La nube tossica sprigionata dall'Icmesa di Seveso è solo il caso più noto. In Italia,
gli impianti industriali a rischio di incidente paragonabile a quello che avvenne il 10 luglio 1976
al petrolchimico brianzolo sono 406.
A questi vanno aggiunti altri 688 siti che, in caso di incendio, esplosione o fuga di sostanze tossiche,
possono causare danni rilevanti alla salute umana e all'ambiente.
Una stima della Cgil calcola che i cittadini esposti a incidenti industriali rilevanti siano 5 milioni
e mezzo: di questi, 500 mila sarebbero a rischio morte.
Per anni la lista di queste "bombe" piazzate saldamente sul nostro territorio è stata
segreta. Tutto ciò malgrado l'esistenza della direttiva europea 501 del 1982 (chiamata non
a caso "Seveso") che, oltre a richiedere l'autodenuncia di tutte le aziende che lavorano
o stoccano determinate sostanze sopra i limiti fissati per legge, imponeva alle istituzioni di informare
le popolazioni potenzialmente coinvolte.
L'Italia recepì la direttiva nel 1988 e la aggiornò nell'agosto 1999 con il decreto
legge 334 , che a sua volta riprende la "Seveso 2" varata dal parlamento di Bruxelles nel
1996.
Nel corso degli anni Novanta la "lista nera" degli impianti a rischio è finalmente
uscita dai cassetti, ma ancora oggi gli interessati non sempre sono informati puntualmente dei pericoli
potenziali di stabilimenti non lontani dal loro portone di casa.
Se l'attuale classifica del ministero prende in considerazione il tipo di sostanza chimica (infiammabile,
esplosiva o tossica) e la sua quantità (sopra o sotto le soglie stabilite), a determinare
il rischio effettivo di un impianto è anche il numero di persone potenzialmente coinvolte
in caso di incidente.
Paese ad alta densità, l'Italia sconta una forte integrazione tra abitato e zone industriali:
la situazione è particolarmente grave a Porto Marghera, Priolo, Gela, Milazzo (la Sicilia è nota
come "superpetroliera del Mediterraneo" perché ogni anno lavora più del 60%
del petrolio raffinato in Italia) Ravenna, Mantova, Falconara, Ferrara, Genova, Livorno, e Taranto.
Le aree ad alta concentrazione di impianti a rischio sono anche esposte al cosiddetto "effetto
domino": un incidente in un deposito ne può creare a catena altri.
Una legge in discussione alla conferenza Stato Regioni impone una distanza minima tra gli stabilimenti
a rischio e l'abitato, ma sarà vincolante solo per i nuovi impianti.
Oltre alle case, nelle zone a rischio ci possono essere anche scuole: uno studio di Legambiente su
circa 7 mila istituti scolastici ne ha censiti 223 a meno di un chilometro da aree industriali e
70 a meno di 200 metri.
"Questo governo si sta dimostrando sensibile al problema del rischio industriale - dice Stefano
Ciafani della Lega Ambiente - ma non basta legiferare: bisogna che tutti gli attori facciano la loro
parte. Bisogna che le aziende mettano in pratica tutte le precauzioni necessarie, che i prefetti
sperimentino i piani di sicurezza esterni e che i sindaci informino a dovere i cittadini. Altrimenti
quando dovesse accadere il peggio, le persone coinvolte non sapranno se la sirena che sentono significa
che devono chiudere la finestra o precipitarsi in un'area di raccolta".
Il piano di emergenza esterno organizza i soccorsi e divide le zone che circondano lo stabilimento
in tre aree circolari: "di sicuro impatto", "di danno", "di attenzione".
Secondo il servizio Inquinamento Atmosferico e Rischi industriali (IAR) del Ministero dell'Ambiente,
l'informazione va migliorata ma "chi deve sapere sa": "L'informazione scema con lo
scemare del rischio", dice Antonio Fardelli, funzionario IAR. "Ci sono bagnarole che inquinano
molto ma che in caso di incidente non mettono a repentaglio nessuno, come ci sono impianti puliti
che, però, in caso di esplosione o fuga di sostanze, possono essere mortali", aggiunge
Fardelli evidenziando la differenza tra rischio industriale e impatto ambientale.
I due eventi, però, possono anche andare insieme: non a caso i maggiori impianti petrolchimici
d'Italia, oltre a essere tra i più pericolosi in caso di incidente, sono anche sotto accusa
per aver moltiplicato l'incidenza di tumori su lavoratori e abitanti della zona.