Centro Congressi dell'Università della Florida - 30 settembre 2004

Un faccia a faccia lontano dal mondo

Dibattito tra John Kerry e George W. Bush

Il colpo è riuscito. Una volta ancora, i pretendenti alla presidenza statunitense sono riusciti a far precipitare il mondo, con le sue complessità e i suoi dilemmi, in frasi ripetute senza far trasparire (e traspirare!) la minima incertezza. Nel loro primo match televisivo, immersi nella cornice seriosa di una ovvia e paludata university della Florida, sono riusciti a far apparire le immense tragedie della moderna guerra globale come la proiezione sfuocata dei loro progetti elettorali. Certo, il senatore Kerry ha affondato i colpi della sua arringa sul "colossale errore di giudizio nel lanciare la gerra in Iraq", sostenendo che questa sia stata un enorme dispendio di energie e di vite umane per gli "americani".

Certo, i sondaggi sul dibattito danno uno sfidante leggermente in vantaggio. Certo, ciascuno di noi vorrebbe vedere George W. Bush attonito dopo la sconfitta nelle presidenziali di novembre, sia pure per mano di un inconsistente J. F. K. dei giorni nostri, che vede nel futuro, sempre e solo per "l'America", la libertà e non la paura.

Fuori da quell'università, intanto, accadeva di tutto.

A pochi passi, nei sobborghi dove tanti, poveri ed esclusi, vivono in attesa di arruolarsi per conquistarsi un posto di lavoro o sperando di non ammalarsi troppo. Oppure a migliaia di chilometri, in Iraq, dove la violenza della guerra e del terrorismo, impone sofferenze immani a chiunque ne sia coinvolto.

Le autobombe, i bambini dilaniati, l'assedio medievale di Falluja, le torture dei militari statunitensi, le decapitazioni in presa diretta, i pozzi petroliferi in fiamme, le leggi liberticide, lo scontro di civiltà mille volte invocato e mille volte impresso nella carne di esseri umani indifesi e tanto altro ancora, semplicemente non c'erano. Scomparsi tra un "che fine ha fatto Bin Laden" e un "solo io so come guidare l'America alla vittoria". Oggi in Iraq molte delle scelte dell'amministrazione Bush dipendono dalla campagna elettorale in corso e non dalle reali preoccupazioni per l'evolversi e l'incancrenirsi del conflitto.

Almeno su tre questioni, comunque, si dovrà ragionare nel prossimo futuro.

In primo luogo sul futuro dell'occupazione militare. Le frasi di Rumsfeld, che nei giorni scorsi aveva parlato di un possibile ritiro anche senza un Iraq pacificato, sono sembrate più una minaccia agli alleati e ai paesi vicini che un ripensamento. Nonostante ciò, bene ha fatto il ministro francese Barnier che le ha rilanciate, indicando nel ritiro delle truppe il primo punto di una conferenza internazionale sull'Iraq. In questo contesto si misurano due ipotesi.

Da una parte il tentativo di coinvolgimento della Nato, già adombrato in diverse occasioni nei mesi scorsi, che però è stato messo in mora da Francia, Germania e Spagna. Dall'altra il possibile ritorno dell'Onu ad un ruolo che sia più consonante con le parole pronunciate dal segretario generale Annan contro la guerra di Bush. Ma il futuro dell'occupazione passa anche attraverso la scadenza delle elezioni, vere o presunte che siano. Chi verrà chiamato al voto? I due terzi della popolazione, senza Falluja e tutte le aree resistenti, come dice Rumsfeld, o tutti, come imporrebbe la risoluzione delle Nazioni Unite?

Per saperlo, come giustamente indicava Barnier, nella prossima conferenza dovranno essere coinvolte tuutte le fazioni politiche irachene, anche quelle esplicitamente impegnate nella resistenza.

E qui veniamo alla seconda questione. Qual è la composizione delle forze in campo iracheno? Tralascio i partiti impegnati direttamente nel governo nominato dagli Usa di Allawi. Per quanto attiene alle forze impegnate contro l'occupazione, in esse convivono tendenze nazionaliste ed panarabiste, laiche e integraliste islamiche, vere e proprie resistenze armate (il Los Angeles Times li chiama "insurgence") e organizzazioni terroriste. Se, in una prima fase, quella immediatamente successiva alla dichiarazione di Bush del 1 maggio del 2003 che dichiarava finita la guerra (!), c'era una grande confusione nel decodificare chi stava agendo sul terreno, oggi abbiamo più strumenti per comprendere l'evoluzione della situazione.

Anche gli sviluppi che hanno avuto prima il rapimento e poi la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta ci hanno consentito di capire meglio. Infatti, durante le tre settimane di prigionia, si sono moltiplicati gesti e dichiarazioni per la liberazione delle due Simone assolutamente inediti. La marcia delle donne di Baghdad, le manifestazioni a Falluja sotto i bombardamenti, gli appelli degli Ulema sunniti, con condanna pubblica di ogni azione rivolta contro i civili in quanto contraria alla legge islamica, le stesse dichiarazioni dell'estremista Al Sadr contro i rapimenti denotano un'erosione del potenziale bacino di consenso che stavano raccogliendo gli emuli di Al qaeda. Insomma, i resistenti si stanno sempre più differenziando dai terroristi, che proprio per questo incrementano le azioni cruente, come le autobombe che hanno massacrato tanti civili inermi o come la nuova ondata di sequestri. La stessa notizia, diffusa da autorevoli fonti nordamericane, che afferma che i "combattenti stranieri" siano una sparuta minoranza tra i combattenti, accredita la tesi che sempre di più vanno isolati e sconfitti i terroristi, mentre va avviato un vero processo di pace.

La terza questione, che è molto influenzata dal dibattito sulla seconda, riguarda il conflitto di civiltà che produce la propaganda bellico-terrorista. Ieri, Francesco Merlo sul Corriere della sera, invitava le due Simone a replicare al regalo del Corano con "La critica della ragion pura", poiché "lì ci sono loro e qui ci siamo noi". Ecco, se così fosse, non potremmo interrompere mai la spirale di terrore e violenza che ci travolge.

Non potremmo neppure parlare di pace in Iraq, la parola, non a casa, meno citata nel confronto tra Bush e Kerry. Non è vero che esiste un qui e un lì per descrivere diverse civiltà, mentre è certo che lì ci sono soldati occidentali che da lì dovrebbero andar via immediatamente.

Gennaro Migliore
Roma, 2 ottobre 2004
da "Liberazione"