Nasceva cento anni fa a Liegi l'autore del commissario Maigret. Un uomo irrequieto la cui fantasia partorì invece un personaggio amante della tranquillità, un vero e proprio alter ego

Simenon, l'uomo dalla doppia vita

Il 13 febbraio 1903 - nasceva a Liegi Georges Simenon

Cento anni fa - il 13 febbraio 1903 - nasceva a Liegi Georges Simenon, morto dopo una lunga e movimentata esistenza a Losanna, nel 1989. Scrittore, giornalista, sceneggiatore di cinema, autore di teatro, irrequieto cittadino del mondo, instabile e appassionato amante di donne e paesi sempre diversi, dedito ai più semplici piaceri della vita - alcool, tabacco, buona cucina - e fortunato padre di un personaggio letterario che gli ha dato fama internazionale e che costituisce, in qualche modo, il suo contrario: il commissario della polizia francese Jules Maigret.
Di modesta famiglia paesana, portato a Parigi dalla brillante soluzione di alcuni delitti da prima pagina, conserva, nel decoroso e semicentrale boulevard Richard Lenoir, modi di vita di elementare semplicità e il sogno dell'età pensionabile in una casetta di campagna, con l'orto intorno e il fiume a pochi passi per esercitare l'unico sport che lo appassiona, la pesca.
Sposato da 30 anni con una donna modesta e gentile, ottima cuoca, che lo accudisce chiedendogli solo qualche serata al cinema e brevi ferie in una pensione familiare, le è fedele senza distrazioni, nemmeno mentali, anche quando una giovane prostituta gli si denuda davanti o una signora del bel mondo mette in opera più sofisticati strumenti di seduzione.
Ha pochi e scelti amici per qualche borghese serata di cena e chiacchiere, fuma ininterrottamente la pipa, ama i cibi semplici e saporiti e gli alcoolici del suo tempo e del suo paese - vino, birra, calvados, prunelle - consumati un po' più del dovuto anche se nessuno - nemmeno la signora Louise Maigret - l'ha mai visto ubriaco.
Sogna il suo villaggio - che ritrova negli arrondissement parigini da place Pigalle e Porte d'Italie, alla banlieu degli immigrati manovali della mala - viaggia malvolentieri e solo per dovere, ritrovando in ogni luogo, dalla Costa Azzurra all'Olanda, il suo habitat di osterie e trattorie modeste, di case appena decenti appannate di squallore o verniciate di rispettabilità, di piccola gente i cui destini si intrecciano con il contiguo mondo della prostituzione e della malavita.
Simenon nasce a Liegi da una famiglia di modesti travet, a 16 anni decide che la sua vocazione è la scrittura ma la Gazette cittadina gli va stretta.
Si trasferisce a Parigi, segretario di uno scrittore, poi di un nobile, collabora a vari giornali, pubblica i primi romanzi, frequenta gli ambienti artistici, sposa una giovane scultrice, ma anche la boheme non gli basta.
Con i primi guadagni compra una barca con la quale percorre fiumi e canali di Francia, Norvegia, Lapponia, Olanda.
Con il successo e i soldi l'orizzonte si allarga: Africa, Turchia - dove incontra Trotsky - India, Australia, Canada, Usa - dove conosce la sua seconda moglie.
Si paga i viaggi con reportage per diversi giornali, usa i luoghi visitati per ambientare i romanzi, ma queste motivazioni utilitaristiche appaiono come un alibi per mascherare - forse in un rigurgito di parsimonia borghese - la smania di cambiamento, la ricerca di "altro".
E di "altra": due mogli, una convivente, un numero da lui stesso definito incalcolabile di donne, di relazioni della durata di un anno, di un mese, di una notte, prostitute comprese.
Sono aspetti di un rifiuto delle proprie radici che si esplicita negli innumerevoli cambi di domicilio, da Liegi a Parigi a La Rochelle, dal Castello di Fontenay Le Comte al Quebec, dal Connecticut all'Arizona, dalla Florida a Cannes e a Losanna dove muore in un appartamento grazioso e pittoresco, quasi un ritorno agli esordi parigini, dopo ville, castelli, cottage e fattorie.
Unica costante di una vita errabonda e inquieta è lo scrivere storie apparentemente semplici in uno stile apparentemente disadorno, in realtà frutto di uno studio costante di chiarezza e essenzialità, usato per raccontare vite banali nelle quali irrompe la tragedia di cui tutti sono vittime, anche (soprattutto?) i colpevoli.
Così considera delitti e delinquenti, pur assicurandoli alla giustizia e a volte alla forca, il commissario Maigret, così giudica il mondo della povera gente Simenon, anche nei suoi romanzi "non gialli", quei romanzi ai quali affidava la sua speranza di gloria letteraria ma che pochi hanno letto e pochissimi oggi ricordano, surclassati dall'amato e odiato poliziotto, colpevole di non aver procurato al suo autore l'agognato premio Nobel per la letteratura, impensabile a quei tempi, per un genere di serie B, come il poliziesco.
Simenon e Maigret: due uomini diversissimi, quasi all'opposto per storia e modo di vita, per aspirazioni e scelte, le cui somiglianze sembrano limitarsi ad aspetti minimali come la pigrizia, la pipa, gli alcolici, la buona tavola, ma a ben guardare si ritrova in tutti e due l'interesse per le piccole esistenze, la tenerezza per i perdenti che si ferma prima della denuncia esplicita e dell'individuazione dei veri responsabili ma è autentica e dolente.
E' Simenon che, nei panni ineleganti di Maigret, si preoccupa di trovare nuovi padroni per il gatto di una povera donna assassina del marito che da anni la maltrattata e la sfruttava e che manda un mazzo di fiori alla crudele rapinatrice che ha partorito in carcere un figlio di ignoti.

Se è vero che ogni uomo ha in sé la possibilità e la propensione a vite diverse e avverte a tratti la nostalgia per quella che ha rifiutato, allora Simenon ha vissuto almeno due vite possibili, la sua e quella del suo personaggio per il quale prova rabbia e affetti, condivisione e rifiuto, ma anche un po' di invidia.

Bianca Bracci Torsi
Roma, 13 febbraio 2003
da "Liberazione"