La ricerca condotta da Renato Curcio è interessante per più di un motivo.
Anzitutto per il tipo di lavori a cui si è rivolta: la grande distribuzione
è una porzione di quel “terziario” che rappresenta una quota maggioritaria
(e sempre crescente) dell’occupazione. Che la società si stia “terziarizzando” è ormai un luogo comune; ma spesso
a questo fenomeno si associa un’idea che questa tendenza produca un lavoro
più autonomo, più “libero”, anche se spesso precario e/o sottopagato. Si parla
di editoria, di informatica, si parla di co.co.co.: di lavori flessibili e
precari, ma che – appunto per questo – sarebbero più “liberi”. Ma, accanto
a questi, ampie aree e strati del lavoro terziario si collocano in quello
che potremmo chiamare “il regno della flessibilità dispotica”: sono flessibili
e precari, ma sono soggetti a un’organizzazione del lavoro ferrea, con regole
pesantissime. E’ il caso dei lavoratori dei call centers e, appunto, di quelli
dalla grande distribuzione.
In secondo luogo, la ricerca è interessante per il metodo con cui è stata
condotta. Anziché ricorrere a strumenti quantitativi e rigidi, cioè a questionari,
si è preferito utilizzare una serie di riunioni di gruppo (guidate da un’indicazione
di temi e problemi), in cui raccogliere in modo più approfondito resoconti
e valutazioni sull’esperienza di lavoro.
Ne risulterà ridotta la “significatività statistica” dei risultati, ma in
compenso questi offrono un quadro molto più ricco e vivo dell’esperienza di
lavoro dei soggetti che hanno partecipato alla ricerca.
La grande distribuzione è un luogo “concentrato” ed emblematico di tendenze
più generali (il che non significa “universali” e totalizzanti) dell’organizzazione
e delle condizioni di lavoro, ed è stata finora insufficientemente esplorata.
Ben venga dunque un lavoro come questo, che getta luce su aspetti spesso trascurati
della condizione di lavoro e offre spunti per un ulteriore cammino di ricerca.
Senza fare un’analisi/resoconto dettagliato di tutti gli aspetti che emergono
dalla ricerca, mi soffermerò su quello che per me è un aspetto centrale: l’intreccio
tra flessibilità e “pressione temporale”, tra flessibilità del rapporto del
lavoro e intensità del lavoro.
La pressione temporale, la spinta continua all’intensificazione del lavoro,
la conoscevamo bene e da tempo, ma nella sula forma industriale/ tayloristica,
riassunta emblematicamente dal “taglio dei tempi” e dalla linea di montaggio.
Nella grande distribuzione di oggi essa assume aspetti nuovi, che possono
essere indicativi di una tendenza più generale, pervasiva anche del lavoro
industriale.
Vediamo alcuni aspetti di queste novità e delle differenze rispetto alla “forma
industriale tradizionale” dell’intensificazione del lavoro.
Partiamo da un dato che emerge dall’inchiesta periodica sulle condizioni di
lavoro, condotta dalla Fondazione Europea di Dublino.
In termini generali, l’inchiesta segnala, tra il 1991 e il 1996, un rilevante
aumento della “costrizione temporale” (1). Ma quel che più interessa sono
i dati relativi a quali fattori determinano tale condizione temporale. Al
primo posto vengono i clienti (indicati dal 65% degli intervistati), seguiti
a notevole distanza dai colleghi (41%) e dal controllo gerarchico diretto
(40%); solo al qurto posto vengono le norme di produzione (36%), seguite –
a notevole distanza – dalle macchine (23%).
Il lavoro nella grande distribuzione (così come molti lavori impiegatizi “di
sportello”) è un caso emblematico in cui il cliente agisce direttamente come
fattore di pressione temporale; ma quest’effetto è moltiplicato dal tipo di
controllo autoritario esercitato dai capi, efficacemente illustrato nelle
testimonianze dell’inchiesta. Oggi, però, la pressione del cliente come fattore
di intensificazione del lavoro è sempre più pervasiva, anche se in forme indirette:
pensiamo agli effetti che la “logica del just in time” ha su una serie di
lavori industriali – ad es. nell’indotto auto, dove si devono produrre e consegnare
a scadenze sempre più mutevoli, dipendenti dalle variazioni continue del mix
produttivo del committente (2).
Nel lavoro della grande distribuzione, la pressione temporale si manifesta
a un duplice livello: un livello più diretto e “micro” in termini di intensità
della prestazione; un livello più indiretto e “macro” come invasione dei tempi
di vita ad opera di orari irregolari e spezzati (per cui un part-time di 4
ore può, di fatto, “invadere” l’intera giornata).
Essa si intreccia con la flessibilità , che anch’essa si manifesta a più livelli:
anzitutto come flessibilità/precarietà del rapporto di lavoro (formidabile
strumento di pressione nelle mani della gerarchia); ma anche all’interno del
rapporto di lavoro, come mutamento di orari e luoghi di lavoro non regolato.
