Sciopero generale del 18 ottobre 2002
Adesione altissima nell'hinterland industriale e negli uffici milanesi

Il cuore di Milano

Oltre duecentomila manifestanti in piazza Duomo

Corteo a MilanoDuecentocinquantamila. Il successo del corteo milanese della Cgil comincia dai numeri. Che parlano da soli, e vogliono dire duecentocinquantamila no alla liquidazione dell'articolo 18, alla libertà di licenziamento e alla controversa finanziaria delle destre che «con una mano ti dà e con l'altra ti toglie», come ha sottolineato con amarezza Paolo Nerozzi, della segreteria nazionale. Ma anche alla brutale ristrutturazione che la Fiat ha annunciato nei suoi stabilimenti, riportando improvvisamente sulla scena il conflitto di fabbrica e la mancanza di una minima strategia industriale da parte delle classi dirigenti del capitalismo italiano.

Il cielo è limpido, l'aria mattutina appena pungente. E' la giornata dello sciopero generale che, nello sterminato Hinterland milanese, ha registrato un'adesione altissima, insperata solo alla vigilia. Oltre l'ottantacinque per cento, cinque punti in più rispetto allo sciopero del 16 aprile.

Anche alla Mondadori

Per rendere l'idea dei livelli di partecipazione bastano alcuni esempi: nel settore metalmeccanico si sono registrate punte del 100 per cento all'Alfa, alla Breda e all'Ansaldo, 95 alla Seimens e alla Otis, dove persino la rappresentanza della Cisl ha incrociato le braccia, disobbedendo alle direttive nazionali. Nel chimico, 90 per cento alla Pirelli, 85 alla Roche e alla Basf. Anche nel pubblico impiego i lavoratori hanno risposto all'appello del maggior sindacato italiano con il 65% di adesione complessiva e picchi del 80 nel ramo ospedaliero (particolarmente significativa la mobilitazione al Policlinico e al Niguarda).

Emblematica poi l'adesione del 100% dei dipendenti della Mondadori. Si, proprio lei, la casa editrice di proprietà di Silvio Berlusconi. Cifre che testimoniano come l'oscuramento televisivo non abbia ottenuto l'effetto smobilitante che i satrapi dell'informazione si attendevano. Su questo scandaloso comportamento da parte del servizio pubblico, il sindacato ha organizzato nel pomeriggio un presidio alla sede Rai di Corso Sempione.

Insieme all'Alfa

Fin dalle 8,30 lavoratori, militanti sindacali, di partito e associativi, cominciano ad affollare i bastioni di Porta Venezia, il luogo da cui partirà l'enorme serpentone umano.

Ad aprire la manifestazione ci sono loro, i lavoratori in lotta dell'Alfa di Arese, veri e propri beniamini della piazza: «Da Arese a Termini Imerese il posto di lavoro non si tocca, lo difenderemo con la lotta», urla nel megafono un agguerrito delegato della Fiom. E' lo slogan più sentito, scandito senza sosta per più di tre ore di marcia da tutti i partecipanti. Luigi Catta lavora all'Alfa da anni, e non ci sta a vedere la sua fabbrica chiudere per colpa degli errori padronali: «Ci vogliono abbandonare come scarpe vecchie- s'incazza- questa giornata è la migliore risposta che possiamo dare all'arroganza padronale. Spero che i sindacati di base facciano assieme a noi questa strada, ma soprattutto che Cisl e Uil si rendano conto del madornale errore che hanno compiuto restandosene a casa».

Grappoli di bandiere rosse sventolano al cielo, formando un contrasto surreale con le lussuose vetrine di Corso Europa e Piazza San Babila, dove occhieggiano le insegne dei grandi gruppi bancari ed assicurativi. Passa il furgone della federazione milanese del Prc da cui partono le note di "Motivés", il canto di lotta dei francesi Zebda, immancabile colonna sonora delle manifestazioni parigine. Il corteo s'ingigantisce a vista d'occhio, come un fiume ingrossato da decine di affluenti minori: da via Palestro arrivano altre migliaia di scioperanti, alcuni brandiscono le bandiere dei Verdi, altri picchiettano sui tamburelli e soffiano negli ottoni di un'improvvisata fanfara militante. Ci sono anche gli studenti medi e universitari, tantissimi per un'iniziativa sindacale "classica", a dimostrazione del carattere anticorporativo della mobilitazione: «Vogliono opporci ai nostri padri - dice Valentina, studentessa liceale - ma noi non accetteremo mai una guerra tra generazioni e i loro diritti sono i nostri diritti».

