Non per soldi ...

Beautiful Oriana

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“Non ho mai scritto per soldi. Mai!”.“Severamente vive. Niente lussi e, al posto dei lussi, abitudini quasi spartane. Severamente disprezza il denaro”. “Non comprabile col denaro e anzi sprezzante dei soldi”. “Non ha voluto una lira, un euro, un dollaro”. A sentire la strana insistenza della stampa sul suo ascetismo, Oriana Fallaci sembra un lacedemone messia venuto dalle lontane montagne del Tibet per salvare l’Occidente. Ma dietro la mitizzante propaganda ufficiale, ricche collezioni nell’esclusiva casa di Manhattan e tenute miliardarie in Italia concorrono a tracciare, in questo pirotecnico articolo (che Aljazira pubblicherà - in esclusiva - in quattro puntate), un nuovo ritratto della “più grande scrittrice italiana”.

Oriana Fallaci

“Come sta la Fallaci?”, si chiede un personaggio fumettistico di Alessio Atrei, (Premio "Satira contro il razzismo" - Meeting Antirazzista di Cecina 1998) “Male” risponde l’altro,“Continua a vomitare libri”. L’ultimo, un libriccino intitolato “Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci” pubblicato dalla Rcs edizioni, con un’ammirabile operazione commerciale estiva, in quella che potrebbe essere definita una versione economica. Niente copertine lucide dal titolo dorato stavolta ma un piccolo volumetto di 126 pagine venduto alla modica cifra di quattro euro. Quel riassunto delle “idee” che la suddetta scrittrice ci propina in tutte le possibili combinazioni - da tre anni a questa parte - è stato venduto in 800.000 copie, e addirittura ristampato più volte, fenomeno che allarmò il Guardian e il Christian Science Monitor sullo stato del razzismo in Italia. Per chi l’ha letto, è palese che siamo di fronte all’ennesimo libro, con contenuti rimasti totalmente immutati rispetto ai precedenti due: i musulmani in Italia che a quanto pare non hanno meglio da fare se non pisciare e cacare sui monumenti, lo straniero (marocchino, cinese, rumeno non importa) che invade il paese, e tanti altri luoghi comuni degni delle chiacchiere di un bar frequentato da leghisti. Una fastidiosa monotonia contenutistica che dimostra senza ombra di dubbio che la mente della Fallaci non è più in grado di produrre alcunché di nuovo e che per di più contraddice uno dei primi principi che lo zio, Bruno Fallaci, le insegnò: “Anzitutto, non annoiare chi legge!”. Ma si sa, la Fallaci è sempre stata brava nell’inventarsi qualcosa da scrivere, anche a costo di ripetersi o di intervistare se stessa, e le sue case editrici di fiducia, a commercializzarla.

“Io-non-credo-all’obiettività. I-fatti-sono-quelli-che-interpreto-io” diceva la Fallaci e da allora il mercato assorbe come una spugna qualsiasi scritto della “più grande scrittrice italiana”. Non è merito dello stile, tanto meno del contenuto, ma di quella opera di pubblicizzazione che ha raschiato il fondo dell’ormai tramontata fama dell’egocentrica scrittrice. In passato, molte persone indignate hanno - giustamente - affermato che non si dovrebbe criticare la Fallaci bensì chi elogia e commercializza le sue opere, concetto che Manuel Sanchez espresse benissimo con il titolo “Oriana Fallaci, l’albero che nasconde la foresta”. Quella foresta fatta di chi ha trovato nella Fallaci una miniera d’oro. Primo fra tutti il Direttore del Corriere che l’ha riesumata dall’ibernazione decennale in cui si era lasciata andare. Lo stesso che, piombando a New York e vedendo gli appunti di quella cosa che è l’articolo sulla rabbia e l’orgoglio, racconta la Fallaci stessa, “s’infiammò come se avesse visto Greta Garbo che tolti gli occhiali neri si esibisce alla Scala in licenziosi strip-tease. O come se avesse visto il pubblico già in fila a comprare il giornale, pardon, per accedere alla platea, ai palchi, al loggione”. Chissà che cosa hanno detto queste persone indignate, stavolta, di fronte ad un vero e proprio progetto politico-editoriale atto a favorire la diffusione a basso prezzo del razzismo e dell’ignoranza …

