23 marzo 2002, manifestazione della CGIL

Ci siamo

Art. 18, terrorismo, governo ed oltre

Ci siamo per difendere conquiste di civiltà, come quella dell'illegittimità del licenziamento senza giusta causa.

Ci siamo per difendere la democrazia contro il terrorismo. Anzi, per affermare che la democrazia, il suo dispiegarsi è la principale risorsa contro il terrorismo.

Lo abbiamo già detto più volte, anche dopo il terribile atto dell'11 settembre, il terrorismo è un progetto lucido che vive nell'autonomia del politico.

Non è generato dal conflitto sociale o dalle ingiustizie, cerca di strumentalizzare l'uno e le altre per i propri fini.

E' un nemico irriducibile del movimento operaio e di ogni forza che si batte per il progresso sociale e civile e che fa della partecipazione la leva fondamentale del proprio agire. Il terrorismo è nemico della partecipazione popolare.


"Non ci terrorizzate", gridava uno striscione alla manifestazione dell'altro giorno a Bologna. Non ci terrorizzate, intende dire che questo movimento non si fa annichilire dalla coppia guerra/terrorismo come non si è fatto annichilire dalla violenza della repressione di Genova. Sa stare insieme e continuare a parlare il linguaggio della politica come partecipazione di massa, come conflitto sociale democratico.

Ci siamo contro lo sfondamento che il governo delle destre, assieme alla Confindustria, intende praticare.

E' del tutto evidente che la questione dell'articolo 18 ha un valore paradigmatico. Indica una linea di marcia. Dopo la modifica dell'articolo 18 e l'insieme delle misure sulla precarizzazione dei rapporti di lavoro, vi è l'attacco al contratto nazionale di lavoro. Vi è, in sostanza, lo sfondamento di un principio di unitarietà delle tutele e delle garanzie sulle condizioni di lavoro e delle relative relazioni sindacali.

Per questo, la mobilitazione contro le modifiche all'articolo 18 dello statuto dei lavoratori è così importante. Il suo esito può segnare un'intera stagione dei rapporti tra le classi nel nostro Paese. E' chiaro, infatti, che il tentativo è quello di praticare uno sfondamento complessivo, come fece la Thatcher con i minatori inglesi o Reagan con i controllori di volo americani. Ma non è assolutamente sufficiente, oggi, la semplice difesa dell'esistente e, quindi, una battaglia tutta sulla difensiva.

Occorre, quindi, andare oltre la piattaforma sociale sulla quale la manifestazione di oggi e lo sciopero generale sono convocati. Occorre una rottura da sinistra della concertazione.


Il governo delle destre vuole lo sfondamento sociale. Ma, attenti, lo abbiamo ripetuto più volte in questi mesi: esso non mostra il volto del vecchio fascismo ma quello del nuovo capitalismo, legato a questa fase dura della globalizzazione. Il governo delle destre in Italia si propone come una delle punte di un asse borghese neoliberista che sta, pur nel suo estremismo, dentro quell'orizzonte. Per questo Blair può firmare un documento con Berlusconi sulla generalizzazione degli strumenti della flessibilità del lavoro e, quindi, sulla sua generalizzata precarizzazione.

Lo si può sconfiggere solo sfidandolo in nome di un'altra politica, costruendo un'opposizione sociale, prospettando un'alternativa, oltre l'orizzonte delle politiche neoliberiste. Per questo pensiamo alla proposta di una convergenza delle opposizioni che parta dall'ostruzionismo parlamentare contro la scelta del governo di attaccare l'articolo 18 e dalla proposta di una sua estensione a tutti (anche alle aziende sotto i 15 dipendenti).

Anche questo può favorire la crescita di un movimento per una piattaforma e un fronte di lotta che costruiscano l'alternativa attraverso obiettivi quali, oltre quello già ricordato dell'estensione dell'articolo 18: la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, il salario europeo, l'introduzione della Tobin Tax, il salario sociale per i disoccupati di lunga durata e i giovani inoccupati, una clausola sociale nei contratti per estendere diritti e tutele, la difesa e rilancio della scuola e della sanità pubbliche e così via.


Il neoliberismo è in crisi (la sua egemonia politica e culturale è messa in discussione) e, contemporaneamente, cresce, entra nel profondo delle coscienze, cambia orientamenti e culture, un movimento di critica alla globalizzazione capitalistica che è un fatto mondiale e che, in modi non ancora compiuti, chiede di muoversi nella direzione di una alternativa a quelle politiche.

Quando, tempo fa, parlavamo di un disgelo dei movimenti, spesso capitava che non venivamo presi sul serio, quasi che volessimo dipingere una realtà diversa dal vero per giustificare l'esistenza di una sinistra dell'alternativa.


I fatti hanno parlato chiaro. Non c'è lotta (da quella degli studenti e degli insegnati contro la privatizzazione della scuola a quella degli addetti agli appalti delle pulizie delle Fs, per fare solo due esempi che riguardano soggetti differenti) che non contenga una contestazione delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione e guardi, quindi, a quanti hanno mantenuto un punto di vista critico di quei processi.

E' matura, in Italia e in Europa, la costruzione di una sinistra dell'alternativa, che si rivolga a tutti coloro (partiti, come è il caso del Prc, forze di movimento, associazioni, realtà territoriali, giornali, riviste e quanto altro la ricchezza della partecipazione democratica ha sviluppato), che hanno deciso di muoversi contro la guerra e il terrorismo e, insieme, contro le politiche neoliberiste per la costruzione di un nuovo mondo.

Fausto Bertinotti
Roma, 23 marzo 2002
da "Liberazione"