Una proposta di Fausto Bertinotti che fa discutere

Nazionalizzare la Fiat? Una scelta necessaria

La proposta di nazionalizzare la Fiat lanciata da Fausto Bertinotti dovrebbe diventare un fattore di coagulo per rilanciare l'idea e la pratica dell'intervento pubblico in materia di attività produttive riproponendo quindi una visione programmata dell'evoluzione economica nazionale. Nella storia dell'industria italiana la Fiat costituisce un caso assolutamente lapalissiano della dimensione pubblica di ciò che appare come un investimento privato solo sul piano della proprietà.

Per decenni e decenni la Fiat ha ricevuto aiuti dallo Stato sotto ogni forma: dalle commesse militari nei conflitti mondiali, ai fondi perduti, ai crediti agevolati e facilitazioni fiscali del periodo post bellico, continuando comunque anche con gli ordinativi pubblici visto che l'azienda fornisce, tra l'altro, materiale rotabile alle Ferrovie dello Stato. Nell'ultimo decennio il gruppo ha regolarmente usufruito di aiuti dall'Unione europea. Attraverso lo Stato, i cittadini della Repubblica Italiana hanno inoltre aiutato la grande azienda di Torino con gli investimenti pubblici tradizionali come l'elettricità, la costruzione di autostrade, lo sviluppo della siderurgia.

Nella storia sociale dell'Italia invece la Fiat è nota per aver condotto un'indefessa lotta di classe padronale. Dopo la sconfitta dello sciopero del 1980, che non fu dovuta ad una debolezza oggettiva dei lavoratori, la Fiat accentuò la sua lotta di classe concependo le trasformazioni tecnologiche e strutturali prevalentemente in funzione anti-operaia. I giornali padronali, come il Corriere della Sera che pochi giorni fa esaltava le prodezze tecnologiche del gruppo torinese, dovrebbero chiedersi quindi come mai così tanta tecnologia abbia portato ad una posizione competitiva perdente. Oggi di fronte ad una nuova e ben più profonda crisi la Fiat reagisce secondo la logica pura del capitalismo oligopolistico: chiude e licenzia mettendo in forse l'insieme dell'intelaiatura produttiva ad essa connessa. Data l'importanza sociale dell'azienda è pertanto necessario che prevalga il concetto di pubblica utilità e che il gruppo venga nazionalizzato. La questione della programmazione economica rientra appunto in tale quadro.

Produttività e salari

Nel capitalismo contemporaneo quando cala la domanda, generando capacità produttive eccedentarie non desiderate, l'aggiustamento viene effettuato attraverso la chiusura di stabilimenti ed i licenziamenti. In questo contesto le imprese, soprattutto quelle grandi, cercano, dopo aver licenziato, di risolvere la crisi attraverso una divaricazione sistematica tra produttività e salari intensificando lo sfruttamento forti della debolezza dei lavoratori causata dalla caduta occupazionale. Ciò viene fatto sia per difendere i margini di profitto che per ridurre leggermente i prezzi rispetti alle società concorrenti.

Il primo obiettivo in genere viene raggiunto, il secondo è del tutto aleatorio in quanto l'effettivo risanamento capitalistico di aziende grandi come la Fiat dipende dall'espansione della domanda aggregata dell'economia e non tanto da quella speciale afferente al settore tanto più se le società concorrenti soffrono dello stesso male. Attualmente nel settore dell'auto la capacità produttiva inutilizzata mondiale è stimata intorno al 35-40% del totale. Tale situazione era stata prevista da tempo perché l'accumulo di capacità eccedentarie rispetto alla domanda è in corso da parecchio tempo. Dobbiamo quindi attenderci globalmente ampie decurtazioni nel numero di dipendenti che dall'auto si estenderanno ai settori ad esso collegati. Solo un'improbabile grande ripresa mondiale può rilanciare l'occupazione secondo i criteri tradizionali. In questo modo la dinamica occupazionale continuerebbe a dipendere da uno modello produttivistico che da un lato fa acqua e dall'altro, ne sono convinto, è incompatibile con gli obiettivi di pieno impiego stabile e di sostanziale difesa dell'ambiente.

