Le origini della Fiat tra scandali, connivenze politiche, profitti di guerra e pugno di ferro con gli operai

Giovanni Agnelli, "eroe" capitalista

fiat, agnelli, mussolini nel 1932Non della materia di cui sono fatti i sogni, per dirla con Shakespeare. Ma lacrime e sangue, e cannoni e mitragliatrici, e serrate e licenziamenti, e bottino di guerra e protezionismo da rapina. La saga degli Agnelli, la centenaria storia della Fiat, è grande e terribile. Nel bene e nel male, una storia d'Italia. «Non c'è tornante della nostra storia recente (Valerio Castronovo, "Giovanni Agnelli", Einaudi) in cui non si ritrovi il suo nome, in un modo o nell'altro: dal nuovo corso riformista di Giolitti all'inizio del Novecento, alla mobilitazione militare nella prima guerra mondiale, dall'occupazione delle fabbriche all'avvento di Mussolini, dal rovesciamento del regime fascista alle pressioni anglo-americane per una restaurazione moderata».

Fiat, nata come Fabbrica Italiana di Automobili Torino, il primo luglio 1899, quattro anni prima che Henry Ford fondasse la sua società a Dearborn nel Michigan. Il fondatore è Giovanni Agnelli, il nonno dell'Avvocato, nato a Villar Perosa, non distante da Pinerolo, rampollo di famiglia dell'alta borghesia piemontese, che sembrava candidato a una brillante carriera militare.

Ma quella Fiat nata nell'ultimo anno del secolo e fondata insieme al conte Emanuele Bricherasio di Cacherano - «un eccentrico nobile torinese in cerca di investitori» - doveva significare la svolta della sua vita e del suo destino, da ufficialetto di cavalleria a ferreo capitano d'industria. Non mancavano infatti all'amministratore delegato, Giovanni Agnelli, spregiudicatezza, talento, energia, denaro. La piccola fabbrica torinese decolla subito, «fin quasi dall'inizio la Fiat diventò famosa per il talento e la creatività dei suoi tecnici e gli affari non tardarono a prosperare», scrive Alan Friedman nel suo "Tutto in famiglia", (Longanesi).

Arriva Valletta

Nel 1903 la società produce solo 103 automobili piccole e con piccoli motori; ma nel 1906 la produzione si è già moltiplicata per otto, già 30 auto sono esportate in Inghilterra e Giovanni Agnelli ha già praticamente fagocitato gli altri soci, «in parte grazie all'uscita dei suoi ex associati, in parte con manovre azionarie sospette».

Pescecani, a Torino e dintorni. Nel 1908 infatti un grosso scandalo travolge la Fiat, costringendo alle dimissioni sia Giovanni Agnelli che tutto il consiglio di amministrazione. Non sono noccioline. «Il procuratore di Torino accusava Agnelli e compagni - è sempre Friedman - di una serie di reati finanziari che includevano la diffusione di notizie di borsa falsamente ottimistiche per far salire il prezzo delle azioni Fiat, manovre di borsa fraudolente, falsificazione del bilancio 1907, col risultato complessivo di arricchirsi a spese dei piccoli azionisti».

Ci fu un processo, naturalmente, all'epoca clamoroso: ma, stranamente, Agnelli esce assolto sia in primo che in secondo grado; a difenderlo è sceso in campo Vittorio Valletta, un nome di cui si sentirà molto parlare, poi, alla Fiat. Uno scandalo nello scandalo. A far pendere infatti la bilancia dalla parte di Agnelli (che nel frattempo è stato nominato cavaliere del lavoro dallo stesso primo ministro in carica Giolitti) dà una consistente mano lo stesso governo, nella persona dell'allora ministro della Giustizia Orlando, che arriva a inviare una lettera alla Procura generale di Torino, chiedendo una accelerazione dell'istruttoria. Decisamente «una prassi inconsueta».

"Inesistenza di reato", questa la sentenza definitiva, Agnelli può riprendere la sua corsa. Alla grande. Giolitti (che fu presidente del Consiglio dal 1903 al 1914) è il suo sponsor politico, c'è una perfetta intesa tra il fondatore della Fiat e il governo, «noi industriali - usava dire - siamo ministeriali per definizione».

Il decollo dell'industria meccanica piemontese è siglata Fiat. E' un gruppo imprenditoriale dinamico, senza scrupoli, "moderno".

