«Forse non è interesse degli europei costituire un nuovo super-stato. Ma certamente non è interesse dell’America»

L’EUROPA POTENZA PREOCCUPA GLI USA

Un articolo del settimanale “neoconservatore” Usa “Weekly Standard”

Pubblichiamo questo articolo tratto dal Weekly Standard perché ci sembra un documento formidabile.Il Weekly Standard,di proprietà di Rupert Murdoch e diretto da William Kristol,è uno dei più importanti settimanali della cosiddetta corrente dei “neoconservatori”,la nuova destra che ispira la linea dell’amministrazione Bush. Questa lucida analisi del processo di integrazione europea,condita di giudizi sprezzanti - vedi il riferimento all’imitazione dei Padri fondatori americani - spiega come,dall’interno del governo Usa,si guardi alle vicende del Vecchio continente.Con fastidio e stizza,innanzitutto,per l’emergenere di una potenza concorrente ma anche con la preoccupazione di individuare le mosse più utili a ostacolare il progetto.La lista degli obiettivi che conclude l’articolo è un allucinante programma di politica estera.Ma l’articolo rivela anche la natura dell’attuale integrazione europea:le sue caratteristiche liberiste e “militariste”la pongono,infatti,sullo stesso piano degli Usa con conseguenze che potrebbero risultare catastrofiche.Un motivo,questo,non secondario per battersi per un altra Europa possibile. Salvatore Cannavò

L'America non è l’unico paese ad aver tentato di ricostruire una nazione in questa pazza estate.

Mentre le truppe statunitensi e i diplomatici dell’Onu combattevano gli insorti per le strade e nei deserti dell’Iraq, i politici e i burocrati europei si davano convegno sullo sfondo assai meno disagiato di bistrot belgi e ville provenzali per rifinire un progetto non meno importante della liberazione di Baghdad.

Il mese prossimo, gli europei cercheranno di far fronte alle ultime resistenze nei confronti della nuova costituzione proposta per l’Unione Europea, la prima stesura di un testo costituzionale per i 15 – presto 25 – stati membri. Da due anni, in un tentativo consapevole di emulare l’opera dei Padri Fondatori, gli europeisti più convinti, capeggiati dall’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, sono impegnati in un’assemblea costituente incaricata di redigere il documento che darà vita a rapporti nuovi tra le nazioni coinvolte. In giugno, i costituenti europei hanno presentato una bozza costituzionale che si propone di costruire di fatto le istituzioni fondamentali di un unico super-stato europeo, mentre, in ottobre, i governi degli Stati membri daranno avvio ad una lunga conferenza prima di decidere l’approvazione del documento.

Va da sé che, davanti agli elettorati scettici dei paesi membri, i federalisti negano di star costruendo le fondamenta di una supernazione europea. Si tratta solo di mettere un po’ d’ordine, precisano: il diritto comunitario prevale già sulla legislazione dei singoli membri in molti settori, e la nuova costituzione non fa che riconoscere questo fatto in un unico documento.

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Ma questi sono sofismi. La bozza costituzionale della Ue (1.000 pagine, molto più lunga di quella americana!) attribuisce per legge a tutta l’Unione un’unica bandiera, un unico inno, un unico motto e una moneta comune. Meno simbolica, ma più significativa, è la nomina di un unico presidente in luogo dell’attuale rotazione semestrale, nonché la presenza di un unico Ministro degli Esteri incaricato di eseguire una politica comune. La bozza prevede altresì che, su vasti settori del diritto, gli Stati membri cedano la propria sovranità ai tribunali europei, ol- ’ L tre a creare una “carta dei diritti fondamentali” che comprende un lungo elenco di libertà basilari, come i diritti sindacali: insomma, una specie di Bill of Rights in vesti socialiste. In realtà, il vero intento di questi “padri fondatori” traspare dalla proposta originale da loro formulata all’inizio dell’assemblea costituente: ribattezzare la Ue con il nome di “Stati Uniti d’Europa” (Use).

Non tutti i governi sono entusiasti di queste idee: il nomignolo di Use non è sopravvissuto a lungo e, probabilmente, i costituenti si vedranno costretti ad abbandonare anche altre, più ambiziose, proposte. Ma si tratterà soltanto di una ritirata tattica: questa settimana, anche il governo di Tony Blair si è detto disposto ad accettare i principi di base, e ci si aspetta che la costituzione sarà approvata in occasione di un summit che si terrà a Roma in dicembre, per poi essere ratificata dagli Stati membri. Entro la fine del 2005, la costituzione europea andrà ad aggiungersi all’euro (la moneta unica lanciata quattro anni fa) come colonna portante del nascente super-stato europeo.

