LA COSPIRAZIONE
All'atto della sua costituzione, nel febbraio 1945, la Brigata
Giancarlo Puecher non sorgeva dal nulla. Anzichè di nascita si
trattava di concentramento e definizione, di battesimo e stesura
di programma.
Concentramento delle forze sparse già esistenti in zona.
Definizione dei loro compiti, del campo d'azione e dei comandi.
Battesimo al fine dell'inquadramento nella formazione superiore:
il Raggruppamento Alfredo di Dio.
Programma del lavoro che da quel momento si sarebbe svolto in
collaborazione.
Dato il modo del suo sorgere, derivando cioè da attività preesistenti
e nate da iniziative individuali, non solo, ma ignare della loro
futura fusione, la Puecher è risultata una formazione prettamente
apolitica. Nelle sue file hanno trovato posto coloro che intendevano
seguire il fine patriottico indipendentemente da questioni di
partito, tanto che vi si son visti militare fianco a fianco uomini
di opposte tendenze politiche, capaci però di superare le tentazioni
settarie per dedicare ogni energia allo scopo supremo: la cacciata
dell'oppressore nazifascista.
Le stesse ragioni, e precisamente le circostanze della sua costituzione,
fanno sì che per stendere la biografia della Puecher occorre rifarsi
ai precedenti: la storia della Brigata è inizialmente la storia
degli impulsi personali che hanno portato gradualmente a darle
vita.
Non si può dire compiutamente di un fiume senza accennare ai ruscelli
che hanno concorso a gonfiare le sue correnti.
Teatro d'azione della Brigata si può approssimativamente definire
la Brianza Centrale, precisandolo nelle seguenti località:
Lambrugo - Lurago - Nibionno - Bulciago - Castello Brianza - Bevera
- Cassago - Barzanò - Monticello - Casatenovo - Missaglia - Ello
- Molteno - Villa Raverio - Seregno.
Naturalmente tali confini non si devono intendere come assoluti,
giacchè, ad esempio, nei giorni della liberazione forze della
Puecher hanno sconfinato per porgere aiuto ad altri nuclei partigiani,
così come qualche gruppo garibaldino è entrato in rinforzo nel
territorio controllato dalla Puecher. Fatti che testimoniano favorevolmente
circa la solidarietà tra gli elementi in cospirazione.
In molti citati paesi, persone isolate o piccole cellule hanno
iniziato il movimento clandestino nell'autunno-inverno '43, con
una certa contemporaneità quindi, in virtù di quel fenomeno di
fermentazione spontanea di cui insperatamente la Brianza, considerata
terra di scarsi entusiasmi, ha saputo fornire bellissima prova.
Dare perciò un ordine cronologico ai fatti non è quasi possibile.
Senonchè il nome e l'eredità morale di Giancarlo Puecher consigliano
a prendere le mosse da Lambrugo, suo paese d'azione.
Chiuso con l'infame esecuzione e con numerose condanne varianti
dai cinque ai trent'anni il cosiddetto processo, i rimasti compagni
del martire fanno del loro lutto un incentivo alla riscossa.
Nottetempo sui muri di Lambrugo mani frementi - fra cui quelle
dell'intrepida signorina Gianelli, la zia di Giancarlo -- appiccano
manifesti: TI VENDICHEREMO!
Nessun'altra vendetta è possibile, nel nome dell'eroe morto
perdonando, che la continuazione dell'opera sua.
Parenti e compagni del caduto non disarmano; ma la sbirraglia
fascista, non contenta dell'obrobrio di cui s'è coperta, è alle
calcagna del gruppo. In Febbraio 11 ragazzi vengono rinchiusi
in carcere; Saletta ritorna a inscenare interrogatori su interrogatori
coi soliti sistemi, ma evidentemente non ne ricava la soddisfazione
sperata perchè le porte della prigione rimangono ostinatamente
chiuse su tutti i catturati.
Ma sono figlioli in gamba e il C.L.N. ordina che almeno tre
siano fatti evadere. Si tenta il colpo con la complicità di
una guardia, ma la solita spia interviene all'ultimo momento
a mandar tutto in fumo.
