Documento elaborato dall'esecutivo nazionale della Confederazione Cobas da sottoporre al dibattito della assemblea nazionale che si terrà il 15-16 giugno 2002

IL CONFLITTO
TRA CAPITALE E LAVORO: UN ALTRO MONDO E'
INDISPENSABILE

IL TRIONFO DEL PENSIERO UNICO E LA GLOBALIZZAZIONE CAPITALISTICA.

I due ultimi decenni sono stati attraversati da una terribile offensiva capitalistica che, tramite le aggressive politiche del neoliberismo, ha costruito i presupposti per:

  1. vincere la guerra fredda e liquidare l'esperienza ingloriosamente implosa del "socialismo" reale e della potenza statuale dell'URSS;
  2. spezzare le velleità indipendentistiche dei movimenti di liberazione nazionale e dei paesi non allineati agli USA, per garantire al capitale multinazionale gli sbocchi di mercato, il controllo delle risorse naturali e strategiche, l'allargamento delle sfere d'influenza economica e militare;
  3. ristabilire in occidente il comando capitalistico sulla produzione messo in crisi dal ciclo di lotte operaie e popolari degli anni '70, attraverso la compressione salariale, la precarizzazione e segmentazione del mercato del lavoro, la deregulation, la vanificazione dei diritti e dello stato sociale, la delocalizzazione produttiva, il ridimensionamento dei grandi impianti industriali, lo stravolgimento dell'organizzazione del lavoro fordista rigida e fortemente integrata, la riduzione del peso numerico e politico della classe operaia delle grandi fabbriche;
  4. ribadire l'orizzonte del capitalismo come unico modello sociale possibile,
  5. affermare il ruolo egemone degli USA in quanto unica superpotenza mondiale.

In tale quadro di riferimento e sulla scia del reaganismo viene lanciata da Bush sr., agli inizi degli anni '90, la proposta di un nuovo ordine mondiale, basato su una politica neoliberista, cui in tutto l'occidente si adeguano talora con timidissimi correttivi le lobbies politico-sindacali compatibilizzate. Tale politica, veicolata attraverso una serie di organismi transnazionali come il FMI, la BM, il WTO, il G8, la NATO, impone, spesso con il ricatto della forza militare USA, i suoi diktat fatti di privatizzazioni, ristrutturazioni produttive, licenziamenti, che riducono in miseria intere popolazioni e aumentano le diseguaglianze sociali e allargano da 1 a 20 (qual era negli anni '60) a 1 a 92 (nel 2000) il gap economico tra paesi poveri e paesi ricchi.

Nell'epoca dello strapotere economico degli oligopoli, le 225 persone più ricche della terra posseggono oltre mille miliardi di dollari pari al reddito annuale del 47% della popolazione mondiale; ogni anno i paesi del terzo mondo rimborsano tra i 200 e i 250 miliardi di dollari per i debiti contratti con i paesi ricchi, mentre basterebbe una cifra tre volte inferiore per garantire a tutti gli esseri umani la possibilità di usufruire di un'alimentazione adeguata, di cure mediche essenziali, di un'istruzione di base. Nel mondo la piaga del lavoro minorile opprime orribilmente 250 milioni di bambini; ogni tre secondi muore un bambino per povertà e fame; ogni sei minuti c'è un morto sul lavoro.

Il diritto al lavoro, ad una equa retribuzione, ad una pensione dignitosa, alla garanzia del reddito, ad un lavoro che non usura e non uccide, il diritto di sciopero e di autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici, il diritto alla cultura e alla salute, il diritto a vivere in ambiente salubre e ad una società non mercificata, il diritto alla propria identità in quanto donna-omosessuale-immigrato, il diritto a vivere in pace ed amicizia con altri popoli, subiscono ovunque attacchi devastanti.

Questo nuovo ordine mondiale basato sul pensiero unico, sulla circolazione vertiginosa, in tempo reale, di merci, capitali, culture e stili di vita e consumo imposti -ma non sulla libera circolazione degli esseri umani che non appartengano alle élites dirigenti o al turismo di consumo- che si presenta come inevitabile, è l'essenza della globalizzazione capitalistica a cui tutti devono inchinarsi e a cui tutto va necessariamente sacrificato.

FLESSIBILITÀ TOTALE E MERCIFICAZIONE DEI DIRITTI.

Lo sviluppo impetuoso della rivoluzione informatica e la diffusione di sempre nuove e più sofisticate tecnologie, che hanno allargato accanto al lavoro manuale la consistenza del lavoro mentale, lungi dal liberare gli esseri umani dalla schiavitù del lavoro salariato o realizzare la chimerica società del non lavoro, hanno ulteriormente ampliato l'area del lavoro dipendente e/o subordinato, aggiungendo nuovi anelli alla catena della proletarizzazione e immettendo nel circuito della valorizzazione capitalistica forme di lavoro neoschiaviste.

Il processo di mercificazione e di valorizzazione del capitale tende a permeare e a sussumere non solo gli ambiti dell'attività lavorativa, ma tutti i gangli della vita umana e sociale, dal cibo al tempo libero, dall'acqua all'aria che respiriamo.

Ma l'esplosione delle nuove tecnologie e della globalizzazione neoliberista non ha generalizzato e redistribuito la ricchezza ai due terzi della popolazione dei paesi poveri che continua a restare esclusa dal mercato mondiale, ricchezza che invece si indirizza sempre più verso i ristretti mercati del primo mondo (con i rischi incombenti di sovrapproduzione relativa determinata da una parte dalla mancata generalizzazione dell'accesso ai consumi e dall'altra dalla rapida obsolescenza delle merci).

Con il passaggio dall'economia di scala all'economia di scopo l'obiettivo diviene quel mercato ristretto di compratori che spesso hanno già l'essenziale, puntando quindi a creare bisogni indotti, mode effimere, mercificazione di idee e sentimenti.

L'obiettivo di indurre a ritmo vorticoso a nuovi bisogni materiali e immateriali si coniuga con l'avvento della flessibilità totale: accumulazione flessibile, capitali finanziari flessibili, hardware e software flessibili, lavoro flessibile e precarizzazione globale. Le più evidenti trasformazioni introdotte dalla globalizzazione neoliberista sono la precarizzazione spinta del lavoro e la diffusione di un modello di vita incentrato sull'iperconsumo e sulla mercificazione di ogni bene e servizio.

Ed in tale contesto la logica del profitto individuale svilisce e progressivamente cancella diritti sociali universali. Da qui le politiche di privatizzazione e aziendalizzazione dei servizi pubblici e di mercificazione dei bisogni fondamentali che vengono deprivati di senso, scadendo dal livello di diritti da garantire ad interessi da soddisfare tramite il mercato.

LIBERISMO, RECESSIONE, GLOBALIZZAZIONE DELLA GUERRA PERMANENTE.

La globalizzazione non consiste solo in 9 anni di crescita ininterrotta negli USA, ma ha il rovescio della medaglia nelle crisi finanziarie che negli ultimi 10 anni hanno colpito il Messico, il Brasile, la Russia, la Thailandia, la Corea del sud e le tigri asiatiche, nella lunghissima stagnazione economica e nella crisi del sistema bancario che soffoca il Giappone, nelle continue oscillazioni dell'euro, nella bancarotta abbattutasi in maniera devastante sull'Argentina, in quella incombente nuovamente sul Brasile e sulla Turchia.

La guerra diviene un elemento centrale, il collante della globalizzazione; le guerre degli anni '90 in Irak, in Bosnia, in Somalia, in Yugoslavia, l'attuale guerra permanente iniziata in Afghanistan e che minaccia di estendersi lungo il confine India-Pakistan, che con l'invio di consiglieri militari e reparti speciali Usa muove i primi passi nello Yemen, in Somalia e si intensifica nelle Filippine e in Georgia, che preannuncia di colpire gli "stati canaglia" -Iran, Corea del Nord- e adesso punta all'invasione militare dell'Irak, che nel cortile di casa yankee, rinverdendo la dottrina Monroe, ha spinto alla rottura delle trattative di pace in Colombia e ha prodotto il fallito golpe in Venezuela e continua il suo criminale embargo contro Cuba, che tramite il boia Sharon massacra il popolo palestinese, ridotto in condizione di perpetuo apartheid, e rischia di far divampare il conflitto in tutto il Medioriente, rappresentano le tappe del percorso di riaffermazione degli interessi dell'imperialismo occidentale e soprattutto USA in zone strategiche per il controllo di risorse e mercati che altrimenti possono sfuggire al suo dominio.

La guerra permanente, l'aumento esponenziale delle spese militari (il cui bilancio in Usa quest'anno raggiunge l'astronomica cifra di 379 miliardi di dollari, pari al 40% della spesa militare mondiale e superiore alla spesa combinata delle 14 maggiori successive potenze militari) è anche l'estremo tentativo di allontanare lo spettro della recessione che per circa un anno ha attanagliato gli Usa e si è estesa anche in Europa.

Nel tempio del capitalismo i fallimenti della Enron, della KMart, della Global Crossing, i bilanci sempre più traballanti e truccati della General Electric, della Xerox, della Cisco, dell'Aol Tim Warner (quest'ultima ha avuto una perdita record di 54 miliardi di dollari soltanto nel primo trimestre 2002), i licenziamenti alla Ford e quelli programmati all'IBM e alla Compaq e le decine di migliaia attuati nelle compagnie aeree, nonostante le centinaia di miliardi di dollari immessi sul mercato a sostegno delle imprese all'indomani dell'11 settembre, esemplificano le difficoltà di ricondurre lungo i binari della crescita un'economia drogata da un'overdose di finanziarizzazione e da un debito pubblico che supera i 30.000 miliardi di dollari, dall'assenza di tutele sociali, da una disoccupazione che, pur con i metodi farseschi di rilevamento (in Usa basta lavorare due ore in un mese per essere ritenuto occupato), ufficialmente raggiunge il 6%.

Neanche il vecchio guru della Federal Reserve, Alan Greenspan, al di là dell'abusato sistema dei ripetuti abbassamenti dei tassi d'interesse, riesce a trovare rimedi che diano nuovo slancio all'economia. Perciò si ricorre ad un keinesismo militare imbastardito, che non punta all'allargamento della spesa sociale e all'aumento dei redditi da lavoro per stimolare i consumi, ma ricorre al taglio delle tasse ai padroni, al lancio dello scudo stellare, all'escalation delle spese militari, con conseguente minaccia dell'uso dell'atomica, che accompagnano lo scenario da incubo della guerra permanente.

Il credo liberista, incentrato sulla subordinazione assoluta degli esseri umani al mercato, abbracciato da tutti gli stati ed élites capitalistiche, è ipocrita e a senso unico: mani libere contro i diritti del lavoro dipendente e dei meno abbienti, generose protezioni statali per difendere ed espandere i profitti, come si evince dall'aumento da parte degli USA dei dazi doganali sull'acciaio, i prodotti agricoli, il legname,... per battere la concorrenza europea.

Nell'attuale fase caratterizzata dalla capacità produttiva degli impianti ridotta al 73%, dalla caduta degli investimenti manifatturieri, l'unica merce su cui investire ciecamente è la guerra e, per la rapidità del suo processo di valorizzazione, il connesso ciclo delle armi

Ed è il rilancio della guerra guerreggiata da parte di Bush -il presidente texano legato mani e piedi agli interessi delle lobbies delle armi, del petrolio e dell'energia, in soldoni del cosiddetto complesso militare-industriale- che ha consentito agli Usa una incerta ripresa fortemente sostenuta dallo stato con massicce iniezioni di liquidità ai mercati finanziari e con provvedimenti protezionistici, fondata in gran parte sui consumi di lusso, sulla espansione del settore immobiliare finanziato da mutui a tasso zero, sulla liquidazione a prezzi scontatissimi delle scorte accumulate nei magazzini e sul crescente indebitamento dei consumatori statunitensi.

La guerra permanente come deterrente rispetto alla crisi recessiva, ma soprattutto  per il controllo delle risorse strategiche e di aree geopolitiche fondamentali nella strategia del dominio imperialista USA; la guerra in Afghanistan e quella in preparazione contro l'Irak, la guerra in Palestina, hanno come scenario tutta la fascia compresa tra il Caucaso e il mar Caspio, il golfo persico e il Medioriente, in cui sono concentrate la maggioranza delle riserve petrolifere e di gas della terra e consistenti riserve idriche.

Gli Usa, con i loro 247.000 militari fuori dal proprio territorio nazionale ed 800 basi in più di 130 paesi (le ultime 13 basi sono state installate in Asia centrale e nel Caucaso a seguito della guerra in Afghanistan), sono l'unica superpotenza mondiale; ma ciò non vuol dire che viviamo in un mondo ormai unipolare, dal cui centro parte un comando e i sudditi dei territori sottomessi eseguono più o meno passivamente. La stessa guerra in Afghanistan ci dice degli ampi contrasti, spesso soffocati, presenti nell'inedita alleanza tra Usa, Russia, Cina, India, Pakistan ed Europa; gli alleati sono stati recalcitranti, nè gli Usa si sono fidati di loro; le operazioni militari, oltre che dai signori della guerra locali, sono state condotte in prima persona dagli americani, affiancati in subordine solo dai fidatissimi inglesi.

Anche l'organismo "sovranazionale" della NATO sembra oggi relegato a svolgere un ruolo militare puramente regionale in Europa e di supporto politico più che militare sullo scacchiere mondiale, tanto è vero che si realizza il suo storico allargamento alla Russia.

La Cina, la Russia, l'Europa, l'India, le borghesie arabe hanno interessi non coincidenti e spesso contrastanti con quelli degli USA, non sono però in grado nè hanno la forza militare per contrapporsi apertamente alla superpotenza yankee.

E come non leggere nelle stragi dell'11 settembre il tentativo, folle quanto si vuole, di incrinare il dominio Usa, tentativo legato non solo ad una aberrante logica fondamentalista, ma che può essere ricondotto ad una sorta di anticipazione di una guerra per il controllo delle risorse petrolifere da parte di frazioni di borghesia araba?

In questi scontri, latenti o guerreggiati, i lavoratori e le lavoratrici, tutti/e coloro che si oppongono alla logica sterminatrice del dominio del capitale non hanno da parteggiare per alcuno, nè riscoprire obsoleti fronti antimperialisti appoggiando uno stato piuttosto che un altro, un blocco politico-militare piuttosto che un altro, una borghesia piuttosto che un'altra, ma, in completa autonomia e in collegamento con i senza proprietà e i senza potere di tutti i paesi, devono riportare al centro della scena lo scontro sociale e politico inerente a questa epoca storica: quello tra capitale e lavoro; contestualmente, proprio per rimettere materialisticamente la realtà con i piedi per terra e consentire il massimo dispiegamento del conflitto sociale, non possono che opporre la più intransigente lotta di classe permanente alla guerra permanente.

