PAGINE
DELLA
RESISTENZA
CARATESE

CAPITOLO TERZO

I MARTIRI DI PESSANO (parte c)

Nella cronistoria di questi fatti si è tracciata una rapida biografia dei componenti il C.L.N.; non possiamo esimerci ora dal tracciare un analogo, sia pur breve profilo, dei tre giovani giustiziati e di coloro la cui vita fu tragicamente spezzata dall'odio fascista.

Dante Cesana («Marco»), caratese era un autentico figlio del popolo: di famiglia operaia, era nato e cresciuto nel popolare rione del «Loghetto». Durante la lotta partigiana aveva saputo conquistarsi, per le sue equilibrati doti di uomo e di capo, la stima e l'ammirazione dei compagni di lotta per i quali si sacrificò con piena consapevolezza. Nella sua famiglia, raccolta intorno al vecchio padre Sandrin, ormai ottantacinquenne (che ci ricorda papa Cervi) la memoria di lui è vivissima ancor oggi e le sorelle custodiscono gelosamente ogni oggetto a lui appartenuto.

Particolarmente significative sono le lettere scritte da Dante Cesana mentre si trovava in Russia; le raccomandazioni con cui tali reliquie sono state consegnate a chi scrive sono la conferma dell'immutato amore che tutta la famiglia nutre ancora oggi per lui.

Belle le lettere, ma soprattutto commoventi le poesie che Dante scriveva nei ritagli di tempo, al lume di candela, dedicandole alla mamma scomparsa e ai familiari. Esse ci rivelano la sensibilità affettuosa e la delicatezza di sentimenti con cui si rivolgeva ai suoi cari lontani. L'11 gennaio 1943 dedicava al padre questi brevi versi

«... Mentre mugghia l'infernal bufera
nella notte fredda e nera
a te vola il pensier mio
mentre grande il mio desio
di vederti, di abbracciarti
di ritornare per non più lasciarti ...».

Altri versi dedicava alla sorella in procinto di sposarsi:

«... O sorella mia, o sorella cara
tu che facesti in questa mia casa
di Colei le veci che lassù rischiara
la nostra via dal buio invasa ...

Tu che eri la nostra fiamma
la nostra amica, la nostra mamma
or t'en vai con fiori in testa
felice sposa alla tua festa...

Va felice o sorella mia
ed al male non dar retta
dà retta solo a! tuo amor...

Ma se un giorno, per ria sorte
vorrai conforto ad un dolor
ritorna pure da chi le porte
chiuse mai avrà al suo cuor ...».

Di ritorno dalla Russia, dopo l'8 settembre, Dante Cesana ottiene, per le sue capacità lavorative, l'esonero dal servizio militare; una volta in fabbrica, a contatto con operai che non hanno mai tollerato la politica del fascismo, non perde tempo a dar vita e fisionomia alla Brigata Partigiana reclutando e animando questo gruppo con il suo coraggio e la sua fervida azione. Dopo il lavoro trova tempo e modo per dedicarsi allo studio frequentando un corso serale per geometri assieme all'amico e compagno d'armi e di brigata Carlo Riva («Sergio»). Non pago delle tante attività, intraprende contemporaneamente lo studio della lingua tedesca e non trascura i doveri che la vita clandestina e la carica che ricopre gli impongono.

Claudio Cesana («Tito»).

Appena ventenne ma carico d'esperienze tratte dalla vita quotidiana nella fabbrica in cui lavora (la «Memini»di Sesto S. Giovanni) è pure lui esonerato dal servizio militare per l'abilità con cui assolve alle sue mansioni. Conosce la vita dura e le angherie dei dirigenti tedeschi all'interno della fabbrica, ma non è tipo da porger l'altra guancia; si ribella e diventa uno dei promotori degli scioperi del 1943.

