La clamorosa caduta delle azioni Olivetti e la crisi, più in generale, dei
titoli delle telecomunicazioni hanno provocato il panico tra gli azionisti e i
commenti più allarmistici da parte di gran parte della stampa. La cosa che
vale la pena di sottolineare in partenza è che i più direttamente
interessati, a cominciare da Tronchetti Provera, sono stati colti di sorpresa
o, almeno, dichiarano di non saper dare, per ora, una spiegazione plausibile.
Questa spiegazione, nel caso specifico, non abbiamo certo la pretesa di darla
noi.
Ma quelle che possiamo fare, sulla base delle informazioni a disposizione
mentre scriviamo, sono alcune considerazioni di ordine più generale.
La prima considerazione è che le Borse appaiono sempre più preoccupate
per le tendenze negative che continuano ad accentuarsi nell'economia
mondiale.
Si è parlato spesso, a nostro avviso troppo acriticamente, di autonomia della
sfera finanziaria.
Di fatto gli avvenimenti di questi mesi hanno chiarito ancora una volta come l'andamento
delle Borse, in ultima analisi, non sia separabile da quello dell'economia
reale.
Negli anni fausti proprio l'alta congiuntura, più in particolare quella
legata alle innovazioni tecnologiche, aveva creato una euforia che era apparsa
fuori misura allo stesso Alan Greenspan, provocando vertiginosi aumenti di
larga parte dei titoli azionari.
Ora sembra essersi innestato il processo opposto: si è sempre più pessimisti
sulle tendenze future, si teme che annunci di fusioni, di ristrutturazioni e
di aumenti di capitale nascondano situazioni compomesse e quindi ci si
precipita a svendere, anticipando cadute più o meno catastrofiche che forse
non si produrranno, quanto meno a breve termine.
Non è un caso che pochi giorni prima della caduta della Olivetti, l'annuncio
della fusione tra le Hewlett Packard e la Compaq, invece che tranquillizzare
gli azionisti, abbia provocato una ondata di vendite al di là di ogni
previsione (come ha sottolineto in suo editoriale anche Il Sole-24 ore).
Così quella autonomia relativa dei mercati finanziari che aveva potuto
alimentare ulteriormente - o addirittura drogare - la crescita, ha ora l'effetto
contrario confermando che l'uso delle droghe finisce col provocare
conseguenze negative.
Riprova: le vittime della caduta di ieri, per calmare gli spiriti, hanno dato
assicurazioni di essersi imbarcati in una impresa industriale “creatrice di
valore” (La Repubblica 6 settembre).
Non è un caso, d'altra parte, che sia in crisi soprattutto quel settore
TLC che era stato tra i maggiori protagonisti della fase ascendente.
Da una parte, per certi prodotti i mercati appaiono saturati o avviati a una
saturazione, dall'altra si allontana nel tempo la prospettiva di una
riscossa grazie agli UMTS, cioè ai telefoni mobili della terza generazione.
Ce lo spiega Tommaso Pompei, amministratore delegato di Wind: le difficoltà
provengono da una parte dalle “irrealistiche pretese dei governi per le
concessioni”, dall'altra dalle pressioni frenetiche dei costruttori delle
apparecchiature tecniche che spingevano per accelerare i tempi pur sapendo che
certe tecnologie non erano ancora disponibili.
Un 'ultima considerazione che forse ci provocherà la critica di tirar acqua
al nostro mulino, ma ha pur sempre una base reale.
I dati non sono manipolati da noi, ma forniti il 6 settembre da quotidiani del
più diverso indirizzo.
I titoli della scuderia di Tronchetti Provera (l'espressione è ripresa dal Sole
24 ore) hanno registrato una perdita di valore di capitalizzazione di
13.000 miliardi, cioè, grosso modo, l'equivalente di quello che la stessa
scuderia aveva versato per l'acquisto della Bell, tramite dell'acquisizione
del controllo sul potentato Olivetti-Benetton.
Rispetto al 27 luglio l'Olivetti ha perduto il 46% e la Pirelli circa il
40%.
Forse è eccessivo il timore di Mario Pirani che ventila l'ipotesi di “un
uragano che spacchi davvero tutto, travolgendo il secondo gruppo industriale
italiano”.
Comunque sia, ci sembra che ogni giorno che passa è più legittimo dubitare dell'efficacia e della razionalità di quella economia di mercato che apologeti di diverso indirizzo continuano a presentarci come il supremo e insostituibile regolatore di una società “moderna”.