Un secondo tentativo ha maggior fortuna. Un carceriere si lascia
corrompere; viene estratta a sorte la cella cui toccherà dare
il via; esce il 27.
L'ora prescelta è quella della pulizia, le 18,30. Giorno, il
22 Giugno.
Un temporale inviato veramente dal cielo copre al punto giusto
i rumori che non hanno alcun bisogno d'essere uditi. La guardia
va su con gli scopini; dalla cella 27 si chiede di uscire un
istante a sbattere una coperta, permesso accordato. Quelli vengono
fuori, levata la coperta sulle braccia stese...
Un momento dopo la guardia giace a terra in condizioni di assoluta
impotenza, mentre il suo mazzo di chiavi sta già attivamente
lavorando ad aprire celle su celle.
Silenziosi fantasmi sgusciano ad uno ad uno nel corridoio, si
appiattiscono lungo i muri, striscian via col cuore in gola,
coi nervi tesi da spezzarsi. Un'altra guardia e un cancello
vengono superati. Incredibile: son liberi!
Ma è proprio vero: San Donnino, il tetro carcere comasco, è
alle spalle; davanti è la città, aperta, col suo lago, i suoi
monti raggiungibili e amici. Nella strada la gente passa ignara
e indifferente; spunta una pattuglia tedesca... ah, perdinci!
Gli ex-prigionieri sgattaiolano via dissolvendosi sotto l'acqua
che vien di gusto.
Qualcuno arriva a Lambrugo a piedi, fradicio e affranto. E'
ospitato in casa Puecher.
Non ha dunque appreso questa famiglia di generosi a respingere
i patrioti! Eppure l'esperienza atroce continua a produrre amarissimi
frutti. Giancarlo dorme per sempre nella terra che vide la sua
inestinguibile esuberanza, ma gli altri, i vivi, son quelli
che soffrono ancora. Il padre (quest'uomo di cristallina tempra
la cui limpida fede ha convertito, in carcere, un'ebrea) deportato
a Mauthausen finisce col soccombere all'angoscia e alle sevizie;
gli altri familiari, perseguitati e oppressi, talvolta "sequestrati"
dalla polizia criminale, conoscono ore tremende. Uno dei fratelli
di Giancarlo, renitente alla chiamata della sua classe, è forzatamente
lontano; l'altro, ragazzetto ancora, arriva un giorno a vederse
solo nella sua casa, solo col suo infinito sgomento, col terrore
di un avvenire che si presenta orribilmente nemico...
Poi, per mancanza di prove, pur digrignando i denti i fascisti
devono rilasciare le persone trattenute indebitamente. Non tutti
però ritornano: dei primi compagni di Giancarlo diversi mancano
all'appello, chi in carcere, chi in Germania, chi lontano e
alla macchia, troppo indiziato per potersi mostrare nei dintorni
di Lambrugo.
Tuttavia l'opera del purissimo Iniziatore è una fiamma che non
si spegne: nel Luglio 1944 già un nuovo fermento di azione partigiana
prende forza e consistenza nel nome di Giancarlo Puecher.
Intanto un fedelissimo dipendente della famiglia, il giardiniere
Luigi Conti, si tiene in contatto con un organizzatore di vecchia
data, Umberto Rivolta ("Sandri"), un uomo che maschera assai
bene l'attività politica sotto la coperta del lavoro quotidiano.
Gli affari forniscono un ottimo pretesto per giustificare un
dinamismo ciclistico che anche eccede i limiti del comune, e
"Sandri" ne approfitta con entusiasmo perchè, se mai c'è stata
occasione di manifestare... tenerezza al fascismo, questa è
proprio la buona.
I rapporti tra il Rivolta e il regime mussoliniano, non c'è
che dire, sono anzianotti, risalendo su per giù alla nascita
del fascismo, e sono sempre stati di natura ringhiosa, ad un
certo punto addirittura feroce, quando cioè tutte le questure
del regno ricevettero l'ordine di aprir l'occhio su quell'individuo
"pericoloso" che girava l'Italia sotto la veste di uomo di commercio.
Del resto i fascisti non avevano torto: l'individuo era veramente
pericoloso!
