Euro-meridionalismo

L’EUROPA A RISCHIO SENZA UN NUOVO MERIDIONALISMO

Una lettura innovativa della questione meridionale in vista della Conferenza FIOM-CGIL sul Mezzogiorno

Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo, docenti presso l’Università del Sannio e membri della consulta economica della FIOM-CGIL, hanno animato il dibattito degli ultimi mesi promuovendo l’appello degli economisti contro l’abbattimento del debito pubblico. Con l’articolo pubblicato oggi i due autori propongono una interpretazione in chiave europea della “questione meridionale”. Si tratta di un importante spunto di riflessione in vista della Conferenza FIOM del 6-7 marzo a Napoli.

Altro che “abolire il Mezzogiorno”: il dualismo economico e sociale tra il Nord e il Sud Italia potrebbe passare dal rango di mera anomalia nazionale a quello ben più inquietante di caso emblematico, destinato col tempo a diffondersi in tutta Europa. Stiamo cioè rischiando quella che Paul Krugman ha definito una “mezzogiornificazione” dell’intero continente, un brutto neologismo che tuttavia descrive efficacemente la progressiva divaricazione in corso tra i cosiddetti “centri” e le cosiddette “periferie” dello sviluppo capitalistico europeo. A seguito dei processi di integrazione economica e politica, l’Europa tende infatti sempre più rapidamente a somigliare agli Stati Uniti, caratterizzati da elevatissimi livelli di concentrazione territoriale dei capitali e delle popolazioni. Lasciata a sé stessa questa tendenza potrebbe condurre ad esiti sconcertanti. Addirittura, si è detto, oltre metà dell’industria automobilistica europea potrebbe arrivare ad ammassarsi in un raggio di appena centocinquanta chilometri dalla città di Wolfsburg, attuale epicentro della produzione tedesca. E questo, si badi, al netto delle tanto discusse delocalizzazioni.

Le forze aggreganti di fronte alle quali ci troviamo appaiono insomma violente e pervasive. La sinistra tuttavia è finora apparsa in ritardo nella elaborazione di una lettura organica di queste tendenze e di una strategia che fosse realmente in grado di affrontarle. A livello europeo, nessuna voce critica pare in grado di levarsi contro il Trattato dell’Unione, totalmente sbilanciato sull’obiettivo dell’apertura dei mercati rispetto alle esigenze di coesione sociale e territoriale. Riguardo poi al Mezzogiorno d’Italia, siamo passati dalla retorica di Gianfranco Viesti sulla “valorizzazione dal basso delle vocazioni locali” alle fuorvianti litanie di Nicola Rossi sul Sud quale “imperdonabile luogo di spreco di risorse pubbliche”. Non sembra essere un caso che tali slogan abbiano goduto della massima risonanza esattamente nello stesso periodo in cui, per citare un dato tra i tanti, la quota di spesa pubblica in conto capitale rivolta al meridione crollava dal 38% al 31% del prodotto nazionale. Viene dunque da chiedersi se non sia giunto il momento di metter da parte le volgarizzazioni predilette dai ceti dominanti per tornare ad affrontare la questione meridionale in piena autonomia: vale a dire in termini strettamente concreti e materiali. Ecco perchè, in vista della Conferenza nazionale della Fiom-Cgil sul Mezzogiorno (Napoli, 6-7 marzo), cercheremo di offrire elementi a sostegno dell’idea che un processo di “mezzogiornificazione” e di relativo depauperamento delle periferie europee è in pieno svolgimento. Vedremo che tale processo si fonda sulla intensificazione e sul livellamento in tutto il continente dei tassi di sfruttamento del lavoro, e che lasciato a sé stesso potrebbe condurre al fallimento del progetto di unificazione europea. Se davvero così fosse, potremmo scoprire che il destino dell’Europa e quello del movimento dei lavoratori sono legati a filo doppio: il salvataggio dell’unità europea potrà cioè dipendere in modo essenziale dal ricompattamento sociale e politico del mondo del lavoro attorno ad un nuovo e coerente disegno di politica economica alternativa. Un disegno che per alcuni suoi aspetti essenziali sarà opportuno definire “euro-meridionalista”.