Il concetto di utilità pubblica

La nazionalizzazione della Fiat, che a mio avviso dovrebbe implicare tutto il gruppo, può costituire un'importante rottura rispetto al meccanismo di aggiustamento socialmente perverso appena descritto. Nelle odierne condizioni di recessione mondiale questo meccanismo - proprio perché investe un'impresa centrale dell'attività produttiva italiana con vaste ramificazioni in altri settori - porterebbe a quel tipo di ristrutturazioni che hanno travolto la classe lavoratrice americana creando una persistente pressione verso il basso sui redditi da lavoro ed un'incessante spinta verso l'alto delle ore lavorate.

In un primo momento la nazionalizzazione deve semplicemente significare il mantenimento dei livelli occupazionali dell'azienda riducendo se necessario le ore lavorate senza tagli salariali. Il concetto di utilità pubblica permette di individuare situazioni in cui il funzionamento di un'impresa, essendo socialmente utile, può essere tranquillamente svincolato dalle esigenze dettate dal profitto privato. La copertura di eventuali perdite sarà effettuata dallo Stato che pertanto sosterrà un'azienda di proprietà pubblica. I costi della copertura saranno molto inferiori a quelli sociali ed economici indotti dai licenziamenti e decisamente infimi rispetto ai pluridecennali sussidi erogati al monopolio mentre conduceva, senza compromessi, la sua lotta di classe. Già questi obiettivi di breve periodo richiedono un forte movimento di massa dato che le altre forze politiche italiane, benchè prese dal panico non hanno alcuna intenzione di rimettere in discussione le prerogative privatistiche e le priorità della casa torinese.

Pazzescamente i Ds, sempre più realisti del capitale regnante, propongono perfino una maggiore integrazione con la multinazionale dell'auto americana precludendo quindi la possibilità di trovare una strada autonoma rispetto all'immersione completa nella crisi di sovracapacità che globalmente grava sul settore dell'auto.

Occupazione ed ambiente

Uscire dal vortice della crisi mondiale del settore è possibile solo con una politica autonoma sostenuta da un movimento di massa che si ponga degli obiettivi nazionali di medio-lungo periodo. Essi dovrebbero concentrarsi su due assi principali: occupazione ed ambiente. La compatibilità tra i due obiettivi dipende da come si concepisce il processo produttivo. La nazionalizzazione serve da leva nella formulazione di politiche che utilizzando la vasta intelaiatura strutturale e settoriale della Fiat, rilancino i consumi pubblici, il trasporto collettivo su rotaia, lo sviluppo di nuove tecnologie nei trasporti ed altrove funzionali alla difesa dell'ambiente.

Bisogna insomma usare la Fiat nazionalizzata per superare il modello di sviluppo fondato sulle esigenze di aggiustamento perverso della Fiat. Anche in questa fase di maggior respiro temporale lo Stato dovrà continuare a coprire eventuali perdite contabili. Non c'è nulla di male. Sarebbero finanziamenti in gran parte recuperabili attraverso il loro positivo effetto sociale, quindi non strettamente monetario ma non per questo meno tangibile per la popolazione e l'economia del paese. Come prospettiva mi sembra di gran lunga preferibile a ciò che stiamo assistendo in Europa ove i governi usano la spesa pubblica per sussidiare i valori azionari delle fallimentari privatizzazioni nel campo delle ferrovie (Gran Bretagna), della telefonia e del settore finanziario (Francia).

Attualmente in Italia vi sono o si possono creare le condizioni per la costruzione di un movimento di massa in tal senso. Gli altri partiti, avendo sostenuto tutti i processi di privatizzazione finanziaria, non hanno strategie di ricambio ne hanno il personale intellettualmente adatto ad elaborarle. Invece per la sinistra la sfida consiste nel ripensare la programmazione per rilanciarla abbinando occupazione e orario del lavoro all'ambiente. Oltre mezzo secolo fa il Piano del Lavoro della Cgil venne concepito in un contesto in cui la popolazione italiana aveva assolutamente bisogno di maggiore produzione e sviluppo. In quanto tale il Piano non fu realizzato e la crescita produttiva avvenne per altre ragioni. Tuttavia il Piano del Lavoro, proprio per la sua dimensione pionieristica e di massa, aprì il varco, sul terreno politico e sociale, alle idee di pianificatori provenienti da altre sponde politiche come Pasquale Saraceno ed Enrico Mattei oltre che Sylos-Labini e Sirio Lombardini. Oggi le altre sponde non hanno niente. L'intera complessa elaborazione della mobilitazione e del programma per l'occupazione e l'ambiente ricade su quella sinistra che è disposta a lottare.

Joseph Halevi
Roma, 15 ottobre 2002
da "Liberazione"