Convegno Nazionale Di Rifondazione Comunista. Firenze, 10 febbraio 2001.
"Sicurezza nei Luoghi di Lavoro".
Contributo dei compagni della Federazione P.R.C. Brianza.

Il 10 febbraio scorso si è tenuto a Firenze un convegno nazionale promosso da Rifondazione Comunista sul tema "Sicurezza nei luoghi di lavoro".

Una scadenza ed un impegno importanti per il Partito, che fa seguito alla Conferenza Nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti.

Luci ed ombre.

Il convegno a nostro parere ha avuto luci ed ombre.
Gli aspetti positivi afferiscono alla qualità e quantità degli interlocutori: esponenti della magistratura più attenta e sensibile, medici e operatori delle Aziende Sanitarie, in particolare dei Servizi Prevenzione e Tutela della Salute nei Luoghi di Lavoro.
Non felice, a nostro avviso, la presenza delle compagne e dei compagni del partito, di quelli impegnati nelle organizzazioni sindacali confederali ed extraconfederali, e in particolare dei compagni eletti RLS (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza ndr).
Probabilmente la delegazione della Brianza era la più numerosa, segno di una concreta attenzione ai temi del lavoro.
Il giornale del partito, il giorno successivo al convegno ha riportato correttamente il dibattito che si è svolto.

Il nostro contributo.

A noi, in questa sede preme maggiormente ripercorrere, dettagliandolo meglio, il contributo che abbiamo portato in quel convegno; partendo chiaramente dalle nostre convinzione, assolutamente non esaustive, ma frutto di esperienze dirette e di una analisi che parte dalla situazione del nostro territorio.

Quindi, una riflessione molto semplice, ed alcune semplici proposte operative, di facile attuazione.

Abbiamo apprezzato e condiviso la comunicazione del magistrato Deidda della Procura di Prato, in particolare per quanto concerne due aspetti di principio, secondo noi fondamentali:

1. Dobbiamo essere espliciti nel denunciare che la responsabilità di questa situazione non più tollerabile, è in primo luogo delle Aziende; aggiungiamo anche delle Organizzazioni che le rappresentano, in quanto troppo spesso non giocano nessun ruolo propositivo in seno agli Organismi Paritetici, quelli, per capirci, previsti dalla "626". Ciò per una chiara e consapevole scelta politica;

2. In secondo luogo, dobbiamo con forza rifiutare quella teoria per la quale l'incidente sul lavoro è determinato dalla casualità o, peggio ancora, da inadempienze, superficialità e disattenzione del lavoratore. Nulla di più falso; l'infortunio è sempre figlio di cause ben precise, riconducibili a responsabilità precise.

Abbiamo detto questo non per sfuggire alle critiche rispetto all'agire del sindacato confederale (tutti sanno dove siamo collocati sindacalmente) sul quale anche noi siamo particolarmente critici, in seguito diremo il perché, ma per ristabilire un minimo di verità rispetto alle "responsabilità".

Premesso ciò, e per ragioni di tempo, abbiamo schematizzo questa analisi.

Atomizzazione dell'apparato produttivo.

Per una serie di fattori, correlati tra di loro, si è venuta a creare una situazione esplosiva ( inutile richiamare qui i dati INAIL) che richiede a tutti una maggiore attenzione e capacità di intervento.

Da un lato l'atomizzazione dell'apparato produttivo: a titolo indicativo portiamo la realtà che meglio conosciamo, la Brianza.
In Brianza circa il 93% delle unità locali hanno meno di 10 dipendenti - per unità locali si intende anche il negozietto senza dipendenti - e circa il 75% di questo 93% ha meno di 5 dipendenti.

Capite che in questa situazione la capacità, e la possibilità di intervento del sindacato, anche di quello più attento, è particolarmente complicata.

Se aggiungiamo l'aumento esponenziale dei lavori cosiddetti atipici e la precarizzazione del rapporto di lavoro, nonché il venir meno di una cultura del lavoro, intesa come "valore sociale del lavoro" e quindi il prevalere di quella cultura, che per semplicità chiamiamo del "grande fratello", dove sostanzialmente il lavoro è espunto dai circuiti mass-mediatici, la risultante che otteniamo è la frantumazione del senso di classe, e il prevalere dell'idea per cui individualmente si hanno più opportunità per contare e per emergere.

