Dinamiche economiche, socialismo reale, movimento

Le pesanti eredità del nostro secolo

La più drammatica situazione della storia mondiale: i fattori che l'hanno determinata

Chi scrive è nato quando nella vita quotidiana pesava ancora il ricordo della tragedia della prima guerra mondiale e ha iniziato il suo impegno culturale e politico nell'anno di Stalingrado e di El Alamein. Da tempo aveva espresso la convinzione che il mondo della globalizzazione e dell'egemonia degli Stati Uniti fosse estremamente instabile e lacerato da intrinseche contraddizioni. Tuttavia, difficilmente avrebbe potuto immaginare che si giungesse alla situazione attuale, una delle più drammatiche, se non in assoluto la più drammatica della storia mondiale. Ci augureremmo di sbagliare in questa schematica definizione. Ma il problema è, prima di tutto, di cercar di comprendere quali siano state le molteplici vicende che nel corso di un secolo hanno portato a un simile sbocco.

Partiamo dalle scelte fatte e imposte dalle grandi potenze vincitrici della prima guerra mondiale con il trattato di Versailles e altri trattati complementari. Non c'è dubbio che, alcune di queste scelte hanno favorito l'emergere di reazioni nazionaliste, culminate nell'ascesa del nazismo e nel suo avvento al potere quindici anni più tardi. Ma, per ricollegarci più direttamente a vicende attuali, la configurazione statale del Medio Oriente, è stata in larga misura determinata allora, dando vita a formazioni artificiali, la cui logica prevalente era ispirata dagli interessi dei vincitori. Questo vale per l'Iraq e per la persistente tragedia del popolo curdo, che, a dispetto di solenni dichiarazioni di principio, pur essendo etnicamente omogeneo, era inserito in quattro diversi stati (addirittura cinque se si considera l'Unione Sovietica).

La fine della seconda guerra mondiale - pur celebrata come storica vittoria delle "potenze democratiche" - era accompagnata dal sinistro boato delle bombe atomiche lanciate contro un Giappone già nell'impossibilità di continuare a combattere. La frattura tra "potenze democratiche" era un fatto compiuto solo due anni dopo. Nello stesso 1947 l'accesso dell'India all'indipendenza era imposto dalla Gran Bretagna con la suddivisione tra India e Pakistan che provocava immediatamente spaventose stragi e i cui effetti perversi perduravano per decenni senza essere superati neppure ora. L'artificiale Pakistan doveva dividersi, dopo lotte sanguinose, in Pakistan e Bangladesh. Che queste vicende siano tra le cause principali della miseria tuttora prevalente nel subcontinente sarebbe difficile negare.

D'altra parte, gli ultimi decenni del secolo scorso hanno segnato il sostanziale fallimento della operazione neocolonialista. Questo fallimento è stato particolarmente distruttivo in Africa e nella stessa Nigeria, ma l'esempio indonesiano indica che ha avuto più ampie dimensioni. Che sia quindi da annoverare tra i fattori che hanno determinato la situazione attuale anche questo sarebbe difficile negare.

Le dinamiche economiche

Sul piano della dinamica economica non va perso di vista che la fine del lungo boom postbellico risale ormai a oltre un quarto di secolo. Ci sono state, certo, vicende alterne in questo o in quel paese. Ma in nessun caso, tranne che per qualche anno negli Stati Uniti, si è ritornati a ritmi di crescita paragonabili a quelli degli anni ‘50 e '60. L'ipotesi che una nuova fase di ascesa duratura si concretizzasse grazie alla New Economy è stata spazzata via dallo scoppio della bolla finanziaria. Così le stesse maggiori potenze economiche segnavano il passo o addirittura retrocedevano (Giappone). Che tutto questo avesse ben più devastanti conseguenze per i paesi sottosviluppati era inevitabile.

Giungiamo alla constatazione centrale: lo stato di cose esistenti - cioè l'abissale differenziazione tra le condizioni di una minoranza della popolazione mondiale e quelle di una crescente maggioranza - non poteva protrarsi indefinitamente senza esplosioni e lacerazioni sempre più profonde. Ben inteso, per comprendere fenomeni come il fondamentalismo islamico e il diffondersi del terrorismo - da non identificare automaticamente- è necessario ricorrere ad analisi molteplici e a tutta una serie di mediazioni. Ma questi non può far dimenticare i fattori che hanno agito e agiscono in profondità.

Per noi il rigetto di concezioni fondamentalistiche - non solo islamiche- e dei metodi terroristici è senza ambiguità, non partendo da una qualsiasi difesa dei "valori occidentali". E' stato un conservatore come Sergio Romano a fornire, a proposito del terrorismo, una spiegazione che ha una sua plausibilità. Di fronte alla soverchiante potenza militare devastatrice degli Stati Uniti appare impensabile una risposta sullo stesso terreno. Per questo si "sferrano colpi sotto la cintura" per condurre la propria lotta.

