Le guerre commerciali spie delle vere ragioni del prossimo conflitto

Concorrenza sleale

L'iperliberismo è quel gioco in cui le regole sono valide solo quando vince il banco

C'è una linea sottile che lega il Kossovo alla Cecenia, l'Aghanistan all'Iraq: la guerra commerciale di una potenza economica in crisi, gli Stati Uniti, che fa di tutto per arginare i concorrenti emergenti, Europa, Russia e Cina. La tesi, condivisa da molti analisti, non riguarda soltanto la competizione per l'accesso al petrolio - una lente attraverso la quale si possono decifrare eventi altrimenti incomprensibili - ma tutta la lunga teoria dei conflitti commerciali che si sono aperti in numerosissimi settori, dalle banane ai microchip, dagli ogm agli aerei.

Si iniziò con le banane

Oggetto del contendere nella "guerra delle banane", come venne battezzata dai giornali economici, fu la pretesa dell'Europa di tenere aperti canali commerciali privilegiati con le sue ex-colonie. In sostanza venivano favoriti alcuni paesi caraibici o africani accordando loro delle tariffe preferenziali che infastidivano parecchio i grandi colossi statunitensi della frutta, come Chiquita o Dole. Strumento principe di questa guerra commerciale furono le sanzioni - aumenti tariffari, ritorsioni e pressioni di vario genere - che vennero ripetute pochi anni dopo, quando l'Europa rifiutò la carne agli ormoni statunitense. Il governo Usa, che aveva fatto di tutto per costringere i paesi europei ad abbassare i propri standard sanitari, accolse la crisi della mucca pazza come manna dal cielo: a quel punto poteva a sua volta bandire la carne europea e ognuno tenersi i bovini propri senza fare la figura dell'anti-liberista.

La crisi degli ogm, invece, sfociò in una serie di sanzioni ad ampio spettro. Per avere osato rifiutare la commercializzazione delle piante geneticamente modificate, l'Europa venne punita con il raddoppio delle tariffe doganali dei prodotti più disparati, dalle batterie d'auto al formaggio francese. Per le grandi corporation dell'agrochimica statunitensi, l'Europa blocca illegalmente l'ingresso di un prodotto nel quale sono vincenti; per gli europei il contrabbando di semi transgenici è un palese tentativo di fare fuori dei concorrenti che, sul piano della qualità e dell'unicità dei prodotti alimentari, sono imbattibili.

La guerra commerciale sotterranea ormai dilaga anche nell'alta tecnologia dove, fino a qualche anno fa, gli Usa erano imbattibili. La Boeing, ad esempio, sta per perdere il trentennale monopolio dell'industria aeronautica a causa dell'Airbus europeo. Il super-jumbo A380 - una produzione anglo-franco-tedesca - potrebbe invadere il mercato statunitense malgrado la forte penalizzazione causata da un dollaro tenuto artificialmente basso. Le iniezioni di warfare - ovvero di soldi "patriottici" che ormai costituiscono il 40% dei proventi annuali della compagnia - rischiano di non bastare alla Boeing per reggere il confronto con l'innovativa tecnologia dell'Airbus. Del resto anche l'informatica sta venendo arruolata dall'amministrazione Bush nella militarizzazione ormai avanzata dell'intera economia americana: su Silicon Valley sono in arrivo 58.1 miliardi di dollari governativi, il 17% in più rispetto all'anno scorso. In questo modo, i campioni globali del libero mercato cercano di arginare l'emergere di nuove realtà produttive che si stanno affacciando sulla scena mondiale, come l'informatica made in India.

Verso Cancun

A questo punto sorge spontanea una domanda: ma l'Organizzazione mondiale del commercio, ovvero il Wto, non era stata istituita proprio per garantire tutti i crismi della concorrenza leale? Cosa succede se il consenso di Washington comincia a essere un po' meno "consensuale" proprio a casa sua? Da come stanno andando le cose difficilmente i ministri del Commercio potranno lanciare a Cancun qualcosa che assomigli a un nuovo ciclo di liberalizzazioni. Nelle riunioni di una settimana fa, che si sono tenute sia a Tokyo che a Ginevra per sbloccare il disaccordo su farmaci e agricoltura, nessuno si è smosso di un millimetro.

