Kosovo: dalle bugie per giustificare la guerra del 1999
alla «contropulizia etnica» di oggi

La guerra buona

Riesplode il conflitto nel Kosovo

Precipita la crisi in Kosovo. Da cinque anni precipita, ma tutti hanno preferito tacere su una ferita che i bombardamenti della Nato hanno mantenuta aperta. Riesplode ora, quando la guerra all'Iraq vede sfaldarsi il fronte dei belligeranti occidentali. Rimaneva il Kosovo, la guerra buona e «di sinistra» - era D'Alema il presidente del consiglio che la gestì e poi se ne vantò - e se ne vanta ancora - in un libro di memorie presentato a Roma con l'ancora comandante Nato Wesley Clark. Ieri Kosovska Mitrovica ha visto scene «normali» di guerra etnica nei Balcani. Ma non era avviata ormai la pacificazione? No, e appare forte la responsabilità di chi ha usato la guerra come arma di risoluzione dei conflitti.

Quella guerra occidentale - cominciò 5 anni fa, il 24 marzo del 1999 - fu il risultato di una serie di stravolgimenti del diritto internazionale. Oggi chi la rivendica parla del ruolo dell'Onu, mentendo. Perché esisteva solo un dispositivo del 1998 che aveva avviato sul campo una missione di monitoraggio dell'Osce proprio per impedire violenze da tutte le parti. Rapporti Onu ancora nel gennaio `99 e quelli dell'Osce non parlavano di pulizia etnica ma di «sfollati da una parte e dall'altra». Fu la Nato, invece, la protagonista, per la prima volta ben oltre il suo mandato istituzionale.

La svolta avvenne con il legame perverso tra Richard Holbrooke, l'inviato Usa, e le milizie dell'Uck, indicate come «terroristi» solo pochi mesi prima dall'altro inviato Usa nei Balcani, John Gelbart. Poi la pantomima della conferenza di Rambouillet. La strage di Racak fece il resto: peccato che l'anatomopatologa finlandese Helena Ranta, impegnata nelle indagini indipendenti, ha ribadito anche in questi giorni che quella strage era inventata. Bastò perché l'americano William Walker ritirasse la missione Osce.

Il 24 marzo del 1999 la Nato, senza alcun voto dell'Onu, avviava la più grande campagna di bombardamenti sulla Jugoslavia dalla Seconda guerra mondiale. Vennero rase al suolo tutte le infrastrutture del paese, fabbriche, ponti, comunicazioni, ospedali, tornarono i rifugi a Belgrado, vennero uccisi 1.500 civili - con l'«innocente» uso delle cluster bomb sui centri abitati, gli effetti collaterali si moltiplicarano con l'uccisione sotto i raid dell'Alleanza di centinaia di profughi albanesi-kosovari in fuga dalla vendetta di Milosevic - che reagì con furia etnica all'attacco Nato - ma anche in fuga dai bombardamenti. Dopo 78 giorni di inarrestabili raid e bugie - fu il battesimo delle menzogne di adesso - dei governi occidentali, si arrivò alla pace di Kumanovo nel giugno 1999, le truppe serbe si ritirarono lasciando il campo all'Alleanza atlantica.

Allora cominciò quella che l'Onu a fine dicembre 1999 chiamò «contropulizia etnica» dei civili serbi, rom e goranci, accompagnata dalla mattanza degli albanesi moderati. Proprio sotto gli occhi della Kfor che ha assistito senza muovere un dito alla demolizione di più di 100 monasteri ortodossi. Nulla era cambiato, le parti si erano invertite: 200mila serbi fuggirono, i pochi rimasti vennero terrorizzati: dalla fine della guerra sono 1.300 i serbi uccisi, 1.200 i desaparecidos.

Non solo. L'Amministrazione Onu a guida di Bernard Kouchner ha di fatto avviato il Kosovo all'indipendenza, in aperto contrasto con gli accordi di pace. Fino alla precipitazione di ieri. E adesso è premier a Belgrado quel Vojslav Kostunica che da presidente jugoslavo tuonò contro la guerra «umanitaria» e che ancora chiede all'Aja di processare per le uccisioni di civili sotto i raid, i leader della Nato.

Ormai è chiaro: dietro il caos dei Ds sulla guerra all'Iraq e sulla missione italiana a Baghdad - voto d'incostituzionalità e poi non voto sul finanziamento - c'è proprio il mancato chiarimento sulla guerra «umanitaria» del centrosinistra, diventata bipartisan con i voti della destra. La guerra «buona», quella del moderno uranio impoverito, delle cluster bomb progressiste.

Tommaso Di Francesco
Roma, 18 marzo 2004
da "Il Manifesto