Arrestato una prima volta e rilasciato per le sue doti tecniche, non disarma né si ritrae in un angolo ad aspettare ma si rafforza in lui la volontà di battersi cosicché non ha esitazioni ad entrare a far parte della Brigata Partigiana. Caratese autentico come Dante, Claudio era nato nel 1924 nel rione di S. Bernardo da una famiglia di piccoli contadini; venne ricordato da quanti lo conobbero come un giovane di animo sensibile, sempre sorridente, studioso, meticoloso; notevolmente impegnato a causa delle otto ore in fabbrica e per la difficoltà di raggiungere quotidianamente il posto di lavoro, trova tuttavia il tempo per impegnarsi con assiduità e convinzione nella attività partigiana, senza trascurare di aiutare il padre anziano nel lavoro dei campi. Le uniche ore libere di questa intensa vita sono quelle che egli dedica con passione alta pittura; alcuni suoi paesaggi ed alcune madonne sono di notevole pregio.

Catturato dalle Brigate Nere, subisce feroci e bestiali trattamenti; a conferma del suo nobile comportamento e della fermezza con cui seppe difendere il segreto delle organizzazioni partigiane c'è una frase che uno dei suoi aguzzini rivolse al padre di Claudio: «Gh'è un biondin: l'è vun de quei che ‘l parla no ...».

Angelo Viganò («Tugnin»). Ex-aviere del Settimo Stormo Caccia, dopol'8 settembre riprende il suo posto di lavoro alla «Wender» di Cusano. Le imminenti nozze con la sorella di Claudio Cesana e l'aver già prestato il proprio dovere di soldato non gli impediscono di impegnarsi nella lotta clandestina. Dimostra in più occasioni di non aver alcuna paura dei fascisti e si fa beffa di loro gettando volantini contro il regime perfino nei loro covi; sorpreso in una di queste azioni viene fermato al posto suo il fratello Flaminio, a causa della straordinaria rassomiglianza tra i due; l'alibi di ferro di cui Flaminio è in possesso permette ad entrambi di sfuggire alle rappresaglie fasciste.

Sergio Devani («Mosca»). Comandante della 120a Brigata Garibaldi GAP, geometra, era impiegato alla Stipel di Seregno; trasferitosi in casa di Enrico Rimessi, pure lui gappista, per meglio coordinare le loro imprese, collaborò alla realizzazione di parecchie azioni partigiane soprattutto a Milano. Il Devani fu uno degli ideatori di un piano di sabotaggio che si sarebbe dovuto attuare contemporaneamente alla Direzione centrale della Stipel, all'Edison (attuale Enel) e alla Fargas, in modo che la produzione bellica subisse un rallentamento o addirittura fosse bloccata per qualche tempo.

Ricercato attivamente, venne arrestato in seguito a delazione il 15 settembre 1944 in Foro Bonaparte a Milano e di lì portato a Monza dai nazi-fascisti per essere sottoposto a terribili quanto inutili sevizie. Da ultimo, forse vergognandosi della lezione di coraggio che un partigiano dava loro, i suoi aguzzini lo portarono a Cambiago e lo fucilarono. Ancora oggi si possono vedere, nel muro del cascinotto di campagna presso il quale avvenne l'esecuzione, i fori delle pallottole lasciate dai fucili mitragliatori.

Nella cella dove venne rinchiuso prima della sentenza, scrisse su un muro con l'ausilio delle unghie: «Sono un condannato a morte. Salutate mio padre».

Il 4 novembre 1974 venne decorato con la medaglia d'argento al valor militare.

Parlando di Devani, non si può non parlare di Enrico Rimessi di Verano, suo amico inseparabile e, come lui, cospiratore. Rimessi venne arrestato per atti contro il regime fascista e processato dal Tribunale speciale di Como, che gli inflisse 24 anni di reclusione. Trasferito nel carcere di Alessandria per scontarvi la pena, gli venne applicata al braccio una fascia recante la scritta: «Terrorista pericoloso, massima sorveglianza». Da quella casa di pena riuscì ad evadere, raggiungendo poi le montagne di Dongo, dove combatté con le formazioni partigiane.