Il padrone delle ferriere

Nel 1906, per principale impulso di Giovanni Agnelli, nasce la Lega industriale di Torino (250 aziende associate con 40 mila dipendenti già nel 1907). Gli industriali dell'auto si organizzano, in vista delle lotte operaie che si profilano all'orizzonte. La più grande rappresentanza sindacale è la Fiom, nelle fabbriche metalmeccaniche della cintura torinese e soprattutto negli stabilimenti Fiat, è concentrata una classe operaia politicizzata e fortemente sindacalizzata. Ma il padronato non è da meno. «Nel 1911 le nove società del gruppo automobilistico - scrive Castronovo nel libro citato - contavano un capitale di 23. 475. 000, di cui 14 milioni controllati dalla Fiat, che assorbiva ampie quote della manodopera specializzata. I 6500 operai che avevano trovato lavoro nelle fabbriche dell'automobile, figli e nipoti dei vecchi "arsenalotti" o gente immigrata di recente dalle vicine vallate, erano circa un quarto delle maestranze torinesi occupate nella meccanica; e di essi oltre la metà era composta dai dipendenti della società di corso Dante».

Fiat dominatrice. Questa la situazione alla vigilia dei primi grossi scontri operai. Anche se godono di salari più alti rispetto ad altre categorie e rappresentano una élite "privilegiata", le condizioni degli operai dentro l'universo Fiat sono al di là della sopportazione. Sfruttamento puro da padroni delle ferriere.

Giovanni Agnelli ha i guanti bianchi e il pugno di ferro. La Lega industriale - che pure è portatrice di regole «assai efficaci» (per esempio la serrata contro gli scioperi generali e il divieto di assunzione degli scioperanti da parte delle aziende consociate), non gli basta. Di sua iniziativa promuove (1911) il Consorzio delle fabbriche di automobili, che pretende di imporre un contratto che, tra l'altro, imponeva l'abolizione delle commissioni interne, la facoltà di licenziamento senza preavviso, la soppressione di ogni tolleranza sull'orario. In cambio delle mani libere e del completo controllo sugli operai, si offriva un esiguo aumento salariale, la riduzione dell'orario settimanale a 55 ore e mezza, da 70 che erano, e il "sabato inglese".

Scioperi e serrate

Gli operai non ci stanno, sconfessano l'accordo che è stato purtroppo sottoscritto dalla Fiom e il 18 gennaio 1912 proclamano uno sciopero durissimo, destinato a durare 64 giorni. Finirà con un compromesso. L'anno successivo, di fronte a un altro sciopero proclamato il 13 marzo 1913, la Fiat, insieme agli altri padroni del ramo, decide «la serrata di tutti gli stabilimenti metallurgici».

Mano dura, condizioni-capestro. La Fiat può.

Sono già cominciati infatti gli anni grassi. La guerra beve sangue ma è manna per le sue casse. La proditoria aggressione contro la Libia, scatenata soprattutto per permettere a Giolitti di sedersi nel consesso delle nazioni che contano, con il bombardamento di Tripoli, le stragi di arabi e gli alpini mandati a morire tra le sabbie del deserto, è una magnifica opportunità per il Signore dell'auto. Affari in grande stile, e pingui guadagni.

Grazie alle entrature giolittiane, fioccano le commesse guerresche. Veicoli ed equipaggiamenti militari, per l'occasione è prodotto anche il primo motore aereo, un modello da 50 cavalli. E faranno una gran figura, mentre civili arabi e soldati italiani crepano senza sapere perché, i suoi portentosi autocarri leggeri, particolarmente adatti all'impresa nel deserto libico: il 15 bis, e il 15 ter, e il 18 bl, e soprattutto il 18 blr, destinato al servizio di trasporto dei parchi d'assedio e alle sezioni dell'artiglieria pesante.

Anni grassi, una vera manna. La bella prova libica è il viatico, il lasciapassare per un posto di prim'ordine nella industria di guerra: perché è ormai alle porte quella Prima Guerra Mondiale, considerata il più grande massacro della Storia.

La Fiat è il primo beneficiario; particolarmente apprezzata la sua produzione in materia di esplosivi e soprattutto di mitragliatrici, 100 pezzi al mese già ai primi del 1915.

Una "macchina da guerra". Dal settembre 1915, la Fiat è infatti entrata a far parte degli stabilimenti "ausiliari", Torino e le sue fabbriche metallurgiche sono considerate zona di guerra, la Fiat va a pieno ritmo sfornando cannoni e mitraglie e imponendo nuovi micidiali ritmi di lavoro e più strette misure coercitive. Alla testa lui, scrive l'Avanti! in una nota del 27 aprile 1916, «il cavalier Agnelli, prototipo del moderno capitalista senza scrupoli, spregiudicato, temerario».

