
Ogni anno, alla data del 2 agosto si accendono violente polemiche. Eppure, a guardare i fatti, la strage del 1980 alla stazione di Bologna, in assoluto la più efferata del dopoguerra (85 morti e 200 feriti), ha da tempo compiuto il suo iter giudiziario.
Nel 1995 la Cassazione condannò definitivamente all’ergastolo Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Ancora recentemente, il 17 dicembre scorso, la stessa suprema corte, pur annullando la pena a 30 anni per Luigi Ciavardini, il terzo imputato per la strage, all’epoca minorenne, ha tenuto a sottolineare che nei confronti dei due esponenti dei NAR si erano raggiunti “dati certi” circa la loro colpevolezza, neanche l’ombra di un dubbio. Entrambi parteciparono all’esecuzione della strage. Un caso quasi unico nel panorama giudiziario italiano dove la regola è sempre stata l’assoluzione per insufficienza di prove nei confronti dei terroristi neri.
Tuttavia alla stazione di Bologna, nei discorsi celebrativi da parte dei familiari delle vittime si continua ad invocare verità, accusando i rappresentanti dello Stato di aver sistematicamente depistato. Gli stessi, come nulla fosse, a nome dei rispettivi governi in carica regolarmente si impegnano a rimuovere ogni possibile “segreto”, riconoscendo all’azione degli apparati di sicurezza gravi omissioni e complicità.
Clamoroso fu in questo senso, nel 2000, il discorso dell’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato che espresse “il proprio rammarico di fronte alle bugie che venivano dall’interno dello Stato”. Un intervento che suscitò, non a caso, le ire scomposte di Francesco Cossiga. Così di celebrazione in celebrazione, quasi un rito, senza che nulla di sostanziale poi intervenisse a mutare le cose.
Inevitabile domandarsi quali siano le ragioni per cui una verità giudiziaria generi tali insoddisfazioni, sia percepita come non pienamente corrispondente alla realtà dei fatti, offrendo alla destra lo spazio per più tentativi di attacco alla stesse sentenze. Ci hanno provato diversi esponenti di AN (Fragalà e Storace), sostenendo la necessità di una revisione del processo. Anche a sinistra, va detto, alcuni noti intellettuali si pronunciarono in tal senso. Nel 1990 l’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (sempre molto presente in tutta questa vicenda), chiese formalmente che si cancellassero dalla lapide le parole “strage fascista”. Qualcuno, sempre di AN, propose anche di far ripartire l’orologio della stazione fermo alle 10.25, l’ora dello scoppio della bomba. Traeva in inganno i viaggiatori. Palese il tentativo di ridurre questa strage ad uno dei tanti misteri di cui è disseminata la vita della Repubblica.
Il fatto è che in Italia, questo il cuore del problema, si è combattuta per decenni una guerra a “bassa intensità” in nome dell’”occidente” contro il “pericolo comunista”, fatta di azioni coperte, terroristiche e illegali, guidate e condotte da interi scomparti dello Stato. Si è per questa via più volte giunti alle soglie di avanzati e concreti progetti eversivi.
La strage di Bologna, molti lo dimenticano, fu uno di questi capitoli, a lungo preparata. Almeno due i tentativi che la precedettero: il 20 maggio a Roma, dove un’autobomba destinata fare strage ad un raduno nazionale di alpini non esplose per cause fortuite, e il 30 luglio a Milano. Qui invece 14 chilogrammi di tritolo furono fatti saltare davanti Palazzo Marino, in pieno centro, al termine di un Consiglio Comunale.
E’ una parte della storia di questo paese. Le destre temono l’emergere di loro complicità e legami. Per questo si scagliano contro alcuni brandelli di verità giudiziaria. D’altro canto, nessun democratico può accontentarsi. La storia, con tutta evidenza, ci dice del groviglio criminale ed eversivo, cresciuto dentro lo Stato, che ha certamente protetto gli esecutori.
Non furono solo i NAR di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro i responsabili della strage. Anche per questo la battaglia dei familiari delle vittime per la verità continua ad essere la nostra.