Dopo l'uccisione dell'ispettore di polizia Filippo Raciti il 2 febbraio 2007 a Catania

Morte al calcio

“È solo il calcio ad essere corrotto? E quando sarebbe successo?”

Ultimo stadio

Vignetta di: Gianfalcoinfo

"Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre" (Wiston Churchill (1874-1965) – statista inglese)

Io sono uno di quelli che è cresciuto a pane e pallone. Mia madre era disperata. Ne avevo uno per ogni occasione, per ogni ambiente: quello di cuoio per il parco, perché potevo giocare tranquillamente; quello di gomma per il mare, perché rimbalzava meglio e risparmiava i piedi dall’ustione dell’attrito con la sabbia; quello piccolino, “la palletta”, per la scuola, perché le maestre, contrarie al calcio, non la vedevano. L’erba era più alta.

Per l’asfalto avevo il vecchio “supertele”, era leggero, non distruggeva le macchine, però col vento diventava un aquilone. Volava via, non teneva le traiettorie. Ma il più bello, quello a cui ero più affezionato, quello che mia madre odiava, era “lo spugnone”. “Quello di spugna non può rompere niente!” le urlavo in faccia rosso come un peperone, e alla fine distruggevo tutto.

I soprammobili si schiantavano sul pavimento in mille pezzi, le piante venivano puntualmente deturpate, le doghe dei divani spezzate, il pavimento rigato, la carta da parati sporcata, i mobili scheggiati, gli specchi frantumati. Mia madre diventava pazza, ma il prezzo della sua pazzia era la mia possibilità di sognare. Sognavo lo stadio gremito, centomila voci in un solo coro. Tutte per me. Il campione.

Più crescevo più mi innamoravo di quel magico gioco che fa gonfiare la rete, che fa scoppiare il cuore. Sono diventato un abbonato fedele, un calciatore provetto. Andavo allo stadio, facevo tornei, compravo figurine, chiedevo autografi, emulavo. Quando salivo sugli spalti ero geloso, volevo che la mia squadra fosse solo mia. Poi però si alzava il coro, il boato, e allora mi si stringeva la gola dai brividi. Urlavo come un forsennato.

Oggi mi guardo indietro e mi commuovo. Mi tengo solo i bei ricordi. Ringrazio mio padre, soprattutto, che mi ha sempre spronato a studiare, che mi scoraggiava con i suoi conti statistici ed anti-probabilistici di diventare un calciatore, che mi invitava a divertirmi, ad impegnarmi, a condividere emozioni con i miei amici. Non a seguire il calcio. “Il calcio è malato, diceva, è corrotto. Tu devi pensare a studiare”.

Oggi mi tengo solo i bei ricordi. Mia madre che invadeva il campo quando mi facevano qualche fallo brutto, mio padre che mi prendeva in giro perché invece di correre mi aggiustavo i capelli, le trasferte fuori Roma, i pranzi con i compagni, i provini, gli allenamenti, il fischio d’inizio, il momento del saluto al pubblico, il riscaldamento pre-partita, il momento in cui il mister faceva la formazione e dava le magliette.

Poi un pomeriggio, dopo pranzo, viene a trovarmi un mio caro amico. Ha nove anni, è un senegalese che parla romanaccio. Gioca a pallone, è bravissimo. Mi dice che “Domenica il campionato non gioca, a Catania hanno ammazzato un poliziotto”. Entrambi restiamo in silenzio, freddi. Ce lo aspettavamo, per noi era verosimile, non siamo stupiti, ma in coro diciamo: “che schifo…”, e sospiriamo.

Oggi mi tengo solo i bei ricordi. Perché è tutto il giorno che quelli brutti mi affollano la mente. Ricordo che ho smesso di andare allo stadio dopo aver rischiato di perdere la vita, a diciotto anni, a causa di un sasso grande come un pugno, lanciato violentemente da venti metri, che mi ha sfiorato la tempia. Ricordo il cuore salire alla gola, la corsa sfrenata per scappare alla carica, il rumore dei calci addosso alle macchine.