“Mezzogiornificazione” e rischi di collasso macroeconomico

I meccanismi che determinano il depauperamento delle periferie europee sono quelli che classicamente governano la concentrazione dei capitali. Favorendo la mobilità delle merci, dei flussi finanziari e dei lavoratori, e riducendo il grado di autonomia delle politiche economiche nazionali, l’unificazione europea ha determinato la progressiva estinzione delle barriere legali e l’abbattimento dei costi di trasporto e più in generale di transazione. Sono cioè venuti meno i principali ostacoli istituzionali al pieno dispiegamento delle forze della concentrazione capitalistica. Forze, come vedremo, che agiscono sia sugli assetti della proprietà e del controllo, sia sulla localizzazione territoriale dei processi produttivi.

Un’abitudine oggi in voga è di temere le novità dell’unificazione soltanto per il rischio che i capitali vengano delocalizzati verso le zone periferiche, dove il lavoro costa meno è può esser più facilmente sfruttato. I dati rivelano tuttavia che questi trasferimenti vengono spesso minacciati dagli imprenditori allo scopo di influire sulla contrattazione, ma la loro effettiva realizzazione si verifica più raramente. Infatti, la sola evocazione dello spostamento già consente di avvicinare i salari unitari dei centri a quelli delle periferie. Ma soprattutto, l’abbattimento delle barriere e dei costi di trasporto può agire in senso opposto al trasferimento dei capitali in periferia: la maggiore facilità di spostamento delle merci permette infatti di concentrare l’attività produttiva nelle zone in cui questa sia già ampiamente sviluppata, in modo da sfruttare fino in fondo le economie di scala e di localizzazione. Si badi bene che tali “economie” non vanno intese nel senso di un sicuro incremento di “efficienza tecnica”. In un sistema privo di barriere, infatti, le imprese più grandi sono in grado di sbaragliare i concorrenti minori non solo attraverso una crescita cumulativa della produttività in valore, ma anche tramite un controllo sempre più esteso e capillare del sistema creditizio, della produzione di beni intermedi e delle reti commerciali.

A tutto ciò si aggiunge poi una politica monetaria e bancaria che è stata in questi anni espressamente favorevole alle concentrazioni. I razionamenti al credito imposti dagli accordi di Basilea e il posizionamento medio dei tassi d’interesse al di sopra dei tassi di crescita stanno rendendo le imprese più piccole e periferiche molto fragili sul piano finanziario. Infatti, maggiori sono i limiti al credito e gli interessi, maggiore sarà il numero di imprese caratterizzate da una crescita dei profitti insufficiente a rimborsare i debiti. Il risultato complessivo di questi processi è che i divari nei profitti netti tra le zone forti e le zone deboli del continente si accentuano, e i grandi trovano quindi sempre più facile distruggere o al limite fagocitare i piccoli. E’ esattamente questo il meccanismo che sta dietro al boom di acquisizioni e fusioni nell’ambito del sistema industriale e bancario: una crescita che, come segnala Mediobanca, negli ultimi anni è risultata in Europa fino a cinque volte superiore a quella dei redditi medi.