Qui vediamo le differenze con la pressione temporale “tradizionale” nell’industria:
in termini di intensità di lavoro, nell’industria (in passato, ma in larga
misura anche ora) i ritmi erano definiti da regole, fissate dagli “scienziati
del padrone” ma utilizzabili poi da lavoratori e sindacato come strumenti
di controllo (si pensi all’MTM); gli orari di lavoro erano caratterizzati
da turni, magari disagevoli, ma presentabili secondo una scansione che consentiva
una qualche programmazione della propria vita.
Queste norme e “regolarità” saltano nella grande distribuzione (e tendono
ad attenuarsi – a volte col consenso sindacale – anche nell’industria).
Un andamento parallelo ha la flessibilità del rapporto di lavoro. Da una fase
in cui prevale il rapporto (relativamente) stabile, a un tempo indeterminato,
si è passati a una fase in cui è progressivamente cresciuta la quota di rapporti
flessibili, precari, ma in qualche modo passando attraverso la regolazione
e il controllo della contrattazione sindacale (ahimè spesso molto compiacente).
Oggi la legge 30 tende a far saltare anche questi elementi di regolazione.
E ora vengo alle critiche.
Curcio applica spesso, nell’analisi del lavoro della grande distribuzione,
gli schemi dell’”istituzione totale” – a partire da quella carceraria, di
cui ha avuto una ben dura e prolungata esperienza.
E’ uno schema suggestivo, che contribuisce a mettere in luce alcuni aspetti
della condizione di lavoro e della struttura di comando e di controllo. Ma
rischia di produrre una visione di dominio compatto, senza contraddizioni
(che peraltro, e Curcio la sa bene, ci sono anche nelle “istituzioni totali”).
Un grande sindacalista, Emilio Pungo, ammoniva contro la tendenza della sinistra
a “mettere il lievito nella merda”, cioè a soffermarsi quasi in modo compiaciuto
sugli aspetti negativi, di oppressione della condizione di lavoratori; con
il rischio che la (pur difficile e faticosa) ricerca della riscossa lasciasse
il campo a una perenne denuncia “lamentosa”. Questo rischio si evita non attenuando
l’analisi/denuncia degli aspetti di oppressione, ma – da buoni materialisti
– andando a scavare nelle contraddizioni e nelle potenzialità di conflitto.
Questa ricerca resta sostanzialmente in ombra nei due volumi finora prodotti.
Ad esempio: siamo sicuri che – anche dal punto di vista dell’organizzazione
e dell’efficienza aziendale – il “modello” che emerge dall’inchiesta funzioni
senza contraddizioni? Certo, le contraddizioni “oggettive”, anche quando ci
sono, non producono automaticamente conflitto – tanto meno ne garantiscono
un esito vittorioso. Bisogna allora scavare negli aspetti soggettivi, nella
coscienza e nei comportamenti dei lavoratori.
Non vi è dubbio che la politica e li comando aziendale chiedano al lavoratore
una identificazione con l’azienda. Ma una cosa è una “identificazione coatta”,
una conformità imposta dei comportamenti soggettivi alle esigenze aziendali,
un’altra cosa è un’identificazione reale, “introiettata”. La prima – e lo
mostrano i molteplici esempi – è potenzialmente foriera di momenti di ribellione;
la seconda (tanto spesso sbandierata, sia dagli apologeti dei “modelli postfordisti”,
sia anche da molti dei loro critici) trova assai pochi riscontri nella realtà.
Si tratta allora di scavare in tutti i possibili aspetti del conflitto:
quelli informali, individuali, “sotteranei”, e quelli espliciti, collettivi.
Sui primi è più difficile, ma non impossibile, indagare; ma ci sono sempre,
c’erano anche alla Fiat vallettiana degli anni Cinquanta (magari sotto forme
estreme, di violenza contro le macchine – il sabotaggio – e contro le persone
– i capi: che a volte sono state esaltate come le forme più avanzate di lotta
di classe, mentre erano le forma di resistenza “disperata” di una classe operaia
in quel momento sconfitta – ma erano comunque un “segnale” di conflitto).
Su questo il resoconto dell’inchiesta è carente: i pochi passi dedicati
a “strategie di resistenza” raccontano di strategie di “adattamento opportunistico”
– certo non solo legittime ma anche significative – più che di forme di conflitto.
Ma, nella grande distribuzione, ci sono stati anche momenti importanti di
conflitto aperto, di lotta collettiva e sindacale – non so in che misura nei
luoghi specifici studiati da Curcio, ma ci sono stati.
Quali tracce hanno lasciato? In termini di risultati contrattuali e di tracce
nella coscienza dei lavoratori?
E’ sperabile che – nel proseguire la ricerca (visto che quella di cui si
parla nei due volumi è solo una prima tappa) – l’attenzione si concentri anche
su questi aspetti: non per “gonfiarli ideologicamente” con un falso ottimismo,
ma per scavare nelle contraddizioni di classe e nelle forme nuove in cui possono
manifestarsi.
Renato Curcio,
L’Azienda Totale
Dogliani 2002, Sensibili alle foglie
Renato Curcio,
Il Dominio Flessibile
Dogliani 2003, Sensibili alle foglie
I due libri possono essere richiesti a sensibiliallefoglie@tiscalinet.it; www.sensibiliallefoglie.it