L'egemonia della destra USA. Seconda parte.

In nome del padre, del figlio e del conto corrente

Nell'America di Bush alla radio e in tv s'alternano un predicatore dopo l'altro. Ma ormai i cristiani conservatori mandano direttamente in parlamento i loro rappresentanti, grazie alle ricche famiglie bigotte. Dinastie che sostengono anche i think tank reazionari.

Secondo i sondaggi Gallup, il 48% degli americani crede nel creazionismo e il 28% nell'evoluzione. Il 68% è convinto che il diavolo esista davvero.

Sulla parete del vagone della metropolitana spicca la scritta: «Se vuoi nutrire la tua anima, il nostro è un grande menù». Con un colpo di genio questa pubblicità di una setta religiosa associa le due più profonde passioni della società americana: da un lato un'inesauribile bulimia collettiva che va in crisi d'astinenza se non ha qualcosa da masticare, deglutire, ingerire sul marciapiede, in ascensore, in auto, a letto, al cinema, e dall'altro un'intensissima vocazione religiosa che risale alle fondazioni stesse di questa nazione, a quei Padri Pellegrini del Mayflower che qui erano sbarcati nel 1620 per poter esercitare in pace il proprio integralismo puritano. A un europeo pare più balzano che alla Casa bianca ci siano collettive sedute mattutine di preghiera. Perché a prima vista la religiosità Usa risulta invisibile. La cultura americana esportata nel mondo - film, serial televisivi e canzoni - è laica, consumista, edonista, con solo qualche sfondamento nel soprannaturale (X-files). D'altronde, per la strada, la fede è altrettanto discreta: a differenza dell'Europa letteralmente infestata da chiese monumentali, qui gli edifici più imponenti sono grattacieli di grandi corporations, centri finanziari (World Trade Center), e non cattedrali o duomi.

Ma la percezione cambia quando lo zapping fa inciampare in un telepredicatore dopo l'altro. E nelle lunghe ore di guida che scandiscono la giornata statunitense, è quasi impossibile non ascoltare prediche radio. Secondo i sondaggi Gallup, il 48% degli americani crede nel creazionismo (cioè che la Bibbia dica la verità in senso letterale e che la terra è stata creata solo 6.000 anni fa) e solo il 28% nell'evoluzione (gli altri non sono sicuri o pendono per il creazionismo). E a credere nel diavolo è il 68%, cioè più del doppio di quanti credono nell'evoluzione: quando George W. Bush dice (come già Ronald Reagan), di non essere ancora convinto dall'evoluzione, rispecchia un'opinione diffusa negli Usa e non solo l'eccentricità di una banda di sciroccati.

Sempre secondo Gallup, il 42% degli americani si definisce evangelico, cioè cristiano intento a evangelizzare gli altri, o born again, «rinato», ha cioè conosciuto una rinascita interiore attraverso l'esperienza diretta di dio: già quest'espressione, «rinato», così comune negli Usa, e così bizzarra in Europa, mostra l'abisso culturale che separa le due rive dell'Atlantico (ma negli Usa pare stravagante l'importanza data alle stigmate di un Padre Pio). Va detto infine che questi sondaggi vanno presi con le molle, non fosse altro perché il padrone di Gallup, George Gallup jr. è lui stesso un evangelico che considera il proprio lavoro «una sorta di ministero».

La fede in prima pagina

Non sono percentuali nuove, quel che è invece inedita è l'ostentazione pubblica della propria fede: la copertina del magazine del New York Times di domenica 31 ottobre era dedicata alla fede esercitata sul luogo di lavoro, al banchiere evangelico che prega con il cliente che gli va a chiedere un mutuo, alle associazioni di imprenditori che si riuniscono per esercizi spirituali. Un fenomeno che fa venire un brivido perché sa tanto di Taliban Spa. Sono ormai migliaia le imprese in cui si prega in fabbrica o in ufficio, in cui - secondo l'espressione dell'American Chamber of Christian in Business - «Gesù siede nel consiglio di amministrazione».