I profitti furono ottimi. Quando la Prima Guerra Mondiale finisce nel 1918, in Europa si contano 9 milioni di morti e 6 milioni di feriti. Ma per la Fiat è stato fantastico. In Italia, come si sa, vengono chiamati alle armi 5. 900.000 uomini (600 mila morti, 600 dispersi, un milione di feriti), le spese di guerra arrivano a raggiungere il 76 per cento della intera spesa pubblica, vengono prodotti 12 mila pezzi di artiglieria e oltre 70 milioni di proiettili, 37 mila mitragliatrici e 12 mila aeroplani. La Fiat realizza utili di bilancio dell'80 per cento, i suoi dipendenti si moltiplicano per dieci (da 4000 a 40 mila) e il suo capitale dai 17 milioni del 1914 passa ai 200 milioni del 1919: alla fine della guerra la società di corso Dante è balzata dal trentesimo posto nella graduatoria delle industrie nazionali al terzo.

Guardie ai cancelli

Il "bottino di guerra" e i "sovrapprofitti di guerra": sono anch'essi capitoli della storia Fiat. Ci saranno scandali, clamori di stampa, denunce, il tentativo di una commissione di inchiesta: ma la Fiat se ne infischia (del resto, ci sarà una provvidenziale sanatoria...).. E' ormai una potenza economica dagli alti connotati "patriottici", per via «della micidiale efficacia dei suoi nuovi prodotti bellici, la mitragliatrice, in primo luogo, e l'aereo veloce da ricognizione, il "Dio motore che ci portò sopra Trento"», come elogiava D'Annunzio.

Capitani d'industria, mercanti di cannoni. "Battere sul tempo i Consigli operai", è la parola d'ordine di Agnelli a partire dal 1919. Ci riuscirà. Nel '20 ci saranno le guardie bianche a proteggere gli stabilimenti; gli operai e i sindacati escono sconfitti dalla stagione dell'occupazione delle fabbriche. E le squadre fasciste, finanziate da Agnelli e soci, già hanno cominciato a incendiare le Camere del lavoro.

Fiat dominatrice. «Gigantesco apparato industriale, che corrisponde a un piccolo stato capitalista..., e imperialista, perché detta legge all'industria meccanica torinese, perché tende, con la sua produttività eccezionale, a prostrare e assorbire tutti i concorrenti; un piccolo Stato assoluto, che ha un autocrate: il comm. Giovanni Agnelli, il più audace e tenace dei capitani d'industria italiani, un "eroe" del capitalismo moderno». Gramsci, L'Ordine Nuovo, marzo 1920.

Mussolini, il liberatore e il ricostruttore ...

Nel marzo 1923 Giovanni Agnelli - il nonno dell'Avvocato - è nominato senatore del Regno, «unico fra i grandi industriali italiani a beneficiare del laticlavio alla prima "infornata" del nuovo regime». Ha ben meritato a quanto pare, dal momento che «il Duce sa chi è l'onorevole Agnelli», uno che «ha dato moltissimo per la propaganda fascista sostenendo giornali rappresentanti la più vera espressione del Fascismo».

In effetti, per la Fiat Mussolini sarà un vero uomo della Provvidenza. Ormai battuto (da Agnelli, e dalle prime squadre fasciste) il movimento dell'occupazione (119 imprese di tutti i settori erano stati occupati e in quasi 90 stabilimenti erano stati insediati Consigli di fabbrica), schiacciate ed estromesse le commissioni interne e buttati fuori, causa licenziamento, 2600 operai (comunisti, socialisti, sindacalisti), per «il più perfetto stabilimento di stile americano» la strada è tutta in discesa. Dirà infatti di lì a qualche anno il Signore dell'Auto: «Il tempo sinistro del sovversivismo distruttore, che da noi culminò nell'episodio tragico dell'occupazione delle fabbriche, é passato per sempre. In quei giorni c'era da pensare di avere costruito sulla sabbia anche gli edifici più solidi del lavoro... Ma sorse Mussolini, il liberatore e il ricostruttore, e l'Italia che non poteva morire fu tutta con lui».

La mano del regime

Proficuo connubio. La Fiat tutto chiede e tutto ottiene. Immediatamente é accantonata, come richiesto appunto da Agnelli e soci, tutta la spinosa faccenda delle tassazioni sui cosiddetti extraprofitti di guerra; la "pacificazione sociale", come viene chiamata, può procedere con i connotati della schiacciante rivalsa degli industriali, la emarginazione dei sindacati, l'affermazione del corporativismo in funzione di rottura dell'unità di classe; e può procedere dentro la fabbrica, giorno per giorno, con la pratica dei «licenziamenti e delle riassunzioni a condizioni peggiori». Seppelliti i provvedimenti di confisca dei sovrapprofitti di guerra, abrogata la legge sulla nominatività dei titoli fin dal novembre 1922, arrivano a ruota l'alleggerimento delle imposte di ricchezza mobile e alcuni favorevoli ritocchi daziari. La reciproca collaborazione fra il regime e gli industriali è sancito dal Patto di palazzo Chigi già il 19 dicembre 1923, non si perde tempo.