Ricordo perché ho smesso di giocare a calcio. Presidenti che facevano compravendite di giocatori-adolescenti da poche centinaia di mila lire che poi erano costretti a far giocare, allenatori che ti strillavano, negli spogliatoi, se in area di rigore non ti eri lasciato cadere, se non avevi barato, in sostanza, pur di prenderti quel cavolo di calcio di rigore. Quel rigore che ti avrebbe regalato i due punti.

Ricordo perché ho smesso di vedere le partite. Milioni di Euro che schizzano da una squadra all’altra per falsificare bilanci che servono a far arricchire uomini che si servono di scagnozzi che comprano gli arbitri per vincere partite che servono a vincere scudetti che permettono di partecipare a competizioni europee che danno altri milioni d’introiti televisivi che arricchiscono quegli stessi uomini.

Mi era rimasto il piacere di un paio di birre al pub insieme ai miei genitori e qualche amico. L’occasione per farsi due risate lontano dalla violenza e dai cori razzisti dei soliti mentecatti. Da oggi non mi resta nemmeno più quello. Per me il calcio è morto. Morto come quel poliziotto che lascia moglie e figli per una bomba carta. Morto come la mia passione per questo sport di vili.

Adesso, come al solito, l’anima pallonara dell’Italia del pallone esce fuori. Si accendono i riflettori, invece di spegnersi. I palinsesti vengono rivoluzionati per creare trasmissioni dell’orrore. Semianalfabeti in giacca e cravatta si “ceronano” per bene e si vestono a funerale. Allenatori, opinionisti e calciatori s’indignano. Inviano sentite condoglianze. Si vergognano di essere italiani.

Sono gli stessi beceri allenatori che insultano con gesti provocatori decine di migliaia di spettatori fomentando la violenza negli stadi; gli stessi calciatori che si fingono morti per una spinta, che si dopano, che si vendono le partite, che fanno scommesse illecite; gli stessi personaggi televisivi che sbraitano e urlano come oche, che si insultano a vicenda, che crocifiggono gli arbitri e riabilitano moralmente i più loschi truffatori.

Allora mi domando: “è solo il calcio ad essere corrotto? E quando sarebbe successo?” Ricorro con la memoria alle immagini delle partite di tutta Europa, vedo gente seduta quasi dentro il campo, non ci sono barriere, i giocatori che segnano corrono ad abbracciare i tifosi, raramente vedo cariche della polizia. Per avere il medesimo scenario in Italia devo tornare indietro di cinquant’anni.

Perché? Cos’è cambiato? Sono i soldi? La corruzione? La televisione? No. Queste cose ci sono sempre state, anche se in misura diversa. Non aggrappiamoci alle sterili dietrologie del nulla. Il mercato è il mercato e non possiamo sempre associare ipocritamente denaro e demonio, additando quei milionari che ogni domenica ci apprestiamo ad osannare come eroi per un semplice bel gesto atletico.

È l’ignoranza. Un morbo che corrode le menti dei deboli, quelle persone che si annullano in squadrismi oltranzisti e violenti perché nulla hanno da perdere; quelle persone che in televisione alzano i toni, cercano la lite, la polemica perenne; quelle persone che sono pronte a vergognarsi a comando, per tutto, ma mai per essersi arricchite schifosamente con un gioco.

Alla fine resto solo con i miei bei ricordi. Ringrazio i miei genitori di non avermi abbandonato nel momento della formazione educativa. Io non mi vergogno affatto. Perché quando il mio amico senegalese mi fa vedere quanto è bravo, gli dico: “bravo, ma pensa sempre a studiare.”

“Ciò che definiamo male è semplicemente ignoranza, che batte la testa nelle tenebre” (Henry Ford (1863-1947) – industriale statunitense)

Michele Bono
Roma, 5 febbraio 2007
da “Alternativ@Mente”