La pubblicità della propria devozione contrasta con quel che era considerato un caposaldo della separazione tra Stato e Chiesa: che l'esperienza religiosa fosse un fatto interiore e privato.

L'invasione della sfera pubblica da parte di molteplici, reciprocamente intolleranti, interpellazioni del divino ha assunto molte forme. La più importante, e densa di conseguenze, è la militanza politica dei cristiani conservatori.

Il fondamentalismo protestante ha sempre inciso sulla vita politica americana, ma per vie traverse (negli anni '20 del ‘900 fu decisivo nell'imporre agli Stati uniti il proibizionismo alcolico) e senza schierarsi in blocco. Vi fu anche un integralismo cristiano di sinistra che appoggiò il New Deal. Ma la mobilitazione politica dei cristiani conservatori è avvenuta in due tappe, come reazione la prima al «pericolo comunista», la seconda ai movimenti degli anni ‘60.

Il padre del moderno integralismo conservatore è Billy Graham che alla fine degli anni ‘40 lanciò le sue «crociate» in varie città degli Stati uniti, divenendo famoso grazie all'enorme battage che ne fecero i giornali del magnate Randolph Hearst. La sua Evangelical Foreign Missions Association fu un efficace strumento di guerra fredda. Graham fondò il maggior periodico evangelico, Christianity Today, le Urban Missionary Conferences, e fu poi uno dei più intimi confidenti del presidente Richard Nixon.

Nel 1953 un'altra organizzazione, assai più discreta e riservata, nota come «la Famiglia», iniziava - attraverso la sua Fellowship Foundation - la tradizione dell'annuale National Prayer Breakfast, sponsorizzato dal Congresso, diventato un'istituzione nazionale, con 3.000 ospiti da tutto il mondo (al prezzo di 425 dollari a persona), e a cui ogni presidente ha partecipato almeno una volta nel suo mandato. Ma la Fellowship, di cui fanno parte almeno otto senatori e sei deputati, nel corso della guerra fredda ha fatto ben altro. Negli anni ‘80 ha organizzato incontri a Washington tra il governo Usa e l'ex generale salvadoregno Carlo Eugenio Vides Casanova, invitato nel 1984 a un Prayer Breakfast e condannato nel giugno di quest'anno da un tribunale della Florida per la tortura di migliaia di cittadini negli anni ‘80. In quell'occasione fu invitato anche il generale honduregno Gustavo Alvarez Martinez, collegato alla Cia e a squadroni della morte, che più tardi divenne un missionario evangelico prima di essere assassinato nel 1989.

Nasce la John Birch Society

Se la «Famiglia» rappresenta in qualche modo l'equivalente protestante dell'Opus Dei e di una teocrazia finanziaria, nel 1959 nasceva la John Birch Society (dal nome di un pastore fondamentalista ucciso in Cina nel 1945), finanziata da Fred Koch (della famiglia di petrolieri del Kansas) e da Harry Bradley (della famiglia dei Bradley che danno il nome all'autoblindo militare più famosa nel mondo), due famiglie che con le loro fondazioni sono state decisive nell'instaurare un'egemonia conservatrice sulla società Usa (vedi le due puntate precedenti di quest'inchiesta). Bradley e Koch si rivelano così fin dall'inizio famiglie bigotte (come lo è d'altronde la dinastia Coors della birra, altra grande finanziatrice della cultura di destra) e la storia dei loro finanziamenti agli estremismi religiosi s'intreccia con quella dei loro doni ai centri studi reazionari. La John Birch Society fu fin dall'inizio un covo di fanatici antisemiti, razzisti e paranoici anticomunisti, tanto che accusò il presidente Dwight D. Eisenhower e il capo della Cia Allen Dulles di essere delle spie comuniste infiltrate e ha sostenuto per decenni che John Rockfeller era membro della misteriosa setta massonica degli Illuminati. La John Birch conobbe il suo massimo splendore nel 1964, con la candidatura repubblicana di Barry Goldwater alle presidenziali: la sua sconfitta segnò anche il declino di quest'organizzazione sempre più screditata dalle sue paranoie.

