Intervista a Richard Gott, l’uomo che riconobbe il cadavere di Ernesto “Che” Guevara in Bolivia

Cuba, i piani dell’amministrazione Bush per destabilizzare il Paese

Per me Cuba non è un’isola socialista. E’ un Paese nazionalista che sta cercando di costruire un’alternativa al mondo globalizzato.

L'uomo che riconobbe il cadavere del “Che” in Bolivia è ormai in pensione, ma non ha mai smesso di scrivere. Celebre inviato de The Guardian, testimone d’eccezione di passaggi storici fondamentali nel Cono sur, Richard Gott ha raccontato all’Europa, distratta o innamorata di un’idea mitica dell’America latina, quasi tutte le insurrezioni e i movimenti guerriglieri del continente. Profondo conoscitore del governo e della società cubana, amico personale del presidente venezuelano Hugo Chavez (di cui ha scritto una preziosa biografia non ancora tradotta in Italia), ha trascorso molti degli ultimi quarantacinque anni all’Avana. Appassionato di ricerca storica, all’Avana tornerà a giorni per terminare la sua “Breve storia degli ultimi cinquecento anni di Cuba”. «E’ molto interessante guardare alla Cuba del dopo ’59 dalla prospettiva dei quattrocentocinquanta anni precedenti. Molte delle cose che possono sembrare strane della Rivoluzione cubana, guardate attraverso una prospettiva storica non sono strane affatto».

Perché,secondo lei,nonostante le pubbliche accuse contro Cason, il capo dell’Ufficio di interessi statunitensi all’Avana,il governo cubano non lo ha ancora dichiarato “persona non gradita nel paese”?

Non dimentichiamoci che quell’ufficio equivale a un’ambasciata ed è la più grande ambasciata che esiste all’Avana. Un grande centro di potere. I cubani hanno più di una questione da trattare con gli Stati uniti. Flussi migratori, visite di statunitensi. Un’intera area dell’aeroporto è di fatto dedicata agli Stati uniti. Arrivano aerei non solo da Miami. Anche da New York, da Los Angeles. Comunemente si crede che Cuba sia assolutamente impermeabile agli Stati uniti, ma non è così. Coltiva molte relazioni discrete. Con il folle clan Bush insediato a Washington i cubani hanno timore che alcuni rapporti, molto utili per l’Avana, siano recisi. Per capire bisogna andare oltre la propaganda reciproca secondo la quale esiste un blocco totale. In realtà i due paesi funzionano in permanente contatto. I cubani stanno aspettando a rompere con Cason. Cason è stato inviato lì dall’amministrazione Bush, apposta per segnare una cesura molto netta con i tempi del governo Clinton. L’ex ambasciatrice non creava problemi enormi, nella sostanza. Cason è stato messo lì per qualcosa di ben più serio. Sta organizzando i dissidenti in una opposizione. Li sta organizzando davvero.

Le risulta che sia aumentato il flusso di denaro dagli Stati uniti per finanziare un rovesciamento del governo?

Non so se Cason disponga di più denaro o se lo stia utilizzando più efficacemente. Milioni di dollari arrivavano già prima. Lui è arrivato all’Avana con l’obiettivo molto chiaro di mettere in piedi un’opposizione in grado di creare problemo seri al governo cubano.

Fidel Castro venerdì notte ha parlato per ore alla televisione nazionale. Quali passaggi del suo discorso ritiene più interessanti?

Ho trovato un Castro sorpreso della reazione dell’Europa alla notizia dell’esecuzione dei tre dirottatori di un traghetto. Ha illustrato con molta chiarezza il piano dell’ondata dei dirottamenti aerei. Il punto più interessante credo sia il pericolo di una emigrazione di massa e un intervento militare nordamericano. Penso all’intervento statunitense ad Haiti, realizzato con l’obiettivo della prevenzione di flussi incontrollati di haitiani verso le coste statunitensi.

Qui non si tratterebbe di evitare una fuga di grandi proporzioni da Cuba, ma, al contrario, di provocarla.

Esattamente. Questo è il problema e questo è l’elemento di novità rispetto al passato: se l’amministrazione Bush riesce a provocare questo flusso avrà il pretesto per un intervento militare.

Considera probabile una precipitazione della crisi? Un intervento militare diretto?

Poco probabile a breve termine. Non so fine a che punto il governo cubano stia utilizzando la minaccia statunitense per spiegare alcune sue decisioni o se davvero ritenga probabile un intervento diretto entro pochi mesi. Dopo l’invasione dell’Irak e le minacce alla Siria, non si può certo escludere una minaccia potenziale su Cuba. Sono appena tornato da Caracas. Anche i venezuelani sono preoccupati. Per Cuba e per loro.

Arresti di oppositori e le tre esecuzioni all’Avana.Qual è il suo giudizio?

