Dall'89 ad oggi una escalation di distruzioni nel mondo, contro ogni regola

War, l'infinita guerra americana al mondo

War. E' questa la magica parola, onnipresente, invasiva, taumaturgica dei nostri giorni. Dei giorni che nascono dalla caduta del Muro, anche se - naturalmente - non possiamo dimenticare tutti i conflitti e gli scontri militari che hanno contrassegnato questo scorso mezzo secolo chiamato "di pace": dalla Corea all'Algeria, dal Vietnam all'Angola. Del resto gli oltre trenta milioni di morti che accompagnano la strada dell'umanità dopo il 1945 testimoniano come la guerra sia una realtà difficile da estirpare in questo mondo.

Peace-keeping? No, war

Ma le guerre post '89 sono guerre per larghi aspetti diverse, "nuove": e, diciamolo subito, sono guerre che tutte, in qualche modo, parlano inglese. O meglio, americano. Perciò è war la parola da usare, quale che sia la nostra lingua abituale. Quale che sia il nostro punto di vista e quale che sia il conflitto cui ci riferiamo. E forse d'ora in avanti, invece che gridare "pace" (o meglio: peace) dovremmo tutti ricordarla, nei cortei, nelle piazze, nelle assemblee, sui giornali che lasciano spazio alla verità, nei libri che riusciamo a pubblicare; dovremmo ricordarla quella parola, ripeterla, fino a ossessionare coloro che, al contrario, ne sono alfieri, ma che non osano, con finto pudore, per furbesco espediente, proferire la parola "guerra": preferiscono usare espressioni edulcorate, come "operazione di polizia internazionale", intervento di "peace-keeping", oppure, quando proprio è loro impossibile elidere dal discorso la parola maledetta, ve la inseriscono, apponendole attributi limitativi, al fine di attutire il suo significato (guerra "necessaria", guerra "legale", guerra "legittima", guerra "giusta", guerra "umanitaria"…), fino al limite estremo di rovesciarlo, in una contraddizione logica insolubile, come quando si è parlato da parte di qualcuno, in riferimento ai Balcani, di "guerra etica".

Eppure, a parte questo svarione filosofico - ahimè da attribuirsi a un filosofo - questi giustificatori della guerra nell'ultimo dodicennio non sono apologeti sciocchi, futuristi fuori tempo massimo, incoscienti esaltatori del macello che bonifica i campi, fa bene all'agricoltura e sfoltisce la terra dalle troppe bocche da sfamare (per ricordare alcuni degli "argomenti" di Giovanni Papini, autore del celebre, o famigerato, Amiamo la guerra! , sulla rivista "Lacerba", nel 1914).

Altro è il filone culturale e politico che sostiene gli odierni, soldati ideologici della incessante "guerra americana": essi, chi più chi meno, con varietà di accenti, parlano in nome di un "realismo" buono per tutte le stagioni, di una fedeltà strutturale all'"alleato", magari rievocando i "disinteressati" interventi economici nel primo Dopoguerra, da parte di quel "Grande Paese" che è pur sempre - ci si ricorda ad ogni piè sospinto - la "più grande democrazia nel mondo"; essi aderiscono alla nuova War Philosophy, in nome di una indefettibile sudditanza politica culturale e psicologica alla bandiera stelle e strisce; ovvero, con maggiore verità e cinismo, di una pura autoidentificazione nel modo di vita occidentale che non può e non vuole concedere tregua alla distruzione dell'ecosistema che stiamo praticando per non ridurre nemmeno di un briciolo i nostri consumi, i nostri sprechi che gridano vendetta.

La guerra post '89 parla americano. Perchè?

Perché dunque la guerra parla americano, specialmente dopo il 1989?
La risposta è implicita nella stessa data: perché dal crollo dell'Impero sovietico, avviato con l'abbattimento del Muro di Berlino e terminato con l'implosione dell'Urss, un solo attore autentico è rimasto sulla scena mondiale, e si tratta della Superpotenza uscita indirettamente vittoriosa da un lungo conflitto sotterraneo che l'aveva contrapposta alla sua gemella sovietica: gli "United States of America". Da quel momento si è registrato un rapidissimo cambiamento nel sistema internazionale, nelle sue regole di funzionamento, nella sua stessa struttura e nelle sue dinamiche interne. L'Onu, la cui opera era già largamente insufficiente, ha visto il suo ruolo ridotto a quello di cassa di risonanza e camera di compensazione delle decisioni dell'Amministrazione statunitense. Il Palazzo di Vetro è apparso niente di più che una succursale della Casa Bianca e del Pentagono; e in tutte le controversie internazionali le Nazioni Unite, in un modo o nell'altro, si sono ridotte al rango di notaio delle decisioni già assunte a Washington. Dal Golfo al Kosovo, gli Stati Uniti hanno guidato - seguiti e talora preceduti dai loro fedelissimi alleati subordinati - le operazioni di guerra per esportare la "democrazia", per imporre la "libertà", per occidentalizzare e modernizzare paesi "arretrati", per eliminare "tiranni" e "satrapi", e, magari, anche per mettere sotto controllo le vie di passaggio degli oleodotti petroliferi, o per esercitare un protettorato diretto o indiretto su regioni strategiche dal punto di vista geopolitico.

