Rileggere i dati Eurostat e Inail

Infortuni sul lavoro: l'Italia ne denuncia meno

Per festeggiare in modo non retorico il 1° maggio intendiamo denunciare la finta sintonia, l'unanimismo di facciata che si sono sviluppati in questi mesi intorno al dramma degli infortuni sul lavoro.

Per festeggiare in modo non retorico il 1° maggio intendiamo denunciare la finta sintonia, l'unanimismo di facciata che si sono sviluppati in questi mesi intorno al dramma degli infortuni sul lavoro. È necessario mettere in luce le differenze di vedute, anche profonde, che su questo tema dividono le forze sociali e politiche, incluse quelle che sostengono il governo in carica. Negli ultimi tempi, infatti, abbiamo assistito ad una serie di tentativi volti a ridimensionare il fenomeno degli infortuni. Tentativi ai quali persino la grande stampa sembra talvolta essersi prestata. Segnaliamo un esempio su tutti: il 15 aprile scorso il Corriere della Sera pubblicava un ampio grafico, nel quale venivano riportati i dati sugli infortuni sul lavoro registrati nei paesi membri dell'Unione Europea. L'Italia, guarda caso, ne usciva decisamente bene. Con appena 3.085 incidenti ogni 100.000 occupati a fronte dei 3.586 della Germania, dei 4.397 della Francia e dei 6.520 della Spagna, il nostro paese si collocava in una posizione invidiabile, ben al di sotto della media europea. Nei giorni seguenti questi dati sono stati baldanzosamente ripresi da vari opinionisti ed esponenti politici per sostenere che in fondo la situazione italiana non è poi così drammatica come si vorrebbe far credere. Anticipando alcuni risultati di una ricerca dell'Università del Sannio, realizzata con la collaborazione di Domenico Suppa, chiariremo il motivo per cui tali rassicuranti interpretazioni dei dati sugli infortuni debbano considerarsi del tutto inattendibili e fuorvianti.

Il grafico riportato dal Corriere è tratto da una elaborazione, su dati Eurostat, effettuata dall'Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (Inail). Nel commentare questi dati l'Inail in effetti sottolinea i buoni risultati dell'Italia riguardo agli infortuni cosiddetti "totali", quelli cioè che vanno dall'incidente che consente al lavoratore di tornare in servizio dopo appena tre giorni fino a quello che ne provoca la morte. Per di più l'Istituto segnala che la situazione italiana potrebbe essere addirittura più rosea di quanto i dati Eurostat lascino intendere. Paesi come il Regno Unito, la Svezia e la Danimarca si situerebbero infatti solo apparentemente in una posizione migliore della nostra (con un numero di infortuni mai superiore ai 2.500), e questo perché i dati che essi forniscono vengono giudicati incompleti e dubbi (visto che non provengono dal sistema assicurativo). Ora, nessuno qui intende mettere in discussione la serietà delle analisi di Eurostat o dell'Inail. È piuttosto l'interpretazione politica implicitamente suggerita dal Corriere e colta al balzo da molti opinionisti che genera perplessità, dando vita a una delle classiche circostanze in cui, strumentalmente, si vede la pagliuzza nell'occhio del fratello anziché la trave nel proprio.

In primo luogo va ricordato che è la stessa Inail a sottolineare che proprio in Italia si stimano almeno 200 mila infortuni all'anno mai denunciati. È un fatto ampiamente accertato che in gran parte dell'Italia e in tutte le aree meno sviluppate d'Europa gli infortuni meno gravi si risolvono in molti casi senza il ricorso alle forme assicurative pubbliche, presso le quali spesso i lavoratori non vengono nemmeno registrati. E ciò dipende soprattutto dalla grande diffusione di lavoro nero e irregolare. Insomma, emerge la necessità di individuare un criterio che permetta di rendere più attendibili non solo i dati provenienti dai paesi del Nord Europa, ma anche quelli relativi all'Italia e agli altri paesi dell'euro-mediterraneo. Ecco perché noi qui proponiamo di concentrare l'attenzione non sul dato incerto degli infortuni "totali" ma solo su quello degli incidenti mortali. L'evento tragico della morte, infatti, comporta pressoché inevitabilmente la denuncia ed è quindi da considerarsi un riferimento molto più attendibile.

Per quanto riguarda l'Italia, l'Inail segnala che gli infortuni mortali sono stati 1255 per il periodo da febbraio 2005 a gennaio 2006 e, in base ad una timida stima, dovrebbero attestarsi intorno ai 1254 nel periodo da febbraio 2006 a gennaio 2007. Si tratta, è bene sottolinearlo, di dati approssimati per difetto, soprattutto per le difficoltà di stimare le morti conseguenti a malattie contratte sul lavoro. Il problema principale, comunque, è di interpretare queste cifre alla luce di un raffronto con il resto d'Europa. A questo scopo una prima importante indicazione è offerta dai cosiddetti tassi di incidenza standardizzati calcolati dall'Eurostat, i quali rivelano che, nel conteggio delle morti, il caso italiano risulta molto meno virtuoso di quanto le statistiche sugli infortuni totali facessero credere. L'incidenza delle morti per 100.000 occupati, ponderata secondo i parametri Eurostat, è infatti pari a 2,8 per l'Italia, valore più elevato della media europea e significativamente maggiore del 2,3 tedesco.

