Inchiesta nelle Aziende della grande distribuzione

Azienda totale e Dominio flessibile

Commento di Vittorio Rieser

1.

La ricerca condotta da Renato Curcio è interessante per più di un motivo.
Anzitutto per il tipo di lavori a cui si è rivolta: la grande distribuzione è una porzione di quel “terziario” che rappresenta una quota maggioritaria (e sempre crescente) dell’occupazione. Che la società si stia “terziarizzando” è ormai un luogo comune; ma spesso a questo fenomeno si associa un’idea che questa tendenza produca un lavoro più autonomo, più “libero”, anche se spesso precario e/o sottopagato. Si parla di editoria, di informatica, si parla di co.co.co.: di lavori flessibili e precari, ma che – appunto per questo – sarebbero più “liberi”. Ma, accanto a questi, ampie aree e strati del lavoro terziario si collocano in quello che potremmo chiamare “il regno della flessibilità dispotica”: sono flessibili e precari, ma sono soggetti a un’organizzazione del lavoro ferrea, con regole pesantissime. E’ il caso dei lavoratori dei call centers e, appunto, di quelli dalla grande distribuzione.

In secondo luogo, la ricerca è interessante per il metodo con cui è stata condotta. Anziché ricorrere a strumenti quantitativi e rigidi, cioè a questionari, si è preferito utilizzare una serie di riunioni di gruppo (guidate da un’indicazione di temi e problemi), in cui raccogliere in modo più approfondito resoconti e valutazioni sull’esperienza di lavoro.
Ne risulterà ridotta la “significatività statistica” dei risultati, ma in compenso questi offrono un quadro molto più ricco e vivo dell’esperienza di lavoro dei soggetti che hanno partecipato alla ricerca.
La grande distribuzione è un luogo “concentrato” ed emblematico di tendenze più generali (il che non significa “universali” e totalizzanti) dell’organizzazione e delle condizioni di lavoro, ed è stata finora insufficientemente esplorata. Ben venga dunque un lavoro come questo, che getta luce su aspetti spesso trascurati della condizione di lavoro e offre spunti per un ulteriore cammino di ricerca.

2.

Senza fare un’analisi/resoconto dettagliato di tutti gli aspetti che emergono dalla ricerca, mi soffermerò su quello che per me è un aspetto centrale: l’intreccio tra flessibilità e “pressione temporale”, tra flessibilità del rapporto del lavoro e intensità del lavoro.
La pressione temporale, la spinta continua all’intensificazione del lavoro, la conoscevamo bene e da tempo, ma nella sula forma industriale/ tayloristica, riassunta emblematicamente dal “taglio dei tempi” e dalla linea di montaggio. Nella grande distribuzione di oggi essa assume aspetti nuovi, che possono essere indicativi di una tendenza più generale, pervasiva anche del lavoro industriale.
Vediamo alcuni aspetti di queste novità e delle differenze rispetto alla “forma industriale tradizionale” dell’intensificazione del lavoro.
Partiamo da un dato che emerge dall’inchiesta periodica sulle condizioni di lavoro, condotta dalla Fondazione Europea di Dublino.
In termini generali, l’inchiesta segnala, tra il 1991 e il 1996, un rilevante aumento della “costrizione temporale” (1). Ma quel che più interessa sono i dati relativi a quali fattori determinano tale condizione temporale. Al primo posto vengono i clienti (indicati dal 65% degli intervistati), seguiti a notevole distanza dai colleghi (41%) e dal controllo gerarchico diretto (40%); solo al qurto posto vengono le norme di produzione (36%), seguite – a notevole distanza – dalle macchine (23%).
Il lavoro nella grande distribuzione (così come molti lavori impiegatizi “di sportello”) è un caso emblematico in cui il cliente agisce direttamente come fattore di pressione temporale; ma quest’effetto è moltiplicato dal tipo di controllo autoritario esercitato dai capi, efficacemente illustrato nelle testimonianze dell’inchiesta. Oggi, però, la pressione del cliente come fattore di intensificazione del lavoro è sempre più pervasiva, anche se in forme indirette: pensiamo agli effetti che la “logica del just in time” ha su una serie di lavori industriali – ad es. nell’indotto auto, dove si devono produrre e consegnare a scadenze sempre più mutevoli, dipendenti dalle variazioni continue del mix produttivo del committente (2).
Nel lavoro della grande distribuzione, la pressione temporale si manifesta a un duplice livello: un livello più diretto e “micro” in termini di intensità della prestazione; un livello più indiretto e “macro” come invasione dei tempi di vita ad opera di orari irregolari e spezzati (per cui un part-time di 4 ore può, di fatto, “invadere” l’intera giornata).
Essa si intreccia con la flessibilità , che anch’essa si manifesta a più livelli: anzitutto come flessibilità/precarietà del rapporto di lavoro (formidabile strumento di pressione nelle mani della gerarchia); ma anche all’interno del rapporto di lavoro, come mutamento di orari e luoghi di lavoro non regolato.
Qui vediamo le differenze con la pressione temporale “tradizionale” nell’industria: in termini di intensità di lavoro, nell’industria (in passato, ma in larga misura anche ora) i ritmi erano definiti da regole, fissate dagli “scienziati del padrone” ma utilizzabili poi da lavoratori e sindacato come strumenti di controllo (si pensi all’MTM); gli orari di lavoro erano caratterizzati da turni, magari disagevoli, ma presentabili secondo una scansione che consentiva una qualche programmazione della propria vita.
Queste norme e “regolarità” saltano nella grande distribuzione (e tendono ad attenuarsi – a volte col consenso sindacale – anche nell’industria).
Un andamento parallelo ha la flessibilità del rapporto di lavoro. Da una fase in cui prevale il rapporto (relativamente) stabile, a un tempo indeterminato, si è passati a una fase in cui è progressivamente cresciuta la quota di rapporti flessibili, precari, ma in qualche modo passando attraverso la regolazione e il controllo della contrattazione sindacale (ahimè spesso molto compiacente).
Oggi la legge 30 tende a far saltare anche questi elementi di regolazione.

