Bus e metro fermi in tutta Italia.

Il tranviere oscurato

Le ragioni e la disperazione della protesta spontanea dei lavoratori dell'Atm

Da anni, nei media è invalsa l'abitudine di definire «nere» le giornate, e le settimane, caratterizzate da scioperi nei trasporti. Se entrano in agitazione tranvieri, ferrovieri, lavoratori dell'Alitalia, si tratta di una disgrazia per il resto della collettività. Se si fermano i traghetti, è una iattura nazionale. Se si astengono dal lavoro gli autisti delle metropolitane, è solo un disagio generalizzato. Quasi mai si ritiene necessario esporre almeno anche le ragioni che spingono allo sciopero i lavoratori di questi pur nevralgici settori: esse vengono per lo più ignorate, celate, cancellate. In breve: il sistema dell'informazione, che già tende ad oscurare sistematicamente il mondo del lavoro e la soggettività di chi lavora, concentra sui lavoratori dei trasporti uno speciale "accanimento oscurativo".

In questo clima, la giornata di ieri segna un ulteriore salto di qualità e un drammatico inasprimento sociale. Lo sciopero nazionale - che ha sfiorato il 100 per cento di adesioni ed è stato dunque un grande successo sindacale - ha registrato, già in partenza, il solito coro sulla giornata «nera». Ma è sulla decisione dei tranvieri milanesi di anticipare di alcune ore l'inizio dell'astensione dal lavoro e di prolungare la lotta quasi ad oltranza che si è concentrato il fuoco: una condanna senza appelli, un'esecrazione che ha raggiunto toni apocalittici. C'è chi, come il sottosegretario Sacconi, ha invocato sanzioni urgenti affinché il delitto non paghi. Il risultato, a Milano, è la pratica "militarizzazione" del trasporto cittadino. E il rischio politico concreto è la soppressione, quantomeno la drastica riduzione, del diritto di sciopero.

Da dove nasce una situazione così drammatica e in realtà così complessa? Prima di tutto, da precise responsabilità e volontà politiche: la pratica dei tagli allo Stato sociale, la logica di privatizzazioni che impera da anni, l'umiliazione degli enti locali, hanno ridotto i trasporti pubblici al disastro attuale. Chi sa che il contratto degli autoferrotranvieri è scaduto da due anni? E che, soprattutto, le aziende dei trasporti - come l'Atm di Milano - si rifiutano perfino di iniziare la trattativa con i sindacati perché le casse aziendali sono vuote e l'ultima finanziaria le ha ulteriormente svuotate? Chi conosce le concrete condizioni di lavoro degli autisti, dei ritmi a cui sono sottoposti? Chi ha idea della modestia dei loro salari, fermi da anni?

Ora accade, semplicemente, che i lavoratori non ne possono più. Non sono più disponibili ad essere le vittime privilegiate di politiche sciagurate ed oltre tutto miopi. Si può dire, certo, che l'esasperazione non è una buona consigliera. Si deve ammettere che ieri a Milano dev'essere stata una giornata infernale per un mucchio di gente e di normali cittadini. E tuttavia quel che non è ammissibile è la pratica «criminalizzazione» di questi lavoratori esasperati. Nella società attuale, ahimè, avere ragione non basta. Per ottenere attenzione, per non essere cancellati, si è costretti - talora - ad urlare.

L'altra faccia del problema, certo, sono gli utenti, è quel «diritto alla mobilità» che ora Fabrizio Cicchitto brandisce come un'arma rovente contro i lavoratori in sciopero. Lo sappiamo anche noi: quando si manifesta una contraddizione in seno al popolo, i pericoli di un indebolimento complessivo delle ragioni della sinistra si fanno più acuti. Ma come affrontarli?

A nostro modesto parere, è essenziale rimettere in ordine ciò che è stato indebitamente rovesciato. Se è vero che i servizi pubblici rivestono, nel nostro tempo, un'importanza centrale, allora, prima di tutto, hanno da essere pubblici: hanno cioè da essere sostenuti, finanziati, modernizzati non sulla base di criteri aziendalistici e privatistici ma, appunto, su logiche di pubblica utilità. In queste logiche, rientrano - dovrebbero rientrare - i diritti e i doveri di coloro che lavorano in questi settori-chiave: in termini di salari, organizzazione del lavoro, normative, in termini, anche, di diritti sindacali. Un lavoratore pubblico, è vero, ha uno statuto, ha responsabilità specifiche, ha un'etica, perfino, diverse da quelle degli altri lavoratori: e gli si può chiedere, perfino, una diversa responsabilità nell'esercizio dei propri diritti. Appunto. Ai tranvieri come ai medici, agli infermieri come agli insegnanti. Ma esiste oggi questo lavoratore pubblico? Non è stato distrutto da anni di pratiche di privatizzazione, liberalizzazione esternalizzazione che, nei fatti, gli hanno solo ridotto salario e diritti? Non è stato umiliato e offeso da campagne di antipatia? Come i tranvieri di Milano - e di mezza Italia. Che si sono stufati.

Rina Gagliardi
Roma, 2 dicembre 2003
da "Liberazione"