Intervista alla scrittrice mozambicana Pauline Chiziane

«Il colonialismo non è finito, il suo peso opprime i popoli»

Pauline Chiziane, scrittrice mozambicana, 48 anni, ha alle spalle l'esperienza vissuta di guerre che hanno lacerato il suo paese - guerre troppo spesso dimenticate. Parlare di letteratura africana è una generalizzazione che vale solo in termini geografici. Si può dire lo stesso della letteratura mozambicana. Qualche anno fa lo scrittore Mia Couto diceva: «Esiste una letteratura del Mozambico, ma ho dubbi che esista una letteratura mozambicana. Non è sufficiente che ci siano persone che scrivano, c'è bisogno di persone che leggano, discutano, vivendo questa letteratura, in biblioteche, case di lettura, in cui si studi e si critichi questa letteratura».

A distanza di qualche anno l'auspicio di Mia Couto sembra realizzarsi sempre più, grazie ai recenti contributi della critica letteraria cosiddetta "postcolonialista" e allo sforzo di case editrici che continuano a tradurre voci lontane. E' il caso di Pauline Chiziane, in Italia per presentare il suo terzo romanzo, Il settimo giuramento (trad. di Giorgio De Marchi e Silvia Cavalieri, La Nuova Frontiera Editore). Nata in un paese come il Mozambico (indipendente solo dal 1975) che ha visto cessare i fragori della guerra civile solo nel 1991 e che da più di dieci anni cerca di costruire un'autentica unità nazionale, Pauline Chiziane sa che essere scrittrice, e donna, suscita nel suo paese, per usare un eufemismo, la curiosità diffidente d'antiche convinzioni patriarcali. Non è casuale che il suo tema preferito sia quello della condizione femminile, che ne Il settimo giuramento s'intreccia con una tradizione di credenze religiose, non demonizzata dalla Chiziane - consapevole che un mondo magico (o d'altro lato la famiglia, già metafora e simbolo anticoloniale) possa essere una risorsa per la ricostruzione di un'identità violentata dal mondo occidentale.

Sullo sfondo di una possibile Maputo che vede crescere una sorta di "nuova borghesia urbana" nata dalle ceneri della vittoria anticoloniale, la scrittrice descrive la disillusione del popolo che aveva lottato per altri ideali: «Gli operai si svegliano. Senza neanche lavarsi la faccia e i denti, abbandonano la casa e vanno a ingrossare la marcia della folla nel viale, perché tra poco suoneranno le sirene della fabbrica. Guardano a terra, l'asfalto nero, nero come i loro destini, i loro sogni e le loro vite». Feticci, magia, miti si alternano nel romanzo in uno stile scarno e senza orpelli, fedele all'oralità in cui la scrittrice affonda le sue radici, conducendoci in un mondo la cui immagine continua ad essere filtrata da stereotipi occidentali. Pauline Chiziane, però, non ha perso la speranza. Ha 48 anni e di guerre, non solo in senso figurato, ne ha già affrontate troppe.

Lei ha detto, in riferimento alla guerra civile in Mozambico, che vi sono verità orribili che non si possono scrivere. Quali sentimenti le ha suscitato la guerra in Iraq che non accenna a finire?

Il mio sentimento è di rifiuto, di ripulsa totale. Qualche giorno fa sono stata a Milano, quando sono entrata nella stazione occupata, solo vedendo i poliziotti ho provato un'enorme paura e ho pensato a tutte le persone della mia famiglia che io ho perso nella guerra civile del Mozambico. Solo vedere una persona armata, un'uniforme mi fa ricordare la guerra, mi fa male. I giornali con la foto di Baghdad sotto i bombardamenti mi hanno fatto ricordare il bombardamento di Maputo dove in appena tre secondi morirono più di cento persone. Io posso immaginare cosa questo popolo abbia vissuto e stia vivendo ed è una cosa terribile.

A distanza di più di 10 anni dalla fine della guerra civile anche l'inno nazionale sembra esser diventato un problema da risolvere. Si può parlare di una vera unità nazionale in Mozambico?

E' vero, la situazione è complessa. L'unità nazionale è un processo che richiederà degli anni, ma per il momento la situazione è calma.

Il tema ricorrente nei suoi romanzi è la condizione della donna nella società mozambicana. Sembra esplicito però che le cause della repressione della donna vadano ricercate all'interno delle relazioni familiari e non immediatamente nella società… E' così?

Io credo che il problema sia molto più complesso, coinvolge la religione, la società, la tradizione ed è un cambiamento che non può essere fatto da un momento all'altro, richiede molto tempo. Tuttavia vi sono dei progressi, se vent'anni fa c'era un numero molto ridotto di donne che andavano a scuola oggi questo numero è cresciuto notevolmente.

Ne "Il settimo giuramento" espone le contraddizioni delle credenze religiose, che possono condurre fino al crimine ma che prevedono anche il perdono. Il mondo magico che lei descrive può far pensare a una nostalgia precoloniale, a una ricerca di radici che si contrappone allo sviluppo imposto dal modello occidentale…

Io credo che l'africano sia un individuo in costante ricerca di tutto ciò che ha perso, delle proprie tradizioni, della religione, dei membri della sua famiglia che sono partiti e non si sa dove siano. L'identità dell'africano è una costante ricerca. Questa ricerca è un cancro che non si cura e che ci porta di fronte a un dilemma, tuttavia questa stessa ricerca ci porta comunque a concludere che il passato precoloniale era migliore dell'oggi. Credo che sia un sentimento che si può trovare anche negli africani della diaspora. Nei momenti di maggiore sofferenza cantano la madre Africa, pur sapendo che non potranno mai tornare.

Le parti più stimolanti del suo romanzo forse sono proprio quelle che contrastano con le certezze della nostra cultura. Ci può spiegare meglio che cos'è il lobolo?

In alcuni paesi europei è quella che viene detta la dote ed è la donna ad avere dei soldi per potersi sposare. Invece nel sud del Mozambico è l'uomo che deve avere questi soldi. Ma il lobolo è una tradizione molto forte che trascende il semplice matrimonio ed ha un carattere di cerimonia religiosa.

La letteratura mozambicana non è molto conosciuta in Italia. Uno dei pochi autori tradotti è José Craveirinha, da poco scomparso e considerato uno dei padri della letteratura mozambicana, il primo civile ad esser tumulato nel Pantheon degli eroi. Sente il peso di questa eredità?

Io penso di sì. Non parlerei molto di José Craveirinha. Prima di lui abbiamo avuto Noémia de Sousa. Secondo me per quanto riguarda la poesia di lotta la grande pioniera è stata lei, poi è venuto Craveirinha. Questi due modelli hanno svegliato le coscienze e noi oggi scriviamo perché abbiamo questi modelli da seguire. Noémia de Sousa ha lanciato una sfida nel periodo coloniale più duro. Allora io stessa, quando devo scrivere, penso: perché devo avere paura se Noémia de Sousa ha avuto coraggio? E il suo esempio mi da forza.

Marco Peretti
Roma, 12 aprile 2003
da "Liberazione"