Naturalmente, dal punto di vista macroeconomico, le svendite di capitale dalle zone periferiche a quelle centrali determineranno dei flussi monetari in entrata a vantaggio delle prime. Ciò nonostante, le bilance dei pagamenti registrano comunque un sistematico squilibrio dei conti esteri a favore delle aree centrali. Al netto queste godono di attivi crescenti mentre le periferie, caratterizzate da costi unitari più elevati, risultano condannate al passivo di bilancia commerciale. Tale passivo è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno d’Italia, che nonostante i drastici tagli alla spesa, al reddito e alle importazioni di questi anni, registra tuttora un deficit commerciale verso l’esterno pari al 15% del prodotto interno lordo. Di converso, lo storico poligono industriale che interseca i confini di Germania, Lussemburgo, Francia e Belgio, registra surplus elevati e per giunta crescenti. Ma per mettere in luce tali scompensi non è indispensabile guardare ai due estremi macro-regionali europei. Gli squilibri risultano visibili anche semplicemente mettendo a confronto le nazioni. Basti pensare all’Italia, la cui tendenza alla crescita relativa dei costi unitari e al conseguente disavanzo con l’estero è così marcata da avere indotto l’economista Nouriel Rubini a evocare il pericolo di una “deriva argentina” e di una conseguente uscita del nostro paese dall’unione monetaria europea. E il caso italiano, si badi, non è affatto isolato: in una situazione sotto certi aspetti ancor più difficile si trovano oggi il Portogallo, la Grecia, pressoché tutti i nuovi entranti dell’Est e persino l’acclamatissima Spagna, il cui deficit delle partite correnti viaggia ormai verso il 5% del prodotto nazionale. E non saranno certo le delocalizzazioni degli impianti in periferia ad invertire la tendenza. Non solo, come abbiamo detto, perchè queste vengono molto più minacciate che praticate, ma anche perché sul piano della contabilità macroeconomica esse costituiscono poco più che una partita di giro: con i centri che erogano il denaro e le periferie che lo restituiscono, prima per acquistare i mezzi di produzione e in seguito per riportare i profitti verso la casa madre. Possiamo dunque affermare che l’unificazione europea, rimuovendo gli ostacoli alle forze della concentrazione dei capitali, sta contribuendo alla formazione di un vero e proprio Euromezzogiorno, caratterizzato da costi elevati, profitti bassi, svendite di capitale, delocalizzazioni insufficienti e finanziariamente ininfluenti, squilibri commerciali persistenti e rischi palesi di collasso macroeconomico globale.

Le funeste ricette dell’ortodossia liberista

In che modo le istituzioni, la politica e i media hanno fino ad oggi ritenuto di poter gestire una situazione così esplosiva? Naturalmente pescando a piene mani dalla scatola degli attrezzi dell’ortodossia liberista. Questa stabilisce che l’architettura europea non subirà contraccolpi di rilievo se i lavoratori del continente accetteranno di ridursi definitivamente a variabili residuali del sistema, al pari dei già ammansiti lavoratori americani. Ciò significa che se una zona periferica registra costi crescenti e relativi disavanzi rispetto alle aree centrali, basterà contrarre la spesa locale per ridurre le importazioni ed abbattere i salari unitari locali per accrescere le esportazioni. Naturalmente, se i processi di concentrazione fanno crescere i costi relativi delle periferie ad un ritmo particolarmente sostenuto, occorrerà che i salari per unità di prodotto di queste aree diminuiscano alla medesima velocità. In un sistema a moneta unica, in cui manchi la leva del cambio, l’inevitabile conseguenza è che nelle zone periferiche del continente le pressioni degli imprenditori sulla contrattazione diventeranno ogni giorno più violente. Come ha recentemente ricordato l’economista del Mit Olivier Blanchard, per rimediare alla crescita relativa dei costi i lavoratori del cosiddetto Euromezzogiorno non dovrebbero semplicemente tollerare il solito, mancato adeguamento delle retribuzioni all’inflazione, ma dovrebbero accettare un taglio secco del lordo in busta paga. Per il raggiungimento di un obiettivo così drastico Blanchard arriva persino ad auspicare un diretto coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, attraverso accordi tesi questa volta alla espressa decurtazione delle retribuzioni assolute. Tuttavia egli stesso appare dubbioso sulla praticabilità sociale di questa politica. Prendiamo il caso dell’industria italiana: per riuscire a compensare l’incremento dei costi unitari fatto registrare nell’ultimo decennio rispetto al resto dell’area euro, bisognerebbe abbattere le retribuzioni lorde del 15% a livello nazionale e di almeno altri due punti percentuali nell’area del Mezzogiorno. Ora, le cosiddette politiche di “concertazione”, di riduzione della pressione fiscale e contributiva sul lavoro, di gestione unilaterale dei tempi e delle condizioni di lavoro, così come i tentativi di svuotamento del contratto nazionale e di conseguente divaricazione territoriale delle retribuzioni, si sono mossi in questi anni esattamente nella direzione dello schiacciamento dei salari unitari lordi. Ma come si può adesso pensare di imporre riduzioni ulteriori, per giunta assolute, nell’ordine di almeno quindici punti percentuali? Persino agli occhi del più accanito pasdaran di Confindustria, e nonostante gli ultraventennali arretramenti del sindacato, un simile obiettivo appare difficilmente praticabile.