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Gli americani meritano indulgenza per il loro scarso interesse verso queste vicissitudini del Vecchio Continente: le delibere interne alle commissioni di Bruxelles riescono a far sbadigliare perfino gli europei più impegnati, figuriamoci gli americani. Ma anche gli americani che devono aggiornarsi sulla situazione europea per mestiere (quelli che lavorano al Dipartimento di Stato, nelle think tank di Washington e alla Casa Bianca) non mostrano grande trasporto: ritengono infatti che la nuova Unione Europea che sta per vedere la luce non possa in alcun modo preoccupare gli Stati Uniti. Anzi, dal Presidente Bush in giù, i politici statunitensi ripetono il vecchio adagio secondo cui l’integrazione europea arrecherà incalcolabili benefici agli Usa: ad esempio, gli Henry Kissinger del futuro non dovranno mai più arrovellarsi per sapere a chi fare riferimento per una trattativa con l’Europa.

Qualora questo autocompiacimento dovesse divenire politica ufficiale negli Usa, si tratterebbe di follia allo stato puro. Gli eventi che si sono succeduti nell’ultimo anno dovrebbero infatti aver ampiamente dimostrato quali rischi correrebbero gli Stati Uniti di fronte ad un’Europa unita.

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La nuova Europa che sta per nascere non è affatto la “Nuova Europa” che Donald Rumsfeld acclamava nell’imminenza della guerra in Iraq, ossia un’alleanza di nazioni filo-atlantiche come la Gran Bretagna, la Spagna e i paesi ex-comunisti dell’Europa orientale.

È anzi probabile che somigli di più alla “Vecchia Europa” di matrice gaullista, che si auto-proclama come alternativa al potere statunitense: è altresì probabile che a tenerne la direzione politica siano Jacques Chirac e Gerhard Schroeder.

A questo punto, gli americani che sostengono l’integrazione europea invocano la calma. Sono molte le ragioni per cui gli Stati Uniti non dovrebbero preoccuparsi per quanto avviene dall’altra parte dell’Atlantico. Tanto per cominciare, c’è il solito ritornello: “Non succederà mai, perché preoccuparsi? ”: a prescindere dalle ambizioni dei gaullisti fautori di un super-stato nel cuore dell’Europa, non è forse vero che la cronaca degli ultimi mesi ci ha mostrato un’Europa troppo divisa per costruirsi un’identità credibile in politica estera? Non c’è dubbio che la visione di un’”Europa unica” abbia subito una battuta d’arresto, senza contare che, alle divisioni serie intorno alla questione irachena, gli europei ne hanno aggiunte altre durante l’estate, più leggere, se non addirittura ironiche. Il mese scorso, ad esempio, è scoppiata una lite infantile tra Italia e Germania a causa di un discorso pronunciato al Parlamento Europeo dal premier italiano, Silvio Berlusconi.

Sono volati insulti come “mafioso” e “nazista” e la zuffa si è conclusa con la disdetta delle vacanze del Cancelliere tedesco in Italia.

Si tratta di inimicizie che non si sanano su due piedi, quindi perché mai temere un’Europa unita? Tuttavia, le élites politiche europee hanno dimostrato a più riprese che, malgrado le radicate differenze nazionali, il progetto europeista continua. Anzi, è proprio quando l’Europa sembra in procinto di scoppiare che vengono compiuti i passi più importanti verso l’unificazione, spesso anche a dispetto dell’opposizione popolare. Gli europeisti sono animati dalla “strategia della bicicletta”: se non si continua a pedalare, si cade, e loro non hanno alcuna intenzione di cadere.

Nel 1993, al momento del crollo del meccanismo europeo di cambio (in base al quale i corsi delle monete europee erano legati gli uni agli altri) sotto il peso della realtà economica, l’idea di una moneta unica, in funzione della quale era stato pensato il meccanismo di cambio, pareva lettera morta. John Major, l’allora Primo Ministro inglese, paragonò ironicamente l’idea di dar vita all’euro ad una “danza della pioggia”: ma in soli tre anni questa pioggia arrivò veramente, e fu inaugurato il nuovo progetto per l’introduzione dell’euro.

Al cuore dell’Europa si trova una dinamica che propende per un’integrazione sempre più stretta, e per un certo tipo di integrazione.

Si tratta in sostanza di un affare tra Germania (lo Stato più federalista), Francia (che sostiene un’Unione Europea a vantaggio della Francia) e paesi più piccoli, come il Belgio, che intravedono nell’Europa unita l’opportunità di pesare molto di più sullo scacchiere internazionale.

Questi paesi stanno anche spingendo per costituire un embrione di forza di sicurezza europea, da costruirsi intorno ad un nucleo franco-belga- tedesco. Nel frattempo, né in Francia né in Germania si parla di un riavvicinamento alla cooperazione atlantica nel dopoguerra iracheno e anzi si prende sul serio l’idea formulata da Jacques Chirac di dar vita ad un nuovo mondo in cui l’Europa abbia lo stesso peso degli Stati Uniti.