Ma non è finita qui. Riorganizzando opportunamente i dati, è possibile ottenere informazioni che sembrano almeno in parte sfuggire alle rilevazioni ufficiali. Nel calcolo dei tassi di incidenza l'Eurostat infatti elimina sia gli incidenti mortali avvenuti nello specifico settore dei trasporti, sia tutti i casi mortali che si sono verificati in qualsiasi settore nel corso di spostamenti di persone o di merci. Ora, questa procedura ufficiale viene giustificata dall'esigenza di disporre di dati confrontabili (alcuni paesi non dispongono dei dati relativi alle morti sul lavoro nelle operazioni di trasporto) oltre che dall'obiettivo di concentrare l'attenzione sul solo tasso di sicurezza interno alle singole unità produttive, depurato quindi dagli incidenti che si realizzano in fase di trasporto. Tuttavia, se si vuole analizzare il grado di sicurezza di un paese a livello di "sistema" - vale a dire contemplando sia le economie interne che quelle esterne alle singole unità aziendali - e soprattutto se si vuole cogliere il fenomeno degli incidenti nella sua interezza, allora le morti nelle fasi di trasporto debbono essere necessariamente conteggiate. Operando in tal modo, sulla base dei dati ufficiali, si scopre che il numero di incidenti in Italia aumenta ulteriormente, risultando molto più alto della media europea e quasi il doppio rispetto al dato tedesco. Infine, a testimonianza del fatto che rischi maggiori denotano solo maggiore sfruttamento del lavoro ma non maggiore efficienza tecnico-produttiva, può essere utile rapportare i dati sugli infortuni non agli occupati totali ma al livello e al tasso di crescita del prodotto sociale. Adottando questa particolare tecnica di ponderazione, gli incidenti mortali in Italia risultano quasi il triplo rispetto a quelli che si verificano in Germania.

È bene chiarire che l'Italia non rappresenta un caso isolato. Le nostre elaborazioni rivelano che in posizione ancora peggiore si trovano non solo le regioni del Mezzogiorno, ma anche il Portogallo e la tanto acclamata Spagna. Insomma, il problema della sicurezza del lavoro riguarda tutti i paesi europei. Tuttavia, per quanto il fenomeno sia così diffuso e rifletta una crisi nella capacità di rivendicazione e di conflitto dell'intera classe lavoratrice europea, sono comunque ancora le periferie che pagano il conto più pesante in termini di vite umane. Il processo di "mezzogiornificazione" europea (ossia di divaricazione dello sviluppo economico e sociale tra centri e periferie), del quale abbiamo a lungo discusso in questi mesi, sembra dunque almeno in parte confermato anche dai dati sugli infortuni. Ovunque, infatti, il meccanismo di riproduzione del profitto impone sacrifici in termini di vite umane. Ma nelle aree dell'Euro-mezzogiorno il processo capitalistico sembra assumere i suoi tratti più cupi e funesti, quelli da "ferriera", quelli che credevamo esserci lasciati definitivamente alle spalle.

Sappiamo bene che una reale inversione di tendenza in tema di condizioni di lavoro, e più in particolare di infortuni sul lavoro, potrà avvenire soltanto grazie ad una ricomposizione dell'unità di classe su scala europea, sia a livello sindacale che politico. Ma evidentemente non si può rinviare tutto ad una futura, auspicata riorganizzazione del conflitto su scala europea. Occorre intervenire anche e soprattutto nell'immediato, e a livello nazionale, nella consapevolezza che il "ritardo" dell'Italia in tema di infortuni riflette alcune fondamentali decisioni strategiche del passato: dall'entusiasmo verso la piccola impresa, alla competizione fondata sul solo costo del lavoro, alle privatizzazioni selvagge, alla crisi infrastrutturale, al totale disimpegno verso la questione meridionale, alla generale precarizzazione delle condizioni di lavoro. E nella convinzione che occorra spingere affinché i controlli per l'applicazione delle norme sulla sicurezza del lavoro e la lotta al lavoro nero e irregolare siano portati avanti con assoluto rigore. Senza lasciarsi ingannare da chi, dietro un cerimonioso unanimismo, potrebbe in realtà nascondere una strategia gattopardesca: cambiare tutto affinché nulla cambi davvero.

Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo
Roma, 1 maggio 2007
da “Liberazione”