Ostinato anche; per esempio a non voler la tessera del partito,
ostinato tanto da finir col farsi cacciare dall'albo dei professionisti.
E che neanche il neofascismo, quello della repubblichetta, gli
andasse a genio, al punto di prevedergli ed augurargli una sollecita
fine, lo prova il fatto che sin dall'autunno '43 egli fa preparare
dalla sua ditta quei nastri tricolori che fioriranno poi sul
braccio di cento e cento partigiani nei giorni belli della liberazione.
Metà di quei bracciali vanno a Milano con Grossi ("Vanni") che
sarà poi coinvolto nel processo Puecher, metà restano in Brianza
col Rivolta, in attesa di vedere il sole.
In rapporto con questi è pure, tra gli altri, don Aristide Pirovano,
un missionario che per il momento svolge missione di patriottismo
a Erba anzichè di fede in Cina o in Africa. E poichè entrambi
sono convinti della necessità di allagare la cerchia delle forze
organizzate, ciascuno mette a frutto le proprie relazioni segrete.
Il Rivolta, che dai primi giorni del '44 è in cospirazione con
l'onorevole Miglioli, ha già aderenze e residenza temporanea
nella Brianza centrale, cosicchè dal C.L.N. di Lecco gli è affidata
la preparazione politica dell'VIII Zona, comprendente appunto
molte località di quel territorio. Don Aristide, dal canto suo,
è in contatto con Don Strada, parroco di Pontelambro, nella
cui abitazione si svolgono conciliaboli misteriosi. Li capeggia
un "capitano Giacomino" e vi partecipa uno sfollato, Nino de
Marco, il quale ha costituito a Nibionno una cellula insurrezionale.
La notizia è preziosa.
Per caso il Rivolta e il De Marco si conoscono già, ma sul terreno
politico non si sono mai assaggiati. E' legittimo quindi il
sobbalzo con cui Nino de Marco accoglie l'apostrofe lanciatagli
un bel giorno da quel conoscente finallora inoffensivo:
-- Appartieni alla VII o all'VIII Zona?
-- Ma... Non capisco.
-- Su su, non far storie. Don Aristide mi ha detto...
Don Aristide! Ma chi è? Di Marco conosce Don Pirovano; si rende
necessaria una chiarificazione. Un ultimo dubbio: come mai don
Aristide Pirovano -- gli si può dare il nome intero adesso --
non ha comunicato la parola d'ordine: LANTERNA?
Bè, l'importante è che tutto finisca bene, come infatti accade.
Si compie così l'allacciamento col GRUPPO NINO DE MARCO
("COMPAGNO MOLOTOV") - NIBIONNO.
Allacciamento quanto mai proficuo, perchè il De Marco non
ha finora perso tempo. Altro antifascista di razza tenace, occupato
presso l'Azienda Tranviaria Milanese, ha partecipato allo sciopero
antitedesco del marzo '44 che tanta noia ha procurato alla cricca
pseudogovernativa. Ricercato a domicilio dagli sbirri fascisti,
ne è avvertito per telefono dalla moglie. La casa dunque non
è più sicura. Tornano infatti gli agenti, e finiscono col trarre
in arresto, trattenendola per tre giorni, la signora, nella
speranza che salti fuori il marito.
Accomodate alla meglio le cose, il De marco si rifugia a Nibionno
e lavora alla costituzione di una cellula comunista, con la
collaborazione di Giuseppe Viganò, Andrea Magni, Giovanni Frigerio
ed altri volonterosi elementi, riuscendo a portare gli effettivi
a 19. Di questi, 16 sono militari e 3 hanno incarichi amministrativi,
così da assicurare l'autonomia della formazione, in caso di
isolamento della zona.
Certo, nemmeno a Nibionno la vita è tranquilla. Sospetti, indagini:
all'erta. Un giorno, grazie a un misterioso presentimento, Nino
de Marco rincasa al galoppo per nascondere timbri ed altro materiale
del costituito C.L.N. che aveva lasciato sulla scrivania. Giusto
in tempo: poco dopo capita la perquisizione.
