Le non - decisioni della Comunità Europee

Un instabile compromesso

Un compromesso che maschera la crisi strategica ma che può aiutare la lotta per un'Altra Europa

Il Consiglio europeo di lunedì si è concluso in quello che era il più ovvio dei modi, con il rinvio della questione: «che si fa come Unione europea se gli Stati Uniti e il loro ascaro Blair fanno la guerra, nonostante tutto»? Il cancelliere tedesco Schroeder d'altro canto lo ha detto apertamente che si tratta di un "compromesso". Il fatto stesso della presenza del presidente della Commissione europea Prodi alla riunione preludeva a un compromesso. Tuttavia non è inutile leggere con qualche attenzione la conclusione di questo Consiglio.

Intanto, allora, essa avviene sotto la pressione delle mobilitazioni pacifiste, particolarmente significative in quei paesi europei i cui governi sono più schierati con gli Stati Uniti, e in una condizione di difficoltà estrema di Blair. Sicché non poteva che convenirsi che agli ispettori va lasciato il tempo necessario e che la crisi è di esclusiva competenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu. In concreto, perciò, un punto positivo chiaro c'è: che tende a prendere tempo.

Credo inoltre che tutti abbiamo notato come i toni dei rappresentanti britannici siano stati inusualmente possibilisti, e come Blair addirittura si sia spinto ad affermare che le grandi mobilitazioni di sabato scorso non lo lasciano indifferente. Un tale rispetto di Blair per i sentimenti della sua popolazione non deve sconcertarci: tra qualche settimana ci sarà il congresso del New Labour, e Blair ci arriva con il partito, i gruppi parlamentari e le Trade Unions prevalentemente ostili alla guerra. Analoghi problemi ha, a sua volta, il primo ministro spagnolo Aznar: il partito autonomista catalano, suo alleato di governo, è infatti contro la guerra, così come lo sono i partiti autonomisti baschi e lo è il complesso dell'opposizione di sinistra. Infine qualche notevole problema ce l'ha Berlusconi: il centro-destra è chiaramente impattato, oltre che dalla dimensione dell'ostilità alla guerra nella popolazione italiana, dal fatto dell'ostilità e dall'iniziativa politica e diplomatica del Vaticano. In più Prodi, inusualmente esplicito, ha dichiarato come le mobilitazioni di sabato abbiano "aiutato" e, inoltre, con una certa durezza, di essere "molto deluso" dei paesi candidati all'Ue - tutti, com'è noto, arruolati nei giorni scorsi dagli Stati Uniti.

Non si è voluta evidenziare l'esistenza di una crisi strategica

Tuttavia - in secondo luogo - la conclusione del Consiglio europeo è stata determinata anche da un secondo vettore. Nessun governo cioè se l'è sentita di sostenere la propria posizione al punto che continuasse a essere evidente la frattura verticale che attraversa l'Ue. Nessun governo se l'è sentita di dichiarare che l'Ue è divisa tra chi pensa che essa potrà essere in futuro tra i protagonisti della politica mondiale ma esattamente alla condizione di smarcarsi dall'attuale tentativo di dominazione planetaria con mezzi militari da parte degli Stati Uniti, e chi pensa che questo tentativo vada assecondato e che l'Ue debba ridursi a zona di libero scambio. Nessun governo se l'è sentita cioè di dichiarare apertamente l'esistenza di una tale crisi strategica.

La collocazione strategica dell'Europa

Il perché è facile da intuire: non sono ammissioni da poco. Esprimerle significherebbe dichiarare alle popolazioni europee e al mondo l'esistenza una crisi di grande ampiezza e aperta a ogni possibile conclusione. Significherebbe ripensare da capo a cosa possa e debba essere l'Europa. Significherebbe, dopo cinquant'anni di abbastanza comodo protettorato statunitense, rinunciarvi e anzi trovarsi gli Stati Uniti ostili. Significherebbe ragionare altrimenti da come si è ragionato sino a oggi dei rapporti con la Russia, con l'America Latina che sta andando a sinistra, con la Cina, vedere cioè gli alleati in queste parti del pianeta, inoltre ragionare altrimenti dei rapporti con il Medio Oriente e con l'Africa. Né dunque per la loro qualità, non eccelsa, Francia a parte, né, come si diceva una volta, per la loro posizione di classe i governi che compongono il Consiglio europeo e la Commissione europea potevano arrivare a tanto, almeno a questo punto, incipiente, della crisi.

Perciò leggiamo una conclusione del Consiglio dove anche si afferma che Saddam deve decidersi a cooperare davvero, che l'Iraq deve disarmare, che il "ricorso alla forza" contro l'Iraq, ancorché sia l'ultima chance, non può essere escluso, che insomma che la guerra ci sia o non ci sia dipende da Saddam.

La crisi europea apre possibilità di lotta per un'Altra Europa

C'è, ad ogni modo, un significato generale prevalente in questa conclusione? Sì: essa pur tra le righe dice che l'Ue non vuole, nella maggioranza dei suoi stessi governi e della Commissione, o non riesce, nella minoranza schierata con gli Stati Uniti, a reggere la guerra all'Iraq. E questo aiuta la nostra battaglia pacifista. Se, inoltre, la guerra ci sarà, come purtroppo continua a essere altamente probabile, un nuovo compromesso tra i governi dell'Ue sarà difficilmente riproponibile, a meno di una ritirata, che però non mi sembra facile, da parte di Francia e di Germania. Infine anche qualora la guerra si riesca a prevenirla gli Stati Uniti rimarranno almeno per un po' gli stessi. La crisi di fondo nella quale hanno contribuito a gettare la Ue pertanto comunque rimarrà: e, con questa crisi, una possibilità reale, finalmente, di lotta per un'altra Europa, dei popoli, della democrazia e della pace.

Luigi Vinci
Strasburgo, 18 febbraio 2003
da "Liberazione"