L'itinerario intellettuale di Norberto Bobbio, scomparso ieri all'età di 94 anni

Il coraggio della discussione

Intervista ad Angelo D'Orsi

L'atteggiamento ambiguo con il fascismo, la svolta del dopoguerra, l'attenzione per la storia delle idee non cancellata dal tecnicismo del diritto, il rapporto con i comunisti, la visione della democrazia, il pessimismo degli ultimi tempi: sono le tappe dell'itinerario intellettuale di Norberto Bobbio, scomparso ieri all'età di 94 anni, così come emergono dal ricordo di Angelo d'Orsi, storico a sua volta proveniente dalla scuola del filosofo torinese. Tra loro si accese anche, non molti anni fa (nel 2000), una polemica in occasione del saggio di d'Orsi La cultura a Torino tra le due guerre, nella quale il senatore a vita accusava l'autore di eccessiva severità verso quegli intellettuali che, per necessità, erano dovuti scendere ad accomodamenti con il fascismo.

L'obiettivo di ordinare il diritto in un sistema di enunciati non ha mai cancellato in Bobbio l'interesse per il dibattito storico. Si può affermare questo anche per il periodo giovanile del filosofo?

Bobbio si laurea due volte, la prima in filosofia del diritto con Gioele Solari, che considerò sempre il suo vero maestro (e con il quale si laureò anche Gobetti). All'epoca questa disciplina era a metà strada tra la filosofia e il diritto, ma soprattutto guardava con attenzione alla storia delle idee. La seconda laurea arriva invece con Annibale Pastore, uno dei maestri di Gramsci, docente di filosofia teoretica, tra i primi, in particolare, ad aver fatto conoscere in Italia la filosofia della scienza e il pensiero analitico. Entrambi questi poli, la storia della idee da un lato, e la filosofia analitica dall'altro saranno sempre presenti in Bobbio. C'è in lui un'attenzione costante alle questioni giuridiche ma mai con un occhio meramente tecnico. Lo accompagnerà sempre una densità concettuale, filosofica e - sottolineo - uno spessore storico.

In che rapporto stanno questi due poli, il diritto come tecnica giuridica e il diritto come norma che deve plasmare la realtà e i processi storici?

Questo costituisce quasi una contraddizione. Da un lato, Bobbio è un esponente del neopositivismo giuridico, anche di un certo formalismo giuridico. Dall'altro, però, è stato sempre tentato dalla storia. Nella prima lettera che scrive a Solari dopo la laurea nel '31 confessa "Ho meditato a lungo e voglio occuparmi prevalentemente di storia delle idee politiche".

Come si lega l'itinerario intellettuale del giovane Bobbio con l'ambiente culturale torinese?

Non bisogna dimenticare quella straordinaria capitale culturale che era Torino tra le due guerre. Non è un luogo qualsiasi. I maestri e i compagni che circondano Bobbio sono tutte figure eccezionali di primo piano, da Augusto Monti a Umberto Cosmo. Emerge soprattutto la personalità di Leone Ginzburg, una sorta di alter ego, di modello alternativo e irraggiungibile ai suoi occhi. Fino al '45, infatti, Bobbio, a differenza di Ginzburg, non è un intellettuale, ma uno studioso confinato nell'attività accademica, estraneo all'impegno politico. Questo lo porterà anche a compromessi pesanti, a opportunismi, a forme di afascismo - ricordiamo che la sua famiglia alto borghese è filofascista, mentre Ginzburg ha un retroterra familiare antifascista. Bobbio si iscrive giovanissimo al Pnf e rimarrà iscritto fino al '43 conducendo - come avrebbe ammesso egli stesso più tardi - una vita all'insegna della doppiezza. Non avrà mai il coraggio o la capacità di fare una scelta come quella di Ginzburg che sacrifica gli studi e la carriera accademica alla passione politica e all'azione. Bobbio non è organizzatore di cultura, costruisce la propria carriera nell'università anche a costo di episodi vergognosi - così riconoscerà egli stesso successivamente - come la lettera scritta al duce nel '35 in cui supplica di non essere escluso dal concorso universitario. O, ancora, nel '38 quando fa intervenire Gentile, Bottai e lo zio generale di Corpo d'Armata per essere riammesso al concorso dopo un'iniziale esclusione.