La piazza stracolma

La manifestazione prosegue tranquilla ma non è una saga paesana come sottolinea con paternalismo qualche giornalista; il clima festoso fa da solo contrappunto al forte sentimento di rabbia che accompagna i manifestanti.

Piazza Duomo, teatro del comizio conclusivo è stracolma, con più della metà del corteo che non riesce ad entrare. Parla Maria Sciancati, segretaria della Fiom lombarda che accusa il sindaco Albertini e il governatore Formigoni, di voler «riconvertire il lavoro degli operai in occupazione precaria, flessibile e priva di diritti» e chiama alla mobilitazione massiccia per il referendum contro l'articolo 18. Applausi scroscianti per l'intervento di Antonio Panzeri, segretario delle Camere del lavoro di Milano che, rivolgendosi al governo cita Don Milani: «Volete fare parti uguali tra disuguali».

Cofferati con la Pirelli

Alle 12,15 a ridosso della piazza arriva Sergio Cofferati. Te ne accorgi immediatamente dagli applausi che montano incessanti e dalle inequivocabili invocazioni: «Sergio, Sergio, dis-cor-so, dis-cor-so». Di discorsi l'ex segretario generale però non ne farà: oggi è in piazza come soldato semplice, da militante di base sfila sotto lo striscione della Pirelli, la fabbrica dove è ufficialmente impiegato. Profilo volutamente basso, in linea con la consueta sobrietà del personaggio, si limita a commentare «la partecipazione straordinaria di lavoratori e cittadini». Poi se ne va circondato dai fedelissimi. Accanto a lui c'è Antonio Di Pietro: l'ex magistrato si sbraccia, invia focosi cenni di saluto verso la folla un po' stranita. Per dovere di cronaca bisogna dire che la standing ovation era tutta per il "cinese", ma il leader dell'Italia dei Valori è fatto così, si accontenta di poco, gli basta di vivere di luce riflessa, comincia stringere mani e a firmare autografi, poi, per accattivarsi le simpatie della piazza, si avvicina a Cofferati e lo bacia. Gli ultimi ad affluire sotto la Madonnina sono Cobas, Disobbedienti, Giovani Comunisti, anarchici della Ait, i lavoratori atipici "Chainworkers" e Centri sociali meneghini. Il loro corteo è partito da Largo Cairoli seguendo un percorso alternativo prima di convergere nel raduno dei confederali. Uno "spezzone" combattivo e rumoroso di ventimila persone, per lo più giovani e giovanissimi, che chiede a gran voce la "generalizzazione dello sciopero" e contesta dialetticamente le tentazioni concertative della Cgil, la quale ha abbandonato la pratica triangolare solo perché governo e padronato l'hanno sgretolata da destra. Non sono mancate azioni esemplari, dalla simbolica occupazione del Teatro Lirico, che vuole denunciare la presenza di uno spazio miliardario quanto inutilizzato in pieno centro città, alla contestazione pacifica del Mc Donald (a Milano in settimana è andato in scena il Mc strike, una contestazione di tre giorni del famigerato gruppo di ristorazione rapida).

"Senza se e senza ma"

E poi il rifiuto "senza se e senza ma" della guerra di Bush e Blair. Ritmici, ossessivi, determinati gli slogan contro il conflitto in Iraq. "Disobbediamo allo sfruttamento, disertiamo la guerra, generalizziamo i diritti" recitava lo striscione di Giovani comunisti e sindacalisti di base di Arese. Chi vorrebbe segmentare le lotte in altrettanti dossier, da affrontare separatamente è servito: i movimenti rifiutano il politicismo corporativo. Lo straordinario successo della giornata milanese ne è la prova più eloquente.

Daniele Zaccaria
Milano, 19 ottobre 2002
da Liberazione