Ciò nonostante l’ortodossia non si arrende. I suoi venerabili maestri dichiarano infatti che l’architettura europea potrà in ogni caso raggiungere l’equilibrio, purché al rimedio della deflazione salariale se ne aggiungano altri due: da un lato l’impennata delle migrazioni, dall’altro il crollo dei tassi di partecipazione al lavoro. E’ solo grazie a questi ulteriori meccanismi di aggiustamento che due famosi apologeti del liberismo come Robert Barro e Xavier Sala-i-Martin hanno potuto dichiarare che in fondo non dovremmo preoccuparci troppo per l’Europa, visto che i redditi procapite delle sue regioni tendono - sia pur lentissimamente - a convergere tra loro. Resta ovviamente da capire in che senso dovremmo rallegrarci, dal momento che gli indici di reddito procapite delle periferie aumentano solo grazie al fatto che la popolazione emigra oppure risulta scoraggiata e quindi non partecipa più alla ricerca di un lavoro. E’ proprio questo infatti che sta avvenendo in tutti i paesi del cosiddetto Euromezzogiorno, dal Portogallo alla Grecia. Nel meridione d’Italia, poi, il fenomeno assume proporzioni drammatiche. Tra il 1993 e il 2005 abbiamo assistito ad una crescita media dell’emigrazione dal Sud intorno al due percento all’anno, un dato che ha ormai reso i saldi migratori netti superiori a quelli degli anni ’70 e molto prossimi agli storici picchi degli anni ’50. Per sincerarsi della portata di questo fenomeno basterebbe osservare i treni nazionali a basso costo e a lunga percorrenza, che nel fine settimana tornano a riempirsi di emigranti. A ciò si aggiunga il recente calo delle persone attivamente alla ricerca di un lavoro, che per la prima volta dopo decenni ha interessato in particolar modo le donne. E’ questa una delle note più dolenti, poiché si affianca ai già numerosi segnali di diffusione nelle aree periferiche di nuovi modelli di discriminazione sessuale, più subdoli ma a volte persino più violenti di quelli che dominavano l’antico patriarcato.

Fa bene dunque la SVIMEZ a rimarcare le gravi e particolari difficoltà del Mezzogiorno d’Italia. Tuttavia bisogna intendersi: la questione meridionale non può esser più considerata come un caso eccezionale e circoscritto, ma come la rappresentazione emblematica e più vistosa di un meccanismo di polarizzazione dei capitali e di depauperamento delle periferie che si sta diffondendo in tutta Europa.

