25 Aprile nel segno di

Alberto Gani

Famiglia Gani, ebrei arrestati a Seregno, deportati e sterminati ad Auschwitz e Bergen Belsen.

Olocausto, shoah.

Due termini sinonimi di sterminio, due parole che generano brivido, orrore.

Concetti e fatti, però, che abbiamo imparato a conoscere dalle testimonianze riportate nei libri o espresse nelle conferenze, dal cinema piuttosto che dalla televisione.

Un'esperienza del genere umano terribile, ma che a noi seregnesi appare lontana, in quanto convinti che sia accaduta altrove, in un posto molto distante. Non è così.

Innanzitutto l'Italia fascista autonomamente emise nel settembre del 1938 delle leggi che privarono, gradatamente, gli ebrei di qualsiasi diritto civile.

Il mantenimento dell'integrità dell'alleanza con la Germania nazista lo richiedeva. Con l'instaurarsi della Repubblica sociale italiana e con l'occupazione tedesca, la persecuzione ebraica in Italia s'inserì nel folle programma hitleriano della soluzione finale.

Il 30 novembre 1943, il Ministero degli Interni con l'ordinanza di polizia n° 5, dispose l'arresto e l'internamento degli ebrei, nonché il sequestro dei loro beni.

Vivevano in quel momento a Milano e in provincia alcune migliaia di ebrei, perfettamente integrati da tempo nella società italiana. La Brianza non contava in nessun luogo comunità israelite e rarissime erano le famiglie che vi risiedevano stabilmente.

A partire dall'estate del 1943, con l'infittirsi delle incursioni aeree su Milano, il territorio brianzolo si gonfiò ulteriormente di sfollati in fuga dai disastrosi bombardamenti sulla città.

Anche Giuseppe Gani, commerciante di tessuti ebreo di 48 anni, un giorno decise di lasciare la propria casa di corso Vercelli e di trasferirsi nella più sicura cittadina di Seregno. Giuseppe era di origine greca, era nato infatti a loannina, ma risiedeva in Italia dall'inizio degli anni venti.

Il suo matrimonio con Speranza Zaccar, anche lei ebrea greca, nata a Corfù il 17 ottobre deI 1900, era stato celebrato a Milano il I ottobre 1925. Dalla loro unione arrivarono tre figli: Regina il 7 dicembre 1926, Ester il 19 luglio 1928 e il maschietto, Alberto, il 20 aprile 1934.

Il lavoro pareva andar bene, tanto che la famiglia poteva permettersi di avere a stipendio una donna che aiutava ad accudire i figli e nelle faccende domestiche.

Questo lo si evince dalla domanda per l'ottenimento del permesso di tenere personale di servizio, inoltrata da Giuseppe Gani nel 1939 e concesso con proroghe diverse fino al 1941. Questo fatto, apparentemente solo di carattere burocratico, è solo un aspetto del contatto dei Gani con le incivili misure della discriminazione razziale.

I figli furono emarginati dalla scuola; nel 1939 dovettero presentare una richiesta per poter risiedere in Italia; ebbe difficoltà per poter svolgere il proprio lavoro fino al vedersi cancellare il proprio nome dall'elenco telefonico, come se non esistesse più.

A Seregno furono ospitati dalla famiglia Mazza, in alcuni locali sopra l'omonima trancia. Il padre continuava a fare la spola con Milano, dove evidentemente aveva ancora delle incombenze di lavoro da seguire.

Qualche seregnese coetaneo di Alberto Gani e tuttora abitante vicino all'ex-stabilìmento. ricorda benissimo il bambino per averci giocato più volte assieme.

Rammenta anche che, appena compariva il padre proveniente dalla stazione, questi subito lo riportava in casa e non si vedeva più.

I tempi, infatti, erano diventati ancora più difficili per la ricordata ordinanza repubblichina che definiva gli ebrei come popolazione nemica; non era prudente farsi vedere troppo in giro.

Fu probabilmente questo il motivo che determinò il trasferimento dei Gani da un luogo in vista come la casa dei Mazza, alla Cà Bianca.

Questo grande edificio popolare che tuttora fronteggia l'ospedale cittadino, era conosciuto all'epoca non solo perché l'astronomo Carlini vi si recava nei tempi andati per guardare le stelle dalla torretta, ma anche perché era un piccolo mondo a parte, una città nella città. Viveva in questo luogo la famiglia di Luigi Casati e dei loro sette figli (cinque femmine e due maschi).

Luigi, contadino, accettò la proposta dei Mazza e accolse in casa i Gani. Solo il padre non abitava alla Cà Bianca ma presso una delle sorelle sposate, in via Volta.

Il tempo passa, le risorse degli ebrei ormai sono agli sgoccioli e devono accontentarsi di ciò che Luigi può offrire. Nel luglio del 1944 i beni milanesi della famiglia vengono ufficialmente confiscati dal regime.

E il mese di agosto, Fernanda Casati sta portando il pranzo al padre in campagna. Tre fascisti improvvisamente la fermano; le fanno domande sulla sua famiglia, vogliono vedere cosa c'è nel fagotto, poi la lasciano andare, strano. Ma questa era solo la premessa di ciò che avvenne il mattino dopo. Alcuni militi fascisti, e con loro un tedesco, irrompono nell'abitazione dei Casati.

Speranza Gani e i figli sono tutti lì, sono spaventati, urlano, ma quegli uomini non s'inteneriscono, anzi, la loro azione è eroica: hanno arrestato un bambino di dieci anni.

E sicuro che ci sia stato un delatore, la soffiata è arrivata ai fascisti da un abitante di Seregno.

La giornata trascorre per i Casati fra sgomento e paura.

