Dopo la riuscita dello sciopero dei metalmeccanici del 17 gennaio 2006

Un duro colpo al disegno neocentrista

La partecipazione alle lotte di questi giorni, la lotta contro la Tav in Val di Susa o le imponenti manifestazioni di sabato scorso sui Pacs e in difesa dell’autodeterminazione della donna, ci dicono che il movimento non è morto

Paolo Ferrero

Paolo Ferrero

Photo by Liberazioneinfo

Le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici metalmeccaniche hanno obbligato i padroni a riprendere la trattativa. Non è ancora la firma del Contratto ma si tratta di un indubbio successo che dà un duro colpo al disegno di Confindustria. L’idea dei padroni era abbastanza semplice: obbligare la più forte categoria di lavoratori ad uno scambio tra salario e mano libera sugli orari a livello di fabbrica, riducendo al silenzio i delegati sindacali.

La ripresa delle trattative, sulla base della proposta avanzata dalle organizzazioni sindacali, mette fuori campo questa ipotesi e ci ripresenta una situazione simile a quella di Melfi: di fronte alla tenuta delle lotte, i padroni abbandonano i punti di principio politici e si fanno i conti in tasca, puntando al compromesso. A differenza di cosa fece la Fiat nel 1980, oggi i padroni preferiscono delegare al livello politico la distruzione della forza operaia, senza caricarsi sulle proprie spalle il peso dello scontro frontale.

La lotta dei metalmeccanici ha però dato un duro colpo anche al disegno politico neocentrista che, sul piano politico, si può sintetizzare nella ricerca di un ricambio “morbido” di Berlusconi; nella ricerca cioè di mettere fuori gioco Berlusconi senza abbandonare le politiche di destra. E’ evidente che il disegno di Confindustria di piegare i metalmeccanici, direttamente nella vertenza contrattuale, puntava a condizionare fortemente il quadro di azione di un possibile governo dell’Unione.

Un contratto basato sullo scambio a perdere avrebbe aperto un varco enorme alla riedizione della concertazione e alla politica degli scambi a senso unico.

I meccanici, non piegandosi allo scambio, hanno tenuto aperta la strada della contrattazione e hanno chiarito direttamente sul campo che la classe operaia non è disponibile ad un berlusconismo senza Berlusconi. I metalmeccanici non stanno lottando solo per loro ma incidono positivamente sul complesso dei rapporti di classe nel paese, anche sul piano politico.

Dentro questa vertenza l’Unione si è schierata; senza la necessaria determinazione, ma si è schierata. E’ un fatto importante perché, anche al di là delle volontà soggettive, la dialettica tra posizionamento dell’Unione e conflitto sociale costituisce il nostro obiettivo di fase. Sappiamo benissimo che l’Unione ha un profilo indeterminato socialmente; questa vicenda dimostra però una volta ancora che l’Unione - a differenza del Polo - è permeabile al conflitto sociale. Per questo, la pur timida presa di posizione dell’Unione è un canale attraverso sui far entrare nella politica i contenuti del conflitto sociale.

Inoltre, la partecipazione alle lotte di questi giorni, la lotta contro la Tav in Val di Susa o le imponenti manifestazioni di sabato scorso sui Pacs e in difesa dell’autodeterminazione della donna, ci dicono che il movimento non è morto e che la voglia di partecipare e di contare è diventata senso comune. Il buio ventennio dell’impotenza e del ripiegamento non è stato solo temporaneamente interrotto ma è proprio finito.

Queste mobilitazioni, nella loro piena matura politicità, chiedono però un profondo processo di riforma della politica. Per questo dobbiamo ribellarci al teatrino di questi giorni. E’ politicamente devastante che il processo di partecipazione alle primarie dell’Unione, partecipazione che è frutto di questa stagione di mobilitazioni, venga sequestrato dalle rappresentanze politiche ed usata come una clava da Prodi per imporre il partito democratico.

Dobbiamo ribadire con forza che i 4 milioni di persone che sono andate a votare nelle primarie non sono strumentalizzabili per fini di parte dentro il meccanismo della rappresentanza ma pongono una domanda di radicale democratizzazione nella costruzione dell’Unione. Il punto politico all’ordine del giorno, maturo a livello di massa, riguarda il potere che i movimenti sociali hanno nella determinazione degli indirizzi politici dell’Unione. Su questo dobbiamo proseguire la battaglia politica nella consapevolezza che il reale profilo dell’Unione sarà determinato proprio da questo elemento. Obbligare i padroni alla contrattazione e obbligare la politica a raccogliere le domande sociali sono le due facce del nostro progetto politico. Le lotte dei metalmeccanici e le mobilitazioni di queste settimane ci dicono che siamo in buona compagnia.

Paolo Ferrero
Roma, 18 gennaio 2006
da "Liberazione"