Un nuovo meridionalismo per l’Europa

La domanda che a questo punto si pone è semplice: potrà mai reggere un sistema che rimedia ai propri squilibri interni in base alla combinazione di drastiche deflazioni dei salari assoluti, massicce migrazioni e cadute della partecipazione al lavoro nelle aree periferiche? L’emerito presidente Ciampi è talmente convinto di sì, assieme a Giscard d’Estaing e ad altri influenti demiurghi dell’unificazione monetaria, da aver sollecitato i governi dei paesi membri a tirare nuovamente dritto verso la Costituzione europea, come se i veti referendari francese e olandese non ci fossero mai stati. E’ questa in fin dei conti la posizione di chi vorrebbe garantire la tenuta dell’Unione ad ogni costo, a colpi di restrizioni della democrazia sindacale e politica e della progressiva subordinazione della legge alla logica del profitto. Anche se di poco, questo orientamento appare tuttora maggioritario non solo all’interno del partito popolare ma pure tra i socialisti europei. Tuttavia, stando ai dati, una tale baldanza politica sembra del tutto infondata e alla lunga potrebbe rivelarsi pericolosa. Il persistere degli squilibri commerciali tra centri e periferie sta infatti chiaramente a indicare che il meccanismo di riequilibrio europeo basato sulla deflazione salariale e sulle migrazioni incontra fortissime resistenze sociali. Inoltre, come ci insegna la critica della teoria economica dominante, questo meccanismo tende a squilibrare e a deprimere la domanda globale, e quindi porta con sé i germi della stagnazione generalizzata e della disoccupazione di massa. Il risultato è che i posti di lavoro creati al centro potrebbero non essere in grado di compensare i posti distrutti in periferia. In tal caso i movimenti migratori agirebbero molto più come fattori di indebolimento contrattuale dei lavoratori delle aree centrali, che come fattori di riallocazione efficiente della manodopera. E’ questo un punto decisivo che va sottolineato: l’integrazione dei mercati fa sì che la polarizzazione dei capitali europei non arrechi benefici nemmeno ai lavoratori delle zone centrali. Emblematica in questo senso è la situazione dei lavoratori dell’industria tedesca. Essi operano esattamente al centro del sistema europeo, ma non fanno altro che subire gli effetti negativi di un processo di riorganizzazione che non conosce pause, e che punta a generare surplus commerciali sempre più ampi e squilibranti a favore della Germania. Lo sfruttamento del lavoro tende insomma a livellarsi: l’operaio tedesco, al pari di quello greco, sempre più difficilmente trarrà beneficio dagli incrementi della produttività e delle rendite monopolistiche generate dal continuo ammassarsi dei capitali sul territorio in cui egli vive.

La concentrazione capitalistica sta dunque producendo due effetti antagonistici: il prodotto in valore e i costi unitari complessivi dei centri tendono a distanziarsi da quelli delle periferie, ma al tempo stesso i salari e i tassi di sfruttamento del lavoro tendono a convergere, rispettivamente verso il basso e verso l’alto. E’ possibile rilevare in questa dinamica contraddittoria una nuova forma di sviluppo dualistico, in cui il centro si espande proprio perché le periferie si contraggono. Una forma che risulta ancor più estrema di quelle passate, non solo per la sua estensione prospettica all’intero Mezzogiorno europeo ma anche perché passa direttamente per lo sfruttamento del lavoro. Flussi continui di forza-lavoro periferica vengono infatti gettati verso il centro, in modo che le economie derivanti dalle polarizzazioni siano tutte assorbite dal profitto. Uno schema di sviluppo al tempo stesso potente e fragilissimo, poiché fondato sulla perenne disponibilità dei lavoratori a farsi variabile accomodante del sistema.