Dal crollo del "muro" alla "guerra globale"

Dal fatidico biennio '89-'91, insomma, il mondo, invece di entrare in quell'era di pace che per un attimo molti credettero assicurata dalla fine della contesa politico-ideologica tra i due Blocchi, ha imboccato un lungo tunnel di morte, di distruzione paesaggistica e infrastrutturale, di danni, spesso irreversibili, prodotti all'ambiente, di guerre che hanno chiamato altre guerre, di conflitti maggiori che hanno prodotto, come in un'apertura infinita di matrioske, conflitti minori e minimi. Fino a trasformare il Globo in un teatro di scontro di tutti contro tutti, senza tregua, senza senso, senza la coscienza stessa dell'orrore che avvolge la Terra e i suoi abitanti. Fino alla più recente guerra globale, che in quanto dichiarata a un'entità non statuale (il "Terrore"), immateriale pur nella materialità plateale degli atti ad essa attribuiti, è guerra per sua natura infinita nel tempo, indefinita nella sua durata, indeterminata negli obiettivi: e in questa guerra, presentata come una sanzione contro coloro che hanno osato colpire l'America - per la prima volta nella sua storia più che bicentenaria -, sanzione avallata dalla "comunità internazionale"(?), la vittima diventa, secondo le canoniche modalità del vecchio West dei pistoleri, giustiziere: "Non lasceremo scampo ai colpevoli… nessun luogo della Terra è sicuro per essi… li prenderemo, vivi o morti": chi parla, il presidente degli Stati Uniti o un cowboy cui hanno bruciato la fattoria?

Così si presentano le "nuove guerre" di cui ormai la nostra quotidianità sembra non potere fare a meno; non dichiarate, senza scopi precisi (si pensi ai pressoché quotidiani bombardamenti angloamericani sull'Iraq che dalla fine della Guerra del Golfo proseguono tuttora), spesso combattute da forze anche irregolari, al di fuori di qualsiasi regola e convenzione, guerre, soprattutto, di distruzione. Guerre al territorio e alle persone, guerre ai civili (e i più deboli sono i primi predestinati ad essere colpiti: le donne, gli anziani, i bambini), alle vie di comunicazione e agli strumenti di informazione, guerre alle fabbriche e agli ospedali, guerre alle strutture degli organismi non governativi e caritativi (dalla Croce Rossa alla Mezzaluna rossa, dalla Charitas Christi alle varie sigle dell'Onu): guerre per fiaccare popolazioni, per incutere terrore, per cancellare la vita. Come si possono chiamare queste guerre se non terroristiche? E chi sanzionerà il terrore, in questo caso?

Il silenzio degli ossequienti

Gli Stati Uniti, non più mero gendarme del mondo, come si diceva una volta, ma altresì giudice (e, dall'11 settembre, parte lesa, almeno apparentemente), facendo saltare tutte le regole del diritto, si arrogano ormai qualsiasi potere: di dare morte e concedere vita, di dividere di volta in volta il mondo in buoni da salvare e cattivi da mandare all'inferno, gli uni e gli altri cambiando incessantemente, seguendo i famosi "assi del male", che finiranno per segmentare il Globo come un nuovo reticolo di meridiani e paralleli, che non lascerà fuori nessuna regione, i Cinquanta Stati della Federazione esclusi. Eppure non protetti, non al sicuro, non garantiti sulla loro portaerei ideale di oltre nove milioni di chilometri quadrati.

Tutto ciò nell'impotente silenzio degli innocenti e nel silenzio colpevole degli ossequienti.

Così aspetteremo anche la nuova, vecchissima, annunciata guerra all'Iraq?

Angelo d'Orsi
Roma, 12 gennaio 2003
da "Liberazione"