L'EUROPA DEL CAPITALE.

Nè la ripresa americana, labile e resa più aleatoria dalla fibrillazione dei prezzi dei prodotti petroliferi, fa da traino ed influenza positivamente l'andamento economico dell'Unione Europea, nonostante i ripetuti proclami di una svolta espansiva sempre imminente e sempre rimandata nel tempo. Dopo l'entrata in vigore dell'euro l'Europa continua a rivedere verso il basso gli indici di crescita per il 2002, mostra difficoltà a rispettare il "Patto di stabilità", non riesce a scrollarsi di dosso il suo nanismo politico, la cui impotenza è addirittura clamorosa nei confronti del dramma palestinese.

Oggi il processo di unificazione europea si allarga sempre più a Est, verso i paesi dell'ex blocco sovietico e yugoslavo, non solo e non  tanto per trovare nuovi sbocchi di mercato, già in parte sotto la sfera d'influenza tedesca, quanto per ridisegnare una nuova geografia della divisione del lavoro, per completare i processi di decentramento produttivo e trasferire verso quei paesi lavorazioni obsolete e nocive, per utilizzare forza lavoro a costi stracciati e da usare concorrenzialmente per un'operazione di dumping che tende a comprimere ulteriormente i salari di tutti/e i/le lavoratori/trici del vecchio continente.

La Germania, ex locomotiva d'Europa, annaspa con una crescita vicina allo zero e con i suoi oltre 4 milioni di disoccupati. Nel contempo si profila una diversificazione all'interno dell'UE sul modello economico da seguire, al vecchio modello capitalistico renano franco-tedesco piuttosto male in arnese e legato ad uno stato sociale comunque ridimensionato, si contrappone in maniera sempre più scoperta il rampante modello capitalistico anglosassone portato avanti dall'asse Blair-Aznar-Berlusconi che tende, sulla scia di quello degli USA, a fare tabula rasa di diritti e conquiste sociali pregresse, ad esaltare la deregulation del mercato, a ridurre il peso dei sindacati.

In realtà la contrapposizione è più formale che sostanziale, in quanto già nel precedente vertice europeo di Lisbona e ancor più nell'ultimo di Barcellona, oltre che nei summit di Nizza e Bruxelles in cui si sono poste le basi per la scrittura della carta europea di diritti del lavoro ridotti al minimo, le politiche liberiste si sono imposte con forza e sono state unanimemente condivise dai governi europei, liquidando, a partire dall'appoggio corale ed entusiastico nel '99 alla guerra della NATO in Yugoslavia, ogni possibile illusione su presunte terze vie clintoniane precedentemente sponsorizzate dai vari Jospin, Schroeder, Prodi-D'Alema-Amato e dallo stesso Blair.

In tal senso, dopo il varo della moneta unica, è "naturale" per il liberismo europeo nelle sue diverse sfumature di centrodestra e centrosinistra sostenere il declassamento delle grandi centrali sindacali, da soggetti che hanno cogestito a monte e veicolato coattamente tra i/le lavoratori/trici importanti processi delle politiche economiche dei sacrifici necessari per allineare i singoli paesi ai parametri del trattato di Maastricht, a soggetti relegati a contrattare a valle soltanto gli effetti settoriali derivanti dalle ristrutturazioni centrali del mercato del lavoro.

Ed è su questa Europa, che, nei cromosomi delle sue istituzioni portanti, delle sue élites capitalistiche e delle sue classi politiche "trasversali", ha ormai metabolizzato e messo in pratica la lezione del liberismo e dell'attacco alle rigidità del lavoro, che torna a soffiare forte -dall'Italia al Belgio, dalla Danimarca all'Olanda e al Portogallo, dalla Francia alla Germania- il vento della destra politica e del lepenismo, del nazionalismo e del razzismo.

L'ITALIA DEL GOVERNO BERLUSCONI: LIBERISMO E "DIALOGO SOCIALE".

Dal 1980 al 2000 la quota dei salari sul reddito nazionale lordo è passata dal 56,4% al 40%; quella di rendite e pensioni dal 22,5% al 31,3%; quella dei profitti dal 21,3% al 28,6%; oggi il 7% degli italiani possiede il 44% della ricchezza prodotta nel Paese, i poveri oscillano tra i 7 e gli 8 milioni e i salariati sottopagati raggiungono il 30% della forza lavoro.

Il padronato, galvanizzato dalla vittoria del centrodestra di Berlusconi, con il suo appoggio ha continuato ed accelerato i processi di ristrutturazione produttiva. Le grandi aziende private come la FIAT e la Pirelli hanno proceduto ad un significativo mutamento delle proprie "ragioni sociali" originarie: meno legate alle "vecchie" attività manifatturiere, più dedite alla finanziarizzazione, all'immateriale, all'offerta e distribuzione di servizi (comunicazione, energia,...); in questo senso vanno l'acquisizione da parte della Pirelli di TELECOM e Olivetti, e il controllo della Montedison e gli accordi con la francese EDF da parte della FIAT, che sta per sbarazzarsi o ridimensionare il ciclo dell'auto, dismissionandone o trasferendone all'estero interi comparti e vendendo i gioielli di famiglia alla General Motor, che ha già assorbito la Daewoo. Ed ora la crisi Fiat, che l'azienda minaccia di far pagare agli operai con migliaia di licenziamenti, accede al meccanismo collaudato del soccorso governativo.

In tale quadro il governo Berlusconi, facendosi portavoce del programma ferocemente liberista della Confindustria, ha scatenato, con la richiesta delle quattro deleghe -sulla cancellazione dell'art. 18 e il libro bianco, sul ridimensionamento del sistema previdenziale e lo scippo delle liquidazioni, sulla controriforma della scuola della Moratti, sulla controriforma fiscale- e lo smantellamento della sanità pubblica -con la reintroduzione dei ticket, la diminuzione dei posti letto ospedalieri e la privatizzazione di importanti centri di ricerca, prevenzione e cura- un attacco senza precedenti al mondo del lavoro dipendente.

Pur muovendosi con la rozzezza "impolitica" del tycoon, Berlusconi in realtà continua il lavoro di demolizione dello stato sociale e dei diritti dei più deboli intrapreso dai governi di centrosinistra dal '92 in avanti (prima Amato e poi Ciampi, Dini, Prodi, D'Alema e ancora Amato) con la cancellazione della scala mobile del luglio '92 e gli accordi del luglio '93 che, inaugurando la politica della concertazione, hanno fortemente penalizzato i salari; con le controriforme previdenziali (Amato nel '92, Dini nel '95, Prodi nel '97) che hanno allungato l'età pensionabile e ridotto in 10 anni del 30-40% gli importi pensionistici; con l'introduzione del lavoro interinale, i contratti d'area, il cosiddetto pacchetto Treu, che hanno moltiplicato la flessibilità e la precarietà del lavoro e ripristinato in alcune zone del Sud le gabbie salariali; con il varo della legge di parità, dell'autonomia scolastica e dell'abortita riforma dei cicli di Berlinguer, che hanno avviato la scuola pubblica verso la privatizzazione e l'aziendalizzazione; con l'approvazione della legge sul federalismo che ha introdotto il principio della "sussidiarietà" (lo stato lascia mano libera ai privati nella fornitura di essenziali servizi pubblici, qualora producano profitti), avviato la regionalizzazione di scuola, sanità e trasporti e costruito le premesse per la distruzione dei contratti nazionali di lavoro; con la realizzazione di un piano di privatizzazioni fra i più massicci in Europa (dall'ENI al Nuovo Pignone, dall'IRI alle Banche pubbliche, dalla TELECOM all'ENEL, dalle Ferrovie alle Poste, le privatizzazioni sono andate a braccetto con l'aziendalizzazione e lo smembramento dell'unitarietà di erogazione-gestione-manutenzione del servizio) che ha contribuito al rilancio dei profitti privati; con l'appalto monopolistico della rappresentanza di lavoratori e lavoratrici ai sindacati concertativi, che nega ai Cobas, al sindacalismo di base e ai lavoratori l'esercizio pieno dei diritti sindacali e perfino il diritto di assemblea; con il peggioramento della liberticida legge antisciopero, che imbriglia pesantemente il conflitto sociale; con il sostegno fermissimo alla guerra "umanitaria" in Yugoslavia, che ha provocato migliaia di vittime e disseminato la Serbia di proiettili all'uranio impoverito.

In più e in peggio rispetto al centrosinistra la compagine berlusconiana porta un pesante fardello revisionista dell'antifascismo e della Resistenza (ma negli anni scorsi era stato Violante a parlare ripetutamente di riconciliazione nazionale e a riconoscere la buona fede ideale dei ragazzi di Salò); un orripilante carico razzista che si esprime attraverso il liberticida disegno di legge Bossi/Fini sull'immigrazione e le politiche di contrasto nei confronti dei migranti (ma definire, come fa D'Alema, una conquista di civiltà la legge ulivista Turco/Napolitano, che ha introdotto i lager detentivi per gli immigrati e le quote d'accesso preludio all'attuale contratto di soggiorno, getta molte ombre sul tasso di democrazia del centrosinistra in proposito, ombre che si ingigantiscono nelle posizioni di Rutelli approdato alla "tolleranza zero"); una gestione privatistica e "amicale" dello strumento legislativo con le leggi sull'eliminazione delle tasse di successione sui grandi patrimoni, sulla cancellazione del falso in bilancio, sulle rogatorie internazionali, sul rientro in Italia dei capitali sporchi, la risibile proposta/sanatoria sul conflitto d'interesse; un'occupazione quasi totale (partendo da una posizione monopolistica nelle tv private) dell'informazione televisiva, che fa apparire perfino "eque" le lottizzazioni Rai dell'Ulivo e democristiane, e che si estende ulteriormente sulla stampa, come dimostrano i tentativi del cavaliere di mettere sotto diretto controllo il "Corriere della Sera".

Inoltre Berlusconi si fa sponsor della repubblica presidenziale; raccogliendo le pulsioni autoritarie della sua maggioranza, volge a proprio favore e porta alle estreme conseguenze la scelta del maggioritario tenacemente perseguita dal centrosinistra.

Lo stesso progetto berlusconiano di cancellazione dell'art. 18 era nella logica liberista del governo D'Alema e fu sostenuto con una proposta di legge degli ultras diessini Ichino e De Benedetti; nè vanno dimenticate le avances dalemiane sul ridimensionamento dell'istituto del contratto collettivo nazionale di lavoro e sulle pensioni in favore della generalizzazione del sistema contributivo, già appoggiata da Cofferati, e che ora dall'interno della maggioranza governativa si rilancia come moneta di scambio con il congelamento della cancellazione dell'art. 18.

La volontà del governo Berlusconi di ridimensionare il ruolo dei sindacati e massimamente della CGIL, esplicitato nel passaggio dalla "concertazione" al "dialogo sociale", si spiega non solo per l'accordo con la Confindustria e il decisionismo che caratterizzano il signore di Arcore ed i suoi accoliti, ma con un cambiamento di fase rispetto al passato anche recente.

Oggi non si tratta esclusivamente di accodarsi al modello di mercato del lavoro americano di cui Berlusconi è alfiere, bensì di gestire il processo successivo alla tappa già raggiunta dell'Europa monetaria, di consolidare il mercato del lavoro europeo sempre più integrato a Est nel 2004 e deregolamentato secondo le linee guida indicate dal FMI e dalla Banca Centrale Europea; al sindacato resta la contrattazione parziale, regionale, locale, sulle condizioni d'impiego della forza lavoro, la partecipazione alla gestione degli ammortizzatori sociali, degli arbitrati, dei fondi pensione, della formazione.

Il ruolo dei sindacati confederali ne uscirebbe ridimensionato, non cancellato.

L'attacco alla CGIL da parte di Berlusconi è, invece, particolarmente virulento, perché nei fatti oggi il sindacato di Cofferati si pone come polo di raccordo e coagulo di massa, in aperta concorrenza con il centrodestra; è l'ultima carta politica che ha in mano il centrosinistra per tentare di risalire la china.

CGIL-CISL-UIL: LA CONCERTAZIONE INFINITA.

La concertazione non è morta, perché, mentre sull'art. 18 lo scontro è reale ed assume una dimensione simbolica politicamente rilevante, i sindacati concertativi hanno continuato tranquillamente a firmare negli ultimi mesi contratti che esaltano flessibilità e meritocrazia e penalizzano salarialmente i/le lavoratori/trici (vedi i contratti di chimici, edili, tessili, settore gas-acqua, bancari, la vergognosa chiusura della "vertenza" dell'ALITALIA che ha derubato i lavoratori di quote di salario trasformate forzosamente in azioni aziendali, e soprattutto l'accordo quadro farsa sul Pubblico Impiego e la Scuola con la conseguente revoca da parte di CGIL-CISL-UIL dello sciopero generale dei dipendenti pubblici dello scorso 15 febbraio; mentre il 2 maggio i tre sindacati confederali hanno sottoscritto con il Comune di Milano l'"intesa per l'occupazione").

Ancora, sulle altre deleghe CGIL-CISL-UIL sono generiche, non ne chiedono il ritiro o lo stralcio, ma solo "sostanziali modifiche".

Infatti, se pare che esprimano contrarietà alla proposta governativa della decontribuzione dal 3 al 5% sui versamenti previdenziali dei padroni, che nel giro di qualche anno farebbe sballare i conti dell'INPS portandolo inevitabilmente alla privatizzazione, sulla trasformazione obbligatoria del TFR in fondi pensione i confederali concordano pienamente perché hanno da portare a casa i fondi chiusi cogestiti con le aziende, che hanno già concertato di estendere al Pubblico Impiego, difendendo a spada tratta un lucroso business (il COMETA, fondo di categoria dei metalmeccanici, ha di recente superato il traguardo del miliardo di euro di patrimonio).

Sul libro bianco, che rappresenta il cuore delle proposte governative in tema di flessibilità, che sistematizza e amplifica il cammino percorso su questa strada dai governi di centrosinistra, che punta a generalizzare il rapporto individuale di lavoro, che vanifica con il referendum preventivo l'efficace esercizio dello sciopero da parte dei lavoratori, CGIL-CISL-UIL sono ampiamente disponibili al confronto.

