Modello "Melfi"

Melfi, un prato verde

Nel grande prato verde le speranze dei ragazzi di Melfi sono crollate e l'incantesimo si è infranto contro le condizioni di lavoro e di vita intollerabili.

«Romito, salutateci Agnello». Sono passati 10 anni da quando manifestazioni popolari di giubilo accoglievano i dirigenti Fiat, i torinesi che scendevano nella colonia lucana per inagurare la fabbrica del futuro. Nasceva il prato verde là dove prima i prati erano gonfi di grano, nella piana di San Nicola di Melfi. Non era subalternità ma sogno, la speranza di riscattare una condizione di povertà e fatica in un territorio governato dal clientelismo democristiano del padre-padrone Emilio Colombo. Finalmente arriva l'industria del nord, con la Fiat arriva il futuro a cambiare la vita di un popolo umiliato: «Romito, salutateci Agnello», recitatava la scritta su un cartone inchiodato al bastone che un anziano contadino di Melfi alzava al passaggio del corteo di potenti torinesi. Quel vecchio sognava un futuro meno gramo per i suoi nipoti. Prato verde vuol dire che si parte da zero: zero cultura industriale fordista, nessuna memoria del vecchio sistema produttivo e del vecchio sistema di relazioni industriali, sindacato addio e se hai un problema lo risolvi nel tim, parlando con il capo-Ute. Tutto deve scivolare liscio, senza conflitti. E senza ritardi, siamo nel just in time, il cliente ordina la vettura con quelle determinate caratteristiche, la linea viene imbastita allo scopo mentre dall'indotto eretto nella città-fabbrica arrivano tutte le componenti necessarie. Basta un nonnulla per rompere il giocattolo, che non deve rompersi per nessuna ragione.

Perché un sogno diventi realtà si è disposti a tutto, non solo in Basilicata. I sindacati rinunciano a ogni vincolo, sennò la fabbrica la Fiat va a costruirla in Bulgaria: deroga al divieto del lavoro notturno per le donne, sfruttamento selvaggio a ciclo continuo, salari più bassi che negli altri stabilimenti Fiat. In nome della competitività, naturalmente, che garantisce lavoro e futuro. I sindacati concedono tutto alla Fiat, senza che gli operai se la prendano. Anche lo stato concede tutto in termini di aiuti e sgravi alla multinazionale torinese, che è talmente convinta del modello Melfi da lasciar deperire le fabbriche del nord, destinate a funzionare come residuali polmoni produttivi. Da Melfi partono componenti fondamentali per il resto dell'impero industriale Fiat. Ciò spiega l'effetto domino di questi giorni: si ferma Melfi, si ferma l'impero, o meglio quel che ne rimane.

Con l'esplosione della crisi Fiat, nel 2002, l'unico stabilimento che continua la sua marcia è quello di Melfi mentre il resto agonizza. Melfi funziona sia che gli Agnelli - o le banche che contrallano la Fiat - decidano di continuare a produrre automobili, sia che decidano di vendere ai soci americani della Gm o alla concorrenza. Deve funzionare: chi non regge i ritmi infernali delle linee di montaggio - pardon, delle Ute - si cambia con carne più giovane. Anche chi si ammazza in automobile per tornare a casa dal lavoro alla fine del turno di notte - anche tre ore tempo bruciato in trasporti che si aggiungono alle ore alla catena - si può cambiare, i disoccupati non mancano in Basilicata, per non contare quelli di riserva del Foggiano. Chi protesta si emargina, chi si iscrive al sindacato viene trasferito di reparto, i delegati conflittuali si licenziano, chi si infortuna viene non risarcito ma punito. Non è un'organizzazione del lavoro fordista, semmai sfascista. Per credere, guardare il tasso altissimo di turnover, senza paragone rispetto agli altri stabilimenti Fiat.

Quel che è successo a Melfi è che in 10 anni è maturata una cultura operaia. Chi se la prende con l'estremismo della Fiom non ha capito nulla: la Fiom si è limitata a fare il suo mestiere, coprendo una rivolta operaia nata dalle condizioni stesse dello sfruttamento. Il modello Melfi non regge più, quella che doveva essere la fabbrica più flessibile si è traformata nella faffrica più rigida, vuoi per il modello organizzativo - la competizione basata non sulla qualità ma sui bassi costi - e vuoi perché il lavoro non è, non può essere, una pura e semplice variabile dipendente del mercato e del modello capitalistico. A fermare il just in time basta uno sciopero dei camionisti, a fermare Mirafiori fasta un presidio operaio a Melfi.

Nel grande prato verde le speranze dei ragazzi di Melfi sono crollate e l'incantesimo si è infranto contro le condizioni di lavoro e di vita intollerabili. I ribelli di oggi che hanno svelato l'inganno della fabbrica miracolosa sono i nipoti dei briganti che si battevano contro i Savoia, i figli dei braccianti che occupavano le terre, i fratelli dei ragazzi di Scanzano e di Rapolla. Sono variabili indipendenti, sono uomini e donne.

Loris Campetti
Melfi, 27 aprile 2004
da "Il Manifesto"