Nel primo caso la contrapposizione fra Stati Uniti ed Europa non è così netta, per ovvi motivi: non sono poche le multinazionali farmaceutiche che hanno sede nel vecchio continente. Se mai, la pressione della mobilitazione globale ha notevolmente rafforzato la posizione dei paesi in via di sviluppo chiamati a difendere la possibilità di accedere alle medicine dei propri cittadini insieme alle produzioni locali di farmaci generici. Durante l'ultimo ciclo dei negoziati del Wto, tenutosi nel fortino di Doha, gli statunitensi avevano dovuto cedere qualcosa sulla questione dei brevetti e avevano accolto una mediazione: sì alla produzione nazionalizzata - cioè senza pagare i diritti sui brevetti - in caso di epidemia - ma assolutamente no alle cosiddette "importazioni parallele". A nessuno insomma veniva consentito di importare prodotti generici a basso costo, pena la condanna alle sanzioni.

La mediazione - peraltro una misura già prevista dalle regole del Wto - non risolveva quindi il problema di tutti quei paesi che non sono in grado di produrre farmaci per proprio conto, come la maggior parte dei paesi africani, e ogni tentativo di aprire alle importazioni parallele era stato bollato come "una seria minaccia al principio della proprietà intellettuale". La minaccia vera riguarda il regime di monopolio di cui gode Big Pharma che il mercato dei generici potrebbe intaccare. A dicembre, però, tutti i paesi membri del Wto - eccetto gli Usa - hanno firmato un documento in cui l'Organizzazione s'impegna a non ostacolare in alcun modo il libero accesso ai farmaci dei paesi poveri, lasciano Washington in una posizione sempre più isolata. E' stata bocciata anche la proposta presentata dal Brasile secondo il quale l'Organizzazione mondiale della sanità potrebbe verificare le condizioni produttive locali e autorizzare le importazioni parallele di generici solo per chi ne ha davvero bisogno. Una proposta accolta dagli europei ma osteggiata da Washington che, nel frattempo, costringe le multinazionali locali a produrre antibiotici anti-antrace a basso costo - salvo poi premiarle con le commesse per l'esercito.

Il banco vince sempre

Il nuovo direttore generale del Wto, Supachai Panitchpakdi, non ha solo il problema dei farmaci: la partita della liberalizzazione dell'agricoltura sembra ancora più in alto mare. La proposta messa sul tavolo da Stuart Harbinson, responsabile per l'agricoltura del Wto, ovvero il taglio del 60% dei sussidi alle esportazioni agricole e alle tariffe, viene considerata troppo radicale da Europa e Giappone e troppo morbida dagli Stati Uniti. Il fatto che gli Stati Uniti premano l'acceleratore sul taglio dei sussidi quando hanno appena deciso di raddoppiarli in patria rende, comprensibilmente, molto difficile la trattativa. Così, mentre i ministri rimandano Harbinson alla fine di marzo, la questione agricola rimane irrisolta perché né statunitensi né europei vogliono rinunciare a sovvenzionare le grandi imprese di agrobusiness nazionali. L'unica vera mediazione possibile sulla questione, che ovviamente nessuno dei burocrati del Wto si sogna di prendere in considerazione, è quella formalizzata nel controvertice di Roma e riproposta, per due anni di seguito, a Porto Alegre: meno soldi alle grandi imprese - che li usano per esportare raccolti di bassa qualità e forte impatto ambientale - e più soldi ai piccoli contadini che riforniscono i mercati locali e che mantengono la biodiversità. E l'apertura globale dei mercati rimandata a quando nessuno morirà più di fame.

Resta il fatto che sull'agricoltura, così come sull'acciaio, gli Stati Uniti sovvenzionano generosamente le proprie produzioni mentre pretendono che gli altri paesi taglino le proprie. La crisi del Wto dimostra, ancora una volta, che l'iperliberismo è quel gioco in cui le regole sono valide solo quando vince il banco. Altrimenti si passa alle bombe.

Sabina Morandi
Roma, 23 febbraio 2003
da "Liberazione"