Le ombre, non la luce.

Carlito ha vissuto gli anni della dittatura, la vergogna della giunta militare, il dramma dei desaparecidos e il tormento, che ancora oggi dura, della madri e delle nonne di «Plaza de Mayo». Come tanti intellettuali, anche lui fu costretto ad andarsene. Destinazione Parigi. Non potrà mai dimenticare quella telefonata, mentre stava ultimando il suo ultimo romanzo, "Le ferite di una generazione": «Bastardo, sai dove siamo? Al parco giochi e stiamo ammirando tua figlia. E' giovane, carina, un peccato sciupare il suo bel faccino. Hai tempo quarantotto ore per andartene, tu e la tua famiglia. Dimentica l'Argentina. Dimentica tutto». Così, se ne andarono, lui, la moglie e la bambina. Guardò per l'ultima volta Buenos Aires, mentre l'aliscafo lo portava a Montevideo: e gli sembrò di vedere un'immensa cicatrice tra la terra e il cielo. Furono giorni pesanti, di nostalgie, di dolori, di notizie dure da sopportare, quell'amico ucciso, quell'altro scomparso, e quel ghigno di Videla in ogni fotografia. Sino alla truffa del mundial del 1978: in uno stadio si giocava, in un altro si torturava. Ora rieccolo a casa. Ma si sente un reduce. Un sopravvissuto. «Avrei dovuto restare, e combattere. Morire per la mia gente. Questo peso non mi abbandonerà mai», ripeteva.

Sempre così magro, sempre così intelligente, con quegli occhi che sono lo specchio di tormenti e delusioni, i capelli lunghi, quel pizzetto che tormenta continuamente con la mano. Mi chiede: «Cosa ne pensi di Maradona?». Rispondo: «E' stato uno dei più grandi poeti del Novecento». Sorride.

Parliamo di quei giorni neri, di un'Argentina violentata e devastata, soffocata nei sogni, nelle aspirazioni. «Ti ho mai raccontato, la storia del pugile desaparecido?». No, Carlito, mi manca questa storia. Siamo rimasti solo noi, un cameriere assonnato e il padrone intento a seguire distrattamente il telegiornale, nel locale. Fuori, qualcuno suona la chitarra. Nessuno canta.

«Diego Gonzales era un peso medio di belle speranze. Uno elegante e duro, uno come Monzon, se vuoi meno potente, ma più agile. Un ballerino, con un destro poderoso. Aveva, però, un difetto: era di sinistra. Iscritto al sindacato, come il padre, come il nonno. Era, diceva, la sua "coscienza contadina". Per lui, bisognava distribuire la terra. Parlava del Che e diceva che il pugilato gli aveva insegnato il coraggio, il rispetto, a guardare in faccia la paura. Voleva puntare alla corona mondiale, diventare famoso per poter dare voce ai diseredati, agli emarginati, voleva diventare il megafono dei poveri. Poi, la dittatura cambiò i suoi piani, i suoi progetti. Lo presero mentre si allenava in palestra. Erano in dieci, con i mitra. Lo portarono in un sotterraneo, alla Scuola di Meccanica dell'Esercito. Avevano preparato un ring. Un colonnello gli disse: "Campione, adesso devi batterti per vivere. Devi affrontare cinque nostri militari". Erano pugili, esperti di arti marziali. "Ma tu, dovrai batterti con il braccio destro legato dietro la schiena. Devi affrontarli uno dopo l'altro, cinque riprese di tre minuti a combattimento, se riuscirai a stare in piedi, ti libereremo". Furono match assurdi, cruenti».

Carlito mi chiede un sigaro. «I soliti brasiliani, vero?». Gli chiedo di proseguire, di andare avanti, che fine ha fatto Diego Gonzales?

«Diego riuscì a stare in piedi. Per orgoglio. Perché non voleva cedere a quella violenza. Intorno a lui, sentiva persone scommettere, il colonnello urlare. Diego non voleva andare ko, in tutta la sua breve carriera non aveva mai conosciuto l'onta del tappeto. Prese colpi in faccia, al fegato, persino delle ginocchiate sui testicoli. Ma i suoi avversari, non se la cavarono meglio. Diego era una furia, sembrava avere addosso la rabbia di tutti i contadini sfruttati nel mondo, non solo in Argentina. Rimase in piedi. A pezzi, ma in piedi. Il colonnello urlò: "Portatelo via, non lo voglio più vedere. Lo libererete solo tra qualche giorno". Diego rimase in una cella, senza cure mediche, sofferente. Intanto, la madre lo aveva dato per scomparso. Uno dei molti. Poi, lo liberarono. Lo lasciarono, all'alba, in una strada di periferia. Venne soccorso, curato, ma morì dopo una settimana. Morì tra le braccia della madre. Le disse: "Ti voglio bene, mamma, e voglio bene al mio paese. Presto, questo incubo finirà. Tornerà la pace e ci sarà pane e terra per tutti". Lui è il mio campione, lo sarà per sempre».

Il padrone si avvicina: «Scusate, ma devo chiudere. Si è fatto troppo tardi». Usciamo. La notte è calda. «Sai Carlito, appena torno in Italia la racconto questa storia. Nessuno dovrà dimenticare il sacrificio di Diego Gonzales». Carlito tira un calcio a una lattina di birra: «Non trovi? Un sinistro quasi alla Maradona». Cominciamo a giocare. Vogliamo correre, correre e ancora correre. Soltanto correre.

Darwin Pastorin
Montevideo, 7 dicembre 2004
da "Liberazione"