Angelo Nobili («Giulio»), a Carate meglio noto come Fanin, si era iscritto al PCI fin dai tempi del Congresso di Livorno. Durante il regime non si piegò mai ai voleri dei fascisti: venne condannato una prima volta a tre anni di galera e tre di sorveglianza speciale. Scontata la pena venne licenziato dalla Stipel dove lavorava come capo tecnico; arrestato nuovamente per la strenua attività antifascista venne confinato a Gasperina (Catanzaro) per altri tre anni.

In questa località c'era pure Umberto Terracini e anche Giulio poté frequentare «l'Università comunista»e apprendere le nozioni politiche e storiche con altri confinati.

Al ritorno dal confino, dopo due o tre mesi di inutile ricerca di un posto di lavoro, riuscì a farsi assumere in una fonderia di Monza. Dopo l'8 settembre fu costretto a vivere nella clandestinità finché raggiunse a Rogolo in Val Masino la 52a Brigata Rosselli divenendone il commissario di brigata, col nome di «Giulio»mentre «AL», figlio dell'ex-presidente della repubblica Luigi Einaudi, ne assunse il comando.

Andrea Ronchi. Operaiotessile di Agliate, si arruolò nella 55a Brigata Rosselli Distaccamento B. Croce. Seppe distinguersi subito per dedizione spontanea in ogni azione, a rischio della vita.

Catturato, insieme ad altri partigiani, nell'ottobre 1944 in Val Biandino, seppe affrontare il supplizio con fermezza, destando negli stessi nemici la più viva ammirazione. Venne fucilato dietro il cimitero di Introbbio quello stesso mese di ottobre. Riconosciuto a stento dal fratello dopo l'esecuzione, grazie agli indumenti che portava, gli fu data sepoltura nel cimitero di Agliate. Ci rimane di lui un'unica lettera inviata alla madre poco prima dell'esecuzione, nella quale chiede perdono per il dolore che le avrebbe procurato la sua imminente fucilazione. Fu un patriota eroico e modesto, a molti ancor oggi sconosciuto.

Luigi Cesana. Renitente alla leva militare repubblichina, venne arrestato in Piazza della Pesa a Verano, nel corso di un rastrellamento, e portato a Desio per essere incorporato nella locale G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblichina).

La mamma e la sorella di Mario Preda, che erano legate a lui da amicizia, dopo non poche peripezie riuscirono a farlo disertare e a farlo giungere fino a Omegna. In questa città, dopo aver passato incolume un posto di blocco fascista ed aver fatto perdere le proprie tracce a due spie del regime, raggiunse la Brigata Beltrami, ritrovandovi l'amico Gerolamo Preda, insieme al quale venne abbattuto mentre entrambi si recavano a portare rinforzi per la liberazione di Torino; Luigi Cesana morì a Vencelli per le ferite riportate.

Nella prima decade di maggio del 1945 (esattamente l'11 maggio), le spoglie di Dante Cesana, Claudio Cesana, Angelo Viganò e Sergio Devani venivano riportate a Carate per la sepoltura e tutti i cittadini caratesi accorrevano in folla commossa a rendere l'estremo saluto ai resti mortali dei loro giovani Eroi, che ora riposano assieme, così come assieme lottarono e assieme perirono.

Dalle loro tombe, attorno alle quali si rinnova ogni anno il pellegrinaggio reverente e commosso della popolazione tutta di Carate, essi continuano a testimoniare a quanti non hanno dimenticato e a quanti vogliono apprendere, come si ama il proprio Paese e come se ne difende la libertà.

La foto ricordo del partigiano Mario Preda (Topolino) alla mamma

La foto ricordo del partigiano Mario Preda (Topolino) alla mamma.

Mario Preda, soprannominato «Topolino», di 15 anni era un ragazzino intelligente, vivace ma non monello, l'ultimo della covata di otto fratelli. Deciso a seguire l'esempio di due suoi fratelli maggiori anziché restarsene al calduccio a farsi viziare dalla mamma o dalle sorelle, partì da solo alla ricerca della leggendaria banda Beltrami.

