Le dimensioni e i costi della crisi industriale italiana e il dibattito sull'intervento pubblico. L'occasione di una alternativa

Un Piano del lavoro per il 2000

Nell'ultimo supplemento economico del Corriere della Sera è stato dato ampio spazio al ritorno del "pubblico". Le dimensioni e i costi della crisi industriale italiana stanno rapidamente consumando ciò che resta del trionfo dell'ideologia liberista e espressioni e valutazioni che solo sei mesi fa sarebbero state poste all'indice della politica e della storia, oggi tornano di attualità e persino di senso comune.

Ilvo Diamanti sul Venerdì di Repubblica ha recentemente commentato, con qualche disagio, un sondaggio che afferma chiaramente che si torna a guardare allo Stato e all'intervento pubblico e si crede sempre meno alle promesse del mercato.

Bisogna risalire al crollo del sistema di potere Psi-Dc degli anni ottanta, a tangentopoli, per assistere ad un simile repentino mutamento di sentimenti collettivi. Pare un secolo, invece che poco più di un anno, da quando sui mass media esperti e consulenti esaltavano la new economy e la via facile alla ricchezza attraverso il mercato azionario. I lavoratori della Fiat hanno ricevuto un sostegno e una solidarietà di massa fino a poco tempo fa impensabile. La proposta di Rifondazione della nazionalizzazione e quella sindacale dell'intervento pubblico nel capitale del gruppo torinese, solo poco tempo fa sarebbero state prese nella migliore delle ipotesi come originali atti di testimonianza. Invece oggi appaiono realistiche anche a forze conservatrici.

Una crisi mondiale

La situazione sta cambiando, ma questo non basta per sostenere che il liberismo non abbia più nulla da dire e da fare nel nostro paese. E questo non solo perché abbiamo uno dei governi occidentali più vicini alla destra americana. Ma anche perché per buona parte dell'opposizione di centro sinistra, il tempo sembra essersi fermato a prima dell'attuale crisi, a quando si sfidava la destra a chi era più autenticamente liberale e liberista. Il fatto è che la crisi industriale italiana si colloca totalmente all'interno di un processo più ampio che coinvolge tutta l'economia mondiale. E' giusto cogliere la specificità dei danni che provoca al nostro paese il governo Berlusconi, ma guai a cadere nell'idea provincialistica che all'estero tutto vada in modo diverso. Proprio ora, che si può tornare a parlare di intervento pubblico e di politica industriale senza correre il rischio di essere portati in qualche clinica, comincia la parte più difficile. Lo scontro si fa più duro perché:

La globalizzazione è fallita nella sua promessa fondamentale, quella di garantire lo sviluppo anche a prezzo della rinuncia a diritti e autonomie sociali e culturali. Sempre più paesi saltano giù dalla giostra dell'economia mondiale impazzita, mentre tutto l'occidente più ricco è entrato in una fase di stagnazione. Soprattutto è saltato quel legame tra liberismo e innovazione tecnologica che era al centro dell'esaltazione della new economy. Ma alla sua crisi il liberismo non reagisce ritirandosi, bensì incattivendosi. Ecco allora la guerra permanente.

L'industria della guerra

Sono gli stati e il potere militare che tornano a fare la differenza. La strategia americana della guerra preventiva è anche un modo per affermare un potere imperiale nella divisione internazionale del lavoro. Gli Usa investiranno 400 miliardi di dollari in spese militari e così accresceranno anche il proprio potere tecnologico. Tutta l'Europa arretra di fronte allo strapotere americano, ma all'interno di essa l'Italia arretra più velocemente e perde contatto con quei paesi come la Francia e la Germania che hanno conservato un sistema di governo delle politiche industriali e non si sono lasciati andare a dissennate politiche di privatizzazione. In Italia gli investimenti su innovazione e ricerca affidati al buon cuore delle imprese private e al disinteresse dello stato, sono a livelli risibili.

Se si confronta il sistema produttivo ed economico italiano da com'era all'inizio del ventennio liberista a come da esso esce oggi, siamo di fronte ad una devastazione. Non c'è più una grande industria farmaceutica, informatica, delle telecomunicazioni, nei settori ad alta tecnologia. E' stato smantellato il sistema delle industrie pubbliche senza mettere nulla al suo posto e il Mezzogiorno in particolare ha pagato prezzi drammatici per questo. Abbiamo avuto la svendita alle multinazionali, ma ora c'è di peggio perché tocca ai fondi di investimento di assorbire le imprese italiane. Il sistema industriale del nostro paese diventa sempre più una gigantesca area di decentramento produttivo. Chiusa la Fiat non si faranno più le automobili, ma si continuerà a lavorare per l'industria dell'auto producendo per essa particolari o montando prodotti concepiti altrove.