Benissimo, ribattono gli scettici: l’operazione in Iraq ci ha comunque concesso di tirare alcune somme, e sono risultate tutto sommato favorevoli agli Stati Uniti.

A prescindere dalle fantasie franco-tedesche, l’integrazione europea farà bene agli americani perché, grazie alla Gran Bretagna di Tony Blair, alla Spagna di José Maria Aznar e all’ingresso, l’anno prossimo, dei paesi dell’Europa orientale, la Ue si sta spostando sulle nostre posizioni.

Ecco una delle mitologie più inveterate e pericolose sull’Europa, malauguratamente ritenuta veritiera da tanti Primi Ministri britannici, compreso Blair. Se solo la Gran Bretagna si ponesse “al cuore dell’Europa”, finirebbe per guidarla, sostengono: eppure, non è mai avvenuto. E non c’è da sorprendersi: non è un caso che i paesi che hanno opposto maggiori resistenze all’integrazione europea siano quelli meno influenti.

In Europa, come nella vita, vince chi si spende di più, e a questo gioco vincerà sempre l’asse franco-tedesco, insieme agli europeisti più convinti che costituiscono l’intellighenzia di Bruxelles.

Quanto al ruolo dei nuovi paesi membri, quelli dell’Europa orientale, ogni ottimismo sulla loro importanza è fuori luogo. Non appena si accede alla Ue, che ha un forte ascendente di natura economica sui paesi piccoli e relativamente poveri, il magnetismo di Bruxelles travolge chiunque.

Quando, nell’aprile scorso, gli Stati Uniti hanno offerto alla Polonia il controllo di un settore dell’Iraq, si sono avute reazioni stizzite da parte degli ambienti ufficiali europei: “Non si può affidare il portafoglio all’Europa e la sicurezza all’America”, ha tuonato Romano Prodi, il presidente della Commissione Europea.

Tutto questo è vero, ribattono i paladini del “non c’è da preoccuparsi”, ma dove sta il problema? Quand’anche una nuova Ue mostrasse un’inclinazione franco-tedesca, avrebbe davvero importanza? Tutti sanno, grazie all’analisi del commentatore politico Robert Kagan, che gli europei sono dediti ad un’ideologia basata sul multilateralismo a tutti i costi e che a loro non interessa davvero detenere il potere. Quale effetto potrà mai avere un’Europa unita sulla capacità da parte dell’America di tradurre in realtà le proprie intenzioni? Come ha affermato un conservatore: “Perché mai preoccuparsi di 10.000 Vanessa Redgrave che marciano per le strade di Parigi? ”.

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L’argomentazione secondo cui l’Europa sarebbe fatta di “deboli sostenitori del multilateralismo” è vera soltanto per metà. Le iniziative sempre più pressanti da parte della Ue per costituirsi come Stato unico mettono a nudo un importante fraintendimento intorno al progetto europeista: gli europei non sono affatto multilateralisti in politica interna. Anzi, vogliono trasformare l’Europa da istituzione intergovernativa in nazione unica, dotata di poteri reali. È vero che nemmeno i francesi intrattengono grandiosi piani volti ad affrontare gli Stati Uniti in una nuova contesa tra superpotenze.

Ma non è questo il punto: il multilateralismo in cui credono gli europei utilizza le istituzioni per mettere sotto scacco il potere americano.

Pensiamo alla Ue non come ad una superpotenza, ma come ad una potenza-cecchino, sempre pronta ad abbattere gli obiettivi della politica estera statunitense in ogni parte del mondo. L’Europa ha reso la vita abbastanza difficile agli Usa già durante la guerra in Iraq, ma potrebbe fare assai di peggio nel dopo Saddam, causando innumerevoli danni in ogni angolo del pianeta. Immaginiamo un’Europa unita che si opponga, caparbia e compatta, alla linea degli Stati Uniti nei consigli della Nato, o ancora che eserciti il proprio considerevole peso economico in America Latina o in Africa.

Vi è poi un altro obiettivo, da molto tempo perseguito dagli Usa, che consentirebbe all’Europa di mettere in imbarazzo l’America.

Da molto tempo, la politica americana si basa sull’assioma secondo cui l’Europa dovrebbe sviluppare capacità militari autonome: capacità reali che le consentano di combattere vere e proprie guerre in teatri complessi, alleviando almeno in parte il compito degli americani. Ma anche questa è una politica discutibile: se infatti un’Europa unita sviluppasse davvero maggiori capacità militari, sarebbe inconcepibile per lei non pretendere un ruolo maggiore nei processi decisionali relativi alle prossime crisi internazionali.