Meglio non mischiare le due cose. Non serve a capire. L’esecuzione di una condanna a morte è un orrore. E’ inconcepibile per noi europei. Nel Caribe e negli Stati Uniti questa cosa non conta. Né Cuba, né gli Stati Uniti, né molte isole del Caribe condividono con noi questa cultura. Uno degli elementi che risulta chiarissimo dal discorso di Castro è la sua preoccupazione per l’ondata di dirottamenti aerei. Credo abbia pensato che quello fosse il modo per farla finita subito. Non è una giustificazione adeguata, a mio giudizio. Sto scrivendo una storia di Cuba. La storia di Cuba è sommamente violenta, non solo nell’epoca della conquista. E’ stata a lungo una società schiavistica, in cui i bianchi hanno mantenuto un forte timore dei neri. E’ stato un Paese pieno di banditi, mai sotto controllo né degli spagnoli, né dei governi repubblicani. Quando Fidel dice Patria o muerte, non pronuncia una frase romantica. Dice una cosa molto seria. Dice: o patria o morte. Non parla solo per lui, ma per l’intero paese. I cubani sanno cosa sta dicendo. A loro non suona retorico. Gli arresti sono un’altra cosa. Credo che quella misura serva a Castro per dire agli States che non permetterà il tipo di intromissione negli affari interni cubani che Cason sta portando avanti. Gli arrestati non sono giornalisti indipendenti, come alcuni li presentano. Sono persone che intendono fare politica. Sono una sfida per il governo.

Uno dei gruppi di oppositori avrebbe la sua regia in Argentina e sarebbe finanziato dall’Opus dei. Le risulta?

Non ho informazioni dirette. Ma è fuori discussione che non sono solo gli Stati uniti a finanziare questi movimenti embrionali. Innanziutto c’è la Spagna. Il gruppo degli oppositori residenti in Spagna è molto più insidioso e molto più abile degli anticastristi di Miami. Al governo Aznar interessa l’appoggio alla destra in America latina. Non solo a Cuba. Ha una politica molto avanzata in questo senso. Ciò rende assai possibile un intervento diretto dell’Opus dei.

Uno dei principali slogan dell’opposizione interna a Hugo Chavez è di voler trasformare il Venezuela in una Cuba del petrolio.Trova siano ravvisabili elementi di castrismo a Caracas?

No. In termini di politica interna in Venezuela non c’è nulla che somigli al castrismo. Castro viene da un’altra generazione. E’ in favore del partito, del partito unico. Chavez ha tutt’altra storia. E’ molto più giovane, innanzitutto. Non ha il culto del partito, anzi, direi che gli interessa molto poco. Preferisce far politica attraverso i movimenti sociali e costruirsi lì un sostegno. Non è mai stato in favore di una ingombrante dimensione dello Stato. Ha accettato di fare una eccezione solo per il petrolio, pubblico e non privatizzabile. In politica estera, invece, è chiaro che i due Paesi hanno lo stesso sguardo. Vedono gli Stati uniti come una minaccia planetaria, che pesa sull’America latina. Vogliono un mondo multipolare. Vedono come uno straordinario fatto politico il movimento antiglobalizzazione. Fidel è stato uno dei primi negli anni Settanta a schierarsi contro la globalizzazione neoliberista. Lo ha fatto molto prima della caduta della Unione sovietica. Venezuela e Cuba sono vicine anche per composizione sociale. Hanno una popolazione nera molto alta, una immigrazione bianca molto simile. Quasi tutta dal sud europa nell’ultimo secolo. C’è una conquista della rivoluzione cubana di cui non si parla quasi mai: procedendo all’indietro nei secoli si trova una schiacciante maggioranza nera impegnata in scontri costanti con i bianchi, la rivoluzione ha ottenuto una pace sociale che mai c’era stata prima.

Quando il Vaticano ha reso nota la lettera del papa sulle vicende cubane, il ministro degli esteri dell’Avana, Felipe Roque, ha detto che avrebbe preferito che quella lettera fosse rimasta riservata per risondere privatamente...

La questione è delicata. Il cattolicesimo a Cuba non è diffuso come ci raccontano. La maggior parte delle persone è indifferente al culto cattolico. Crede in altro. Ma c’è molta gente cattolica nel partito e nelle èlites. Le relazioni con il Vaticano sono in grado di far saltare molti equilibri nelle èlites governative. Felipe Roque lo sa e preferisce discutere privatamente delle obiezioni del papa.

Cuba spiega la decisione delle condanne a morte con la necessità di difendere la sua rivoluzione.Cuba è simbolo della resistenza all’impero, anche per gran parte del movimento mondiale contro la globalizzazione neoliberista. Crede che quel movimento sia disposto a credere che dopo più di quarant’anni dall’entrata di Castro all’Avana la rivoluzione cubana debba essere difesa con la pena di morte?

Non credo. E non credo che quello della necessità di difendere la rivoluzione sia un argomento condivisibile a sostegno della pena di morte. Io, che sono vecchio e che a Cuba sono legato da decenni di vita, non la trovo adeguata ai migliori sogni di liberazione possibile. So che molte persone pensano a Cuba come l’ultima fortezza del socialismo, l’ultima speranza. Per me Cuba non è un’isola socialista. E’ un Paese nazionalista che sta cercando di costruire un’alternativa al mondo globalizzato. E’ importante che sopravviva. Abbiamo bisogno di esempi di un altro modo di organizzare la società.

Angela Nocioni
Roma, 1 maggio 2003
da "Liberazione"