(E quei benedetti amici che non la vogliono smettere di chiamarlo
"Compagno Molotov"! Andrebbe tanto bene "Nino", spiccio, borghese,
innocuo! Nossignore! A lungo andare, finiranno anche i fascisti
per chiamarlo col troppo espressivo soprannome).
Ad ogni modo l'avvenuto collegamento consente speranze di maggior
respiro, tanto più che il Rivolta è già in contatto con elementi
in zona, e particolarmente con un altro nucleo organizzato,
il
GRUPPO RAFFAELE PESSINA ("TOM") - VILLA RAVERIO
Nel Settembre 1943, dopo aver accompagnato in montagna alcuni
militari sbandati, il diciassettenne Raffaele Pessina aveva
fondato in paese una squadretta. Pochi, ma in gamba: Luraghi
Alessandro, Villa Emilio, Redaelli Antonio, tutti operai della
Breda; più tardi Luigi Palvarini, Mario Beretta, Elisabetta
Brusa (staffetta), Carlo Piccinini ed altri.
Il gruppo ebbe le fortune di mettersi presto in rapporto, per
mezzo di uno dei lavoratori della Breda, col colonnello Rebaudi
dell'organizzazione radiofonica clandestina Nemo, aggiungendo
così all'attività di propaganda e rafforzamento, un particolare
servizio d'informazione ai Comandi Alleati.
Le cose proseguono in tal modo per qualche mese (Tom, ricercato
dalla Muti, si dà nel frattempo a periodici vagabondaggi) quando
inaspettatamente si capta un'elettrizzante trasmissione: paracadutisti
e materiale radiofonico verranno lasciati nei pressi.
Nella notte fatidica, i giovani si mettono in campagna con la
neve alle ginocchia. Gli apparecchi non vedono le segnalazioni.
Delusione e ritorno amaro.
Secondo annunzio. La sera del sabato grasso, ancora neve e gelo.
I Patrioti riparano in un casello ferroviario per difendersi
alla meglio dal rigore che morde le carni. Esattissimo, alle
10 un apparecchio sorvola. Fuori dal casello a precipizio col
timore di perderlo. Si piantano i fari di segnalazione, quattro
che formano la lettera L e una pila che batte in alfabeto Morse
la lettera N.
L'operazione è prevista in tre fasi: 1) lancio di due paracadutisti
marconisti, 2) dei cinque pacchi contenenti radio, viveri e
indumenti, 3) dell'ultimo paracadutista che deve confermare
l'avvenuto lancio del materiale per il completo recupero.
L'apparecchio ritorna, passa, scende in picchiata, sgancia.
Due piccoli uomini appesi a due grandi ombrelli calano nel cielo
notturno; i polsi dei patrioti martellano forte.
Ed ecco l'imprevisto.
Il luogo è ben scelto, appartato e deserto; eppure, proprio
nel momento più delicato, una folla di curiosi che par sbucata
da sotterra si fa intorno da ogni parte, con quale gioia dei
partigiani si può immaginare. Spente in fretta le luci di segnalazione,
alterate le voci, un po' con le buone un po' con le cattive
i giovani riescono ad allontanare gli importuni, mentre l'aereo
continua a girare nel cielo, certo interdetto dalla sparizione
dei segnali. Finalmente è possibile riaccendere i fari, proprio
nel momento in cui una dispettosissima nebbia scende ad inghiottire,
coi contorni della terra, ogni speranza dei patrioti.
Inesorabilmente il ronzio del motore dilegua in lontananza.
Nel frattempo i due paracadutisti hanno preso terra in modo
abbastanza rude, data l'altezza dello sganciamento; uno di essi,
il triestino Bruno Jurcich, ha perso il casco, la pistola, il
pugnale, tutta roba che occorre assolutamente ritrovare. Come
Dio vuole, i patrioti possono accompagnarli in paese dove pernottano
in casa di "Maso" (Redaelli Antonio), in attesa del treno che
li porti a Milano.
Richiesta la ripetizione del lancio, si vive nell'ansia e nell'impazienza,
senza perdere però tempo d'altra parte. Infatti, mentre altre
avventure e altri rischi maturano, il consolidamento dell'organizzazione
prosegue.
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