Nel dopoguerra cambia il suo rapporto con la politica?

Solo dopo l'esperienza del Partito d'Azione nel '43-'45, farà una svolta che lo porterà a essere un intellettuale autentico. Tra gli eventi che lo influenzano c'è anche la morte di Ginzburg nel '44 a Regina Coeli, nella Roma occupata dai tedeschi: la sua scomparsa gli causerà una sorta di senso di colpa, di pentimento, di insoddisfazione. Da questo momento inizierà per lui una seconda vita.

Il rapporto di Bobbio con i comunisti sarà invece segnato sempre da una ambiguità, a metà strada tra il dialogo e la negazione di una loro autonomia. Vede nel marxismo una teoria dell'emancipazione sociale, dell'uguaglianza, ma incapace di fondare una dottrina dello Stato alternativa al liberalismo. E' così?

Il suo motto sarà "né con loro né contro di loro". Con questa linea sarà coerente fino all'ultimo. Anzi si spingerà fino all'affermazione "nè con, né senza". Nell'89, subito dopo il crollo del Muro, invitava i liberali a non gongolare. Avvertiva che dopo la sconfitta del comunismo si poneva il problema di chi dovesse dare una risposta alle speranze dei poveri, di chi dovesse riprendere le istanze di emancipazione delle classi subalterne. Seppur sconfitto ai suoi occhi il marxismo lasciava intatte le questioni che aveva posto. In questo percepiva una carenza del pensiero liberale.

La sua stessa teoria della democrazia, che aveva preso le mosse dal pensiero di Locke, andava mutando negli ultimi anni proprio sulla spinta dell'idea di uguaglianza. E' così?

La definizione di democrazia alla quale approda è quella di un ordinamento in cui si realizza il massimo di uguaglianza possibile in tutti i livelli: politico, culturale ed economico. E poi, negli ultimi tempi, aveva investito molto sul tema della nonviolenza, anche se ci arriva relativamente tardi per influsso di Aldo Capitini e del movimento liberalsocialista, e dopo la riflessione sul rischio di distruzione nucleare che sviluppa nei primi anni Sessanta, quando scriverà una bella prefazione a Essere o non essere: diario di Hiroshima e Nagasaki di Günther Anders.

Anche se, a dire il vero, assumerà posizioni di sostegno alla guerra in diverse occasioni...

Un'oscillazione curiosa che lo porterà a valutazioni francamente insostenibili sia sul piano etico, sia su quello giuridico, sia su quello filosofico. Si schierò a favore della guerra del Golfo, per esempio, tanto che molti dei suoi allievi scrissero un manifesto in dissenso. Stessa operazione avvenne con il Kossovo: sostegno immediato e successivo ritiro con l'argomentazione che la guerra non rispecchiava i principi dichiarati in partenza. Arrivò a definire quell'intervento una «guerra etica», un vero e proprio ossimoro!

Questo non dimostra un'oscillazione - non sconosciuta al pensiero liberale - tra principi e fatti, tra valori e realtà?

Sì, anche se va riconosciuta a Bobbio la prontezza a ridiscutere, fino all'ultimo, le proprie posizioni e a riconoscere i propri errori, senza tradire l'istanza neoilluministica del proprio pensiero.

Da un lato, l'ideale illuminista di un progetto razionale di trasformazione della realtà, dall'altro un pensiero distinto dalla materialità del mondo. Come si reggono i due aspetti?

Sono presentie in lui alcuni elementi del crocianesimo, soprattutto quando considera la cultura come una sfera autonoma dai processi sociali. E poi c'è l'influenza del pensiero analitico, della sistematizzazione della dottrina politica in argomentazioni consequenziali. E' stato non tanto un innovatore, quanto un sistematizzatore delle categorie del pensiero politico moderno.

Si diceva della capacità di Bobbio di aggiornare le proprie teorie. Che giudizio dello scenario politico attuale in Italia?

Negli ultimi tempi la riflessione di Bobbio era attraversata - ricordo alcune conversazioni con lui - da un accento di pessimismo. Esclamava amareggiato "non c'è niente da fare, l'Italia rimarrà sempre un paese di destra".

Tonino Bucci
Roma, 10 gennaio 2004
da "Liberazione"