3.

E ora vengo alle critiche.
Curcio applica spesso, nell’analisi del lavoro della grande distribuzione, gli schemi dell’”istituzione totale” – a partire da quella carceraria, di cui ha avuto una ben dura e prolungata esperienza.
E’ uno schema suggestivo, che contribuisce a mettere in luce alcuni aspetti della condizione di lavoro e della struttura di comando e di controllo. Ma rischia di produrre una visione di dominio compatto, senza contraddizioni (che peraltro, e Curcio la sa bene, ci sono anche nelle “istituzioni totali”).
Un grande sindacalista, Emilio Pungo, ammoniva contro la tendenza della sinistra a “mettere il lievito nella merda”, cioè a soffermarsi quasi in modo compiaciuto sugli aspetti negativi, di oppressione della condizione di lavoratori; con il rischio che la (pur difficile e faticosa) ricerca della riscossa lasciasse il campo a una perenne denuncia “lamentosa”. Questo rischio si evita non attenuando l’analisi/denuncia degli aspetti di oppressione, ma – da buoni materialisti – andando a scavare nelle contraddizioni e nelle potenzialità di conflitto.
Questa ricerca resta sostanzialmente in ombra nei due volumi finora prodotti.
Ad esempio: siamo sicuri che – anche dal punto di vista dell’organizzazione e dell’efficienza aziendale – il “modello” che emerge dall’inchiesta funzioni senza contraddizioni? Certo, le contraddizioni “oggettive”, anche quando ci sono, non producono automaticamente conflitto – tanto meno ne garantiscono un esito vittorioso. Bisogna allora scavare negli aspetti soggettivi, nella coscienza e nei comportamenti dei lavoratori.
Non vi è dubbio che la politica e li comando aziendale chiedano al lavoratore una identificazione con l’azienda. Ma una cosa è una “identificazione coatta”, una conformità imposta dei comportamenti soggettivi alle esigenze aziendali, un’altra cosa è un’identificazione reale, “introiettata”. La prima – e lo mostrano i molteplici esempi – è potenzialmente foriera di momenti di ribellione; la seconda (tanto spesso sbandierata, sia dagli apologeti dei “modelli postfordisti”, sia anche da molti dei loro critici) trova assai pochi riscontri nella realtà.
Si tratta allora di scavare in tutti i possibili aspetti del conflitto: quelli informali, individuali, “sotteranei”, e quelli espliciti, collettivi.
Sui primi è più difficile, ma non impossibile, indagare; ma ci sono sempre, c’erano anche alla Fiat vallettiana degli anni Cinquanta (magari sotto forme estreme, di violenza contro le macchine – il sabotaggio – e contro le persone – i capi: che a volte sono state esaltate come le forme più avanzate di lotta di classe, mentre erano le forma di resistenza “disperata” di una classe operaia in quel momento sconfitta – ma erano comunque un “segnale” di conflitto).
Su questo il resoconto dell’inchiesta è carente: i pochi passi dedicati a “strategie di resistenza” raccontano di strategie di “adattamento opportunistico” – certo non solo legittime ma anche significative – più che di forme di conflitto.
Ma, nella grande distribuzione, ci sono stati anche momenti importanti di conflitto aperto, di lotta collettiva e sindacale – non so in che misura nei luoghi specifici studiati da Curcio, ma ci sono stati.
Quali tracce hanno lasciato? In termini di risultati contrattuali e di tracce nella coscienza dei lavoratori?
E’ sperabile che – nel proseguire la ricerca (visto che quella di cui si parla nei due volumi è solo una prima tappa) – l’attenzione si concentri anche su questi aspetti: non per “gonfiarli ideologicamente” con un falso ottimismo, ma per scavare nelle contraddizioni di classe e nelle forme nuove in cui possono manifestarsi.

Note

  1. Traggo questi dati da un articolo di Pascal Paoli “Négocier sur les rhytmes de travail”, in Syndacalisme et societé, 1999 – 2000
  2. Anche il fatto che i colleghi figurino – sia pure molto distanziati – al secondo posto tra i fattori di pressione temporale merita attenzione. Le testimonianze contenute nel lavoro di Curcio ne offrono esempi concreti (e spesso drammatici); ma, anche senza la “combinazione perversa” con le forme di controllo gerarchico “personalizzato” esistenti nella grande distribuzione, le forme di lavoro di gruppo legate ai nuovi modelli di organizzazione del lavoro, anche nell’industria, tendono a fare dei “colleghi” un fattore efficace di pressione temporale.

Riferimenti

Renato Curcio,
L’Azienda Totale
Dogliani 2002, Sensibili alle foglie

Renato Curcio,
Il Dominio Flessibile
Dogliani 2003, Sensibili alle foglie

I due libri possono essere richiesti a sensibiliallefoglie@tiscalinet.it; www.sensibiliallefoglie.it

Vittorio Rieser
Roma, 27 aprile 2004
da "Bollettino di inchiesta" (n° 27 - Aprile 2004)