Sulla controriforma Moratti -che appalta gran parte dell'istruzione superiore a regioni e aziende, ingigantisce la selezione sociale e di censo, sancisce la cancellazione del valore legale del titolo di studio, accelera privatizzazione e mercificazione dell'istruzione- i confederali, firmando lo scorso 4 febbraio l'accordo quadro sul Pubblico Impiego e la Scuola, ne hanno accettato la filosofia di fondo, che, mentre asseconda i processi di esternalizzazione e privatizzazione in corso nelle amministrazioni e nei servizi pubblici, istituisce un tavolo di consultazione e contrattazione permanente sui risvolti pratici della controriforma scolastica.

Analogamente CGIL-CISL-UIL hanno avallato il processo di privatizzazione ed esternalizzazione delle strutture del Servizio Sanitario Nazionale, che produce la devastazione sistematica del diritto alla salute con l'aumento dei carichi di lavoro per i tagli al personale, la drastica diminuzione della qualità dell'assistenza, l'introduzione delle cooperative del lavoro interinale.

Infine la controriforma fiscale -che, limitando a due le aliquote, mette in discussione il carattere progressivo, costituzionalmente garantito, della tassazione, penalizza i ceti meno abbienti e fa risparmiare annualmente ai più ricchi fino a centinaia di migliaia di euro- non pare particolarmente nel mirino dei sindacati concertativi, dopo che hanno subito passivamente dai governi di centrosinistra significativi accorpamenti delle aliquote che hanno favorito i redditi più elevati.

IL RUOLO DEI COBAS.

Comprimere i salari, flessibilizzare e precarizzare al massimo la forza lavoro, privatizzare e/o aziendalizzare ciò che è pubblico, espropriare il lavoro dipendente dei suoi più efficaci strumenti di lotta per moltiplicare occasioni e modalità di estrazione e di accumulazione del profitto: è questa la linea generale delle forze capitaliste (di destra o centrosinistra poco importa) in Italia, in Europa, nel mondo. Cambiano le forme e le articolazioni sociali dei rapporti di produzione e di sfruttamento, ma resta confermata e diviene più pervasiva la contraddizione di fondo della nostra epoca: lo scontro tra capitale e lavoro.

In uno scenario di tal fatta i lavoratori e le lavoratrici più coscienti e combattivi/e non possono rinchiudersi in una battaglia difensiva all'interno del proprio posto di lavoro, settore o categoria; tale battaglia è sacrosanta e può produrre risultati positivi, diviene però insufficiente quando è costretta a confrontarsi con questioni di carattere generale esterne al singolo luogo di lavoro, ma che gravano sulla pelle di tutti/e gli/le sfruttati/e.

Occorre perciò la mobilitazione dell'intero schieramento del lavoro dipendente "stabile" e precario che fronteggi l'offensiva liberista del centrodestra, che respinga le sirene ammiccanti di un centrosinistra che ha riscoperto improvvisamente velleità oppositive e riesca a scrollarsi di dosso la cappa di controllo dei sindacati concertativi, pur se adesso hanno ripreso a mostrare un volto "conflittuale".

La costruzione di questo ampio fronte di lotta avviene sul fondamentale terreno sindacale, ma si allarga al più generale terreno politico per contrastare le dinamiche aggressive del capitale che innervano tutti i gangli delle attività umane. Partendo dal conflitto sui luoghi di produzione, i lavoratori e le lavoratrici devono compiere un salto di qualità misurandosi direttamente, senza delega ad altre forze, nella battaglia contro la cultura del profitto, contro la politica generale delle classi dominanti e le sue derive guerrafondaie, militariste, razziste, fascistoidi, securitarie.

L'autorganizzazione e i Cobas sono tra i principali protagonisti di questo gigantesco processo conflittuale che ha come posta in gioco la liberazione umana dalla schiavitù capitalistica e dalla barbarie della guerra.

Ne deriva la necessità della costituzione su basi antagoniste e anticapitaliste di un'organizzazione politico-sindacale-sociale-culturale che si sedimenti in tutti i comparti del lavoro dipendente, pubblico e privato, "stabile" e precario, comunque sottoposto al comando e processo di valorizzazione del capitale: questo è l'obiettivo cui miriamo.

Obiettivo tanto più imprescindibile se consideriamo la fase attuale, caratterizzata da forti mutamenti degli assetti politico-sociali, dalla ripresa e affermazione della destra in Europa ed in Occidente, dalla diffusione della guerra permanente, dalla comparsa duratura di un movimento antiliberista internazionale particolarmente massificato nel nostro Paese, dalla pesante aggressività in Italia del progetto di modernizzazione corporativa e antisociale del governo Berlusconi, cui corrisponde un rilancio del conflitto sociale e della lotta contro la guerra con al suo interno una presenza altamente significativa dei Cobas, dei movimenti anticapitalistici, ma anche una capacità di mobilitazione molto forte della CGIL, un ritorno in chiave oppositiva del centrosinistra, che possono sciaguratamente condizionare in senso concertativo o spingere verso subalterne posizioni frontiste le lotte di lavoratori e lavoratrici e dei soggetti sociali penalizzati dal modello di sviluppo liberista.

Un atteggiamento coerentemente anticapitalista da parte dell'insieme del lavoro dipendente e del movimento di lotta non è scontato, da qui l'indispensabilità dell'estensione del radicamento dei Cobas a livello di massa.

IL PERCORSO DELLA CONFEDERAZIONE COBAS: LE GIORNATE DI GENOVA.

Fare un bilancio dei tre anni di vita della Confederazione Cobas, nata nel marzo '99 dalla fusione tra i Cobas della Scuola e il Coordinamento Nazionale Cobas, non è semplice, perché la storia ha subito in tale periodo e soprattutto in quest'ultimo anno -dalla vittoria del maggio 2001 di Berlusconi alle giornate di Genova, dalle stragi dell'11 settembre alle torri gemelle e al Pentagono alla guerra in Afghanistan e ai massacri contro il popolo palestinese, dagli scioperi autorganizzati allo sciopero generale- un'accelerazione per certi versi imprevedibile.

Certo il peso politico, l'insediamento sindacale e sociale della Confederazione è aumentato dopo Seattle e ancor più da Genova in avanti; la capacità di suscitare mobilitazioni, di orientare consistenti settori politici e sociali fra i senza proprietà e senza potere, di aprire nel mondo del lavoro vertenze sindacali di carattere generale, di contribuire in maniera rilevante alla ripresa del conflitto sociale, è stata di notevole impatto.

Siamo riusciti nei drammatici ed esaltanti giorni di Genova non solo a mettere la questione dello scontro tra capitale e lavoro al centro dell'attenzione ed in parte della successiva prassi del movimento antiglobalizzazione, che nella battaglia contro il G8 ha realizzato le più grandi manifestazioni antagoniste di massa del dopoguerra senza la partecipazione della "sinistra" compatibilizzata e dei sindacati concertativi. Ma abbiamo anche posto sul tappeto una decisa opzione anticapitalista che è stata raccolta con favore da numerose realtà antagoniste e alternative -italiane ed internazionali- del movimento di lotta. Abbiamo avuto modo di valorizzare un'esperienza autorganizzata, per molti risvolti originale e radicale, come la nostra, che ha riscosso interesse e simpatia e che a sua volta è stata arricchita dalla conoscenza di percorsi conflittuali e organizzativi differenti, ma che esprimono tensioni politiche similari di cui far tesoro per future convergenze mobilitative e per la generalizzazione su scala europea e mondiale di lotte e obiettivi anticapitalistici.

LO SVILUPPO DEL MOVIMENTO ANTILIBERISTA.

Dal dicembre '99, in piena epoca clintoniana, durante il summit del WTO a Seattle ha fatto irruzione sulla scena politica mondiale il movimento antiliberista, che nelle sue successive iniziative di lotta contro i raduni dei potenti della terra, da Washington a Praga, da Nizza a Quebec city, da Napoli a Göteborg e a Genova ha acquisito una elevata maturità politica, ha esteso il suo radicamento di massa in varie aree geografiche dell'Occidente, ha messo a punto una radicalità di contenuti, una capacità di contestazione permanente ai processi di globalizzazione capitalistica, che lo qualificano come il possibile concreto movimento di opposizione reale allo stato di cose presente.

Perciò i vari governi capitalistici hanno messo in atto una feroce repressione servendosi di apparati polizieschi sempre più numerosi ed armati che non hanno esitato neanche di fronte alle torture e all'omicidio del compagno Carlo Giuliani per terrorizzare e distruggere un movimento che invece si è rivelato indomabile.

Le agghiaccianti stragi dell'11 settembre, che, con il loro sinistro carico di terrore e morte, potevano spingere in un angolo, disperdere e ridurre all'afasia il popolo di Seattle e di Genova, hanno fallito questo obiettivo. Nonostante le enormi difficoltà e gli sbandamenti iniziali, il movimento è riuscito ad allargare, soprattutto in Italia, lo spazio sociale e la credibilità ideale e politica nella sua mobilitazione contro l'intervento militare in Afghanistan e la guerra permanente di Bush e nella vasta campagna di solidarietà in corso contro i massacri del criminale di guerra Sharon e per il diritto del popolo palestinese alla terra, alla pace e alla libertà.

Lo sterminato corteo (quasi 500.000 partecipanti) dello scorso marzo a Barcellona è la riprova, dopo Genova, della grande vitalità del movimento; i 100.000 manifestanti del 20/21 aprile a Washington contro il FMI e in solidarietà con la Palestina, segnano la rottura militante della cappa di terrore vigente in USA dopo l'11 settembre e testimoniano che anche la cittadella dell'imperialismo non è immune dal dilagare del virus antiliberista.

LA CONFEDERAZIONE COBAS ALL'INTERNO DEL MOVIMENTO ANTILIBERISTA.

I controvertici di Porto Alegre del 2001 e soprattutto quello del 2002, in cui nell'arco di un anno è più che raddoppiata la partecipazione, hanno visto tante realtà di movimento provenienti da ogni angolo del globo confrontarsi sulle grandi questioni della guerra e della pace, dei diritti e delle libertà individuali e collettive, del lavoro, del cosa, come e per chi produrre, dell'acqua, del cibo e dell'ambiente, di uno sviluppo equo e solidale, delle differenze di genere, di una scienza al servizio dell'umanità e non del capitale, della cultura e della salute non mercificate, della cooperazione e solidarietà tra i popoli,... e tracciare i primi passi del lungo cammino in direzione di un nuovo mondo possibile.

Sull'ultimo Porto Alegre sono calati, come corvi, sindacalisti concertativi, parlamentari ed esponenti della "sinistra liberista" italiana ed internazionale, in cerca di agganci con i settori più moderati del movimento, per rifarsi un look conflittuale, che da tempo hanno perduto o non hanno mai avuto; nè sono mancate dagli stessi summit ufficiali di New York e Ottawa lusinghe nei confronti del movimento da parte di autorità sovranazionali, ministri e banchieri per smussarne la radicalità, proponendo terreni di dialogo per la progettazione comune di una "globalizzazione a misura d'uomo". Tali patetici tentativi, pericolosi nella loro ricerca di rottura dell'unità del movimento per farne emergere una parte "responsabile", più conciliante, da legittimare istituzionalmente, sono anche significativi del livello di massa dei consensi raggiunti oggi e ancor più estendibili in futuro dal popolo di Porto Alegre, con cui sia i potenti del mondo che gli oppositori di sua maestà sono costretti a fare i conti, cercando di circoscriverne le enormi potenzialità.

Siamo consapevoli che è abbastanza difficile che un movimento dalle crescenti dimensioni di massa, come quello riconosciutosi in Porto Alegre, abbia già acquisito una posizione complessiva anticapitalista; nè disconosciamo l'importanza di evitare contrapposizioni astrattamente ideologiche per mantenere il bene prezioso della sua unità.

Lavoriamo però con tutta la nostra passione a far emergere con forza le opzioni coerentemente anticapitalistiche presenti al suo interno, perché possano divenire patrimonio comunemente condiviso; ai tatticismi mediatori al ribasso, preferiamo la battaglia politica limpida, non settaria, ma che non rinunci ad affermare e a far avanzare nella pratica il necessario punto di vista anticapitalista.

In tal senso ci siamo mossi a Porto Alegre sulla questione della guerra e del terrorismo, sul documento dei movimenti sociali, sulla contestazione ai parlamentari,... E abbiamo scoperto convergenze molto più vaste di quel che pensavamo con organizzazioni e movimenti di lotta, lontane da noi per area geografica ed esperienza concreta, ma in evidente sintonia con la lotta generale anticapitalista.

I nostri rapporti sindacali e politici a livello internazionale vanno estesi e consolidati, ma è stato importante cominciare a impostarli con grande chiarezza e reciproco rispetto; occorre ovviamente intensificarli e approfondirli.

Fondamentale, tornando alle vicende italiane, è stata ed è la presenza della Confederazione Cobas nel Genoa Social Forum prima e nei Forum Sociali territoriali e a livello nazionale adesso. Abbiamo contrastato derive leaderistiche; sul funzionamento interno delle istanze collettive del movimento ci siamo battuti contro una concezione dell'organizzazione burocratica e per una sua gestione trasparente e democratica.

Importantissimo il nostro ruolo nella lotta contro la guerra permanente di Bush; abbiamo impedito che la manifestazione del 27 settembre a Napoli contro la NATO fosse confinata in uno stadio o al chiuso e il corteo si è ripreso il centro città e Piazza Plebiscito; non abbiamo esitato ad andare allo scontro politico aperto e aspro per sostenere nella Perugia-Assisi le ragioni fermissime contro la guerra di Bush; siamo stati l'anima di tante manifestazioni territoriali contro la guerra in Afghanistan; siamo stati decisivi, vincendo molte paure e tiepidezze, per la riuscita della grande manifestazione nazionale dei 150.000 contro la guerra del 10 novembre a Roma, che ha ridicolizzato i pasdaran della guerra a stelle e strisce raccolti da Giuliano Ferrara in poche decine di migliaia in piazza del Popolo.

Nè sono mancati il nostro appoggio e la nostra presenza nelle mobilitazioni territoriali di ottobre/dicembre degli immigrati contro l'infame disegno di legge Bossi/Fini, che sono sfociate nel grandissimo corteo dei 150.000 a Roma il 19 gennaio.

