La FIAT in crisi. Le sue azioni al valore di 17 anni fa.
8.000 lavoratori da eliminare.
Che fare?

Due progetti: nazionalizzare l'auto riconvertire le fabbriche d'armi

FIAT, manifesto del 1928 di RiccobaldiDue progetti a sostegno delle grandi lotte dell'autunno da cui estraggo una coppia di elementi: l'Italia va in guerra, la Fiat se ne esce dall'auto.
Partono gli alpini, vanno a spasso gli operai.
I due elementi pur così diversi non sono poi così tanto distanti: la politica della Fiat in Italia e nel mondo è la rappresentazione plastica di un liberismo che oggi si configura in fabbriche chiuse (Arese, Termini Imerese, Mirafiori. ma ci pensate a Mirafiori che chiude?); la guerra è la proiezione del neoliberismo con altri mezzi, oggi la guerra è la politica.
Il nesso si fa stringente e noi siamo con i "nuovi partigiani della pace" e, insieme, siamo con i vecchi e nuovi operai e tecnici dell'auto.
Non siamo certo con quel centrosinistra tremebondo che balbetta dinnanzi alla guerra e, come sempre, abbassa la testa di fronte alle scelte della famiglia di corso Marconi.
Ma non basta, il Partito deve apportare all'autunno di movimento un suo valore aggiunto in idee e progetti. Che sono due, non nuovi, ma nuove le condizioni in cui essi si possono calare: la Fiat va nazionalizzata, le fabbriche di armi vanno riconvertite.

Una dinastia che ha sbagliato tutto

La fuoriuscita di Fiat dall'auto è fatto di devastante rilevanza. Impediamolo a tutti i costi. Strappiamo il "giocattolo" dalle mani di una dinastia che, in decenni e decenni, ha sfruttato molto sbagliando tutto sul suo terreno, il mercato.
Ha sbagliato le innovazioni di processo inseguendo il miraggio della fabbrica senza operai; ha sbagliato l'innovazione di prodotto, nel senso che non l'ha perseguita, ed è uscita dal mercato dell'auto; ha sbagliato aree di espansione (Argentina, Brasile, Polonia); sta sbagliando anche il compratore, GM come pare, che è interessato ad alcuni marchi e alla rete commerciale e non certo agli stabilimenti, di cui ne manterrà forse qualcuno al Sud. Fiat ha sbagliato tutto e ora scarica i reflui sul tavolo del sindacato - "adesso pensaci tu" - e su quello di un governo che lavora a tante cose ma non alla valorizzazione dell'apparato produttivo italiano.

Nazionalizzare la FIAT è giusto e opportuno

Altolà, ora basta, si alzi il tiro: se la Fiat esce dall'auto non ci esca l'Italia, pertanto si nazionalizzi la Fiat. Piantiamola questa bandiera: Fiat pubblica (come Renault e Wolkswagen del resto) nella lotta che la Fiom si appresta a reggere. Del resto Fiat di fatto è già pubblica, in quanto lo Stato l'ha comperata e ricomperata più volte.
Le forme del controllo pubblico possono essere diverse, non mi ci voglio cimentare. Voglio solo aggiungere che una "Nuova Fabbrica Italiana di Auto" deve diventare, in un'Italia non solo paese di servizi e della piccola e micro impresa dai bassi salari, un complesso di stabilimenti in cui si producano sempre auto, ma nuove auto non più con il motore a scoppio, e sistemi di mobilità urbana ed extra-urbana. Un nuovo apparato industriale che sia protagonista in Italia e in Europa.
Chiamiamo a raccolta sull'intrapresa le belle intelligenze ed anche i manager avveduti. Ma, ripeto, mi fermo qui, alla bandiera della nazionalizzazione e oggi dico solo: forza Fiom!
La lotta alla guerra però vuole, oltre alla piazza, un punto in cui i "nuovi partigiani della pace" si incontrino per inventare un prodotto, di pace e di lavoro appunto, che scalzi i prodotti di guerra e distruzione che escono anche dalle fabbriche italiane di armi: che vanno riconvertite.

Quale prodotto?

Si colga il momento nuovo per rilanciare una vecchia attualissima idea. Quale prodotto? Negli anni 50 i nostri padri progettarono alle Officine Reggiane un famoso trattore. Una macchina che la terra la lavora per far crescere il frumento e non la brucia, la sventra, la avvelena. Altri tempi si dirà, ed è vero. Quale può essere oggi il trattore delle Reggiane del 2000? Mi fermo qui, sul quesito che va indagato in tanti. Credo che sia anche in questi termini che si possa costruire, gradino per gradino, la scala dell'alternativa di sinistra che sarà.

Bruno Casati
Consigliere Provinciale di Milano
Responsabile nazionale Dipartimento Industria del Prc
Milano, 8 ottobre 2002
da "Liberazione"