Una piccola Genova in Val di Susa, alla fine, è arrivata. Calci in faccia, botte in testa, venti
feriti, tra cui anziani e signore, sindaci e ragazzi. Non si è guardato in faccia nessuno l’altra
notte a Venaus.
"Hanno iniziato svegliando con calci, pugni e manganellate chi dormiva nelle tende, poi hanno lanciato
le ruspe contro le barricate di legna sulla strada e contro quelli che vi stazionavano, hanno pestato
con violenza", racconta una ragazza dei comitati.
"E’ stata un’azione infame da parte della polizia, come se ne sono viste solo a Genova -
racconta Alberto Perino, cinquantenne, ex direttore di banca e coordinatore di uno dei comitati della
valle - hanno aggredito chiunque si trovasse davanti. Nessuno di noi ha reagito. Ma la valle saprà rispondere
a questa provocazione: noi abbiamo fatto la Resistenza, di qui non passeranno. Non faranno nessun gioco
olimpico".
Dopo una settimana di stasi - i manifestanti si sono organizzati in un villaggio nei boschi per impedire
l’esproprio dei terreni per l’avvio dei lavori della Torino-Lione e la polizia nei cantieri
- il governo ha scelto la mano pesante, con tanto di rivendicazione: "Mi auguro che si mettano il
cuore in pace perché tanto l’opera si fa", ha commentato il ministro delle grandi opere, Pietro
Lunardi. Uno che non deve sapere proprio nulla di questa valle e della sua gente. Uno che non ha
capito.
Ma l’aggressione a freddo di ieri notte è qualcosa di più. Oltre ai 30 feriti medicati nell’ospedale
di Susa (e quattro fermi tra i manifestanti), si sono viste scene raccapriccianti: un vicequestore
urlare da una ruspa: "Uccidetelo, uccidetelo!" nei confronti di un manifestante su una barricata,
fotografi presi a botte con preciso intento, la fascia di un sindaco strappata, ambulanze ferme ai
posti di blocco (alle cinque del mattino una telefonata disperata ci chiedeva aiuto per un ferito
da più di un’ora a terra).
Per non lasciare organizzare il consueto fronteggiamento con le mani alzate dei cittadini della Valsusa,
le forze dell’ordine hanno colpito di notte, a freddo, senza preavviso. Chiedetelo a Silvano
Borgis, ex alpino sessantenne, che era sotto una delle tende del presidio quando è stato colpito
allo stomaco da un manganello della polizia.
Ora è all’ospedale di Torino, è cardiopatico, il suo cuore non ha retto. Oppure a quell’anziano
possidente di uno dei terreni che volevano espropriare (e che non sembra siano ancora stati requisiti)
menato come gli altri sulla sua proprietà. La responsabilità di tutto ciò ricade sugli Interni e
Beppe Pisanu. È lui ad aver parlato di rischio estremismo ed esplosione conflitto sociale, per poi
mandare ruspe e manganelli e complimentarsi alla fine del lavoro.
La risposta della valle è stata immediata, scioperi spontanei nelle scuole e nelle fabbriche convocati
dalle Rsu, gente riversata in strada da Avigliana (dove una auto del Comune con l’altoparlante
ha invitato la gente a mobilitarsi) a Oulx, una rapida assemblea in piazza del mercato a Bussoleno
e blocchi ovunque.
Vengono paralizzate l’autostrada A32 (a San Giorio alle 14.00 c’erano duemila persone
sulle corsie, davanti a una fila chilometrica di tir), le statali 24 e 25 con barricate in mezzo
ai paesi, alberi tagliati, persino le forze dell’ordine non riescono più a passare (rimane
aperto il colle del Sestrière dalla Val Chisone), i binari e le stazioni ferroviarie.
Prima i blocchi erano circoscritti a qualche centinaio di metri di terreni e a un cantiere a Venaus,
ora tutta la valle è inchiodata. Nella notte della mattanza a Venaus, cinquecento persone sono riuscite
a filtrare per sentieri e stradine, evitando i blocchi in tutta la Val Cenischia, e raggiungere il
presidio circondato dai caschi blu.
Intanto, arrivano le notizie dei feriti, qualcuno torna in paese e racconta di teste e denti rotti,
si fanno i nomi. Vogliono passare, la polizia non permette. Qui si arriva a un altro scontro con
lancio di oggetti e una carica dura (un anziano colpito alla testa ha la peggio). A Venaus tre ragazzi
del posto provano a bloccare l’autostrada, vengono fermati, malmenati e rilasciati. A Bussoleno
in mattinata altra carica della polizia per disperdere i blocchi stradali (con qualche contuso).
Ma non ci riusciranno. La protesta è totale, generale. Cosa farà ora il governo, manderà l’esercito?
Se così sarà li troverà ancora lì, cittadini, studenti, lavoratori, preti e sindaci. Gente come Barbara
De Bernardi, insegnante di religione e sindaca di Condove che con i due parroci del paese si è messa
davanti ai blocchi per scongiurare la carica minacciata dalla polizia per liberare la statale: "La
valle è ferma, l’indignazione è tale che non abbiamo bisogno di riunirci sono i blocchi e le
piazze i nostri momenti di confronto".
Siamo alla rivolta, fatta da gente mite e ragionevole. Anche il bar di Susa davanti alla caserma
dei carabinieri è chiuso per solidarietà con le vittime. In serata, un esposto alla magistratura
per le cariche contro inermi cittadini è stato presentato dal presidente della comunità montana Antonio
Ferrentino. È pieno scontro istituzionale.
Chiunque sia stato almeno 24 ore in Val di Susa è in grado di capire di chi sia questa lotta e quanto
sia determinata. In tutti questi giorni di provocazioni del governo, faccia a faccia più volte al
giorno con agenti in tenuta antisommossa, turni di notte e buon senso valligiano, non c’è stato
un solo episodio di scontro vero. E non ci sarebbe stato. Allora chi è che turba l’ordine pubblico,
ministro? Chi è che ha fatto esplodere con la violenza la situazione? Voi.