Abbiamo espresso la nostra appassionata solidarietà al martoriato popolo palestinese con la campagna in corso che ha visto la grande manifestazione nazionale dei 70.000 a Roma il 9 marzo; la successiva giornata di mobilitazione nazionale del 6 aprile, in cui CGIL-CISL-UIL e il centrosinistra si sono ricoperti di vergogna ritirando in piazza l'adesione al corteo perché troppo sbilanciato al fianco del popolo palestinese; mentre il 25 aprile, nelle nostre mobilitazioni, al ricordo della Liberazione e della Resistenza partigiana contro il nazifascismo si è giustamente intrecciato il sostegno alla Resistenza del popolo palestinese in lotta per il diritto ad esistere.

GENERALIZZARE IL CONFLITTO SOCIALE E L'ANTICAPITALISMO.

Tra maggio e giugno 2001 abbiamo contribuito, insieme a centri sociali, collettivi territoriali e politici, ampi settori del movimento antagonista, collocati sia all'interno che all'esterno dei Forum Sociali, alla costituzione del Network per i Diritti Globali su chiare posizioni anticapitaliste; il Network ha svolto un ruolo non secondario nelle giornate di Genova, coagulando, con i Cobas, la massa critica degli inflessibili contro il G8.

Si è ottenuto nell'immediato il risultato di aggregare le forze radicali, ma non si è costruita una prospettiva di più lungo periodo, e per la brevità del tempo a disposizione per orientare ed amalgamare un processo complesso, e per le divergenze tra alcune componenti del Network dovute a differenti valutazioni politiche e a diversità di esperienze pratiche. Il limite del Network è consistito nella sua nascita affrettata, per altro obbligata, se si voleva controbilanciare il peso delle componenti moderate all'interno del Genoa Social Forum.

Occorre perciò riprendere con pazienza e continuità il filo del discorso, che in realtà non si è mai interrotto, ma si è trascinato frammentariamente, sommerso dal crescendo di mobilitazioni di questi ultimi mesi; si tratta, magari partendo dai rapporti più stretti che si sono intrecciati dopo Genova con alcune di queste realtà antagoniste, di ampliare i termini della discussione sul ruolo che -nei territori, nelle battaglie quotidiane per una nuova qualità della vita, nelle lotte antimilitariste e internazionaliste, antifasciste e antirazziste, ma anche sul terreno della polverizzazione del lavoro nero e precario, sul diritto alla salute, alla cultura, alla casa, agli spazi non mercificati di socialità- possa svolgere un soggetto anticapitalistico autorganizzato, quale forma rappresentativa debba assumere (rete - consulta - movimento), con quale metodo le decisioni vengano prese e rispettate.

Si pone quindi la questione della costruzione di un'istanza collettiva democratica con cui la Confederazione Cobas si rapporti e attraverso cui si possa rendere visibile la tendenza anticapitalistica all'interno dell'opposizione sociale al modello liberista-presidenzialista dominante.

La messa a punto di un progetto comune, insieme alla costruzione di una rete di alleanze politico-sociali non effimere nè strumentali, è oltremodo necessaria per affrontare il conflitto in una fase in cui vengono via via erosi gli spazi di mediazione propri della democrazia politica, mentre è in incubazione una svolta autoritaria che ricorre sempre più spesso alla soluzione militare/poliziesca/giudiziaria per piegare le insorgenze anticapitaliste.

LA CONFEDERAZIONE COBAS E I FORUM SOCIALI.

La Confederazione Cobas oggi all'interno dei Forum Sociali ha una presenza e un ruolo riconosciuti, con i propri contenuti anticapitalistici, senza partecipare a cordate organizzate per mero tatticismo politico. I Forum Sociali costituiscono luoghi di discussione, organizzazione e mobilitazione politico-sociale importanti; per questo, dopo Genova, le forze del liberismo dal "volto umano", del centrosinistra e dei sindacati concertativi hanno intrapreso un pressing asfissiante per compatibilizzarne le scelte politiche. Perciò sottolineiamo la non esaltante partecipazione di diversi Forum Sociali a scioperi e manifestazioni dei Cobas e del sindacalismo di base, mentre è stata convinta la loro adesione alla manifestazione del 23 marzo della CGIL, nonostante non fosse stato loro consentito di parlare dal palco sindacale; così come ambiguo è stato il loro ruolo durante lo sciopero generale del 16 aprile, poiché hanno scelto ipocritamente di scendere in piazza un po' con CGIL-CISL-UIL, un po' con i Cobas e il sindacalismo di base.

Prendiamo atto di questa situazione, ma manteniamo la barra dritta, continuando il nostro lavoro dentro i Forum Sociali con autonomia e spirito critico; la lotta contro gli evidenti tentativi di condizionamento su posizioni moderate del movimento antiliberista, va fatta apertamente e con ricchezza di argomentazioni, ma anche moltiplicando e qualificando politicamente il nostro impegno per la riuscita delle prossime manifestazioni, a cominciare da quelle di giugno a Roma sulla FAO e al summit di Siviglia del 20/22 giugno, fino a quelle in Palestina del 26/28 giugno nel 35° anniversario della guerra dei sei giorni e a Genova il 20 luglio a un anno di distanza dall'omicidio del compagno Carlo Giuliani. Da subito però dobbiamo puntare al successo politico del Forum Sociale Europeo che si svolgerà a novembre a Firenze. Tale scadenza è importantissima per la crescita del dibattito, del radicamento, della messa a fuoco degli obiettivi del movimento antiliberista europeo, del coinvolgimento delle realtà anticapitaliste che si oppongono all'Europa di Maastricht/Shengen, una sorta di atto fondativo per l'"Europa sociale e dei movimenti" e non la selezione del ceto politico per Porto Alegre 3. La scelta non scontata dell'Italia e di Firenze per tenere questo Forum, avvenuta dopo molte discussioni, è il riconoscimento della radicalità e del carattere di massa del movimento italiano; la Confederazione Cobas è pienamente coinvolta nella preparazione e nella realizzazione del Forum.

LA CONFEDERAZIONE COBAS: DALLA LOTTA CONTRO LA FINANZIARIA ALLA GENERALIZZAZIONE DEGLI SCIOPERI.

Dallo scorso autunno la Confederazione Cobas si è impegnata nella battaglia contro la Finanziaria 2002 , per i rinnovi contrattuali, contro la guerra permanente e per il ritiro delle 4 leggi delega del governo Berlusconi, muovendosi su due direttrici:

1) La costruzione di autonome iniziative di lotta e sciopero di categorie e settori come la scuola, in cui i Cobas hanno un radicamento reale e sono in grado di contrastare con pari peso iniziative "concorrenziali" da parte di sindacati confederali ed autonomi che sono stati costretti a riscoprire velleità conflittuali per le spinte della loro base, tra cui rivendicazioni fondamentali, come stipendi e salari europei, sono divenute patrimonio di tanti/e lavoratori/trici e la rilevanza di proposte controriformistiche strutturali come quelle classiste, selettive e privatizzanti della Moratti, trova un'opposizione di massa che coinvolge milioni di studenti, genitori e gran parte della  collettività. Lo sciopero dei Cobas Scuola e la manifestazione nazionale a Roma del 31 ottobre hanno aperto la strada al conflitto che ha scosso la maggioranza delle scuole italiane, ha stimolato la nascita delle mobilitazioni studentesche culminate nella grande manifestazione del 20 dicembre a Roma contro i cosiddetti stati generali della scuola convocati dalla Moratti all'EUR. Il ruolo di lavoratori/trici della scuola e studenti è stata poi centrale per la riuscita dei successivi scioperi intercategoriali e generali.

2) Con il dispiegarsi dell'offensiva restauratrice di Berlusconi e della Confindustria è divenuta chiara a livello di massa la necessità di costruire lo sciopero generale per contrastare adeguatamente i progetti padronal-governativi. I sindacati concertativi erano titubanti e divisi; gli stessi scioperi dei metalmeccanici di luglio e novembre, in dissenso con la firma del contratto da parte di FIM e UILM e legati alla democrazia di mandato, rilanciavano l'immagine della FIOM come realtà sindacale non pacificata, ma restavano su un terreno limitato, molto importante, ma pur sempre categoriale.

Perciò abbiamo deciso di sperimentare il percorso della generalizzazione degli scioperi. Siamo partiti il 14 dicembre, insieme al S.in Cobas e al Coordinamento Nazionale RSU, allargando lo sciopero del Pubblico Impiego indetto da CGIL-CISL-UIL (ma con l'importante esclusione della scuola e senza manifestazioni di piazza) a tutte le altre categorie e settori in cui siamo presenti; uno sciopero intercategoriale che ci ha visto scendere in piazza insieme a tantissimi studenti in 50.000 nella manifestazione più importante a Roma ed in altre decine di migliaia in corteo a Genova, Bologna, Palermo, Cagliari, Milano.

Il salto di qualità lo abbiamo realizzato il 15 febbraio nello sciopero generale di tutto il sindacalismo di base sostenuto anche dal Coordinamento Nazionale RSU. Non era affatto scontato che, dopo anni di divisioni, di scioperi e manifestazioni separate, si arrivasse ad una scadenza unitaria. Anche in questo caso avevamo fatto coincidere con lo sciopero del Pubblico Impiego dei sindacati concertativi la convocazione da parte delle organizzazioni sindacali di base dello sciopero di tutte le categorie con una manifestazione nazionale e una piattaforma alternative rispetto a quelle di CGIL-CISL-UIL. La revoca da parte di queste ultime dello sciopero si è trasformata in un boomerang nei loro confronti; il nostro sciopero ha avuto successo in tanti luoghi di lavoro, a Roma il 15 febbraio in 150.000 abbiamo riempito piazza San Giovanni nella più grande manifestazione della storia dei Cobas e del sindacalismo di base.

LA CONFEDERAZIONE COBAS E LO SCIOPERO GENERALE DEL 16 APRILE.

Ma, nel montante clima di opposizione generalizzata, la CGIL ha deciso di giocare le sue carte, cavalcando la tigre del conflitto sociale, sfruttando la scia dell'onda lunga prodotta dal movimento antiglobalizzazione, raccogliendo il risveglio dei girotondisti e dell'Ulivo (il centrosinistra sarà pure morto come prospettiva generale in Italia ed Europa, ma intanto riprende a riempire le piazze e ad allungare le sue grinfie sul movimento antiliberista). Esemplare la parabola mediatica di Cofferati (cocco di Lama, figlio della svolta dell'EUR, proveniente dai chimici, federazione che, oltre a firmare i peggiori accordi che hanno accettato le lavorazioni nocive, da sempre ha sfornato i dirigenti confederali più a destra di tutta la CGIL) che -mentre nel '92, durante la rivolta dei bulloni, per parlare in piazza a Torino sul palco sindacale era costretto a farsi proteggere da uno schermo di plexiglas- ora, dopo aver cogestito i processi di flessibilizzazione, immiserimento salariale e decurtazione delle pensioni dei lavoratori da parte dei governi amici di centrosinistra (frutti di quella stagione concertativa ancora oggi ampiamente rivendicati), assurge al ruolo di grande timoniere dei lavoratori, salvatore e superstar della "sinistra".

Per non essere relegata in un angolo dall'offensiva berlusconiana la CGIL ha irrigidito la propria opposizione, giocandosi tutto, azzardando anche la rottura (poi rientrata) con CISL e UIL, lanciando la parola d'ordine dello sciopero generale anche senza le altre confederazioni, convocando, il 23 marzo, quella che è stata la più grande manifestazione della storia dell'Italia repubblicana.

I Cobas ed il sindacalismo di base, di fronte alla riscossa cigiellina, sono riusciti a bloccare il pericolo di essere fagocitati o ridotti al ruolo di testimonianza marginale. Una minoranza del sindacalismo di base, tra cui il S.in Cobas, insieme ai Forum Sociali, si è ritagliato il ruolo di mosca cocchiera, decidendo di essere presente in maniera organizzata per condizionare in senso anticoncertativo la manifestazione. La Confederazione Cobas ha scelto di non partecipare, valutando che, anche a causa del divieto di parola ai Forum Sociali, non ci fossero le condizioni politiche sufficienti per un'operazione di chiarezza. Abbiamo optato per una scelta difficile e "impopolare", consapevoli del fascino che una manifestazione di tale portata e che il richiamo all'unità potesse avere su tantissimi lavoratori ed anche su diversi nostri/e iscritti/e. Non abbiamo ceduto alla tentazione frontista, ma siamo stati presenti con un presidio che, tramite un volantone chiarificatore, invitava lavoratori e lavoratrici a riflettere sull'attacco governativo e confindustriale in atto, sul percorso complessivo dei sindacati di stato e a ripartire dalla costruzione dello sciopero generale su una piattaforma coerente e articolata incentrata sul ritiro delle 4 deleghe, contro il liberismo, la concertazione e la guerra.

La CGIL, con qualche mese di faccia feroce, ha recuperato tutto il dissenso della sua sinistra interna, rientrata nei ranghi in cambio di qualche aggiustamento tattico, celebrando un congresso, che, non rinnegando la concertazione e il feeling con i governi amici, dalle tesi contrapposte con cui era iniziato, si è concluso nell'unanimismo e con l'apoteosi di Sergio Cofferati. Nel contempo l'ostinazione del trio Berlusconi/D'Amato/Maroni le ha permesso di ricucire anche con CISL e UIL e, compatti, i tre sindacati si sono presentati all'appuntamento dello sciopero generale del 16 aprile.

L'ottima riuscita dello sciopero, la partecipazione di milioni di lavoratori ai cortei, la massiccia presenza di tantissimi giovani, precari, delle nuove figure del lavoro atipico, interinale, a tempo determinato, è stata sicuramente una delle connotazioni positive di quella giornata. Ma, accanto a tale rilevante dato sociale, occorre sottolineare lo straordinario successo numerico e politico delle otto manifestazioni alternative (Roma, Milano, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Palermo, Cagliari,... cui hanno partecipato oltre 300.000 lavoratori/trici) dei Cobas e del sindacalismo di base, nell'occasione di nuovo unito, che testimonia, in condizioni difficilissime con la CGIL sulla cresta dell'onda, di un insediamento di massa niente affatto effimero ed occasionale.

I SOGGETTI E GLI STRUMENTI DEL CONFLITTO SOCIALE.

Urge non perdere il bandolo della matassa per il prosieguo delle lotte, per il ritiro delle 4 leggi delega ma anche per l'affermazione di una propria autonoma piattaforma sociale, che si preannunciano complesse e di lunga durata. Occorre dosare le forze e costruire con sapienza le future battaglie.

