In attesa del Social forum europeo una riflessione sul potere del mercato nel circuito artistico

Il business globale dell'arte

In questi giorni di febbrile vigilia del Social forum europeo di Firenze, dopo che tanto si è discusso sui rapporti tra libertà di espressione politico-culturale e conservazione dei beni artistici al fine di creare una artificiosa tensione, appare opportuna invece una riflessione circostanziata sui rapporti tra arte e globalizzazione. Per troppo tempo, infatti, si è prestata una attenzione insufficiente al potere condizionante del mercato globalizzato sulla produzione e la distribuzione artistica, sul gusto internazionale e, ancor di più, sui gravi effetti prodotti sulla salute stessa del libero pensiero critico e produttivo, non solo artistico ma anche scientifico, filosofico e politico.

Sostenere che il pensiero creativo ha subito negli ultimi decenni una decelerazione spaventosa, dopo la spinta propulsiva dell'inizio del secolo scorso e quella a noi più vicina degli anni Cinquanta e Sessanta, significa intanto individuare una indubbia coincidenza temporale tra il delinearsi di questa crisi e lo sviluppo di quell'insieme di fenomeni economico-finanziari, politici, comunicativi, culturali e di consumo che prende il nome di globalizzazione neo-liberista. In questa sede il ragionamento resterà circoscritto alle arti visive, ma, si badi bene, non si tratta di una realtà isolata.

Il mondo dell'arte, infatti, è una specie di spioncino, un termometro capace di misurare la temperatura creativa globale e non solo quella per così dire specialistica. Ebbene questa temperatura è bassa, anzi bassissima: siamo all'ipotermia… una emergenza clinica. E non v'è dubbio che le ragioni di questa patologia vadano ricondotte, in gran parte almeno, agli effetti paralizzanti, dal punto di vista della creatività, indotti dal sistema globalizzato della comunicazione e del profitto.

Prima di elencare queste ragioni, ci pare interessante passare rapidamente in esame gli argomenti dei sostenitori ad ogni costo di questo sistema. Secondo costoro, la ragione per cui la globalizzazione sarebbe utile all'arte, quella principale almeno, risiederebbe nel fatto che la concorrenza garantita dal libero mercato internazionale assicurerebbe una selezione degli artisti e delle opere d'arte per così dire darwiniana. "Vinca il migliore insomma…". Senza parlare delle meraviglie della comunicazione on-line capace di dilatare all'infinito il perimetro dell'agorà dell'arte (un enorme stadio mediatico), garantendo una circolazione delle immagini e delle notizie critiche e di mercato che si incaricherebbe di assicurare spontaneamente il successo e la notorietà a chiunque lo meriti, nella proporzione del suo valore. Se questa viene assunta come una breve summa del pensiero espresso dalla nuova figura del "manager dell'arte", ed a noi sembra ragionevole e giustificato farlo, si ha materiale per costruire sulla critica di questo pensiero un insieme omogeneo ed efficace di controdeduzioni. Vediamo come.

Per prima cosa, questa faccenda del darwinismo culturale, artistico e sociale è una balla grossa come una casa. Ammesso che sia una gara a dover decidere chi sia il migliore, infatti, bisognerebbe garantire a ciascun giovane artista le stesse condizioni di partenza. E questo non accade mai: quindi la gara, se c'è, è truccata.

La seconda considerazione riguarda l'effettiva libertà di cui dispone l'artista nella gestione quotidiana del suo lavoro e della sua ricerca e quindi nella possibilità di conquistare una visibilità spendibile nell'agorà mediatica. Ebbene questa libertà è veramente modesta. Chi vuole avere successo deve rispettare rigidamente le regole dettate dal sistema dell'arte contemporanea.

