Giorgio Gaber è morto

Ciao, grande signor G

Come artista, come musicista, come intellettuale, Gaber non ha mai smesso di interrogarsi e di inquietarci

Che tristezza, la scomparsa di Giorgio Gaber. Da un pezzo, è vero, si era praticamente ritirato dalle scene, contemplava il mondo con disincanto infelice, quasi disgustato, e celebrava soprattutto la sconfitta ("La mia generazione ha perso", s'intitolava, mi pare, il suo ultimo disco). Ma per molti di noi era e restava un protagonista, tra i più originali, di quella straordinaria stagione dei "cantautori" che, dai 60 in poi, aveva rivoluzionato la musica leggera italiana, e ne aveva modificato in profondità il linguaggio, lo stile, il senso culturale.

Singolare e triste destino, quello che sta accomunando molti di loro anche nella morte precoce e maligna: in pochi anni, prima di Giorgio Gaber, se ne sono andati Fabrizio De Andrè, Lucio Battisti, Umberto Bindi. Se esiste un "paradiso della canzone d'autore", degli chansonnier italiani, oggi esso appare di colpo come uno spazio speciale, e un destino di sublimazione.

Rispetto agli altri suoi colleghi - più popolari o musicalmente più accattivanti - Gaber era dotato al massimo grado della virtù dell'ironia, peculiare di quella scuola "milanese" che ha come suoi ascendenti nobili Fo, Jannacci, il cabaret dei Gufi. Chi non ricorda le canzoni della prima fase come "Barbera e champagne", "Il Riccardo", "Trani a gogo", "Torpedo blu", "Porta Romana", gioiellini folk impastati di humour e crepuscolarismo? Il fatto è che in Gaber la vena creativa e sentimentale (perfino quella più corriva con i moduli commerciali, quando produceva canzoncine tenere come "Non arrossire" o "Le strade di notte") si è sempre connessa a uno spiccato interesse sociale, ad un rapporto con la realtà esterna, ad una vocazione che, se non fosse un aggettivo abusato, potremmo definire "impegnata". Ma soprattutto, più di quasi tutti i suoi colleghi, in Gaber era ben visibile ed operante la mediazione culturale: che lo spinse non solo ad abbandonare, dopo i primi successi, la strada più facile - una canzone dopo l'altra, uno show televisivo dopo l'altro - ma a cimentarsi con costruzioni teatrali complesse.

Di questi spettacoli colti, brillanti, fondati su un rapporto molto diretto e movimentato con il pubblico, restano nella memoria momenti memorabili: quell'inno alla libertà politicamente rigorosissimo ("La libertà non è stare su un albero \ non è neanche avere un'opinione\la libertà non è uno spazio libero \ libertà è partecipazione") di "Far finta di essere sani". Quell'inizio di riflusso, però così sferzante e preciso, di "Polli d'allevamento". Quel monologo sulle amarezze e le vicissitudini dell'essere comunista ("Qualcuno era comunista…"), che fa capire il senso di fondo della svolta della Bolognina molto più di tante ricostruzioni saggistiche. Perché per Gaber fare musica e teatro era un modo - il suo modo - per tentar di capire il mondo, misurarsi con la temperie del tempo, in qualche modo consolarsi dalle sue tristezze.

Questa sorta di prometeismo, così insolito e anzi quasi inusitato per uno chansonnier, non venne mai meno, neppure quando i suoi orizzonti politici mutarono radicalmente, e crollò la sua fiducia nelle speranze del popolo della sinistra. Gaber rimase una figura critica, lucida, non conformista - anche un po' disperata.

Una figura che ci appartiene, soprattutto per ciò che ci ha dato. Ma anche, in parte, per la sua capacità di testimoniare la fine di una fase "eroica", l'esaurirsi di un'egemonia, lo smarrirsi di una fiducia. Come artista, come musicista, come intellettuale, Gaber non ha mai smesso di interrogarsi e di inquietarci. Di quanti protagonisti dello spettacolo si è potuto o si potrà dire altrettanto?

Rina Gagliardi
Roma, 2 dicembre 2002
da "Liberazione"