Il parere di un giudice del lavoro

Dietro l'attacco all'articolo 18

un grave attacco contro tutti i lavoratori

Guido, giovane lavoratore precario, ha ragione in pieno: l'attacco all'articolo 18 dello Statuto è contro tutti i lavoratori; è vero che per ora pare dedicato solo ad alcuni settori, come il sommerso, le piccole aziende, ma sappiamo bene che s'inizia così, poi il diritto alla reintegra lo si toglie a tutti.
Ed ha ragione anche perché la politica padronale è sempre stata questa: per debolezze sindacali e soprattutto del governo di centro sinistra, ha già ottenuto la possibilità di fruire di molteplici forme di lavoro flessibile e precario (insieme a benefici economici di ogni tipo) ma anche questo non basta e vuole nuove forme di lavoro flessibile, nelle quali le più elementari aspettative, soprattutto dei giovani lavoratori, sono completamente cancellate.

I padroni e il ricatto dell'occupazione

Nello stesso modo, per i licenziamenti: abbiamo sempre sostenuto che il posto di lavoro non è monetizzabile, per la semplice ragione che non sono monetizzabili i diritti fondamentali della persona, anzitutto la libertà di giudizio, di opinione, di associazione, dei quali questo padronato berlusconiano vorrebbe poter disporre a piacimento, con il ricatto del licenziamento: ma se anche mai fosse stata accettata una soluzione di tipo patrimoniale, ora si vede che anche quella non andrebbe più bene, perché che quel che in definitiva si vuole e si vorrà è la cancellazione tout court dell'art. 18, magari cercando di prenderci in giro con la storia che curando la formazione professionale forse, poi il lavoro si ritrova.
Ebbene, se questo è quello che vogliono, e speriamo sia chiaro anche alla Cisl e alla Uil, se vogliono una politica di sopraffazione e di rapina, la risposta dei lavoratori deve essere tanto forte quanto forte è l'attacco che da anni stanno subendo, a partire dai diritti primari, il salario e la sicurezza sul lavoro e del lavoro: con una strategia di lotte che ora si apra con uno sciopero unitario di tutte le categorie, per proseguire con altre lotte, nelle forme più insidiose e costose per il padronato (lo sciopero, se non provoca danno, a che cosa vale) nelle varie categorie, aziende, realtà lavorative.

Diritti e tutele da recuperare

Saranno necessarie per recuperare sul terreno dei diritti per molte tutele che sono state abbandonate cedendo eccessivamente al ricatto occupazionale, per ricondurre il quadro della legalità lavoristica entro quello minimo garantito dalla Costituzione, ma soprattutto per ricreare nella lotta, per comuni bisogni, l'unità dei lavoratori.
Perché è certo che questo governo è così arrogante, offensivo della dignità dei lavoratori, come mostrato dal ministro Maroni (ma non dimentichiamo che questo ministro è quello che, nel precedente governo Berlusconi, voleva cancellare in ogni parte della Costituzione la parola lavoro per sostituirla con la parola mercato) nel negare una minima attenzione alla iniziativa di oltre 350 mila metalmeccanici, certo per le forze politiche che ne fanno parte ma anche perché fa i suoi conti sulla divisione del sindacato: sa bene, perché l'esperienza l'ha già fatta nel '96 a proposito delle pensioni, che non gli sarà sufficiente il potere istituzionale, economico, mediatico, se il confronto sarà con i lavoratori uniti sotto un'unica bandiera che si chiama sindacato.
E poi, oltre all'unità, se vi sarà, lo sciopero generale sarà un momento di verifica della forza del sindacato, anche quanto alla capacità di mobilitazione dei giovani lavoratori, particolarmente di quelli precari: occorre sia chiaro che vogliamo lottare con loro per difendere la qualità della loro vita, e cioè il realizzarsi delle loro qualità umane e lavorative, delle loro potenzialità professionali.

La flessibilità contro la professionalità

Come potrà ciascuno di loro programmare la propria vita non avendo alcuna sicurezza sul se o quando si sarà pagati per il lavoro svolto (è la condizione di migliaia di giovani lavoratori parasubordinati), come potrà pensare di crearsi tramite il lavoro una professionalità, quando, con la flessibilità già introdotta e che ora si vorrebbe ampliare selvaggiamente, il lavoro è destinato a cambiare di continuo, e quando quella parte del rapporto di lavoro che dovrebbe essere destinata alla formazione professionale, il padrone se l'accaparra come lavoro, sottopagato e con contributi dimezzati?
Anche Cisl e Uil non potrebbero negarlo.

Guglielmo Simoneschi
giudice del lavoro
Roma, 28 novembre 2001
da "Liberazione"