È ormai sera quando qualcuno bussa alla porta. Sono ancora i militi che arrestano tre delle sorelle trovate in casa e le portano in cella nella caserma di via Carlini.

Ora temono il peggio, occultare in casa degli ebrei era reato, per cui furono ancora più sorprese quando al mattino, il sottufficiale di servizio le liberò dicendo loro: Siete fortunate, l'altro è stato preso. La faccenda si chiari. Giuseppe Gani, non abitando alla Cà Bianca, era stato avvertito della retata ed era riuscito a scappare.

Sfuggì alle ricerche fino a notte, quando fu purtroppo anch'esso catturato in località Dosso.

Le sorelle Casati erano state trattenute quindi in ostaggio e il sottuffìciale della caserma non volle andare oltre. Da questo momento, radunati in carcere, la sorte dei Gani è segnata.

Toccheranno le tappe di tutti gli ebrei presi nel nord-Italia. Probabilmente furono indirizzati prima alle prigioni di Monza; quel che è sicuro è che il 20 agosto queste cinque persone catturate a Seregno, colpevoli solo di esistere, furono rinchiuse nelle celle di S.Vìttore.

Nel carcere milanese, veniva riservato agli ebrei l'ultimo piano del quarto raggio, costituito da 18 camerate contenenti 8-10 persone e sottoposto ad esclusiva sorveglianza tedesca. Qui, i Gani conobbero certamente uno dei due direttori che si alternarono a S.Vittore, i criminali Helmut Klemm e Leander Klimsa.

Ebbero sicuramente l'occasione di vedere all'opera il loro vice, la belva Franz Saltmayer, che non dormiva pur di torturare il più possibile i carcerati.

Nel settembre del '44 era già attivo il campo di raccolta per deportati sia politici che razziali di Bolzano Gries, che da un mese circa aveva sostituito quello di Fossoli.

Il 7 settembre, la famiglia Gani con altri ebrei fu trasferita in quel luogo. In genere questi trasporti avvenivano utilizzando gli autobus dell'Azienda municipale milanese.

È possibile conoscere con certezza il loro tempo di permanenza nella frazione bolzanina di Gries, dato che il treno che li condusse ad Auschwitz partì da lì il 24 ottobre. Diciassette giorni di vita nelle baracche del campo di concentramento che si sommano ai diciotto già trascorsi in carcere. Auschwitz, dunque, ecco la destinazione finale.

Quel giorno i Gani, ancora ignari del loro triste destino, salirono su un vagone merci del convoglio n° 18 siglato RSHA, il primo di soli ebrei formato e fatto partire da Bolzano Gries.

Su questo trasporto si stava consumando un'ulteriore infamia. Vi era infatti presente un gruppo dì ebrei provenienti dalle carceri del Coroneo di Trieste che per il loro status di coniugi di matrimonio misto dovevano essere esentati dalla deportazione.

C'era un solo bambino su quel treno, Alberto Gani.

Per quattro giorni viaggiarono stipati come bestie, al freddo e con niente da mangiare e da bere. Stupisce ancora oggi lo sforzo economico, organizzativo e fisico dei nazisti, in piena guerra, per portare da tutta Europa questa gente al macello! Il 28 ottobre 1944 era ancora notte quando il convoglio s'incanalò sul binario che entrava nel sinistro lager di Auschwitz. Il treno rallenta, si ferma.

Rudemente, fra l'abbaiare dei cani lupo, i prigionieri vengono fatti scendere; gli uomini vengono divisi dalle donne e dai bambini; i riflettori rendono la scena ancora più terrificante. Mengele e gli altri medici li stanno aspettando per la selezione. Giuseppe Gani, Speranza Zaccar e Alberto Gani furono inviati in una direzione, le ragazze in un'altra.

I due genitori e il piccolo entrarono in uno stanzone, dove lasciarono i loro vestiti. Nudi, vennero spinti in un locale che pareva una doccia, ma era la camera a gas.

Dal soffitto una SS fece cadere qualche chilo di cyclon B; in pochi minuti sopraggiunse l'asfissia.

Ciao Alberto, amico dei bambini seregnesi e nemico pericoloso del Reich.

Ester e Regina furono fra le 59 persone che superarono la selezione, come recitano i documenti tedeschi conservati nel l'archivio del museo di Auschwitz. Furono destinate al lavoro da schiave o in qualche postribolo nazista.

Finirono poi nel lager di Bergen Belsen, dove c'era una grossa sezione femminile e, dall' 11 febbraio 1945, non se ne seppe più niente. Sicuramente una fossa comune o un forno crematorio, furono la loro ultima dimora.

Questa la storia di Alberto Gani e della sua famiglia.

Questa la dimostrazione che l'Olocausto è avvenuto anche nella tranquilla, civile e laboriosa Seregno.

Dove credettero di trovare protezione, e la trovarono, i Gani trovarono anche degli italiani, perché italiani erano coloro che li arrestarono, che li perseguitarono. E un seregnese che li denunciò, probabilmente intascando la ricompensa prevista per queste delazioni.

Dedicando questo 25 aprile a questa vicenda, il Comitato antifascista di Seregno intende sensibilizzare chiunque, sulle aberrazioni generate da ideologie perverse.

Sulle generalizzazioni che conducono all'odio confuso. A diffidare di chi propone verità assolute.

Speriamo, con ciò, nel nostro piccolo, di contribuire al progresso civile dell'umanità.

Note:

Per la ricostruzione delle vicende finali della famiglia Gani, si sono utilizzati i documenti delle seguenti fonti:

Pietro Arienti (storico)
Seregno, 25 aprile 1999
Pubblicazione di: Comitato Unitario Antifascista per la difesa delle Istituzioni Repubblicane | Indice generale