Il fallimento del socialismo reale

Al di là di tutto questo per noi l'interrogativo essenziale deve essere: perché la rivolta contro la dominazione capitalistica nell'era della estrema internazionalizzazione e concentrazione del capitale non vede, in linea generale, emergere in Asia, in Africa e nel Medio Oriente (il discorso è diverso per l'America latina su cui sarà necessario ritornare) forze popolari ispirate da movimenti operai e contadini di matrice socialista e non movimenti integralisti o nella migliore delle ipotesi torbidamente populisti.

Sembra quasi superfluo richiamare ancora una volta le conseguenze del fallimento del cosiddetto socialismo reale, che ha comportato una evoluzione negativa dei rapporti di forza su scala mondiale. Necessario, invece, cogliere fattori più specifici, cioè il fallimento di formazioni tradizionali o più specifiche nel corso di oltre quarant'anni. Il Medio Oriente fornisce un insegnamento particolarmente pertinente. La socialdemocrazia non è mai riuscita, per ragioni ovvie, a mettere radici in quest'area del mondo (tranne che nello stato di Israele). Sono sorti invece movimenti nazionalisti arabi e, in alcuni casi, partiti comunisti di consistenza non trascurabile. Il movimento Baathista e più in generale movimenti nazionalisti arabi hanno svolto a un certo momento ruoli di primo piano e il punto culminante è stata la rivolta del 1958 nell'Iraq contro l'autocrazia proimperialista di Nury Said. Ma questi movimenti hanno conosciuto rapidi processi involutivi: anche in questo caso l'esempio più eloquente è quello dell'Iraq. Un caso limite è quello del partito comunista iracheno, che ha avuto a più riprese una notevole influenza ma è finito nel vicolo cieco di oscillazioni e correzioni di rotta che lo hanno portato in certi periodi a sostenere la dittatura di Saddam Hussein, mentre continuava a subire le più feroci repressioni. L'espressione pressoché paradossale del suo drammatico fallimento è stata la decisione di far parte del governo fantoccio messo in piedi dalla coalizione imperialista.

Tutti questi fattori che abbiamo sommariamente ricordato hanno contribuito, se pur in misura diversa, alla situazione attuale: per difendere la propria dominazione sociopolitica mondiale Stati Uniti e alleati non esitano a un ricorso permanente a guerre distruttrici, mentre appaiono come portatrici di un‘opposizione sovrannazionale forze integraliste dalla composizione sociale trasversale che ricorrono al terrorismo come mezzo principale di lotta.

La conclusione inevitabile, per dura che sia, è che la battaglia per la costruzione o la fondazione di un'alternativa sociale politica e culturale non potrà essere breve.

Il ruolo del movimento

Non esistono scorciatoie né operazioni tattiche, per legittime che siano, che permettano di uscire a breve termine dalle enormi difficoltà che conosciamo.

Non siamo colpiti da amnesia: non dimentichiamo il movimento contro la globalizzazione neoliberista e per la pace, che ha dato una conferma della sua vitalità nelle recenti giornate di Parigi. La conclusione del nostro ultimo congresso sull'esigenza di puntare su questo movimento o su altri della stessa matrice che potranno sorgere in futuro, per la ricostruzione del movimento operaio e comunista, resta valida. Ma sono necessarie anche a questo proposito valutazioni realistiche. A noi, per esempio, non sembra opportuno continuare a riferirci alla citazione del New York Times - peraltro preceduta di un anno dal Financial Times - sulla seconda potenza mondiale che il movimento rappresenterebbe. Che avversari siano stati costretti a riconoscere la vitalità del movimento e il suo carattere alternativo va benissimo. Ma non perdiamo il senso delle proporzioni. Nonostante tutte le validissime battaglie condotte sin dall'inizio, il movimento non ha costruito ancora i rapporti di forza necessari per bloccare il bellicismo criminale della "prima potenza mondiale" e dei suoi alleati e neppure per contrastare la sistematica controffensiva padronale e per poter approfittare in senso costruttivo della sempre più evidente crisi del neoliberismo e delle stesse difficoltà che conosce la costruzione di un'Europa antisociale e antidemocratica.

Non si tratta di cedere al pessimismo, ma di non dimenticare che una lucida presa di coscienza della realtà è il presupposto necessario per la costruzione non di una ipotetica alternanza, dai contorni sempre più confusi, ma una radicale alternativa.

Livio Maitan
Roma, 2 dicembre 2003
da "Bandiera Rossa News"