Tutto ciò ha determinato, a nostro parere (compreso crisi economiche del Paese e le grandi ristrutturazioni aziendali), una oggettiva difficoltà per il movimento sindacale, nell' agire quotidiano in difesa degli interesse che rappresenta.

Crisi di rappresentanza del sindacato.

Infine, vi è una crisi di rappresentanza del sindacato. Crisi che artificialmente viene superata elencando i dati del tesseramento, che parlano, in questi ultimi anni, di aumento degli iscritti anche tra i lavoratori attivi, e non solo tra i pensionati.

La rappresentatività di una organizzazione, certo la si misura con il parametro delle tessere e dei risultati che ottiene nell'ambito dei rinnovi delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, ma la si misura anche sull'evoluzione sia numerica che qualitativa, del suo apparato e dei suoi delegati.

Non siamo in grado di dire e nemmeno ci interessa constatarlo, se alle soglie del terzo millennio la CGIL ha meno delegati RSU. rispetto a dieci anni fa.

Ci pare però di poter affermare che abbiamo una nuova generazione si delegati, sicuramente più scolarizzati rispetto al passato, ma indubbiamente con minor coscienza politica, scarsa conoscenza della storia della CGIL, della sua natura di soggetto contrattuale, nel senso più ampio del termine.

Riprendere a formare i delegati.

Per questo condividiamo molto quella parte della relazione di Fulvio Aurora: cioè la necessità di ritornare a fare formazione ai delegati partendo dalla storia del movimento operaio e del suo ruolo nella conquista di diritti fondamentali per il mondo del lavoro, sottolineando i momenti più significativi, come ad esempio il rifiuto alla monetizzazione della salute e quindi l'avvio di una stagione rivendicativa finalizzata a migliorare le condizioni di lavoro nelle fabbriche.

Di fronte a questo scenario, il sindacato, la CGIL, si è mosso sul terreno della riduzione del danno, determinando con scelte alquanto discutibili, un arretramento delle tutele dei propri rappresentati sia sul versante dei diritti universali, come sul versante del salario.

La scelta strategica della politica dei redditi e della concertazione, la definizione di nuove regole contrattuali che prevedono,come tutti sanno, per quanto concerne la contrattazione aziendale, di legare la rivendicazione salariale all'andamento dell'azienda stessa, attraverso i premi variabili (il cosiddetto premio di risultato, che nell'ipotesi dei proponenti doveva aprire le porte delle aziende, aumentare le conoscenze dei delegati, e quindi il loro potere contrattuale, e quindi una maggiore capacità di intervento sulle condizioni di lavoro e sull'organizzazione del lavoro) ha di fatto significato una perdita del potere di acquisto dei salari, ma, cosa ancor più grave, una sostanziale perdita del controllo delle condizioni di lavoro nelle fabbriche, intesa come carichi e ritmi di lavoro e come capacità di controllo degli orari.

Per chiudere. Il sindacato ha scelto, coscientemente, di sfidare il padronato in merito alla contrattazione di secondo livello sul terreno dell'impresa, quello tutto tecnicistico della lettura dei bilanci aziendali, oppure confidando nella bontà dell'imprenditore nell'aprire le porte segrete della propria azienda.

Risultato: a parte lodevoli eccezioni, i delegati sono in grande difficoltà e in crisi di identità; i funzionari sindacali, sempre più tecnici e sempre meno politici, si inventano parametri pur di concludere un accordo, attingendo a termini tecnici quali : margine operativo lordo; valore aggiunto, premi presenza , ecc. ecc…

Una delle cause principali dell'aumento degli infortuni sul lavoro è la "condizione di lavoro"

In sintesi, nonostante che sia nelle indagini promosse dal Senatore Smuraglia ( 1997 e 1999), sia nel rapporto annuale dell'INAIL (1999), nonché nelle indagini a livello Europeo, viene esplicitato che una delle cause principali dell'aumento degli infortuni sul lavoro è la "condizione di lavoro" intesa come organizzazione del lavoro e precarizzazione, "questa" viene sistematicamente espunta dalla contrattazione; inoltre, in molte fabbriche si determina una situazione di conflittualità tra il Delegato Sindacale e il Rappresentante alla Sicurezza, in quanto tutta questa materia viene delegata al RLS, dimenticando colpevolmente che lo Statuto dei Diritti del Lavoratore, precisamente l'articolo 9, per fortuna non ancora superato, dispone che il delegato sindacale ha una qualche titolarità in materia di tutela della salute nei luoghi di lavoro. Inoltre, spesso, il conflitto avviene tra RLS, che ricordiamo non ha potere contrattuale e i lavoratori. In sintesi a noi pare non vi sia lavoro sinergico e comune nelle fabbriche, e non si considera il RLS come valore aggiunto per migliorare la contrattazione.