Con tutta la famiglia mobilitata nella Resistenza, Mario non voleva essere considerato un ragazzino e raggiunse Seregno da dove, con un autocarro, si fece portare a Novara. Di lì, a piedi e con mezzi di fortuna, raggiunse il Lago Maggiore, alla ricerca del fratello Gerolamo che era al seguito di Beltrami, finché fu accolto nella Brigata Rocco della 2a Divisione Redi (Gianni Citterio di Monza).

Il suo comandante «Aries» così lo ricorda.

«… Portai l'ultima volta «Topolino»nell'osteria di Baveno. Gli uomini, stanchi e affamati, stavano accosciati sul pavimento, mentre la poco luce gettava ombre strane fra i corpi. Vivace, irrequieto, forse conscio dell'atroce morte che lo attendeva l'indomani, Topolino girava nervosamente per il locale. La sua allegria mi colpì favorevolmente e una impressione subitanea di simpatia si impadronì di me; avevo dinnanzi a me un ragazzino di 15 anni, consapevole di quello che l'attendeva e che sapeva quello che arrischiava.

Si dormì nell'attesa della battaglia che il giorno dopo avrebbe avuto luogo per l'occupazione di Baveno. Al risveglio vennero divisi i compiti, ma a Topolino fu negato l'onore di combattere perché era ancora un bambino. «Topolino» protestò, implorò, gridò ed alfine si ribellò; rubò una baionetta e raggiunse un compagno in postazione alla mitragliatrice. I fascisti contrattaccarono ma le ondate che venivano all'assalto furono falciate da un fuoco micidiale.

Purtroppo la situazione divenne poco dopo insostenibile perché i fascisti cercarono di cogliere la postazione alle spalle.

Topolino si allontanò, forse per cogliere meglio le occasioni di battere il nemico. Vide il compagno alla mitragliatrice cadere e ritornò verso la postazione: poi colpi di una raffica lo colsero a metà strada... il suo sangue quindicenne bagnò la strada. Era il 25 aprile 1945; le bande partigiane liberavano Milano...».

La sera di quello stesso giorno, i superstiti del CLN e precisamente Gianmaria Maj, Guido Cesana, la partigiana Entide Zecca e, in un secondo tempo, il Prevosto di Carate, Don Luigi Crippa, si recavano al comando tedesco per trattare la resa.

Nella prima decade di maggio del 1945 (esattamente l'11 maggio), le spoglie di Dante Cesana, Claudio Cesana, Angelo Viganò e Sergio Devani venivano riportate a Carate per la sepoltura e tutti i cittadini caratesi accorrevano in folla commossa a rendere l'estremo saluto ai resti mortali dei loro giovani Eroi, che ora riposano assieme, così come assieme lottarono e assieme perirono.

Dalle loro tombe, attorno alle quali si rinnova ogni anno il pellegrinaggio reverente e commosso della popolazione tutta di Carate, essi continuano a testimoniare a quanti non hanno dimenticato e a quanti vogliono apprendere, come si ama il proprio Paese e come se ne difende la libertà.

Carate - 11 Maggio 1945: Le solenni onoranze funebri ai quattro partigiani fucilati
	  dai nazi-fascisti

Carate - 11 Maggio 1945: Le solenni onoranze funebri ai quattro partigiani fucilati dai nazi-fascisti

Carate - 11 Maggio 1945: Le solenni onoranze funebri ai quattro partigiani fucilati
	  dai nazi-fascisti

Luigi Colombo
Carate Brianza, 28 febbraio 1975
Stampatore originale: “Tipo - lito - ripamonti” - Villasanta - Milano
Trascrizione per Internet: Romeo Cerri mail: webmaster@brianzapopolare.it
Versione in formato RTF: 19750201_pagine_resistenza_carate.rtf