Difficile trattenere la rabbia. Ma forse il modo più coerente per sostenere la straordinaria popolazione
della Valle Susa è non farsi spezzare il filo del ragionamento, riuscire ad essere più tenaci dei
manganelli; non smettere di argomentare, avere fede nel convincimento.
E se la violenza repressiva del Governo delle destre lesiona i corpi, spezza gli arti, produce dolore
fisico (altra forza non conoscono), una sofferenza non meno amara produce l’incomprensione
di tanta parte dei rappresentati del centrosinistra, che propugnano una urbanistica e un ambientalismo
contrattato, una sorta di compromesso tra le ragioni del vivere e quelle del mercato.
Chiamparino, Bresso, persino Ciampi… che pure sono persone studiate e intelligenti, non riescono
a comprendere la novità dei conflitti territoriali di “nuova generazione”che stanno impegnando
intere comunità di abitanti in vertenze territoriali di straordinaria radicalità.
Valle di Susa è l’ultimo e più drammatico, ma evidentemente non hanno prestato sufficiente
attenzione ai premonitori Scanzano, Acerra, Civitavecchia, Marghera e molti altri che non hanno avuto
nemmeno il sostegno delle cronache. Ciò perché non solo le destre, ma anche la cultura tradizionale
della sinistra sono così stregate dall’idolatria della crescita, dello sviluppo, del progresso
tecnologico, da dimenticare di porsi la più semplice delle domande: "Perchè lo si fa, a quale scopo,
a favore di cosa, a discapito di chi altri?". Siamo in un mondo - diceva Rossana Rossanda in Appunti
di fine secolo - in cui la febbre del fare strumentale soffoca l’essere.
Insomma, abbiamo perso il senso, il significato, la ragione finale del nostro agire produttivo. Siamo
immersi in un mondo che dà per scontato che il bene coincida con la quantità di denari che si riescono
ad investire, con la quantità di metricubi che si riescono a costruire, con la quantità di merci
che si riescono a produrre, con la velocità con cui le materie prime si trasformano in merci e le
merci in rifiuti. Se metti in dubbio questi assiomi ti prendono per pazzo: "Come? Non vuoi che le
merci corrano più veloci? che le fabbriche costruiscano più vagoni? che gli ingegneri progettino
sistemi sempre più evoluti? Ma allora sei contro il progresso!".
La loro logica è totalizzante, impenetrabile, un “pensiero unico” ossessivamente ripetuto:
l’occupazione, il salario, la ricchezza, il benessere… la felicità, in definitiva, dipendono
dai capitali investiti e messi a valore in produzione. Il presidente della Patria declama: "Non possiamo
essere tagliati fuori dall’Europa". Ma in realtà pensa che non si può rinunciare ad un investimento
europeo così grande. Il professor Prodi titola: “Sviluppo o declino” e alle nostre orecchie
suona come una minaccia.
Da professoressa di Ecologia ambientale Bresso, spiega: "I treni sono meglio dei Tir". In realtà pensa
che la logistica sia il settore strategico per il futuro dell’economia. Come si fa a rifiutare
questo ben di Dio? Retrogradi ed egoisti!
Premesso che la prospettiva di vivere in un “corridoio”, per quanto numerato “5” e
dalle origini e destinazioni affascinati (Barcellona-Kiev), non può attrarre nessuna persona di buon
senso; superato ciò che non si può superare, cioè l’irreversibilità di alcuni impatti ambientali;
fingendo di non sentire le bugie francesi secondo cui i Tir viaggerebbero ad Alta velocità; messe
da parte le incongruenze progettuali e le alternative mai comparate (Valutazione strategica del progetto) … rimane
la questione di fondo: è proprio vero che far transitare più merci e più passeggeri lungo la Pianura
padana comporti qualche beneficio ai suoi legittimi abitanti?
Oppure, più crudemente, ci viene chiesto di immolare un ulteriore pezzo della nostra terra e della
nostra vita al dio della crescita, del progresso e della redditività dei capitali delle banche europee?
Vista dal satellite la Pianura padana ha l’aspetto di una megalopoli “senza forma e senza
sentimento”, una non-città maleodorante, un fenomeno cancrenoso cui insiste permanentemente
una nube brunastra di gas tossici, densa solo quanto quella stazionante su Bombay. Vista da dentro
la città diffusa padana è un’“ampia poltiglia” di cemento e asfalto a servizio
delle più casuali, bizzarre, inquinanti iniziative economiche dove è sempre più difficile muoversi,
respirare, vivere.
E’ questo lo sviluppo “effettivamente esistente” che gli abitanti in carne e ossa
conoscono. Ed è questo il “modello” che la Tav è destinata a servire e ad incrementare.
Non c’è, quindi, nulla da stupirsi se qualche comunità locale non ancora disintegrata nelle
sue relazioni umane dall’avanzare della città capitalistica diffusa abbia deciso di opporre
un rifiuto (rifiuti analoghi li hanno posti gli svizzeri, gli austriaci, gli sloveni). Se ciò avviene
non è per merito dell’ecomarxismo e nemmeno dell’anarcolocalismo. Avviene semplicemente
perché la saturazione è un fenomeno naturale conosciuto sia in fisica (ancorché ignorato dagli economisti)
che in sociologia (ancorché contrastato con i manganelli della polizia).
In altri termini, molte persone hanno preso coscienza dei propri luoghi e non credono più alla bugia
della diffusione del benessere per trickle down effect. Per “sgocciolamento” o per “percolazione” sul
territorio arrivano solo i reflui inquinati delle grandi opere.