Questa è l'analisi molto semplice che ci sentiamo di fare, frutto di un rapporto quotidiano con i lavoratori e con i RLS del territorio in cui operiamo, e delle situazioni che come sportello " Ambiente" affrontiamo in Brianza.

In Brianza c'è scarsa attenzione del sindacato rispetto al problema "sicurezza sul lavoro"

C'è un'ultima questione che vorremmo sottolineare, per evidenziare la scarsa attenzione del sindacato rispetto a questo problema. Quando parliamo di sindacato è evidente che parliamo di tutti, anche dei compagni comunisti che lavorano nel sindacato.

Dell'atomizzazione dell'apparato produttivo in Brianza abbiamo già detto; ma tra questo mondo fatto di piccolissime imprese e il mondo delle grandi imprese multinazionali che ancora fortunatamente esistono, vi è una sorta di terra di nessuno con azienda che hanno dai 16 ai 40/50 e più dipendenti, dove per ragioni diverse vi sono degli iscritti al sindacato, ma non vi sono i delegati, e, quindi il rapporto con il sindacato si consuma in due o tre visite del funzionario nell'arco di un anno; ebbene, come sportello "626" ci siamo messi a disposizione per tenere assemblee sul tema dell'ambiente, con un doppio obiettivo, da un lato capire quale è il livello di attenzione e di sensibilità dei lavoratori rispetto al tema degli infortuni; dall'altro per mantenere un rapporto costante nell'arco dell'anno con gli iscritti, sgravando quindi, di lavoro, alcune categorie che oggettivamente avrebbero una qualche difficoltà nell'effettuare le 10 ore di assemblea a cui hanno diritto anche questi lavoratori.

In verità noi abbiamo proposto di tenere assemblee in tutte le realtà produttive, ma soffermandoci a queste, il risultato a tutt'oggi è il silenzio assoluto; non vogliamo credere che il silenzio sia determinato dalla collocazione politica e sindacale dei compagni che per la CGIL Brianza seguono direttamente la materia; pensiamo onestamente che ci sia scarsa attenzione.

Cosa può fare un comunista?

Se questo è il quadro, che fare per intervenire? Che può fare un comunista?

Sinceramente e con molta onestà, solo in parte condividiamo l'ipotesi di lavoro qui formulata dal compagno Boghetta.

Mentre ci convince l'idea di costruire le condizioni e le relative alleanza, per andare a rivisitare il D.Lgs 626/94, perché, da un lato, molti articoli risultano o non applicati o di difficile applicazione, in quanto la parte sanzionatoria lascia a desiderare; dall'altro vi sono pure questioni semplicissime come ad esempio l'obbligatorietà della formazione per il RLS: un conto è che tale formazione si faccia all'inizio del mandato, un conto alla fine; così come la formazione per chi viene rieletto, ed è quindi nel pieno del secondo mandato; in questo caso non è esplicito il percorso formativo.

Inoltre, la costruzione di una credibile banca dati dei RLS risulta complicata, in quanto la norma attuale demanda questo compito agli Organismi Paritetici Territoriali, determinando una situazione per cui solo le aziende associate e qualcuna sindacalizzata invia il nominativo del RLS, per il resto c'è il silenzio assoluto.

Sono queste questioni, ripeto, semplici, e che nella complessità della norma si perdono; purtroppo anche su questi temi si riscontrano difficoltà e ostacoli da parte dei datori di lavoro.

Non ci convince, di contro l'idea della piattaforma territoriale rivendicativa. Forse non abbiamo capito il significato della proposta.