Agnelli ha elargito soldi e benevolenza al Fascio locale - e durante il delitto Matteotti si è anche lui attenuto rigorosamente al "silenzio degli industriali" - ma non gratis, ovvio. Tra i benefici incamerati immediatamente dalla Casa torinese per mano del nuovo regime si può elencare (grosso modo): l'assorbimento della Spa avvenuto nel settembre 1924; il progetto di elettrificazione delle linee ferroviere con Milano e Genova; la partecipazione della Fiat alla Sip anche nel settore telefonico; la conclusione delle trattative per l'incorporazione della società Aeronautica Ansaldo; e soprattutto la costruzione di un'altra grande acciaieria Martin-Siemens.

Senza perdere tempo, si può anche elencare «la benevola udienza del governo per un trattamento doganale di favore nel rinnovo del trattato di commercio italo-tedesco; le trattative di Agnelli con Mussolini e Ciano del febbraio 1925 per l'aggiudicazione alla Fiat delle linee sovvenzionate dell'Alto Tirreno, già proprietà dell'Ansaldo; l'ingresso del gruppo torinese nel Consorzio delle Ferriere Nazionali all'ombra dei dazi protettivi...».

Eccetera. Insomma, un assai redditizio do ut des (ed è dell'ottobre 26 la costituzione della "Società Editrice La Stampa", «il quotidiano finiva così sotto il diretto controllo, politico e amministrativo, del senatore»).

Le cose vanno a gonfie vele. Dopo la "501", esce la "509", un nuovo modello di vettura utilitaria. E' il 1925 «e il fatturato aveva raggiunto in quell'anno l'importo di 1 miliardo e 260 milioni, una cifra d'affari superiore a quella di qualsiasi altra impresa meccanica europea».

Non per tutti sono rose e fiori. Per esempio non stanno benissimo - ma non è nuovo - i 35.000 operai Fiat. Sullo sfondo delle manovre per la rivalutazione della lira, in quegli anni, mentre il governo fascista decide per decreto la decurtazione del 10 per cento del salario, Agnelli taglia le maestranze e riduce l'orario lavorativo: il numero degli addetti scende a 30 mila e poi a 23 mila.

Il lucro, comunque, prospera. Negli stessi anni la Fiat si intasca centinaia di milioni (dell'epoca!) sottratti con destrezza al Tesoro in seguito all'affare del prestito americano; ottiene ulteriori premi fiscali e, quello che più conta, incassa il primo grosso provvedimento protezionistico. C'é infatti il reale pericolo che la Ford arrivi in Italia con le sue auto, Agnelli corre ai ripari: ed ecco che Mussolini in persona vara una legge straordinaria la quale, «includendo l'industria automobilistica tra le attività interessanti la difesa nazionale», impedisce lo smercio di macchine non costruite integralmente in Italia.

Protezionismo

Non è che un primo passo, l'intero commercio estero diventerà materia corporativa a favore esclusivo dei grandi gruppi industriali, Fiat in testa: si inaugura l'era dei premi per le esportazioni e del contingentamento stretto delle importazioni. A totale beneficio del Signore dell'Auto: la "Balilla" - che esce nell'aprile del 1932 - è graziosamente esentasse (cioè non paga tassa di circolazione) per più di un anno; la prima autostrada Torino-Milano, chiesta dalla Fiat, viene fatta anche se falcidia le casse dello Stato; i superdazi su certi prodotti esteri, vedi caso gli autoveicoli, arrivano persino al 200%. Per di più, non mancano le rimostranze di Agnelli in persona contro il governo, a causa del ventilato rilancio delle ferrovie...

In sostanza, in pochissimo tempo, il regime significa per la Fiat la conquista di una economia di monopolio, la "cartellizzazione" coatta del mercato.