Una nuova leva sociale, frutto delle ristrutturazioni del ciclo produttivo fordista, ma anche dell'esperienza conflittuale maturata attraverso la partecipazione alle dinamiche del movimento antiglobalizzazione, mostra (lo sciopero generale docet) una grande disponibilità alla lotta. Questo esteso comparto della classe è sensibile ad una mobilitazione di attacco che tende alla conquista di diritti che un tempo si sarebbero definiti minimi, ma di cui oggi tantissimi/e giovani lavoratori e lavoratrici non hanno mai usufruito.

Con una diversa articolazione degli obiettivi, ma sullo stesso fronte possono schierarsi quei settori del lavoro dipendente, i cosiddetti "garantiti", con una quota di diritti che si assottiglia sempre più e che -dagli operai delle grandi fabbriche, agli insegnanti, ai ferrovieri, ai lavoratori dei servizi di pubblica utilità,...- stanno dando prova di grande combattività.

Bisogna quindi riuscire a coniugare con una capillare campagna di lotta la difesa delle conquiste storiche del mondo del lavoro con la generalizzazione dei diritti per tutti/e coloro che ne sono privi/e.

E' importante costruire una presenza Cobas anche tra gli strati sociali extraurbani, in particolare i piccoli coltivatori autonomi, a forte rischio di proletarizzazione, schiacciati tra l'impresa agricola capitalistica e le multinazionali dei fertillizzanti, dei diserbanti, degli Organismi Geneticamente Modificati. La parte più combattiva dei contadini ha dato vita alle prime organizzazioni di base e si è già resa protagonista di significative lotte contro gli OGM e la difesa della naturalità degli alimenti e dell'ambiente.

Sarà necessario organizzare altri scioperi generali, ma anche di categoria, di area e d'azienda, cortei e manifestazioni, azioni dirette e campagne referendarie, costruire le condizioni sociali, culturali e politiche, perché si avvii il processo di ricomposizione e di riconoscimento comune degli interessi e dei diritti di tutti/e gli/le sfruttati/e.

La campagna referendaria per l'estensione dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (giusta causa) e dell'esercizio dei diritti sindacali alle aziende con meno di 15 dipendenti, per la cancellazione della legge della parità scolastica che finanzia le scuole private, in difesa dell'ambiente e contro le emissioni da elettrosmog, l'uso dei pesticidi, la costruzione degli inceneritori -che, con altre forze della sinistra non compatibilizzate, ci impegna nella raccolta delle firme fino ad estate inoltrata- è una grossa opportunità politica per generalizzare la battaglia sui diritti, incrinare l'attacco confindustrial-governativo e neutralizzare quel centrosinistra che cerca di rifarsi una verginità politico-sindacale inesistente. Nel contempo è un veicolo di crescita della nostra influenza sociale, nei luoghi di lavoro, nei territori, ci permette di sedimentare rapporti politici, entrare in contatto con tanti/e lavoratori/trici, moltiplicare le possibilità della lotta e dell'autorganizzazione.

La campagna referendaria è anche il primo grande momento di massa in cui costruire, accanto agli obiettivi irrinunciabili del ritiro delle 4 deleghe, una piattaforma generale e articolata che sia la base per l'allargamento del conflitto sociale autorganizzato.

LA PIATTAFORMA DI LOTTA.

1) IL SALARIO.

A eguale moneta eguale salario: è una parola d'ordine obbligata dopo l'entrata in vigore dell'euro; i salari di un metalmeccanico, infermiere, insegnante italiano sono inferiori mediamente del 25-30% dei pari qualifica tedesco, francese, inglese.

La battaglia per la conquista del salario europeo, partita dalla scuola, può essere l'elemento unificante che i Cobas devono sostenere in tutti i rinnovi contrattuali di categoria o aziendali. Tale obiettivo è cominciato ad entrare nell'immaginario collettivo del popolo lavoratore. Rimettere al centro dello scenario politico-sociale il salario, come bisogno incomprimibile di lavoratori e lavoratrici e variabile indipendente dalle compatibilità capitalistiche, mira a far saltare l'architrave della concertazione, quegli accordi del luglio '93 che legavano il salario all'inflazione. Da allora è stato impossibile contrattare aumenti salariali, ma solo rincorse a posteriori ad un'inflazione programmata inferiore a quella reale.

Va fatta una battaglia per il recupero di quegli adeguamenti salariali automatici (scala mobile, scatti di anzianità) che in passato difendevano il potere d'acquisto dei salari, sottratti alla tirannia dei diktat padronali o alla dipendenza dalla capacità di contrattazione dei burocrati sindacali di turno.

2) LA GENERALIZZAZIONE DEI DIRITTI.

L'estensione dell'art. 18 a tutti/e i/le lavoratori/trici delle aziende con meno di 15 dipendenti e forme analoghe di protezione dai licenziamenti senza giusta causa per i lavoratori "autonomi" e subordinati. Divieto dei licenziamenti collettivi, comunque camuffati, nei processi di ristrutturazione che comportano la vendita di segmenti o di interi comparti produttivi (come si minaccia nella vicenda Fiat-General Motor). Rinuncia definitiva al libro bianco di Maroni, la cui gestazione, è iniziata sotto il governo dell'Ulivo, che rappresenta l'anello di congiunzione tra centrosinistra e centrodestra, il vero strumento di gestione delle politiche della flessibilità e della deregulation globale del mercato del lavoro. Abrogazione del pacchetto Treu, del lavoro interinale, della contrattazione individuale; trasformazione, dopo sei mesi, dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. A eguale mansione, eguale salario per uomini e donne. A eguale mansione eguale salario tra lavoratori delle cosiddette cooperative sociali e lavoratori dipendenti dall'ente pubblico o dall'azienda "madre". Garanzia per tutti/e gli/le erogatori/trici di forza lavoro della vigenza dell'istituto del contratto collettivo nazionale di lavoro; estensione delle garanzie previste per il lavoro dipendente a tutto il lavoro "atipico", ai collaboratori coordinati continuativi. No al nuovo Statuto dei lavori confezionato dall'accoppiata Amato/Treu. Massima vigilanza per evitare fregature nell'eventuale trattativa sugli ammortizzatori sociali fra governo e CGIL-CISL-UIL.

3) PENSIONI E LIQUIDAZIONI.

Lavoriamo per vivere, non viviamo per lavorare. Va bloccato ogni tentativo di prolungare ulteriormente l'età pensionabile, anche sotto forma dell'opportunità di rimanere al lavoro avendo già maturato il diritto di andare in pensione; a ciò puntano non solo il governo Berlusconi, ma anche CGIL-CISL-UIL. Al contrario si deve abbassare l'età pensionabile, sia perché non siamo schiavi di alcuna etica lavorista e vogliamo limitare al massimo lo sfruttamento del lavoro salariato, sia perché serve ad aumentare l'occupazione. Vanno difese le pensioni di anzianità, che invece CGIL-CISL-UIL hanno accettato di smantellare entro il 2008. Va cancellato il sistema a capitalizzazione che ha decurtato vistosamente le pensioni, che devono essere invece calcolate sulla media stipendiale degli ultimi cinque anni di lavoro.

La diffusione generalizzata dei fondi pensione è un obiettivo strategico di padroni e sindacati per dare vigore ad un mercato finanziario in Italia ancora abbastanza asfittico. Negli USA i fondi pensione, in cui sono investiti migliaia di miliardi di dollari, sono l'asse portante del processo di finanziarizzazione dell'economia; la recente bancarotta della Enron ha bruciato i risparmi di decine di migliaia di lavoratori/trici.

Va quindi fermato il processo di allargamento coatto delle pensioni private, pertanto le liquidazioni (TFR), che sono soldi dei lavoratori, non vanno trasferite obbligatoriamente ai vari fondi pensione, anzi, dopo almeno un anno di lavoro, ogni dipendente deve avere il diritto di prelevare la quota di liquidazione maturata.

4) RIDUZIONE GENERALIZZATA DELL'ORARIO DI LAVORO A PARITÀ DI SALARIO E DI RITMI.

Gli orari di lavoro, in Italia, sono fermi alle conquiste dell'autunno caldo. Le 40 o 38 o 36 ore che sanciscono l'entità temporale della prestazione lavorativa settimanale, sono in realtà distanti dall'orario reale, che attraverso l'intensificazione degli straordinari mediamente raggiunge le 44 ore settimanali, con punte di 48-50 nell'edilizia, le piccole fabbriche, i laboratori artigiani,...

Ridurre in maniera generalizzata e sensibile l'orario (non più di 30 ore a settimana), a parità di paga e senza intensificazione dei ritmi, significa guadagnare tempo liberato dal lavoro salariato, diminuire il tasso di sfruttamento, contribuire ad aumentare l'occupazione. La lotta per la riduzione d'orario è' una battaglia di civiltà, che negli ultimi anni ha segnato il passo nel nostro Paese, ma anche in tutta Europa. La stessa legge delle 35 ore in Francia, che, pur con una riduzione limitata, poteva costituire un primo passo in controtendenza rispetto al resto del continente, è stata in gran parte vanificata e dalla sua relativa applicazione e da leggi che hanno reso più agevole il ricorso agli straordinari. E' la globalizzazione capitalistica che spinge verso l'aumento degli orari reali e l'intensificazione della flessibilità e dei ritmi.

Anche per questo è evidente che la lotta per la riduzione d'orario va rilanciata con forza su scala europea, partendo concretamene dal blocco degli straordinari e dell'intensificazione dei ritmi, costruendo una campagna di controinformazione che sfoci in mobilitazioni, giornate di lotta e anche scioperi a livello internazionale. Occorre condurre una grande battaglia culturale contro l'egemonia capitalistica costruita sull'etica dell'alienazione del lavoro, ma anche contro l'ottica sindacale-socialdemocratica fondata sul presunto riscatto dell'umanità tramite il lavoro salariato. Deve maturare il nuovo paradigma, secondo cui la questione non è "lavorare meno per lavorare tutti", bensì "lavorare tutti per lavorare meno", redistribuendo il lavoro socialmente necessario.

5) REDDITO SOCIALE PER TUTTI/E COLORO CHE NE SONO PRIVI/E.

Tale obiettivo non solo è stato avanzato da larghe fasce sociali anticapitalistiche soprattutto giovanili, ma sta guadagnando terreno nella discussione del mondo sindacale e, in maniera distorta (salario o reddito minimo d'inserimento) tendente ad estendere le forme del controllo sociale, anche sul terreno istituzionale. Piuttosto finora a livello di movimento di lotta sono mancati i passaggi materiali, le articolazioni pratiche, con le quali realizzare il coinvolgimento e la forza di massa necessaria per il suo ottenimento. Ciò è indispensabile, considerate le diverse stratificazioni interne ai lavoratori precari e ai disoccupati. Bisogna individuare concretamente le tappe intermedie attraverso cui riesca a maturare l'obiettivo.

Per esemplificare si deve lottare per la gratuità totale dei servizi sociali e della casa per tutti i disoccupati, per la garanzia del salario pieno per i cassintegrati e i lavoratori in mobilità, per un'erogazione di reddito che sottragga al ricatto di lavorazioni nocive e belliche; occorre mettere al centro del nostro percorso conflittuale la battaglia per il salario al lavoro domestico e ai lavori di cura, che attualmente gravano, tramite l'onere di prestazioni gratuite, soprattutto sulle spalle delle donne.

Partendo dalla materialità delle mobilitazioni si può arrivare a veicolare a livello di massa un obiettivo che -sganciando la garanzia del reddito dall'obbligo della prestazione lavorativa e legandolo al diritto all'esistenza di ogni essere umano- forza l'orizzonte del lavoro salariato; l'importante è che la rivendicazione epocale scenda dal cielo dei sacri principi e s'incarni in movimenti reali comunicanti tra loro e che evitino incomprensioni o letali guerre tra poveri o anche sudditanze ai governi di turno.

6) RITIRO DELLA LEGGE BOSSI/FINI; PARITÀ SALARIALE E NORMATIVA, DIRITTI EGUALI PER IMMIGRATI/E E ITALIANI/E.

Secondo dati della Caritas gli immigrati costituiscono in Italia il 3% della popolazione ed oltre il 4% della forza lavoro (più di 40 miliardi di euro la ricchezza da essi prodotta). Gli immigrati svolgono un ruolo essenziale nel processo di divisione e segmentazione del mercato del lavoro, ricoprendo le mansioni più pesanti, a rischio, sfruttate e mal pagate del ciclo produttivo. Il disegno di legge Bossi/Fini, con il famigerato contratto di soggiorno, riduce gli immigrati a merce assoluta da spremere e buttare via, costretti ad accettare qualsiasi ricatto padronale o lavoro servile per ottenere/mantenere il permesso di soggiorno; con l'aggravamento delle sanzioni nei confronti dei "clandestini" conferma e peggiora la scelta dei centri di detenzione provvisoria inaugurati dalla legge Turco/Napolitano.

Non si tratta per noi "solo" di una doverosa battaglia antirazzista, ma di una lotta del tutto interna al mondo del lavoro, perché, se gli immigrati, soggetti più deboli, verranno schiavizzati, i padroni imporranno condizioni lavorative più dure a tutti/e.

Per la Confederazione Cobas gli immigrati sono elemento fondamentale nel processo di ricomposizione del nuovo proletariato multietnico che emerge dai percorsi della globalizzazione capitalistica.

Dalla primavera del 2000 gli immigrati hanno sviluppato un vasto movimento di lotta che ha già strappato decine di migliaia di nuovi permessi di soggiorno non previsti dalle precedenti quote, che oggi ha come obiettivo centrale il ritiro della Bossi/Fini, la conquista del permesso di soggiorno per tutti/e, la chiusura dei centri di detenzione (veri e propri lager in cui vengono imprigionati immigrati "clandestini" che non hanno commesso alcun reato); l'esaudimento di tali pregiudiziali può essere un volàno per suscitare nuove rivendicazioni sindacali sociali e politiche, dal diritto ad un lavoro con paga eguale a quella degli italiani, al diritto alla casa, alla salute, alla scuola, al voto.

7) SCUOLA, SANITÀ, CASA, SICUREZZA SUL LAVORO, DIRITTI SOCIALI E INDIVIDUALI.