Ma è dalle sue file che uscirono negli anni ‘70 molti leader della rivoluzione cristiana conservatrice che iniziò negli anni ‘70, prese il potere con Reagan negli anni ‘80 e oggi passa all'incasso con il rieletto presidente Bush: un tipico esempio è l'intervento sul Los Angeles Times riprodotto qui accanto. È dalla John Birch che esce Tim LaHaye la cui serie di romanzi Left Behind ha venduto più di 50 milioni di copie (non a caso in questi romanzi l'Anticristo è un signore che somiglia a Robert Redford ed è Segretario generale dell'Onu).

Il primo fattore che contribuì alla nascita di questo movimento fu la rapidità con cui riuscì a impadronirsi del medium televisivo. Nel 1960 Pat Robertson fondò il Christian Broadcasting Network (Cbn) che oggi è visto in più di 200 paesi e in 70 lingue. La sua trasmissione, il 700 Club, è visto da un milione di persone. Robertson ha fondato anche l'International Family Entertainment Inc., un canale via satellite con 63 milioni di abbonati, venduto nel 1997 a Fox Kid Worldwide per 1,9 milioni di dollari. Robertson ha lanciato anche la Regent University, l'Operation Blessing International Relief and Development Corporation e l'American Center for Law and Justice.

Un altro telepredicatore, il pastore battista Jerry Falwell, fondò nel 1979 e guidò fino al 1987 la Moral Majority, movimento antiabortista, antigay, antifemminista, creazionista, contrario ai negoziati Salt con l'Urss, favorevole alla censura sui media, decisivo nel portare a Reagan alla Casa bianca nel 1980. Nel 1989 la Moral Majority si dissolse e confluì nella Christian Coalition di Robertson.

Il cambio di rotta

La fine della guerra fredda e l'11 settembre hanno fatto cambiare rotta ai conservatori cristiani. Sempre antisemiti sono, ma se prima il loro antisemitismo era diretto contro gli ebrei, ora si manifesta contro gli arabi. Per Robertson l'Islam è una religione che vuole distruggere le altre; per l'ex presidente della Southern Baptist Convention, Jerry Vines, Maometto era un «pedofilo posseduto dal demonio» e per Franklin Graham (figlio ed erede di Billy), «l'Islam è una religione malvagia e perversa». Nel gennaio 2001 Franklin Graham aveva tenuto l'orazione introduttiva all'insediamento di Bush alla Casa bianca.

Ma la vera novità è che ormai i cristiani conservatori mandano direttamente in parlamento i loro rappresentanti, sempre grazie all'aiuto delle ricche famiglie bigotte: fu sempre il cruciale appoggio dei Koch che nel 1996 fece diventare senatore Sam Brownback secondo cui la causa della povertà è spirituale e non «meccanica», e che appena arrivato in Campidoglio cominciò subito a denunciare il gangsta rap, a inveire contro la ricerca sulle cellule staminali e a proporre che il senato Usa creasse una commissione per indagare sul «declino culturale americano».

C'è da chiedersi perché i grandi capitalisti abbiano una passione sviscerata per i fondamentalisti (gli Usa si sentono a loro agio più con Begin che con Rabin, più con l'integralista Zia Ulaq che con i laici Gandhi). Una ragione è che il libero mercato è una vera e propria fede, con i suoi missionari, i suoi apostoli. Nel libero mercato e nella mano invisibile ci si crede, come si crede nella trinità o nella doppia natura umana e divina di Gesù. È sul terreno della fede che i grandi centri studi «laici», i think-tank conservatori di Washington si connettono con i mistici invasati pentacostali. Come dice un membro del conservatore Istituto Ludwig von Mises: «Noi commerciamo in assoluti».

(Parte 1, Parte 2)

Marco D'Eramo
New York, 18 novembre 2004
da "Il Manifesto"