Non per questo la Fiat rinuncia a licenziare e a torchiare i salari (anche introducendo il famigerato sistema Bedaux, un marchingegno di sfruttamento spinto). «Alla fine del 1930 i salari di tutti gli operai italiani - annota Valerio Castronovo ("Giovanni Agnelli", Einaudi) -venivano ridotti d'autorità dell'8 per cento. Ma già da alcuni mesi la Fiat aveva proceduto a massicci licenziamenti. Prima ancora della fine dell'anno, tremila operai venivano allontanati dalla Sezione Automobili, altri quattrocento dalla Spa; e nuclei non meno consistenti seguivano la stessa sorte nei diversi stabilimenti della casa torinese, contribuendo ad ingrossare le file della disoccupazione, che arriverà a superare a Torino, in pochi mesi, la cifra di trentamila persone».

Verrà il tempo delle 5.000 mitragliatrici. Quelle per l'Abissinia, dove vennero impiegati anche i velivoli C32 e i nuovissimi camion poi ribattezzati "gli autocarri della vittoria"; quelle per l'appoggio a Franco nella guerra di Spagna (commesse militari per oltre 42 milioni di lire, che prevede la consegna, tra l'altro, di 51 velivoli); e quelle per la Seconda guerra mondiale che ormai è alle porte.

Già nel settembre 1939 «Agnelli aveva inviato Valletta a Roma per assicurare il "duce" che, in caso di mobilitazione, la produzione delle vetture di piccola cilindrata avrebbe potuto essere convertita integralmente in lavorazioni di impiego militare entro sei mesi».

Il mondo brucia, ma gli affari sono affari. «Paolo Ragazzi, che fu dirigente della Fiat in epoca fascista e stretto collaboratore sia di Agnelli che di Valletta - scrive Alain Friedman ("Tutto in famiglia", Longanesi) ha rievocato incontri con ufficiali della Wehrmacht a Torino, numerose visite nella Germania nazista, e l'importanza che la Fiat dava a questi contatti. Ma, sottolineava Ragazzi, Agnelli e Valletta cercavano di fare affari con tutti, dai nazisti ai francesi. Ed è vero che durante la guerra la Fiat mantenne contatti con i nazisti, i fascisti, gli alleati, la Resistenza. Non c'era tempo per scrupoli ed ideologie. Gli affari erano affari, e niente era più importante dei profitti dell'azienda».

Affari di guerra di tipo "cielo mare terra".

Sono gli operai, obbligati con orari vessatori e salari sempre di fame alla produzione bellica, a dare il segnale della rivolta. «La mattina del 5 marzo alla Fiat Mirafiori si iniziava lo sciopero. In tutti i reparti il lavoro cessava e la maestranza si raggruppava: "Vogliamo il carovita! Vogliamo vivere in pace"». Poi, il 16 agosto la truppa apre il fuoco contro gli operai della Fiat Grandi Motori, che per primi hanno iniziato " lo sciopero della pace" e sette lavoratori restano feriti. Il giorno dopo per protesta settemila operai incrociano le braccia, e poi gli scioperanti diventano 35 mila. Nella Torino occupata dai nazisti, i lavoratori Fiat scioperano anche il 1 dicembre 1944, sotto i fucili degli uomini del generale delle SS Zimmermann che minaccia dure rappresaglie. Una grande pagina di una grande classe operaia.

Reparto "confino"

A Liberazione avvenuta, Agnelli e Valletta subiranno una sentenza di epurazione da parte del Cln. Ma pochi mesi dopo, auspici gli Alleati, tutto finisce in bellezza, Agnelli e Valletta tornano al loro posto.

Cambiano i tempi, non i metodi. «Con l'inizio del 1953 cominciarono ad arrivare gruppetti di operai, e l'officina ebbe la sua brava sigla, Osr, Officina Sussidiaria Ricambi. Balzava agli occhi il colore dei nuovi arrivati: tutti rossi, compresi i capi, provenienti dalle più svariate sezioni Fiat. Dell'Osr si cominciò allora a parlare sui giornali di sinistra e la Camera del Lavoro denunciò la creazione di un'apposita "officina confino" da parte dell'azienda». La storia della Osr, Officina Sussidiaria Ricambi, diventa da questo momento la storia dell'Osr, Officina Stella Rossa, la lunga storia della caccia al comunista, al socialista, al sindacalista dietro i cancelli della Fabbrica-Mito.

L'impero colpisce ancora

La storia si ripete, tra licenziamenti, ostracismo e schedatura dei rossi, sindacato giallo, cassa integrazione a go go, anni 70, anni 80... La Fiat è diventata un Impero. Un gruppo che controlla un quarto dell'intero mercato azionario, conta 569 controllate, 190 consociate e opera in 50 paesi.
Fiat Dynasty. Specialista nel ramo "privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite".

Maria Rosa Calderoni
Torino, 13 ottobre 2002
da "Liberazione"