La Fallaci non smette mai di ricordare il successo editoriale dei suoi libri, un successo che nessuno può negare:“Un successo assai più immediato di quello che benedisse la rabbia e l’orgoglio. Quello infatti impiegò circa un anno per raggiungere il milione di copie. La forza della ragione invece, ha raggiunto le ottocentomila copie in meno di quattro mesi. E ciò significa che, al milione di copie ci dovremmo arrivare, stavolta, assai prima. Inoltre sono quasi sempre rimasta prima in classifica. Il “quasi” sta per la settimana durante la quale venni retrocessa dal libro di Papa Wojtyla. Passata quella settimana però, tornai subito al primo posto”. Al che la Fallaci, che sta facendo finta di intervistare se stessa, risponde “Complimenti. A Lei, non al Papa”. Qualcuno si è mai chiesto però perché è legittimo parlare del successo editoriale della Fallaci mentre è tabù parlare dei suoi guadagni? Eppure è la stessa Fallaci a dedicare all’argomento quattro pagine del suo primo libro. Ed è stata molto sincera: “Io campo sui miei libri. Sui miei scritti. Campo sui miei diritti d’autore e ne vado fiera. Ai miei diritti d’autore ci tengo anche se la percentuale che un autore riceve su ogni copia venduta è una percentuale davvero modesta. Una cifra che specialmente sui paperback (sulle traduzioni ancora peggio) non basta a comprare mezza matita, anzi un terzo di matita, da un figlio di Allah che vende le matite lungo i marciapiedi. I miei diritti d’autore li voglio. Li ricevo, e senza quelli le matite lungo i marciapiedi dovrei venderle io”. E, non ancora soddisfatta, rincara raccontandoci che non ha scritto quel articolo “per guadagnare più del poco che guadagno con i miei diritti d’autore”. Davvero? Mica tanto! Facendo l’ipotesi di una royalty pari al 10% del prezzo di copertina (9,81 €), una percentuale davvero irrisoria per la fama della Fallaci, su un milione di copie del suo primo libro si può valutare che abbia maturato più di 980mila euro. Si comprano un sacco di matite con quella cifra, ammesso che sia solo quella. L’editore, invece, dovrebbe aver fatturato circa nove milioni di euro. Una fortuna di matite. Il secondo libro invece, di euro ne valeva ben 15: fate i conti voi.

E quindi se da una parte la Fallaci afferma di aver rifiutato “Un compenso molto-molto-molto lauto” (cosa che già contraddice la sua affermazione di sopra circa il “più del poco”) per quel primo articolo, è altrettanto legittimo supporre che sia stata disposta a rifiutarlo per poter gonfiare l’argomento in un libro che le avrebbe procurato, con i “poveri diritti d’autore”, guadagni molto-molto-molto più elevati. Quel libro, d’altronde, era già pronto al momento della pubblicazione dell’articolo: “Anzi, prima di darglielo (al direttore ndr), tagliai ancora”, dice la Fallaci. “Accantonai i paragrafi più violenti. Sveltii i passaggi più complicati. Sintetizzai alcuni brani, cancellai molte righe connesse alle parti tolte. Tanto nella cartella rossa custodivo quei metri e metri di fogli intatti: il testo completo, il piccolo libro”. La scelta è chiara: l’articolo avrebbe fatto da pubblicità. E quale migliore pubblicità di quattro pagine e un quarto sul quotidiano più venduto d’Italia? A volte qualche sacrificio si fa quando si intravede la possibilità di usarlo come tromba per guadagnare dieci volte di più. Nella propaganda contro lo straniero, nella caccia al musulmano, la Fallaci aveva scoperto un filone d’oro, e ha subito intuito di doverlo sfruttare fino in fondo. Non a caso disse a George Gurley, del New York Observer:“Non c’è altra spiegazione per il successo del libro. È più un grido che un saggio… Un libro scritto in due settimane, andiamo! Era la sete, la fame (del pubblico, ndr)”.

La risposta quindi alla domanda posta sopra è semplice: tutti evitano di parlare dei guadagni della Fallaci perché quest’ultima ha sentenziato, dopo quella sincera confessione, “Non-scrivo-per-soldi. Non-ho-mai-scritto-per-soldi. Mai !” e in quel modo, chiunque dica il contrario, verrebbe bollato dall’autrice come una cicala di lusso, un invidioso che cerca di imitarla (e credetemi, non esiste al mondo offesa più grave ad uno scrittore di quest’ultima). Ma c’è un’altra ragione: nessuno ha il coraggio di andare controcorrente, di avanzare il dubbio che dietro agli scritti della Fallaci ci sia solo ed unicamente una miserabile operazione politico-commerciale, una specie di simil-complotto, destinato a sostenere le linee politiche di determinati partiti, a sanare i bilanci di alcune case editrici e a mantenere il tenore di vita della Fallaci, ben lontana dalla miseria che ci descrive. Un giorno la Fallaci si chiese “Se davvero sono tanto poveri (gli immigrati, ndr), chi glieli dà i soldi per il viaggio sulla nave o sul gommone che li porta in Italia?” come se non sapesse dei debiti contratti in patria, della mafia che ricatta i genitori nei paesi di origine o a destinazione raggiunta. Ora, qualche domanda sulla Fallaci, che è stata la prima a sollevare la questione economica, sarà pur legittimo farla, o no? Seguendo la mappa del tesoro della Fallaci, nelle prossime puntate, scopriremo cose favolose...

Sherif El Sebaie (Collaboratore di Aljazira.it)
Italia, 2 settembre 2004
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