Sé parlato di crisi della classe dirigente, ma questa è anche il prodotto dello smantellamento del sistema delle grandi imprese, in particolare di quelle pubbliche. I manager di oggi non si formano più sulle capacità del fare e del gestire sistemi di lavoro. Essi sono figli di una cultura coloniale che esalta la speculazione e il guadagno a breve per gli azioni, e naturalmente compensi di lungo periodo per il top management.

Il caso Fiat

Lo scontro che è avvenuto sul governo della Fiat mostra l'esistenza di due contrapposti gruppi di potere che si contendono il ruolo dominante nel nostro paese. Non si capisce per quale ragione la vittoria dell'uno dovrebbe essere meglio di quella dell'altro, visto che entrambi i gruppi si contendono il comando dello stesso programma di adeguamento dell'economia italiana ai nuovi ritmi e poteri nel sistema mondiale. Non si capisce perché i licenziamenti targati De Benedetti o Bazoli (purtroppo sottoscritti anche dalla Cgil in BancaIntesa) dovrebbero essere più di sinistra di quelli targati Maranghi o Berlusconi. Trasformare il conflitto politico italiano in uno scontro tra due diverse lobby è un modo per ridare al liberismo quella forza che sta perdendo.

Un nuovo intreccio

Occorre dunque rimettere la politica davanti e sopra il mercato e il pubblico davanti e sopra il privato. Ma affermare questo significa misurarsi con la posizione che la globalizzazione governata dagli Usa vuole assegnare all'Italia e provare a metterla in discussione. Non è facile, chi ci ha provato nel passato, pensiamo ad Enrico Mattei, ha fatto una brutta fine. Tuttavia, il nodo è quello. Si può concepire l'arresto del degrado del sistema industriale e sociale del paese solo se si mettono in discussione i ruoli che ci sono stati assegnati. Per fare questo occorre concepire un progetto alternativo al liberismo che coinvolga almeno l'Unione Europea e le politiche industriali ed economiche che in essa si amministrano. Da questo punto di vista la sinistra liberista europea è un ente inutile. Se non vogliamo che sia la destra a inventarsi una nuova Iri per rafforzare il suo sistema di potere, occorre concepire un nuovo intreccio tra pubblico e privato nell'economia, finalizzato ad obiettivi sociali e di sviluppo diversi da quelli che ha la destra.

Il che vuol dire che per la sinistra non solo è giusto affermare la necessità dell'intervento pubblico, ma che questo dev'essere finalizzato alla crescita di un nuovo modello di sviluppo: cosa produrre? A una nuova politica della distribuzione dei redditi: chi paga? Alla difesa e all'estensione dello stato sociale: quali diritti per tutti? A nuove forme di partecipazione democratica: chi decide? A una diversa formazione e cultura: quale scuola pubblica?

Un progetto politico

Le lotte operaie e i movimenti no-global reclamano un progetto politico che dia continuità, obiettivi immediati e di medio periodo a tutta la loro mobilitazione. Nel nostro paese c'è un precedente che si accosta a questa necessità. Quello del Piano del Lavoro varato dalla Cgil di Di Vittorio all'inizio degli anni '50. Un progetto che conteneva molte contraddizioni, ma che rispondeva alla domanda di fondo del movimento di lotta di coniugare proposta di sviluppo e diritti sociali.

Pensare oggi un piano per il lavoro in Italia e in Europa significa costruire un'alternativa al progetto di ulteriore precarizzazione del lavoro e dei diritti con il quale il liberismo risponde alla sua crisi. Sarebbe importante allora che tutti coloro che in questi anni non si sono bevuti le panzane del liberismo, si mettessero al lavoro per elaborare un piano del lavoro per gli anni 2000, che dia forza alle lotte e che ne rappresenti il consolidamento culturale e programmatico. Nel passato il Piano del Lavoro fu accusato di ingenuità. Meglio ingenui che subalterni, comunque. In ogni caso saranno le lotte ad aggiungere la malizia che è necessaria.

Giorgio Cremaschi
Roma, 19 dicembre 2002
da "Liberazione"