La piattaforma deve essere fatta, ma a livello, sindacale, e quindi noi dobbiamo esserci dove si costruiscono tempi e modi delle rivendicazioni. Se non ci siamo noi, ci sono altri, a volte più sensibili di noi, spesso però più attenti ad altre dinamiche ad altri processi.

La coerenza dell'agire quotidiano

Ci riterremmo soddisfatti se da questo convegno nazionale uscissimo non con grandi obiettivi che se poi non raggiungiamo ci servono per scaricare la responsabilità su altri, ma con almeno un obiettivo, minimo ma concreto, che ci serve per avviare un percorso: la coerenza dei comportamenti quotidiani dei compagni e delle compagne comuniste, ovunque collocati, nel partito, nel sindacato, nelle RSU, nelle Istituzioni.

Con esempi, anche in questo caso molto semplici, esplicitiamo cosa intendiamo per coerenza:

1. Dobbiamo saper dire di NO, ad accordi sindacali che prevedono il "premio presenza" , quindi chi ha potere di firma, delegato sindacale o funzionario, evidentemente comunista, non deve firmare;

2. Dobbiamo dire di NO ad accordi sindacali che con l'illusione di un qualche risultato salariale, intervengono sulle condizioni di lavoro peggiorandole, aumentando la produttività senza investimenti o definiscono diversi regimi di orario, e maggior utilizzo degli impianti, senza idonee contropartite;

3. Dobbiamo saper denunciare quegli accordi che hanno si un ritorno economico, magari significativo , ma determinano anche aumenti certificati degli infortuni sul lavoro.

Non è né facile né semplice assumere queste posizioni.

Spesso si viene accusati di tenere atteggiamenti pilateschi. Noi pensiamo che di fronte a questioni di principio non ci possono essere deroghe. Certo, bisogna sapere che spesso anche i lavoratori non ci seguono su questa strada; è difficile sostenere ragioni di principio quando ognuno pensa che l'infortunio sul lavoro riguarda altri e non lui.

Dobbiamo comunque insistere, in ogni luogo dove ci è possibile parlare, bisogna denunciare questa situazione non più tollerabile.

La coerenza dell'agire quotidiano, però, non può, e non deve riguardare solo i compagni e le compagne impegnate ai vari livelli nel sindacato.

Vi è un problema di coerenza anche per chi opera nelle Istituzioni, in particolare nelle situazioni in cui siamo in maggioranza e determiniamo le scelte politiche, ad esempio negli Enti Locali.

Non è possibile e non è accettabile (e sappiamo che situazioni di rischio sono tante) che dove noi governiamo, non riconosciamo politicamente il RLS, ostacolando di fatto lo svolgimento del suo mandato. E' importante per ragioni di coerenza politica, attivarsi anche in queste realtà, non solo riconoscendo dignità e agibilità al RLS, ma definendo con lo stesso le priorità di intervento e destinando risorse idonee alla soluzione, magari graduale, dei problemi.

Non serve a nessuno fare convegni, individuare colpe e responsabilità, oppure attivare grandi campagne nazionali come hanno fatto altre forze politiche, leggi Democratici di Sinistra, se poi, nei luoghi dove operiamo, non mettiamo in campo la coerenza dell'agire quotidiano.

Il ruolo delle ASL.

Ci sarebbero altre cose da dire: sul ruolo delle Aziende Sanitarie Locali, in particolare in una regione come la Lombardia, nonché sul ruolo stesso della Regione Lombardia, che firma accordi con il sindacato per il potenziamento dei Dipartimenti Prevenzione delle Aziende Sanitarie Locali, sia in termini di risorse umane che di strumentazione, in concreto poi non opera nei termini del rispetto di tali accordi, ma ci fermiamo qui.

Un ultimissima cosa: dato che condividiamo molto l'ipotesi della costituzione di un gruppo di lavoro a livello nazionale, con la presenza di magistrati del lavoro, operatori e medici delle ASL, di Rappresentanti dei Lavoratori alla Sicurezza, per quanto ci riguarda, e se lo ritenete opportuno, siamo disponibili a lavorare, in primo luogo perché la materia ci interessa, e anche perché crediamo di aver maturato una qualche convinzione che ci piacerebbe confrontare con altri.

Fausto Ortelli, segreteria CGIL Brianza

Luigi Morganti, Sportello "626" CGIL Brianza

Monza, 20 febbraio 2001