Si è spaccato il sindacato,
si è spaccato l'Ulivo...

Articolo 18: quell'articolo che sconquassa la politica

Se provassimo a disporre sopra un'astratta grande scacchiera tutti i "pezzi" della politica nazionale, scopriremmo che, in questi giorni, il disordine regna sovrano e che, soprattutto, nulla sta al "suo" posto. Che cosa sta succedendo? Si rompe l'unità sindacale, e si pongono le premesse di un prossimo, pessimo accordo separato tra centrodestra e Cisl e Uil. Si spacca l'Ulivo, dove si consuma la residua credibilità della leadership di Francesco Rutelli. Si insultano, da lontano, autorevoli esponenti dei Ds e della Margherita. Si bruciano illustri candidature, come quella di Romano Prodi, apparentemente invocato da molti, ma più che altro osteggiato da quasi tutti. Visto col distacco necessario, tutto questo appare proprio come un frullatore impazzito - anzi come un "tritacarne", per citare le parole di Pier Luigi Castagnetti. Ma non è l'ennesima convulsione tattica del centrosinistra: è un processo più complesso e, in una misura precisa, più serio.


La verità sta nell'irruzione sulla scena di un fattore "estrinseco": l'articolo 18. Una questione sociale di prima grandezza, un diritto corposamente simbolico, un terreno di lotta che sta rivelando un'altissima forza insieme "scardinante" e unificante. Nelle intenzioni del centrodestra, si doveva trattare di un'operazione esemplare, tesa a placare le ansie di Confindustria e a ridimensionare il potere - appunto anche simbolico - del sindacato. Via via, la partita ha mutato natura, e si è fatta stringentemente politica. Non più soltanto resistenza, non solo mobilitazione di piazza, ma possibile terreno di un'offensiva vincente. In questo senso, l'«intransigenza» della Cgil - che proclama una nuova tornata di scioperi, nella piena consapevolezza dell'"isolamento" in cui si stanno cacciando Cisl e Uil - non è affatto l'espressione di una vocazione massimalistica o estremistica. E', quasi al contrario, la tranquilla affermazione di un diritto all'esistenza, e di un protagonismo del sindacato, assolutamente «necessari», se non si vuole che tutto quello che resta della sinistra evapori in una indistinta palude neocentrista. Allo stesso modo, il referendum estensivo sostenuto dalla Fiom e da Rifondazione comunista - che Cofferati si ostina a non appoggiare - consente a questa battaglia di non rimanere impigliata nella trappola della pura conservazione dell'esistente: ne accentua anzi il respiro, ne amplia gli interlocutori, ne garantisce una cornice importante di continuità. I due strumenti di lotta - gli scioperi, compresi quelli generali, e il referendum - configurano, nel loro insieme, uno scenario che mette in radicale discussione l'agenda prevedibile della politica istituzionale. E diventa credibile l'ipotesi di farcela, di portare a casa un risultato straordinario: per la sua concretezza e per la sua capacità allusiva a un progetto più generale, la costruzione di un vero movimento di massa contro il centrodestra e le politiche neoliberiste.


Che tutto questo possa produrre - tra i propri esiti visibili - un mutamento di leadership a sinistra, è noto a tutti. Ma quella di Sergio Cofferati non è - già oggi - una candidatura "indolore" per il centrosinistra, per i Ds, o per una nuova formazione politica che potrebbe nascere in qualunque momento. Il dato reale è che, anche attraverso l'affacciarsi di questa "risorsa umana", vengono in luce le contraddizioni irrisolte dello schieramento che si dice riformista - e che continua largamente a declinare un'identità che non si traduce in piattaforme ed obiettivi chiari. Il fatto è che il riformismo volge al tramonto, in tutte le esperienze occidentali che ad esso si richiamano: le "terze vie" si sono già rivelate opzioni subalterne e perdenti. Ma che cosa c'è, allora, dopo Clinton, dopo Jospin, dopo Blair, dopo Rutelli? Ecco, ancora, la concretezza allusiva dell'articolo 18: o c'è una rifondazione dell'identità di sinistra capace di dare davvero rappresentanza alle istanze che si sono espresse nel corso di questa battaglia, ai bisogni che sono emersi (compresi quelli di una politica diversamente partecipata), alle speranze di riscatto che si sono manifestate, o non c'è che la coazione a ripetere delle alleanze tra un opaco centro opacamente neodemocristiano e un'opaca sinistra, che non sa più a chi rispondere. O c'è un progetto, un nuovo inizio, o prevale su tutto il rischio dell'ennesima sconfitta.

E' per queste ragioni sostanziali che l'Ulivo si scompone, come una maionese mai consolidata. Non vuole scegliere tra Cgil, Cisl e Uil, ma non può neppure tanto facilmente permettersi di non scegliere. Non può recedere dai valori recentemente acquisiti con rara acriticità (la flessibilità, il libero mercato, le privatizzazioni), ma non può neppure sostenere impunemente la bontà di un accordo separato tra Maroni, Pezzotta e Angeletti. Non può smettere di proclamarsi "riformista", ma non riesce neppure a sostenere davvero una battaglia di civiltà come l'articolo 18.

Che tutto questo precipiti in uno scontro generalizzato di candidati leader e gruppi dirigenti, è quasi fatale. In fondo, davvero non è questo l'essenziale, per le sorti della sinistra italiana. L'essenziale, invece, è che il disordine si riveli in qualche modo fecondo.

Rina Gagliardi
Roma, 6 giugno 2002
da "Liberazione"