Intervista al professor Roberto Pizzuti. Il sistema a capitalizzazione non
favorisce i lavoratori

"VOGLIONO DI STRUGGERE IL PUBBLICO"

{sommario}

Finora i lavoratori avevano tre risorse economiche: la retribuzione, il Tfr, e la pensione, composta principalmente dal trattamento della previdenza pubblica, più o meno ridimensionato dalla riforma Dini, e da una quota di previdenza complementare. Dopo la riforma del centrodestra, i lavoratori avranno la retribuzione e la pensione, all'interno della quale sarà notevolmente aumentata la quota a capitalizzazione. Mentre il Tfr sarà scomparso". Roberto Pizzuti vede nel progetto del ministro Maroni una specie di gioco delle tre carte, dove però ne sparisce una. E non crede al miracolo delle pensioni d'oro ottenibili destinando le liquidazioni alla previdenza a capitalizzazione. Per l'economista, docente all'università La Sapienza di Roma, lo scopo dell'operazione del centro destra è un altro, chiaro e semplice: "Ridurre il costo del lavoro di una quota fra i 3 e i 6 punti percentuali della retribuzione: questa somma viene sfilata ai lavoratori, in termini di minori pensioni future, e passata alle imprese."

Il governo però, nella delega, scrive che il taglio dei contributi non avrà "effetti negativi" per il calcolo della pensione.

Ciò è teoricamente possibile. Basta usare nel calcolo della pensione un'aliquota più alta di quella contributiva. Ma economicamente questo ragionamento non regge. Se si tagliano i contributi di 3-6 punti, lo squilibrio attuariale da coprire fra 30-40 anni, quando andranno in pensione i neoassunti di oggi, sarà diventato una montagna. E poi c'è lo squilibrio di bilancio che un taglio del genere provoca immediatamente in un sistema a ripartizione. Solo facendo ricorso al fisco si potrebbero continuare a pagare le pensioni in essere. Non che finanziare una parte di pensioni attraverso il fisco sia di per sé scandaloso. Nel caso dei lavoratori parasubordinati che oggi versano solo il 19% sarebbe addirittura doveroso, perché con questa aliquota non avranno mai un assegno adeguato. Se la società trae un vantaggio dalla condizione flessibile di queste persone, come si va dicendo, allora è giusto che la società si faccia per lo meno carico delle loro pensioni. Ma nel caso della delega, si attingerebbe alla fiscalità per coprire il buco creato da un regalo che va tutto alle imprese. Redistribuzione da salari a profitti.

Sul testo della delega si sono fatti molti esercizi. Forse quella frase "senza effetti negativi sulla determinazione dell'importo pensionistico del lavoratore" si riferisce al mix di pensione pubblica e di pensione a capitalizzazione, quella che domani i lavoratori si autofinanzieranno con il Tfr?

Le pensioni a capitalizzazione vanno bene per risolvere problemi di nicchia. Altro discorso è pensare di utilizzare la capitalizzazione per una quota consistente di previdenza generale, soprattutto innestandola su un sistema a ripartizione. Nella fase di transizione si creano scompensi enormi per pagare le pensioni esistenti. E si chiede ai lavoratori un risparmio forzoso, in una congiuntura che avrebbe bisogno di incrementare i consumi. Le pensioni a capitalizzazione hanno poi alcuni difetti che rendono molto pericolosa la loro estensione. I costi di gestione dei fondi arrivano fino al 40% del volume delle prestazioni, contro il modesto 2% dell'Inps. Poi c'è l'enorme problema della sicurezza. Un sistema a ripartizione dà un rendimento che è legato al Pil. Certo se il paese va male, vanno male anche le pensioni, ma il rischio è spalmato sull'intera collettività, cioè è minimizzato. I fondi a capitalizzazione invece ripartiscono il rischio solo sugli iscritti.

Messi in conto i rischi, i rendimenti sono però più elevati che in un sistema a ripartizione?

Per capire quanto rendono i mercati finanziari bisogna ragionare su un tempo lungo almeno mezzo secolo. In un periodo di 50 anni è ragionevole pensare che una fetta dell'economia , quella che dà guadagni finanziari, abbia sistematicamente rendimenti più alti rispetto al prodotto interno lordo, che è sostanzialmente una media ponderata di tutti i redditi? Sì, può accadere, ma solo in un caso: se c'è un costante aumento della quota del pil che va alle rendite finanziarie. Questa ipotesi sarebbe però devastante sul piano economico e sociale: vorrebbe dire che sistematicamente, per mezzo secolo, diminuisce la quota di ricchezza che va a stipendi e salari e aumenta quella che remunera i possessori di titoli.

Ma, si dice, perché lasciare fuori i lavoratori dalla borsa quando la borsa va bene?

Se la borsa va bene, è grazie a una certa quantità di reddito che viene investita sui mercati. In pratica con la delega si chiede ai lavoratori di incrementare questo flusso, di rinunciare a una parte di salario per farlo confluire sui mercati finanziari, per poi averne indietro una piccola rendita in pensione. La posizione di chi investe risparmio previdenziale in borsa è molto diversa da quella del risparmiatore individuale che compra azioni. Quest'ultimo se guadagna, può vendere subito; se perde aspetta. Il lavoratore non può intascare subito i guadagni e rischia grosso se al momento del pensionamento la borsa va male.

Il finanziamento dei fondi con l'intero Tfr farebbe bene all'asfittico mercato azionario?

L'accantonamento annuo per il Tfr si aggira sui 27.000-30.000 miliardi. Una somma del genere non troverebbe sbocchi sulla borsa italiana, dove le società quotate sono poche, insufficienti persino per soddisfare la domanda attuale. I soldi dei lavoratori finirebbero in gran parte all'estero, con buona pace dei progetti per il rientro dei capitali.

Alessandra Bergia
Roma, 6 marzo 2002
da "Il Manifesto"