L'istruzione non è una merce, la scuola non è un'azienda: sono idee forza largamente diffuse non solo tra insegnanti e studenti, ma anche in gran parte degli strati sociali popolari. La Moratti continua e accentua l'opera di privatizzazione e demolizione della scuola pubblica portata avanti da Berlinguer e De Mauro. Contro la sua controriforma si è coagulato un vasto fronte di lotta, di cui i Cobas sono il cuore e la massa critica che le sta sbarrando la strada; la "riforma" Moratti comunque pare difficilmente realizzabile a partire dall'inizio del prossimo anno scolastico. Si rende necessario un altro sforzo nella mobilitazione per la difesa e il potenziamento della scuola pubblica che deve coinvolgere tutta la Confederazione, gli studenti e il movimento antiliberista, ricercando anche un'unità più larga con altri soggetti politici e sindacali, ma nella più assoluta chiarezza, battendo il tentativo della CGIL di riaccreditamento delle vecchie e non rimpiante soluzioni berlingueriane. In proposito è importantissima la battaglia referendaria sull'abrogazione della legge di parità che sovvenziona le scuole private.

Nella sanità va combattuta la filosofia derivante dall'aziendalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale a partire dal perverso sistema di finanziamento creato con la tariffazione delle patologie, che provoca lo sfondamento dei tetti di spesa per la prevedibile rincorsa degli ospedali a produrre prestazioni ed in particolare quelle più remunerative. Sfondamento che i cittadini pagano con aumenti di tasse, come nella Lombardia del ciellino Formigoni che ha aumentato l'IRPEF per ripianare i bilanci; sfondamento che i cittadini pagano con una politica di riduzione dei servizi e dell'assistenza, soprattutto per i tagli operati sul personale (blocco del turn over, mancata sostituzione di malattie e maternità,...), che provocano un aumento inaccettabile dei carichi di lavoro degli operatori sanitari e una reale emergenza infermieristica. La sanità aziendalizzata riduce la salute a merce acquistabile dai più abbienti con l'introduzione delle assicurazioni sanitarie integrative, è dominata dalla più spietata logica del profitto, subordinando ad essa la vita dei cittadini, e rappresenta un vero e proprio racket della salute che si realizza con i soldi pubblici. Il governo Berlusconi e il ministro Sirchia, con la reintroduzione dei ticket e la privatizzazione degli enti di ricerca, prevenzione e cura, hanno calcato la mano. Va ribadito con la lotta che la salute non è un lusso di pochi, ma un diritto di tutti/e.

Vivere in un'abitazione decente è il minimo che possa spettare agli esseri umani. Nel nostro Paese c'è un vivace movimento di lotta di occupanti e inquilini con cui in alcune situazioni i Cobas hanno rapporti di cooperazione; tali rapporti sono da consolidare. Vanno sanate tutte le occupazioni esistenti tramite l'assegnazione degli appartamenti agli occupanti o il passaggio da casa a casa. Vanno rilanciati i piani per l'edilizia popolare. Occorre reintrodurre il canone sociale per tutte le famiglie a basso reddito. Le case degli enti in vendita vanno cedute con forti sconti agli inquilini che le abitano, i quali però, se non hanno l'intenzione o la possibilità di acquistarle, hanno il diritto di restarci, mantenendo il vecchio status di affittuari.

Il diritto ad un lavoro non nocivo, per cui non si muoia cadendo da un cantiere senza misure di sicurezza a norma o per l'esplosione di un altoforno dove è troppo costoso esercitare la manutenzione o di cancro per aver assorbito in fabbrica i veleni chimici del policloruro di vinile, deve essere al centro della nostra iniziativa. E' intollerabile vivere in un Paese del cosiddetto G8 dove ogni anno ci sono oltre 1300 morti e più di un milione di infortunati sui posti di lavoro. Gli RLS (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza) devono essere eletti in tutti i luoghi di lavoro, essere dotati di reali poteri di controllo e di intervento per rimuovere le cause che generano pericolo per chi lavora e per la popolazione circostante e rispondere ai lavoratori del proprio operato, mentre -ancor prima che si verifichino incidenti più o meno gravi- devono essere sottoposte a monitoraggio e colpite civilmente e penalmente le operazioni dilatorie ed eludenti le misure di sicurezza messe in atto dai datori di lavoro; mai più omicidi bianchi di massa come quelli alla Montedison di Marghera e scandalose assoluzioni dei responsabili!

La Legge 626 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro va difesa dai continui tentativi di svuotamento da parte padronale e governativa; in particolare ci si deve battere contro il decreto 25 del febbraio 2002 che consegna alla discrezionalità del datore di lavoro la valutazione sulla gravità dei rischi e la conseguente decisione di investire o meno per salvaguardare la salute dei propri dipendenti.

Con eguale determinazione va osteggiata nelle aziende ogni forma di discriminazione e violenza anche larvata contro donne e omosessuali. Nè per un astratto e ipocrita rispetto delle "pari opportunità" vanno attribuite alle donne mansioni gravose, turni notturni e festivi da cui, per accordi minimamente risarcitivi nei loro confronti, esse sono oggi esenti.

Un grande movimento di massa, non solo di donne, ma generale deve scendere in lotta per difendere con le unghie e con i denti da ogni tentativo di manomissione e/o cancellazione la legge 194/'78, che garantisce alle donne il diritto all'aborto libero, gratuito e assistito. La maggioranza governativa, con alla testa le sue componenti clericali, sta procedendo allo svuotamento progressivo della 194, soprattutto attraverso le sue propaggini territoriali (la regione Lazio ha già provveduto alla chiusura di 21 reparti ospedalieri dove si praticavano le interruzioni di gravidanza); va immediatamente bloccata.

8) DIRITTO A UN BENE PRIMARIO: L'ACQUA.

La privatizzazione delle risorse idriche è d'importanza strategica per il controllo del territorio, specialmente nel Mezzogiorno. Le grandi lotte operaie e contadine degli anni '40/'50/'60 strapparono il controllo dell'acqua alla borghesia mafiosa che l'usava come arma di ricatto e controllo politico e sociale nelle campagne, nelle aree di sviluppo industriale e negli stessi centri urbani. La mafia per decenni ha controllato pozzi e sorgenti, assetando le campagne e facendo fallire le attività economiche di chi non si sottometteva ai suoi diktat, regolando il flusso idrico per condizionare l'elettorato urbano e per ottenere enormi profitti con la vendita dell'acqua a prezzi elevatissimi. Emblematica è la situazione in Sicilia e Puglia, ove la privatizzazione dell'EAS e dell'Acquedotto Pugliese è accompagnata da una crisi idrica di proporzioni gravissime: l'acqua viene erogata solo per qualche ora al giorno o addirittura alcune volte al mese, diverse aziende hanno dovuto sospendere la produzione e le autobotti private vendono l'acqua a prezzi da capogiro.

La privatizzazione dei vari enti e consorzi idrici -EAS, Acquedotto Pugliese, Toscano, Etneo, ACEA..- non solo rimette in gioco i vecchi potentati che non hanno mai smesso di premere presso i vari governi per rientrare in possesso di ciò che è un bene pubblico primario, ma suscita gli appetiti di nuovi voraci padroni. Tale processo di privatizzazione investe tutti i pozzi del bacino del Mediterraneo fino al Medioriente.

I Cobas sono in prima fila nella lotta delle popolazioni meridionali per il diritto all'acqua e per impedire che si consolidi l'asse ENEL-Societé Lyonnaise de l'Eau-Israele-Cosa Nostra, che ha come obiettivo strategico il controllo dell'acqua e il conseguente controllo politico-militare del territorio.

9) QUALITÀ DELLA VITA, DIFESA E RISANAMENTO DELL'AMBIENTE.

Il diritto a una dignitosa qualità della vita contrasta nettamente con il processo di mercificazione ed estrazione di profitto proprio del modello capitalistico.

Il cibo è sottoposto a livelli altissimi di sofisticazione e omologazione da parte delle multinazionali alimentari, che, detenendo marchi e brevetti, cancellano colture locali e prodotti tipici; la mucca pazza (insieme ai polli alla diossina e agli ormoni) è solo l'effetto più eclatante del disastro alimentare in atto, che crescerà esponenzialmente in futuro per la proliferazione degli OGM.

Lo smaltimento dei rifiuti urbani, invece di sollecitare l'utilizzo di materiali interamente biodegradabili, incentiva la costruzione di decine di nuovi inceneritori, che, bruciando rifiuti, producono energia: un affare per chi li gestisce. In realtà gli inceneritori producono tonnellate di diossine e forani letali per la popolazione e il ciclo alimentare; mentre i rifiuti speciali -gli scarti nocivi delle lavorazioni industriali- vengono tuttora occultati, seppelliti un po' ovunque, gestiti dalle ecomafie.

L'uso spasmodico del telefonino (40 milioni di esemplari venduti in Italia) ci espone al carico dell'elettrosmog derivante dalle antenne e dai cellulari, a cui si somma quello prodotto dalla vicinanza a cabine elettriche-centrali-tralicci, radar delle servitù militari, ripetitori radiotelevisivi.

E' la stessa "civiltà" capitalistica ad imporre i grandi petrolchimici (Marghera, Manfredonia, Brindisi, Mantova, Augusta,...), vere fabbriche di morte, gli altiforni, i bagni elettrolisi, il circuito della porcellana,....

La chiusura del ciclo dell'amianto è del '92, ma non si è avviato un serio piano di bonifica, i lavoratori morti non sono stati risarciti, a molti dei sopravvissuti non sono stati ancora riconosciuti e risarciti patologie e tumori, che per i prossimi 20 anni dovrebbero provocare in Italia 50.000 morti.

In spregio al protocollo di Kyoto sulla riduzione di emissioni di anidride carbonica e gas serra, la lobbie del carbone -ENEL-Eudesa,...- riconverte a carbone le centrali elettriche di Civitavecchia, Fiume Santo (SS), Monfalcone, sfidando la salute delle popolazioni.

Il nucleare civile, sconfitto nell''87 dalla mobilitazione popolare, viene pericolosamente rievocato nei dibattiti parlamentari alla commissione industria.

Di nucleare militare è disseminata l'Italia con le basi NATO cariche di ogive nucleari, nonché munizioni all'uranio impoverito, i cui effetti cancerogeni, oltre che sulle sventurate popolazioni di Bosnia e Serbia, gravano su coloro che parteciparono a quelle campagne militari e sui loro figli.

Berlusconi, nel suo "contratto con gli italiani", ha promesso 300.000 miliardi di investimenti in opere pubbliche; il suo proconsole, il ministro Lunardi, progetta e vara l'apertura di cantieri che cementificherebbero buona parte dell'Italia: dall'autostrada Civitavecchia-Livorno al Ponte sullo stretto di Messina, al 3° traforo del Gran Sasso, scavalcando i rifiuti delle amministrazioni locali.

Tali questioni drammatiche riguardano milioni di lavoratori/trici, giovani, anziani, bambini, che provano a lottare, a costruire un argine nei confronti di queste barbarie quotidiane; i Cobas non possono che essere al loro fianco a costruire movimenti di lotta, a battersi contro la mercificazione e l'avvelenamento dell'esistenza, per una nuova qualità della vita.

10) DEMOCRAZIA DEL LAVORO.

Va intensificata la battaglia contro il monopolio della rappresentanza nel singolo luogo di lavoro e in ambito nazionale e dell'esercizio del diritto di assemblea da parte dei sindacati confederali ed autonomi firmatari di contratto.

Va spezzata nel privato l'infame clausola che garantisce, a prescindere dai risultati elettorali, la quota paracadute di un terzo degli eletti nelle RSU a CGIL-CISL-UIL.

Vanno cancellate nel pubblico le norme che prevedono, all'interno della delegazione trattante nei luoghi di lavoro, la presenza condizionante e spesso maggioritaria dei sindacalisti esterni, come anche il divieto al singolo eletto RSU di convocare assemblee in orario di servizio.

Va realmente garantito ai delegati delle RSU eletti dai lavoratori la fruizione piena del diritto ai permessi sindacali retribuiti, il cui monte ore non va spartito con i sindacalisti esterni.

Va rilanciato con forza che l'assemblea in orario di lavoro è prima di tutto un diritto di tutti/e i/le lavoratori/trici e poi di ogni sindacato, al di là della propria tendenza a firmare accordi.

Nel settore privato i lavoratori devono avere il diritto (chissà poi quanto trascendentale) di scegliere l'iscrizione ad un sindacato tramite trattenuta in busta paga, senza aderire per forza a CGIL-CISL-UIL o a qualche altro sindacato gradito all'azienda.

Tali cambiamenti, che dobbiamo cercare di strappare fin da subito direttamente nei vari luoghi di lavoro, vanno però sostenuti da una campagna che punti ad una legge generale democratica sulla rappresentanza e l'esercizio dei diritti sindacali.

Va rifiutata a priori l'indegna proposta contenuta nel libro bianco sul referendum preventivo per poter scioperare, sarebbe l'assalto finale al già martoriato diritto di sciopero; va  perciò rilanciata a livello di massa una campagna di denuncia contro gli effetti liberticidi delle leggi antisciopero (dalla L. 146/'90 alle sue modifiche peggiorative del marzo 2000).

11) RAFFORZARE LA LOTTA CONTRO LA GUERRA PERMANENTE; ESTENDERE LA SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO PALESTINESE.

Ormai la guerra invade il nostro orizzonte quotidiano. Dopo l'11 settembre, con l'intervento militare in Afghanistan, gli USA hanno messo in moto una gigantesca macchina bellica, perfettamente oliata, che rischia di perpetuarsi all'infinito. Si fa sempre più vicina l'invasione dell'Irak.

Il movimento contro la guerra deve riprendere la mobilitazione, allargare la sua influenza tra la popolazione, intrecciare solidi legami internazionali, boicottare la guerra, le forze che la sostengono, gli interessi che essa alimenta, bloccare la partecipazione italiana alla guerra, sia tramite le missioni militari, che l'appoggio logistico e finanziario. La Confederazione Cobas, in prima fila nella promozione di manifestazioni e scioperi contro la guerra del capitale, deve continuare la sua opera di sensibilizzazione sul ruolo nefasto che la guerra ha sui diritti, le libertà, le condizioni di vita di lavoratori e lavoratrici, diffondendo gli ideali di pace, cooperazione e solidarietà tra i popoli. Occorreranno tanti altri cortei, iniziative di lotta, ancora scioperi per cercare di fermare la guerra: dobbiamo essere pronti.