Il primo critico ad usare questa espressione fu Lawrence Alloway che nel 1972 pubblica su Artforum un articolo dal titolo Rete: il mondo dell'arte descritto come sistema. In Italia poco dopo Achille Bonito Oliva scriverà Arte e sistema dell'arte (De Domizio, 1975). Ma che cos'è veramente questo sistema? Si tratta di una rete internazionale di interessi e di conseguenti attività economico-speculative che mette in connessione tra loro le grandi lobbies museali (americane soprattutto, ma anche tedesche, inglesi ecc.), con le gallerie di spicco mondiale, le Case d'asta più importanti, i critici ed i collezionisti che contano. L'insieme degli interessi e delle attività di questa rete è cresciuto e si è affermato col crescere e l'affermarsi della globalizzazione. Anzi della globalizzazione il sistema dell'arte contemporanea rappresenta una delle espressioni più raffinate.

Quali le conseguenze per l'artista? Rispondiamo con le parole di Francesco Poli, autore di un interessante saggio dal titolo Il sistema dell'arte contemporanea (Laterza 1999): «Il ruolo dell'artista all'interno del sistema dell'arte appare sempre tendenzialmente subordinato a quello dei mercanti, dei direttori dei musei, dei critici e dei collezionisti in misura direttamente proporzionale alla debolezza del suo potere contrattuale, secondo l'inesorabile e cinica ragione economica». Quella che è stata definita (Enzensberger) l'«industria della coscienza» ha sull'artista, per così dire, potere di vita e di morte. C'è chi ci si è adattato benissimo, come Andy Warhol che fu il primo a teorizzare la business art, o il suo "splendido allievo", Jeff Koons (uno degli artisti attualmente più pagati negli Stati Uniti) che è solito affermare che «l'arte non consiste nel fare un quadro, ma nel venderlo». E allora l'affermazione arriva e magari anche qualche idea nuova, compatibilmente con le mode imperanti. Ma questo accade assai raramente e solo per personaggi particolarmente capaci di nuotare nelle acque piene di squali del mercato, godendo, questo è ovvio, di protezioni efficaci. E c'è chi si adatta poco o niente, e allora state certi che ben difficilmente arriverà il successo.

E' proprio ragionando su questi temi che la studiosa americana Barbara Rosenlum ha scritto un interessante saggio, Artists, Alienation and che Market, che fa luce sul disagio dell'esperienza creativa utilizzando efficacemente il concetto marxiano di alienazione applicato alla condizione dell'artista contemporaneo. Ma i guai non sono ancora finiti.

C'è ancora da valutare l'influenza della tecnologia, specie quella informatica, sull'arte, considerata sia sul versante della sua produzione che della sua fruizione. Lo sviluppo tecnologico impetuoso degli ultimi decenni è stato, insieme alla sconfitta del socialismo reale, uno dei pilastri portanti della rivoluzione capitalistica. Ebbene questo sviluppo ha prodotto, insieme ad indubbi benefici, trasformazioni profondissime della percezione, dell'ideazione e delle capacità creative e di critica. Il processo di espansione tecnologica è stato così pervasivo da informare di sé l'intera realtà delle relazioni umane, in qualche modo colonizzando il pensiero e piegandolo alle esigenze di una progressiva e spaventosamente tautologica ragione di autoperpetuazione e potenziamento della tecnologia stessa, che si è vista trasformata da mezzo in fine. La perdita di senso che ha condotto con sé questo processo ha molto a che vedere con quella crisi del pensiero ideativo cui si faceva cenno all'inizio, coinvolgendo l'artista ed il suo pubblico nel medesimo destino di atrofia da non uso delle capacità più squisitamente intellettuali.

Se si assumono queste categorie interpretative e si adattano alla ritmicità delle mode, alle esigenze non differibili per il sistema di creare un esercito di consumatori imbelli, alla banalizzazione delle parole, delle immagini e del gusto imposte dai media e funzionali allo scopo di creare delle "iperrealtà" apparentemente immodificabili e metastoriche, si avrà un quadro forse sufficientemente completo. Preoccupante, certo, ma meglio preoccuparsi che dormire. Altrimenti si avvererà la tristissima previsione di Milan Kundera: «L'arte sta scomparendo perché scompare il bisogno di arte, la sensibilità per l'arte». E allora attenzione: nessun dorma.

Roberto Gramiccia
Roma, 2 novembre 2002
da "Liberazione"