In uno scenario del genere, non suscita meraviglia che in tutto il continente vengano a formarsi nuovi blocchi sociali di stampo localista, xenofobo, anti-europeo e in ultima analisi autoritario. L’emergere di pulsioni neo-nazionaliste, in difesa dei piccoli interessi depauperati dalle concentrazioni, è un fenomeno che del resto ha già investito molte destre europee, incluse quelle nostrane. Ma la cosa più allarmante è che simili tendenze trovano sempre maggiore seguito presso i lavoratori subordinati. Eppure il livellamento e il depauperamento di tutti i lavoratori europei, e la loro progressiva concentrazione verso i centri capitalistici, dovrebbe creare i presupposti per un ricompattamento degli interessi di classe. Naturalmente c’è da tener conto del fatto che l’attuale organizzazione dei processi produttivi rende estremamente difficile questo ricompattamento. Tuttavia il suo continuo rinvio potrebbe anche dipendere da una versione su scala allargata di quello che Claudio Sabattini definì più volte come il grande problema del “lavoro senza rappresentanza”. In altri termini, ci domandiamo se un presupposto fondamentale per l’aggregazione del mondo del lavoro risieda oggi nella costituzione di una rappresentanza politica che ponga al centro del dibattito la questione decisiva della instabilità dell’attuale assetto europeo e l’assoluta urgenza di riformarlo in senso “euro-meridionalista”. Se così fosse gli spunti da cui attingere sarebbero ben noti: si tratterebbe infatti di recuperare e sviluppare in un’ottica europea i contributi di Augusto Graziani e degli altri principali esponenti del meridionalismo nazionale, nonché gli apporti teorici di Garegnani ed altri in vari contributi per la SVIMEZ. Questo significherebbe, nell’immediato, considerare del tutto insoddisfacenti sia il volume sia le modalità di impiego delle risorse che l’Europa e i singoli stati destinano alle periferie dell’Unione. Solo per citare un esempio, i tanto decantati cento miliardi per il Sud Italia risultano del tutto inadeguati alla necessità di interrompere la prolungata caduta della quota di spesa pubblica per il meridione in rapporto a quella destinata al Centro-Nord. Risorse insufficienti e cattiva gestione delle stesse oltretutto si intrecciano: quanto minore è il volume complessivo di risorse disponibili, tanto maggiore sarà la quota di denaro impiegato per la copertura “a pioggia” delle clientele rispetto a quello di gran lunga maggiore che servirebbe per affrontare il nodo della polarizzazione territoriale dei capitali europei. Se dunque si vorranno contrastare i tremendi effetti sul lavoro della divaricazione tra centri e periferie, occorrerà attrezzarsi per un intervento pubblico finalizzato alla rinascita di poli euro-meridionali nell’industria, e non semplicemente nel commercio e nella logistica. Una classica evidenza degli studi di geografia economica, infatti, è che soltanto l’industria può costituire nuovi centri, laddove la mera logistica può solo favorire quelli già esistenti. Tutto questo significa che la messa sotto accusa dei vincoli di Maastricht e del Patto di stabilità interno non è una questione puramente nazionale, ma riguarda tutti i paesi dell’Euromezzogiorno: nell’attuale contesto istituzionale, infatti, l’unico modo per non esser soffocati dal disavanzo commerciale e per riuscire a concepire politiche a più lungo termine è di evitare funeste contrazioni del disavanzo pubblico. Ed inoltre, significa contestare lo striminzito bilancio europeo e i vincoli alla programmazione industriale che tuttora risiedono nella disciplina europea dei cosiddetti “aiuti di Stato”.

Un simile indirizzo politico, è bene ribadirlo, coniugherebbe gli interessi del mondo del lavoro con l’esigenza di salvaguardare la fragile unità europea. L’alleanza tra lavoratori dei centri e delle periferie europee, attorno a un ambizioso disegno di rilancio dei Mezzogiorni del continente, potrebbe cioè rivelarsi l’unica possibile via di salvezza per l’unità dell’Europa, prima che una deflazione squilibrante e stagnazionista ne determini la definitiva implosione. Si tratta di una sfida strategica, che aggiorna ed espande in chiave europea i temi cruciali della riflessione gramsciana sul meridione d’Italia. L’auspicio è che queste note possano contribuire all’avvio di un franco dibattito sull’urgenza di un nuovo “euro-meridionalismo”.

Note

Tra i contributi al dibattito di politica economica sulla questione meridionale, si rinvia ai seguenti scritti di Augusto Graziani: The Mezzogiorno in the Italian Economy, Cambridge Journal of Economics (1978) e Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, 2° ed (2000). Sul piano dell’analisi teorica, si veda tra gli altri Pierangelo Garegnani, Note su consumi, investimenti e domanda effettiva, Economia Internazionale (1964). Per una ricostruzione in chiave europea del dibattito sul meridionalismo, si veda il volume di recente pubblicazione a cura di Riccardo Realfonzo e Carmen Vita, Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa, FrancoAngeli (2006).

Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo (Università del Sannio)
Benevento, 8 febbraio 2007
da www.appellodeglieconomisti.com/