Infine, c’è chi accetta tutte queste premesse, ma finisce per chiedersi: “E con ciò, che cosa possono farci gli Stati Uniti? ”. L’intervento degli Stati Uniti in un muro contro muro non servirebbe a nulla, anzi, probabilmente peggiorerebbe la situazione: l’unico elemento in grado di aumentare la determinazione degli europei sarebbe infatti l’idea che gli Usa tentino di fermare il loro progetto di integrazione.

Ma questo non significa affatto che Washington sia inerme davanti a questo scenario: l’America ha la possibilità di intraprendere tutta una serie di azioni utili. Innanzitutto, può smettere di riproporre l’idea sorpassata, risalente ai tempi della guerra fredda, secondo cui l’integrazione europea andrebbe a vantaggio degli Stati Uniti. Come si fa a credere, oggigiorno, che una politica estera unica europea sia più utile agli Stati Uniti rispetto alle singole politiche nazionali britannica, polacca, spagnola, e così via? In secondo luogo, gli Usa dovrebbero rafforzare le relazioni politiche e militari con l’Europa orientale: spostare le truppe dalla Germania alla Bulgaria o alla Romania, tra gli altri, sarebbe una mossa intelligente, così come lo è stata l’aver attribuito un ruolo di primo piano ai polacchi nel dopoguerra iracheno.

In terzo luogo, gli Stati Uniti dovrebbero stemperare i propri entusiasmi nei confronti di un aumento delle capacità militari dell’Europa.

I piani di Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo per un’alleanza militare europea sono piuttosto ridicoli, ma in questi tempi difficili gli Stati Uniti devono prestare la massima attenzione ai rischi di un’identità europea distinta all’interno della Nato.

In quarto luogo, gli Usa dovrebbero opporsi a qualunque proposta tesa a modificare la composizione delle istituzioni multilaterali per riflettere un’unica identità “europea”. Va rifiutata qualunque ipotesi di creare un seggio europeo nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, o di creare un G3 composto da Stati Uniti, Giappone ed Europa al posto del G7.

In quinto luogo, gli Usa dovrebbero evitare qualunque mossa che possa contribuire a spingere la Gran Bretagna all’interno della zona euro. Nessuna misura risulterebbe più decisiva per il destino dell’integrazione europea dell’ingresso della Gran Bretagna in questo sventurato progetto. Alcuni politici americani sostengono talvolta che l’ingresso del Regno Unito nella moneta unica aiuterebbe le imprese americane: non esistono prove a suffragio di questo fatto, mentre è certo che questa decisione da parte britannica darebbe un impulso enorme al super-stato europeo.

Infine, i leader statunitensi dovrebbero sapere che la più grave minaccia alle ambizioni europee proviene proprio dall’interno dell’Europa.

La maggior parte dei cittadini europei rimane sconvolta scoprendo quanta sovranità sia già stata ceduta a Bruxelles. La dinamica dell’integrazione europea non incontra il consenso popolare, ma è ispirata dalle élites politiche, e si avvertono già crescenti segnali di malessere tra i cittadini: ad esempio l’euro, che ha rappresentato il più significativo balzo in avanti verso la creazione di una nazione europea, e tutte le misure monetarie e fiscali richieste per farlo funzionare, stanno causando un forte nervosismo tra gli europei.

Si avvertono, inoltre, segnali di una più ampia instabilità, ad esempio una crescente disaffezione verso la politica che ha ampliato i consensi a favore dei partiti di estrema destra in Francia, Italia, Germania e perfino in Gran Bretagna: gli elettori reagiscono infatti con irritazione alla spaccatura sempre più profonda che separa i governanti dai governati.

Negli ultimi tre anni, gli elettori irlandesi e danesi, interpellati tramite lo strumento del referendum, hanno rifiutato grandiosi piani di integrazione europea, mentre i sondaggi riferiti al referendum sull’adesione all’euro che si terrà in Svezia il 14 settembre lasciano supporre che anche gli svedesi censureranno gli eurofederalisti.

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Nonostante tutto, i “padri fondatori” dell’Europa procedono continuando a sottrarre potere alle comunità, alle regioni e alle nazioni per conferirlo alla super-nazione emergente con capitale Bruxelles.

Ed è proprio qui che ha origine l’ironia più beffarda. Gli europeisti si vedono come dei redivivi Thomas Jefferson e George Washington, intenti a creare un nuovo Stato ed una nuova potenza globale di proporzioni continentali.

Eppure, lo spirito che li anima è più simile a quello dei colonizzatori inglesi, che imponevano un’autorità remota, onerosa e perfino antidemocratica ad un popolo riluttante. I rischi per la stabilità dell’Europa sono fin troppo ovvi, e non è troppo tardi perché gli Stati Uniti cerchino di impedire al super-stato europeo di tradursi in realtà.

Gerard Baker (traduzione di Sabrina Fusari)
USA, 20 settembre 2003
da "The Weekly Standard"