Va intensificata la campagna di solidarietà al fianco del popolo palestinese, all'Intifada, che costituisce la sua lotta di liberazione per il diritto alla libertà, alla terra, all'acqua, alla pace, ad un proprio stato. Sostenere le ragioni della pace non significa mettere tutti sullo stesso piano, non vedere che nella violentata terra di Palestina c'è un aggressore e un aggredito e che Jenin è la nuova Sabra e Chatilla e che Sharon è un criminale di guerra; non ci stanchiamo di ripetere tutto questo, insieme ad altre componenti del movimento antagonista, dentro i Forum Sociali che, talora, per evitare infamanti accuse di un presunto e inesistente antisemitismo, finiscono con l'arenarsi in equilibrismi scarsamente mobilitanti, che risultano arretrati rispetto alle posizioni ben più nette di molti pacifisti e dei circa 500 Refusnik israeliani che hanno preferito affrontare la repressione e il carcere piuttosto che imbracciare il fucile contro i fratelli palestinesi. Nel proseguire la campagna di solidarietà dobbiamo promuovere nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici, nei quartieri, una grande raccolta di fondi e medicinali; sostenere le adozioni a distanza dei bambini palestinesi; rilanciare il ruolo delle delegazioni internazionali che devono avere libero accesso a Gerusalemme, a Ramallah, a Jenin, a Nablus, a Betlemme, a Gaza, in tutti i territori occupati; esercitare una forte pressione internazionale per costringere il governo d'Israele ad accettare una inchiesta dell'ONU sulla strage di Jenin e soprattutto ad accogliere una forza di interposizione internazionale per porre fine al massacro del popolo palestinese.

12) DIFENDERE ED ESTENDERE LE LIBERTÀ.

Le gabbie di Guantanamo che rinchiudono i presunti militanti di Al Qaeda; il fermo prolungato in carcere senza imputazione per i cittadini di origine araba; i tribunali speciali, in località segrete, che possono emettere sentenze di morte inappellabili contro imputati non americani: sono questi i messaggi terroristici che ci vengono deliberatamente inviati dagli USA nel pieno dell'operazione "libertà duratura". Ma non è solo lo stato di guerra guerreggiata a produrre la cancellazione totale per alcuni soggetti e la sospensione e la limitazione per la grande maggioranza delle libertà fondamentali. E' la necessità da parte del capitalismo di gestire una fase di transizione e di accumulazione flessibile in cui va garantita la continuità dell'estrazione di plusvalore, che lo spinge a disciplinare la forza lavoro, a regolamentare i comportamenti, a puntare sulla frammentazione e passivizzazione sociale, a privilegiare il decisionismo piuttosto che il consenso. E' un processo autoritario che si è vieppiù esplicitato all'apparire sulla scena politica del movimento antiglobalizzazione, che in Europa parte da lontano con il trattato di Shengen e il nuovo ordine giudiziario europeo e che oggi può dispiegarsi meglio anche attraverso l'offensiva e il ritorno al governo delle destre. In un simile panorama trovano adeguata collocazione le pulsioni antidemocratiche di Berlusconi.

I Cobas devono produrre un grosso sforzo per difendere e ampliare le libertà, la lotta va finalizzata a fermare il governo Berlusconi per la sua politica liberticida contro il movimento antiliberista e dell'antagonismo sociale; per il suo soffocamento delle voci democratiche e indipendenti come radio Gap/Onda Rossa e Indymedia; per il suo zelante allineamento alle direttive europee assimilanti sotto la fattispecie di reati con finalità di terrorismo gli incidenti con le forze dell'ordine durante le manifestazioni e le occupazioni di spazi pubblici; per il suo omertoso sostegno alla brutalità delle forze di polizia durante le giornate di Genova culminata con l'assassinio del compagno Carlo Giuliani, la mattanza alla scuola Diaz e le torture nella caserma di Bolzaneto; per il suo spudorato appoggio all'immunità dei poliziotti perseguiti dalla magistratura per i feroci pestaggi, contro persone inermi e prelevate dagli ospedali ove erano ricoverate, effettuati a Napoli il 17 marzo 2001 (prova generale di ciò che sarebbe accaduto in luglio a Genova), in occasione della prima grande manifestazione di massa in Italia contro la globalizzazione liberista (allora molti nostri compagni provarono sulla propria pelle l'efficienza degli apparati polizieschi del centrosinistra); per la sua forsennata opera di criminalizzazione scatenata, dopo l'omicidio del professor Biagi, contro i movimenti sociali ed in particolare i Cobas, attaccati da una provocatoria e menzognera campagna mediatica e dall'occhiuta inquisizione poliziesca e giudiziaria.

Dobbiamo essere all'altezza di tale compito.

LA CONFEDERAZIONE COBAS TRA REALTÀ E POTENZIALITÀ.

Per un'organizzazione politico-sindacale-culturale anticapitalista come la nostra raggiungere una dimensione di massa è vitale per incidere nella fase attuale carica di difficoltà e tensioni, ma anche di risveglio del conflitto e dell'antagonismo sociale. Se possiamo essere soddisfatti per la crescita della nostra influenza di massa, non lo siamo altrettanto per l'internità nei luoghi di lavoro; se la scuola si conferma e consolida come la roccaforte Cobas, se nella sanità e negli enti locali, nell'ENEL e alla Telecom, tra gli LSU e alcuni settori di lavoro precario, la nostra presenza è visibile, ancora numerose lacune ci sono nel Pubblico Impiego e nei servizi privati e soprattutto nelle fabbriche e nei trasporti.

Bisogna mettercela tutta per superare queste carenze, sia intensificando l'intervento confederale a livello territoriale, sia estendendo la presenza categoriale in altre zone del Paese, sia utilizzando il lavoro di categorie in cui siamo più radicati come traino rispetto ad altri settori e luoghi di lavoro.

Pur consapevoli dei pesanti limiti, dobbiamo far tesoro della nostra esperienza maturata all'interno delle RSU, dove abbiamo un forte insediamento nella scuola risalente al successo elettorale del dicembre 2000, ma non siamo riusciti a costruire una campagna egualmente efficace, che coinvolgesse tutta la Confederazione, nelle elezioni generali del Pubblico Impiego lo scorso novembre. Dobbiamo sforzarci di costruire una rete nazionale di referenti nei singoli comparti per tutti gli eletti RSU, in modo tale che i/le delegati/e non si sentano soli/e, ma possano crescere sotto il profilo della preparazione sindacale insieme a tutta l'organizzazione.

Diviene oggi sempre più urgente per la Confederazione dotarsi di un proprio giornale che sia al tempo stesso strumento di informazione, collegamento e diffusione delle lotte dei/delle lavoratori/trici in Italia e a livello internazionale, spazio di dibattito ed elaborazione teorica sull'autorganizzazione e sulle trasformazioni economiche e del lavoro.

Nella realtà degli ultimi mesi è stato impensabile, se non in casi particolari, realizzare rotture e fuoriuscite rilevanti dall'interno dei sindacati tradizionali; è stato perciò molto importante riuscire a resistere, aumentare in alcuni comparti i nostri iscritti e i consensi elettorali nelle RSU, costruire mobilitazioni di massa di grande rilievo, non farsi cogliere di sorpresa dal ritorno di CGIL-CISL-UIL, rispondere colpo su colpo all'attacco restauratore del governo e della Confindustria

Se pur minoranza, stiamo dimostrando di non essere minoritari, di intercettare bisogni, esigenze e speranze di fasce consistenti di lavoratori molto più numerosi dei nostri iscritti, che guardano a noi come riferimento indispensabile per difendersi e lottare contro il peggioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro. Stiamo accumulando un forte credito politico che sarà esigibile in tempi non lontani, se saremo capaci di mantenere la nostra radicalità anticoncertativa e contemporaneamente indicare proposte di lotta praticabili a livello di massa e rafforzare ed estendere la nostra rete organizzativa. Non pensiamo che Berlusconi e D'Amato siano eterni, nè che CGIL-CISL-UIL possano cavalcare molto a lungo la tigre del conflitto.

Si tratta perciò di mettere in campo, in maniera non eterodiretta, la forza sufficiente, la massa critica necessaria a bloccare i progetti padronal-governativi.

TUTTI I COBAS IN UN'UNICA ORGANIZZAZIONE.

La Confederazione Cobas ha chiara la necessità di produrre processi di unificazione e sintesi unitarie all'interno delle strutture autorganizzate che si richiamano all'esperienza Cobas e in generale nella più vasta area del sindacalismo di base.

Fin dal 1° maggio dello scorso anno, muovendoci lungo la linea sintetizzabile nella parola d'ordine "tutti i Cobas in un'unica organizzazione", abbiamo iniziato il percorso di unificazione con il S.in Cobas, anche forzando i tempi rispetto agli effettivi livelli di omogeneità raggiunti tra le due organizzazioni, perché abbiamo ritenuto molto importante   -in vista di un'allora più che probabile vittoria del centrodestra e di un eventuale "rilancio conflittuale" da parte della CGIL- dar vita ad un riferimento e un polo di attrazione politico-sindacale più solido e credibile per i lavoratori ed altre strutture sindacali autorganizzate e anticoncertative.

L'"azzardo" non era infondato, ma ha dovuto misurarsi con l'evoluzione improvvisa di una situazione politica divenuta subito incandescente, in cui si è stati costretti a misurarsi d'acchito con le giornate di Genova e subito dopo con le stragi dell'11 settembre e la guerra in Afghanistan, nel contempo occorreva procedere a mettere insieme esperienze diverse, adeguare e compenetrare i due modelli organizzativi, preparare insieme le elezioni delle RSU nel Pubblico Impiego, costruire la mobilitazione contro la guerra, la lotta e gli scioperi generali contro la Finanziaria e per il ritiro delle 4 deleghe, reggere la controffensiva della CGIL, intessere i rapporti con il sindacalismo di base e il Coordinamento Nazionale RSU, lavorare all'interno dei Forum Sociali.

E' stato allora che le diversità tra la Confederazione Cobas e il S.in Cobas, invece di stemperarsi in un percorso di riflessione comune, sono state accentuate dalla necessità di fronteggiare una realtà in continuo movimento che richiedeva risposte immediate, così le differenze si sono cristallizzate e a volte sono sfociate in prese di posizione contrastanti, così è stato in occasione della Perugia-Assisi, dello sciopero Cub/Slai del 9 novembre, della manifestazione della CGIL del 23 marzo, della stessa mobilitazione sulla Palestina.

A ciò vanno aggiunte valutazioni diverse sulla funzione dei Cobas esplicitate nei documenti ufficiali dell'ultimo congresso del S.in Cobas (con un mutamento sensibile rispetto a precedenti prese di posizione comuni delle due organizzazioni); l'evidenziarsi delle differenze sul modello organizzativo, (l'intercategorialità privilegiata dal S.in Cobas rispetto alla confederalità); e soprattutto le diversità di analisi sulla fase politica, su come stare nel movimento, sulla necessità, per noi, di dare battaglia politica attorno alle proprie proposte, rischiando di andare in minoranza, piuttosto che praticare una politica delle alleanze che spesso rasenta il frontismo e che rischia di ridare spazio e credibilità al centrosinistra e alla sua attuale punta di diamante, cioè la CGIL.

Abbiamo colto nelle recenti posizioni del S.in Cobas un ritorno verso antiche certezze, un trincerarsi esclusivo nell'orizzonte del sindacato di classe, in una visione dicotomica tra economia e politica che riconsegna la prima al sindacato e l'altra al partito, che noi davamo da parte loro ormai per superata, a discapito di una visione più ampia del ruolo dei Cobas, i quali invece, partendo dall'intervento concreto nei luoghi di produzione, devono saper coniugare l'aspetto sindacale con quello politico e culturale per la ricomposizione delle prospettive generali anticapitalistiche dell'autorganizzazione.

Nè condividiamo il peso, secondo noi eccessivo, che il S.in Cobas pare di nuovo attribuire ai rapporti con il coordinamento RSU e la sinistra sindacale interna alla CGIL. Ma soprattutto quello che ci ha diviso in questi mesi è una prassi politica, più ancora che sindacale, che da parte del S.in Cobas punta a trovare audience e a condizionare le scelte di altri soggetti politici e sindacali (così è nei confronti di Rifondazione, così è nei Forum Sociali, così è stato verso la manifestazione del 23 marzo della CGIL), piuttosto che ad affermare l'autonomo punto di vista dell'autorganizzazione.

Nel bilancio non ci sono solo ombre, vanno anche sottolineate le luci: la mobilitazione contro la guerra del 10 novembre, il corteo nazionale degli immigrati il 19 gennaio, gli scioperi generalizzati e generali del 14 dicembre, del 15 febbraio, del 16 aprile, il positivo lavoro e il percorso sindacale in comune in alcuni territori come la Toscana (non mancano però le situazioni in cui le due organizzazioni si sono ignorate o contrapposte).

Ma saremmo ipocriti se non riconoscessimo che il processo di unificazione si è bloccato. Ciò non vuol dire che tale processo è liquidato; occorre che, prendendo atto della realtà, decidiamo collettivamente in questa assemblea nazionale se, come e su quali basi provare a riattivare il processo di unificazione o se scegliere una pausa di riflessione per riaggiustare il tiro.

Non abbiamo alcuna difficoltà a riconoscere che la stasi dell'unificazione è un fatto negativo, un passo indietro rispetto al percorso tracciato verso l'obiettivo "tutti i Cobas in un'unica organizzazione". Questa parola d'ordine, pur nei limiti della sua mancata attuazione, ha smosso le acque, ha rafforzato la nostra proiezione di massa, ha cominciato a veicolare quella che può risultare un'idea forza nel mondo del lavoro, ha contribuito ad introdurre in maniera visibile nell'orizzonte politico del movimento antiliberista e dei Forum Sociali il problema basilare della contraddizione capitale/lavoro.

Tale obiettivo non va abbandonato, ma, anche alla luce dell'esperienza maturata, ricalibrato con maggior ponderazione.

I RAPPORTI CON IL SINDACALISMO DI BASE.

C'è bisogno di sforzi comuni e di percorsi unitari per affrontare la fase che abbiamo davanti, in cui nulla è scontato e la partita sulle 4 deleghe contro il governo Berlusconi ma anche nei confronti di CGIL-CISL-UIL è ancora aperta; vogliamo andare oltre la testimonianza sia pure conflittuale e non lasciare nulla di intentato per incidere e bloccare i processi di restaurazione sociale e il riaffiorare della concertazione.

Perciò è importante che il sindacalismo di base trovi un linguaggio e una pratica di lotta comuni, mentre, fino al varo dell'ultima Finanziaria, aveva fornito un'immagine di divisione e frammentazione scarsamente comprensibile (vista l'estrema somiglianza delle piattaforme) per i lavoratori; il problema non era solo e soprattutto legato all'esistenza di differenti sigle, quanto piuttosto alla concorrenzialità talvolta esasperata, alla proclamazione di iniziative di lotta e di scioperi in date diverse, all'ignorarsi reciproco e al procedere in ordine sparso nelle medesime vertenze categoriali o territoriali e perfino nelle grandi battaglie generali (esempi negativi: Genova, la prima fase della lotta contro la guerra, la Finanziaria). Qui non si vuole ridurre semplicisticamente ad unità ciò che, per prassi decennale, finalità politiche, modelli organizzativi, è stato a lungo diviso e forse continuerà ad esserlo. La questione è un'altra.

Al culmine di un periodo in cui ha dominato la massima divisione, da gennaio in avanti -con un dibattito faticoso, ma naturale, riguardante la concretezza estrema dello scontro sindacale e dell'agire politico- è prevalsa nelle fila del sindacalismo di base la ricerca della lotta unitaria, degli scioperi comuni, di un percorso conflittuale condiviso. In tale contesto sono nati e si sono realizzati con grande partecipazione di massa lo sciopero generale del sindacalismo di base e la conseguente manifestazione nazionale a Roma del 15 febbraio e la costruzione degli 8 cortei alternativi nello sciopero generale del 16 aprile; tutto ciò è stato molto apprezzato da larghi settori di lavoratori e lavoratrici, anche tra chi non è sceso direttamente al nostro fianco. In tale clima è potuta anche maturare la lusinghiera affermazione dei Cobas all'interno della lista unitaria del sindacalismo di base e indipendente, che, nelle elezioni delle RSU alla Telecom, ha ottenuto a livello nazionale un più che positivo 14,1%.

Questo significativo successo politico non va disperso. Pur nella consapevolezza delle differenze per certi versi strutturali tra i Cobas e gran parte del sindacalismo di base, è ipotizzabile - non in astratto, ma proprio perché l'unità d'azione di questi mesi si è dispiegata in una fase di grande tensione sociale e politica - l'avvio nelle fila del sindacalismo di base di un percorso di consultazione non occasionale, con riunioni periodiche in cui confrontarsi sugli sviluppi della fase ed eventualmente programmare e gestire i passaggi di lotta che attendono il mondo del lavoro contro il governo Berlusconi e la Confindustria, il liberismo e la guerra, la concertazione di CGIL-CISL-UIL.

SUL RUOLO CULTURALE DEI COBAS.

Vi sono questioni che la Confederazione Cobas si trova ad affrontare sul piano tipicamente culturale, che riguardano concezioni e atteggiamenti intorno alla contraddizione capitale/lavoro dominanti all'interno del mondo del lavoro e nei movimenti.

Il solo fatto di riportare questa contraddizione al centro dell'azione e del dibattito politico, non come mero orpello teorico ma come dato concreto dell'iniziativa sui luoghi di lavoro, costituisce di per sè una novità di estremo rilievo in uno scenario dominato altrimenti dalla pratica della concertazione neocorporativa subalterna alle compatibilità di sistema.

Dalla metà degli anni '70 in avanti, grazie anche all'azione trasformatrice dei movimenti dell'epoca, il lavoro ha rappresentato sempre meno la dimensione privilegiata della costruzione delle identità sociali in genere e delle soggettività antagoniste in particolare, che iniziavano allora ad individuare (giustamente) altri orizzonti per la valorizzazione di sè.

La lunga assenza di un discorso critico sulla contraddizione tra capitale e lavoro sembra tuttavia condurre a una sorta di nemesi dei nostri giorni, che vede lavoratori e soggettività antagoniste impreparati a fronteggiare le nuove sfide della precarietà, dei bassi salari e della disoccupazione. Una dimostrazione di ciò sta nell'ingenuo nuovo "entusiasmo" per la CGIL nel momento in cui questa, per puro tatticismo, rispolvera il conflitto.

Un ulteriore elemento da considerare è la sfida che, come Cobas, muoviamo alla cultura della delega, un modello che ha caratterizzato a lungo la cultura delle organizzazioni sindacali e la mentalità e l'agire dei lavoratori nelle società fordiste, un modello che induce i lavoratori alla passività e all'ignoranza sulla propria condizioni e sui modi per modificarla, tuttora fortemente radicato anche in epoca di intensi mutamenti del paradigma fordista. La cultura della delega, assieme all'atteggiamento dell'uso strumentale del sindacato e della sua riduzione a mero strumento di difesa economico-corporativa dei lavoratori, è quanto la Confederazione mira a ribaltare attraverso un nuovo protagonismo dei lavoratori.

E' questa l'idea, insieme all'altra fondante dell'egualitarismo, alla base del principio di autorganizzazione, sostanziato nell'agire in prima persona dei lavoratori, quale condizione indispensabile per un reale movimento di trasformazione sul lungo periodo.

I COBAS: L'AUTORGANIZZAZIONE POLITICO-SINDACALE E LA CONFEDERALITA'.

I Cobas sono un soggetto politico-sindacale-culturale. La ricomposizione tra il livello politico e quello sindacale è un principio fondante dei Cobas, nella consapevolezza che il soggetto sociale non avrà mai coscienza dell'appartenenza alla sua classe, se, a partire dalle contraddizioni materiali, non sviluppa la comprensione della sua interattività nel contesto generale. Scindere il conflitto sindacale da quello politico, significa assoggettare il conflitto capitale-lavoro a progetti politici particolari o all'accettazione dello stato di cose esistente.

Non delegare la rappresentanza politica non significa porsi in concorrenza o alternativa con forze partitiche o sociali, ma non abdicare ad esprimere la propria autonoma posizione su tutto ciò che è rilevante per la vita della collettività umana. Nel contempo abbiamo un rapporto dialettico e di cooperazione con tutti i soggetti antagonisti nell'ottica comune della ri-costruzione di un progetto anticapitalista, anche tramite il superamento di obsoleti modelli organizzativi prodotti da fasi storicamente determinate, e che vanno innovati.

Sono risibili o in malafede le affermazioni secondo cui il sindacato non deve fare politica, poiché i sindacati sono stati storicamente cinghie di trasmissione dei partiti e con le loro iniziative contribuiscono al successo o alla sconfitta di determinate politiche.

L'organizzazione dei/delle lavoratori/trici trae origine e ragione di essere non nella microconflittualità aziendalistica o nel mero rivendicazionismo salariale, ma nella difesa del salariato, inteso nella totalità di essere umano inserito all'interno di una struttura sociale.

In tal senso i Cobas sono un soggetto politico e sindacale, cioè sociale, che agisce complessivamente, nella tensione alla ricomposizione della lotta economica con quella politica. Perciò la nostra azione nei posti di lavoro, che costituiscono il luogo prioritario del nostro intervento, è tesa a disvelare la natura del conflitto di classe intrinseco anche nel rivendicazionismo sindacale.

La Confederazione Cobas si fonda sul principio dell'autorganizzazione e della lotta per il superamento della delega, sul rifiuto del sindacalismo di mestiere e dei distacchi permanenti pagati dalla controparte, sulla rotazione degli incarichi.

La Confederazione Cobas è impiantata su Federazioni di Categoria aventi un proprio statuto e una loro autonomia gestionale e finanziaria. La verticalità dell'impianto è bilanciata dal modulo di base, costituito dai Cobas dell'unità produttiva -aziendale e/o provinciale- e dall'orizzontalità territoriale categoriale e confederale. Tale impostazione, cruciforme, garantisce da involuzioni "egoistiche" corporative e, nello stesso tempo, amplifica le prospettive di crescita sul terreno sindacale.

Il livello confederale e la sua forte connotazione politica veicolano una visione complessiva della realtà, superando logiche meramente categoriali, realizzando un'autonoma lettura dei fenomeni sociali in completa indipendenza da altre forze politiche o partitiche.

Questo modello, che può essere affinato attraverso accorpamenti categoriali e la nascita delle Camere del Lavoro Sociale -strumento opportuno per affrontare efficacemente la frammentazione dei nuovi e sempre più diffusi lavori atipici- diviene ancor più necessario di fronte alla prospettiva incombente della regionalizzazione normativa del lavoro, dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, del Servizio Sanitario Nazionale, dei servizi sociali, del sistema previdenziale, del sistema scolastico, del fisco e della sicurezza sociale.

Rispetto alla rivoluzione/involuzione liberista/federalista in atto, più ancora degli "egoismi" categoriali, sono da temere e quindi da contrastare con forza le lacerazioni delle gabbie salariali e della differenziazione normativa in tema di diritti del lavoro e di prestazioni sociali sancite su base regionale. Il federalismo diviene l'arma dei padroni più devastante per la tenuta dei lavoratori e dei cittadini, cui va controbattuto con l'estensione della lotta di classe innervata dalla solidarietà tra tutti/e gli/le sfruttati/e.

Va rafforzato il livello confederale e la verticalità delle Federazioni categoriali, che, in opposizione al federalismo liberista, devono ravvivare e rinsaldare l'unità dei lavoratori, anche nella loro dimensione di cittadini, nella coscienza dell'appartenenza di classe.

Nello stesso tempo, anche se solo in termini tecnici, i Cobas dovranno prevedere articolazioni organizzative a livello regionale di tipo confederale, per far fronte alle nuove questioni, soprattutto di tipo sindacale, che si presenteranno.

Il modello delle Federazioni (ovviamente qualora siano comparti di grossa entità in cui ci sia un nostro adeguato radicamento) risponde all'esigenza di ottimizzare l'intervento sindacale, garantendo le conoscenze tecnico/contrattuali necessarie e, nel contempo, la visione d'insieme delle problematiche complessive delle categorie, ed infine l'approccio non esclusivamente aziendalistico o puramente provinciale. L'insieme delle Federazioni costituisce la Confederazione, che vive sia a livello nazionale che territoriale.

La valorizzazione delle categorie è solo nominalistica, se ad esse non viene assicurata l'autonomia statutaria, gestionale e finanziaria, poiché la loro attività sarebbe dipendente dal verticismo dirigista di chi controlla le finanze e di riflesso sarebbe condizionata la volontà politica espressa dalla base. L'autonomia gestionale, invece, porta ad una maggiore responsabilizzazione degli aderenti e favorisce lo sviluppo dell'autorganizzazione.

Le Federazioni aderiscono liberamente alla Confederazione, sulla scorta della condivisione del progetto politico-sindacale, basato sulla ricomposizione e sulla solidarietà e sulla consapevolezza che solo l'unità dei lavoratori e delle lavoratrici permette di contrastare le offensive padronali e porre i presupposti per cambiare i rapporti di forza a favore dei salariati e delle classi subalterne.

L'Assemblea nazionale confederale, composta dai delegati delle Federazioni e delle altre istanze dei Cobas, rappresenta il massimo organo deliberante ed è il luogo di sintesi delle problematiche sociali, politiche e sindacali da cui nasce l'analisi complessiva e la linea programmatica dei Cobas.

La Confederalità non è per i Cobas un puro contenitore di sigle nè mero artificio tecnico per unire le Federazioni, ma elemento fondante, valore politico aggiunto, basato sulla solidarietà sul piano interno e internazionale tra lavoratori/trici, sfruttati/e, sulla mutualità sociale, sulla condivisione del progetto di trasformazione sociale.

Pur tutelando i lavoratori sul piano sindacale non siamo sindacalisti di mestiere e ne rifiutiamo il ruolo; ma, con l'attività volontaria dei militanti, ci sforziamo di veicolare tra i lavoratori che aderiscono ai Cobas di categoria i valori generali della Confederalità.

Siamo per il rifiuto della delega permanente, pur se non riusciamo ancora ad esprimere il livello di autorganizzazione che vorremmo.

Far parte della Confederazione Cobas, che ha come tratto distintivo l'incompatibilità con il sistema capitalistico, significa sentirsi protagonista a cominciare dal conflitto nel proprio posto di lavoro e nel proprio quotidiano.

Dobbiamo certamente partire con il nostro lavoro sindacale dai singoli posti di lavoro e dalle categorie, perché è lì che s'incontrano i/le lavoratori/trici, che devono aprirsi a valori universali di emancipazione.

Tale percorso di auto/educazione/trasformazione passa attraverso l'apertura di sedi Cobas anche iniziando da una singola categoria, ma immediatamente confederali in quanto partecipi di un progetto emancipativo comunemente condiviso.

Solidarietà è partecipazione alle vicende altrui, farsi carico d'intervenire dove ve ne sia la necessità; non è una seccatura in più, alla fine ci si guadagna in conoscenza e umanità.

Mutualità significa non ritenere esaurito il proprio compito con la battaglia nei luoghi di lavoro, ma sostenere le sollecitazioni e i bisogni di chi soffre per la negazione del diritto alla casa, alla salute, alla scuola, all'assistenza, agli spazi; di chi soffre il razzismo, le prepotenze, il patriarcato, le molestie, il carcere.

Condividere il progetto di trasformazione radicale della società significa partire dal proprio vissuto e da lì tirarne fuori idee/prassi da portare fino a Porto Alegre e avere la possibilità di riproporle arricchite nel proprio territorio.

Vivere la Confederalità è il risultato che vogliamo raggiungere con questa Assemblea, insieme al rilancio dell'obiettivo di conquistare "tutti i Cobas e i/le lavoratori/trici antagonisti/e in un'unica organizzazione".

Questo nostro modello confederale in progress scaturisce dalla rottura con quelli passati fondati sulla divisione tra politico e sindacale e sulla cinghia di trasmissione o sulla condivisione dell'assetto sociale esistente, viene fuori dalle riflessioni sulle esperienze organizzative realizzate nel corso degli anni '60-'70, dai tentativi e dalle sperimentazioni maturate in più di 15 anni di vita dell'autorganizzazione.

Ci pare quello più adeguato nella fase attuale. Non c'è però modello organizzativo che tenga, se non è permeato dall'entusiasmo, dalla passione, dallo spirito di solidarietà dei suoi e delle sue militanti. E' questa la nostra linfa vitale, la nostra onda d'urto, sono loro gli/le "imprescindibili", in un tempo in cui, nel conflitto sempre più pervasivo tra capitale e lavoro, la posta in gioco è altissima: un altro mondo è in costruzione.

Confederazione COBAS
Roma, 2 giugno 2002
da "Cobas - Scuola"